Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | V parte

euro_logo_dynamiteVenendo a considerare la forme di manipolazione della moneta in ambito europeo[1], com’è ben noto i paesi che hanno aderito all’euro hanno rinunciato ai propri poteri di politica monetaria in favore della Banca Centrale Europea (le banche centrali esistono ancora in questi Paesi, ma svolgono compiti diversi dalla politica monetaria). È particolarmente rilevante fissare l’attenzione sul mandato originariamente ricevuto dalla Banca Centrale Europea nella sua attuazione della politica monetaria, e su come essa ha interpretato tale mandato. La BCE ha ereditato molti caratteri delle banche centrali nazionali, aggiungendo alcuni tratti peculiari. Nel primo sottoparagrafo, sintetizzeremo i passi principali verso la sua istituzione[2], mentre nel secondo considereremo le principali disposizioni dei Trattati che ne disciplinano gli scopi e l’attività.

 Nel maggio 1964, fu creato un primo organo per promuovere la cooperazione monetaria nell’ambito di ciò che era allora la CEE: il Comitato dei governatori delle banche centrali degli Stati Membri della Comunità Economica Europea. Nei decenni successivi, il Comitato acquisì progressivamente un ruolo centrale nella promozione della cooperazione monetaria, e nel 1990 il Consiglio gli attribuì espressamente alcuni nuovi compiti, tra cui quello generale di perseguire la stabilità dei prezzi[3].

Nel frattempo, il progetto di stabilire un’Unione Economica e Monetaria (UEM) aveva acquisito consenso, e culminò nel 1992 nel Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1 Novembre 1993, che aggiunse due fondamentali Protocolli a ciò che rinominò come Trattato sulla Comunità Europea: il Protocollo (N. 18) sullo Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della Banca Centrale Europea, e il Protocollo (N. 19) sullo Statuto dell’Istituto Monetario Europeo.

L’IME iniziò a funzionare il 1 gennaio 1994, e in corrispondenza di ciò il Comitato dei governatori fu abolito; in questa fase, la politica monetaria era ancora saldamente nelle mani delle autorità nazionali. Tuttavia, l’IME ebbe la funzione di promuovere ancor maggiore coordinazione e cooperazione tra le banche centrali degli Stati Membri; così le rispettive politiche monetarie poterono convergere, e preparare il campo «per l’istituzione del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), per la conduzione di una politica monetaria unica e per la creazione di una moneta unica nella terza fase»[4].

Nel dicembre 1995, il Consiglio Europeo decise, sulla base di un Libro Verde della Commissione pubblicato a maggio di quell’anno[5], e delle conclusioni raggiunte nella riunione di Cannes del 26-27 giugno[6], di introdurre una singola valuta, chiamata “euro”, a partire dal 1 gennaio 1999[7]; sulla base della relazione dell’IME, il Consiglio Europeo di giugno 1997 approvò una Risoluzione che poneva le basi per il nuovo sistema di cambi (ERM II)[8], e anche il Patto di Stabilità e Crescita, un insieme di due Regolamenti volti ad assicurare la disciplina di bilancio dei Membri UME.

All’inizio di maggio 1998, il Consiglio dell’Unione Europea stabilì[9] quali Paesi avevano rispettato i requisiti per l’adozione della moneta unica: erano Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Portogallo e Finlandia. Alcune settimane dopo, i governi di questi Paesi nominarono i membri del Comitato Esecutivo della BCE[10], che fu stabilito ufficialmente il 1 giugno 1998, con il compito di decidere la politica monetaria unica degli Stati Membri aderenti (che, insieme alla BCE, formano il cosiddetto Eurosistema); contemporaneamente, fu posta fine all’IME.

Il 1 gennaio 1999, i tassi di cambio con l’euro delle valute degli Stati Membri aderenti furono stabiliti in modo irrevocabile, e la BCE iniziò ad esercitare una politica monetaria unica per tali Paesi. Sulla base di specifici accordi, al gruppo si unirono successivamente i seguenti Paesi: Grecia nel 2001, Slovenia nel 2007, Cipro e Malta nel 2008, Slovacchia nel 2009, Estonia nel 2011.

Passando all’analisi delle principali disposizioni nei Trattati, il TUE prevede semplicemente l’esistenza della BCE nell’articolo 13, ma rinvia al TFUE per la sua disciplina, in particolare alle disposizioni nella Parte Sei, Titolo I, Capitolo 1, Sezione 6. Oltre a queste, vi sono quelle nel Titolo VIII (Politica economica e monetaria), in particolare quelle del Capitolo 2 (Politica monetaria). Infine, vi è l’intero Protocollo N. 4 al TFUE (in precedenza Protocollo N. 18 al TCE), che stabilisce, come detto, lo Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della Banca Centrale Europea.

Prima di tutto, è previsto che la politica monetaria unica debba avere come «obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi»[11], anche se – si precisa – obiettivo principale dovrà altresì essere, fatta salva la stabilità dei prezzi, quello di «sostenere le politiche economiche generali nell’Unione»[12]. In effetti, i suoi principi guida dovranno essere «prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane nonché bilancia dei pagamenti sostenibile»[13]. Questo significa che il fondamentale obiettivo della politica monetaria dell’Eurozona è predeterminato dalla legislazione primaria, cosicché la BCE non è libera di stabilire autonomamente i propri obiettivi.

Proseguendo con l’analisi, una regola fondamentale è quella che vieta alla BCE di finanziare direttamente i debiti pubblici dei Paesi Membri: «Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri […], a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali»[14].

Un’altra regola estremamente importante che rafforza questi divieti è la cosiddetta no-bailout clause, ovvero quella secondo cui «[l]’Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro