Credito e creazione di moneta

B998Estratto da Theory of Money and Fiduciary Media curato da Jörg Guido Hülsmann, con la quale ha voluto celebrare il centenario della grande opera di Ludwig Von Mises, conosciuta in Italiano come Teoria della Moneta e dei Mezzi di Circolazione.

La dissertazione di Mises sulla politica monetaria conclude la seconda parte del suo libro, che affronta le cause e le conseguenze del valore di scambio insito nella moneta in generale. Nella successiva terza parte egli particolarizza la precedente disamina focalizzandosi sulle caratteristiche peculiari della domanda e dell’offerta relative ai cosiddetti “mezzi di circolazione”.

La terza parte, nella sua interezza, può essere letta come un lungo, sistematico ed esaustivo commento sull’enorme dibattito avuto luogo nel diciannovesimo secolo tra la Currency School [Scuola di pensiero britannica  che considerava l’aumento dell’inflazione come conseguenza delle troppe banconote immesse sul mercato] e la Banking School [Scuola di pensiero britannica nata per controbattere la precedente, riteneva che una sana competitività tra banche potesse essere sufficiente per mantenere bassa l’inflazione]. Tuttavia, non ha la forma di un commentario, ma di un trattato. Mises accompagna i suoi lettori attraverso le sei grandi questioni  oggetto della disputa:

  1. La natura del credito fiduciario, con particolare attenzione alla differenza tra credito genuino (beni) e (falso) credito di mezzi di circolazione;
  2. La comprensione dei limiti, se esistenti, alla creazione di nuovi mezzi di circolazione;
  3. La cruciale questione riguardante l’elasticità della produzione di mezzi fiduciari, nel senso di comprendere se quest’ultima tenda a conciliare i cambiamenti nella domanda di moneta oppure no;
  4. Il ruolo delle riserve bancarie, atte al mantenimento dei rimborsi di mezzi fiduciari nella norma;
  5. La natura disequilibrata dei mezzi di circolazione;
  6. L’appropriata politica per gestirli.

Mises aveva annunciato questa discussione già nella prefazione alla prima edizione (soltanto in lingua originale). Scrisse infatti che la teoria portata avanti dalla Banking School si trovava ad essere meno soddisfacente della teoria della Moneta (che poteva contare sull’appoggio alle teorie di Menger e Wieser), anche se gli scritti degli economisti classici avevano apportato elementi notevoli, elaborati successivamente anche dalla Currency School. Su di essa, Mises scrisse brevemente che mancava di un solido fondamento: non prendeva in considerazione la moderna teoria del valore. Continuò dichiarando:

“Alcuni dei suoi errori sono stati giustamente criticati da Tooke e Fullarton. Ma quello che questi ultimi due hanno adottato al posto della Currency Theory non risulta essere per niente utile come teoria. La Banking Theory non solo contiene degli errori, ma sbaglia proprio nel modo in cui pone il problema stesso.[1]”

Nella seconda parte del libro Mises aveva criticato un importante elemento della dottrina abbracciata dalla Banking School, cioè l’asserzione secondo la quale cambiamenti nell’accumulo di denaro tendono a neutralizzare l’impatto dei cambiamenti nell’offerta di moneta a prezzo di mercato; e che, perciò, la teoria quantitativa non reggeva (si veda A160–65). Qui espande la sua critica a tutto tondo, rifiutando sia l’ipotesi di Fullarton e J.S. Mill secondo la quale il possedere una banconota equivale a garantire credito alla banca (A311, C304f.), sia la cosiddetta “legge del reflusso” (A355, C342) sia altri elementi della teoria di cui Tooke e Fullarton si considerano pionieri. Egli conclude(A408f., C383f.):

L’errore fatale di Fullarton e dei suoi discepoli fu quello di non aver considerato il fatto che anche le banconote convertibili rimangono permanentemente in circolazione e che ciò può portare ad una saturazione dei mezzi fiduciari, la conseguenza della quale sarà rappresentata da un aumento eccessivo della moneta in circolazione. E, anche se fosse vero –  come insite Fullarton – il fatto che le banconote create come prestiti bancari tornino alla banca dopo che il termine del prestito è passato, ciò non dice niente sulla questione in merito alla possibilità della banca di mantenere le banconote in circolazione con delle prolungazioni periodiche e sistematiche del “prestito”. L’asserzione che sta alla base della posizione assunta dalla Banking School, ovvero che risulta impossibile istituire e mantenere permanentemente in circolazione più banconote di quelle che incontrerebbero la domanda del pubblico, non è sostenibile; poiché la domanda di credito non è una quantità fissa: si espande in maniera inversamente proporzionale al tasso d’interesse. Ma dato che il tasso d’interesse posto sui prestiti fatti attraverso mezzi fiduciari creati appositamente per tale proposito può essere ridotto dalle banche in prima istanza fino al limite rappresentato dall’utilità marginale del capitale usato nell’imprenditoria bancaria, il che equivale, praticamente, a zero, l’intero edificio costruito dalla scuola di Tooke collassa.

Mises continua affermando che, in forte contrasto con la sopravvalutata Banking School, “i lavori portati avanti dalla più che abusata Currency School contengono molte più idee valide e pensieri fruttiferi di quello che si è soliti affermare…” (A409, C384).

Egli stesso, in più di una occasione, ha evidenziato i difetti della Currency School nel dettaglio. Le evidenze riportate dalla suddetta scuola basavano il proprio ragionamento sul prezzo del denaro seguendo un’interpretazione meccanica della teoria quantitativa. Nell’analizzare i mezzi di circolazione essi consideravano soltanto i problemi relativi a gruppi bancari indipendenti che aumentavano i propri profitti mentre altre banche non lo facevano; con questo, essi evitavano la fondamentale domanda teorica su come un’espansione monetaria generalizzata su tutte le banche allo stesso momento potesse risolvere questi problemi (si vedano A421, C393). Dunque, essi non apparivano in grado di afferrare il nocciolo della questione, ovvero se il credito potesse arrivare ad essere a costo zero – problema che, secondo Mises, rappresentava “il dilemma principale nella teoria bancaria”[2].

Ancora più importante, peraltro, risulta il fallimento della Currency School nel riconoscere che le domande di banconote e di depositi condividevano la stessa natura economica di base (si vedano A438f., C407). In altre parole, si era fermata all’analisi dei fenomeni in superficie, quando le differenze essenziali si trovavano tra prodotti sostituti del denaro coperti e scoperti, incuranti del limite costoso della fisicità del bene in sé.

Ma anche questo errore centrale “è di poco conto se comparato con quello fatto con il principio bancario” (A439, C408). Sin dalla prima edizione del suo libro, Mises appoggiò entrambi gli approcci metodologici basilari della Currency School (analisi comparata di una valuta puramente metallica relativa ad una valuta consistente in mezzi fiduciari). Egli stesso sviluppò la teoria della Currency School, integrandola nell’approccio mengeriano. Nel 1912, così come nelle sue ultime pubblicazioni su moneta e banca, ci teneva ad evidenziare la centrale importanza della Currency School quale pionieristica visione del proprio pensiero economico.

Il più famoso elemento che Mises aggiunse alla costruzione teoretica della Currenzy School fu la propria teoria del ciclo economico, presentata in un capitolo su “Geld, Umlaufsmittel und Zins” (Moneta, Mezzi di Circolazione ed Interesse). Questa teoria rappresenta la risposta di Mises alla fondamentale domanda sulla gratuità del credito; è, di fatto, la corona della terza parte del suo libro.

Mises inizia con una discussione sulle cause che determinano l’interesse monetario, continuando l’analisi iniziata nella seconda parte. La sua analisi comincia, in particolare, dalla concezione di Böhm-Bawerk, secondo la quale i valori soggettivi intertemporali determinano la dimensione del fondo minimo, che a sua volta determina il tasso d’interesse.[3] Un altro punto di partenza è rappresentato dalla distinzione che Wicksell fa tra interesse naturale e monetario.[4] Mises prima si focalizza sull’impatto della moneta in senso stretto sui tassi d’interesse, asserendo tre concettualizzazioni:    (1) Non c’è una correlazione diretta tra la domanda e l’offerta di denaro da un lato ed il tasso d’interesse dall’altro. (2) Non c’è neanche una diretta correlazione tra il cambiamento delle condizioni monetarie e quello del tasso d’interesse.[5] (3) Tuttavia, condizioni monetarie e tasso d’interesse sono indirettamente correlati, poiché cambiamenti nella domanda e nell’offerta di denaro incidono sulla distribuzione di rendite e ricchezza, dunque anche sul tasso d’interesse. Per questo motivo Mises conclude l’analisi delle conseguenze sociali di un cambiamento nel valore del denaro, scenario che aveva cominciato ad analizzare nel capitolo 12 (capitolo 6 della seconda parte).

Dopo queste chiarificazioni preliminari, Mises inizia ad analizzare i mezzi di circolazione. Qui egli pone la stessa domanda basilare già vista in precedenza, ovvero, se ci sia una qualche relazione tra la domanda e l’offerta di mezzi fiduciari da un lato ed il tasso d’interesse dall’altro. Ancora più importante: è possibile, innalzando l’offerta dei mezzi di circolazione, portare il tasso d’interesse a zero? A parole sue (A417, B360, C390):

Risulta incontrovertibile che le banche siano in grado di ridurre il tasso d’interesse sui crediti che concedono fino ad un minimo sopra le spese che sostengono (ad esempio, il costo di fatturazione, il salario dei loro dipendenti ecc.). Se lo fanno, la competitività del mercato obbliga gli altri mutuanti a seguire il loro esempio. Di conseguenza, sarebbe interamente nel potere delle banche il portare il tasso d’interesse sino a questo limite, visto e considerato che nell’operare in questo modo non mobilitano altre forze, che ristabilirebbero automaticamente il tasso d’interesse al livello determinato dalle circostanze del mercato dei capitali, ovvero, quel mercato in cui beni presenti e futuri vengono scambiati fra di loro. Ci si riferisce al problema che si pone dinanzi a noi con la frase di sicuro effetto  “la natura gratuita del credito”. Questo è il problema principale della teoria bancaria.

Mises continua la discussione analizzando le tre principali risposte al dilemma che possono essere trovate in letteratura (si veda A418–24). La prima risposta parla del giro di moneta, la quale asserisce che il credito sarebbe gratuito se solo l’offerta di moneta fosse sufficientemente espansa. La seconda è quella fornita dalla Banking School. Questa risposta consiste nell’affermare che il problema non esiste; è difatti impossibile, secondo loro, aumentare l’offerta di moneta oltre le necessità del mercato. Oltretutto, il tasso d’interesse non può raggiungere lo zero. La terza risposta arriva da Knut Wicksell. Egli argomenta (a) che prima o poi le banche commerciali dovranno prima o poi preoccuparsi del rientro dei loro prestiti e (b) che come conseguenza all’aumento del totale dell’offerta di moneta, il livello dei prezzi aumenterebbe, così come il prezzo dell’oro. Mises replicò al punto (b), affermando che ciò si applica soltanto ad un sistema di moneta-commodity, ma non ai sistemi a moneta fiat; aggiunse anche l’argomento (a) contraddiceva l’assunto dello stesso Wicksell, cioè che la moneta sarebbe stata interamente sostituita da mezzi di circolazione.

La risposta di Mises era diversa. Egli affermò che l’aumento dell’offerta di mezzi di circolazione implicava un disequilibrio intertemporale che portava l’intero sistema economico su un sentiero insostenibile. Queste le sue parole:

Ora che il tasso d’interesse sui prestiti è artificialmente ridotto – al di sotto del tasso naturale stabilito dalla libera competizione delle forze operanti sul mercato – gli imprenditori hanno la possibilità (anzi l’obbligo) di addentrarsi in processi di produzione più lunghi. [6]

[. . .] La situazione è la seguente: nonostante il fatto che non c’è stato alcun aumento dei prodotti intermedi e non c’è possibilità di allungare il periodo di produzione medio, si stabilisce un tasso d’interesse sul mercato dei prestiti che corrisponde ad un periodo di produzione più lungo; e così, anche se risulta inammissibile ed impraticabile da un punto di vista generale, un allungamento del periodo di produzione appare profittevole. Ma non c’è alcun dubbio sull’infelice destinazione di questo sentiero. Arriverà necessariamente un tempo in cui i mezzi di sussistenza disponibili al consumo saranno totalmente esauriti anche se i beni impiegati nel processo produttivo non saranno ancora stati trasformati in beni di consumo. Tale tempo arriverà quanto più velocemente, poiché il crollo dei tassi d’interesse fa diminuire le motivazioni al risparmio e così rallenta il tasso di accumulo di capitale. I mezzi di sussistenza si dimostreranno insufficienti al mantenimento degli operai durante l’intero periodo del processo produttivo descritto sopra. [7]

Prima o poi, oltretutto, diventerà impossibile continuare i progetti di investimento, che sono stati portati avanti perché iniziati nel periodo iniziale di espansione dell’offerta di moneta. Maggiori espansioni, anche se perseguite con la massima determinazione, potranno solo ritardare, ma non evitare, l’eventuale scoppio della crisi (si vedano A436, B375, C404).

Alla luce di queste ultime considerazioni, Mises inizia a delineare la sua sintesi su tali politiche nell’ultimo capitolo della terza parte del suo libro, che tratta delle “Limitazioni legali all’istituzione di mezzi di circolazione e politiche di sconto”, così come nel finale della quarta parte, che delinea un “Prospettiva sul futuro della moneta e dei mezzi di circolazione”.[8] Il punto centrale della sua posizione è la raccomandazione di rendere illegale l’istituzione di altri mezzi fiduciari.

Mises non raccomanda il bando di tutti i mezzi di circolazione, ma soltanto di fermarne la creazione. La ragione risiede nel fortissimo impatto deflazionistico che la sparizione da un giorno ad un altro di tutti i mezzi  di circolazione avrebbe sul livello dei prezzi e, quindi, sulla distribuzione dei profitti e della ricchezza in generale (si veda A376–79).

Mises si oppone alla creazione e distribuzione di ulteriori mezzi fiduciari per due motivi: primo, perchè conducono ad un’espansione inflazionistica dei prezzi e, perciò, anche ad una re-distribuzione di profitti e ricchezza in generale; secondo – e forse più importante – poiché finiscono con il creare inutili e dannosi cicli fatti di boom e di rapide ricadute e, de facto, alla distruzione finale dell’intero sistema bancario e monetario.[9] Egli raccomanda la messa al bando di ogni ulteriore mezzo fiduciario proprio perchè non riteneva che la competizione tra banche che utilizzavano la riserva frazionaria rappresentasse un bastione di difesa sufficientemente solido contro l’espansione, virtualmente illimitata, dei mezzi di circolazione. Ammette, tuttavia, che la competizione rallenti tale espansione:

Fintanto che le banche non raggiungeranno un accordo sull’estensibilità del credito, la circolazione di mezzi fiduciari potrà sì aumentare, ma lentamente. Ciascuna banca potrà, individualmente, soltanto fare piccoli passi in questa direzione, successivamente potrà solo aspettare che le altre seguano l’esempio. Ogni banca è obbligata a regolare la propria politica d’interessi in base alle altrui politiche. [10]

Peraltro, le banche hanno un fortissimo interesse a raggiungere un accordo. In pratica, la coordinazione tra le banche commerciali è stata promossa dai governi e dalle banche centrali. Ma, anche senza tale supporto politico, avrebbero comunque raggiunto un compromesso in tal senso. [11] Risulta evidente l’implicazione di lungo periodo: “La quantità di mezzi fiduciari in circolazione non ha nessun limite naturale. Se, per qualche ragione, si desidera che vengano limitati, allora ciò deve avvenire attraverso un qualche tipo di azione umana deliberata – ovvero, attraverso una politica bancaria” (A360, C346). Mises peraltro raccomanda una riforma monetaria che segua le orme del Peel’s Act, con l’esplicito obiettivo di sopprimere “ogni ulteriore emissione di mezzi di circolazione”. Con parole sue: “La sola concezione basilare del Peel’s Act dovrebbe essere restaurata ed implementata in modo maggiore rispetto a come lo era nell’Inghilterra di allora, attraverso l’inclusione l’emissione del credito seguendo i bilanci bancari all’interno della proibizione legislativa” (A473, B418, C447). Questa la parte conclusiva, rimasta immutata dalla prima edizione tedesca del 1912 all’ultima edizione americana del 1953.

Articolo di  Jörg Guido Hülsmann su Mises.org

Traduzione di Filippo Martini

Jörg Guido Hülsmann è socio senior del Mises Institute ed autore di Mises: The Last Knight of Liberalism e The Ethics of Money Production. Insegna in Francia, all’Università di Angers.

Notes

[1] AIV. Il testo originale: “Manche ihrer Fehler sind von Tooke und Fullarton mit Recht getadelt worden. Aber das, was diese beiden an die Stelle der Currency-Theorie gesetzt haben, ist mit nichten eine brauchbare Theorie. Die Banking-Theorie enthält nicht nur Irrtümer, sie fehlt schon in ihrer Problemstellung.”

[2] A417, C390. Mises menziona la circostanza che evidenzia questa mancanza: Sia la Currenzy School che la Banking School si trovarono d’accordo sul fatto che non potesse esistere una cosa come il credito a costo zero. Si vedano A406f., C381.

[3] Si vedano A410, A412, A415–17, A428–30.

[4] Questa distinzione è uno dei concetti centrali, alla quale Mises fa riferimento molte vole nel corso dell’intero saggio. Si vedano pp. A80, A145, A353, A358, A358, A419, A422, A429, A430f., A432, A435f., A445, A452.

[5] L’unica eccezione riguarda la moneta-commodity. In questo caso, un aumento nella domanda di moneta tende ad implicare un aumento del tasso d’interesse; ma Mises sostiene fermamente che questo esempio è privo di connotazioni pragmatiche. Per una re-interpretazione recente di questo problema si vedano J.G. Hülsmann, “The Demand for Money and the Time Structure of Production,” Hülsmann and Kinsella, eds., Property, Freedom, and Society: Festschrift for Hans-Hermann Hoppe (Auburn, Ala.: Mises Institute, 2009); Dan Mahoney, “Free Banking and the Structure of Production: A Contrast of Competing Banking Systems,” Libertarian Papers 3, no. 14 (2011).

[6] A428f., B369f., C399.

[7] A430f. Nella seconda edizione, egli modificò le proprie argomentazioni concernenti la natura dell’impossibilità di allungare artificialmente il periodo di produzione. Asserisce “e così, anche se in ultima istanza risulta inammissibile ed impraticabile, un allungamento del periodo di produzione si presenta nel breve periodo come profittevole” (C399; enfasi JGH). Il testo originale della seconda edizione: “damit wird die Verlängerung der Produktionsperiode, obwohl in letzter Linie unzulässig und undurchführbar, zunächst scheinbar rentabel” (B371). Il testo originale della prima edizione: “damit wird die Verlängerung der Produktionsperiode, obwohl volkswirtschaftlich unzulässig und undurchführbar, privatwirtschaftlich zunächst rentabel” (A430). Perciò, mentre all’inizio Mises asserisce che l’espansione artificiale dell’offerta di moneta implica una contraddizione tra le possibilità generali e la valutazione individuale di tali possibilità, in seguito afferma che, temporaneamente, implica profitti illusori. Chiaramente questo nuovo argomento è problematico, perché non tutti i profitti nella fase di boom sono da considerarsi illusori. La motivazione principale che si cela dietro al cambio di argomentazione sembra essere la ricerca generale – che Mises opera nella seconda edizione – di liberarsi di tutte quelle ipotesi che si rifanno ad un punto di vista generale o macroeconomico (volkswirtschaftlich), per poter così enfatizzare l’individualismo metodologico e negare l’esistenza di possibili discrepanze tra gli interessi individuali ed il bene comune. Per questo troviamo, nel capitolo denominato “la politica monetaria dell’etatism”, la seguente asserzione: “in questo caso, come in tutti gli altri in cui sia possibile partire dagli stessi presupposti, non risulta in essere la questione secondo la quale esiste un’opposizione tra gli interessi dell’individuo e quelli della comunità” (B240, C290).

[8] Il titolo del capitolo fu successivamente modificato in “problemi delle politiche ante-guerra relativi ai mezzi fiduciari” (Probleme der Umlaufsmittelpolitik in der Zeit vor dem Kriege). La conclusiva quarta parte della prima edizione (A467–76) fu successivamente cancellata ed i suoi contenuti integrati nelle pagine finali dell’ultimo capitolo della terza parte.

[9] “Sarebbe un errore asserire che la moderna organizzazione di scambi è strutturalmente di certa continuazione. Si porta dentro di sé il germe della propria distruzione; Lo sviluppo del mezzo fiduciario non può far altro che condurre al suo collasso” (A472, B419, C448).

[10] A444, C411. Si vedano anche A360, A420 e A425.

[11] “Sappiamo [. . .] che tutte le banche, in quanto dispensatrici di credito, si sforzino massimamente di esetendere la circolazione dei mezzi fiduciari il più possibile; e che gli unici ostacoli in tal senso, oggigiorno, sono rappresentati da precetti legali e costumi in uso negli affari legati alla copertura delle banconote e dei depositi; non si annovera tra gli ostacoli l’assenza completa di resistenza da parte del pubblico” (A426, C397).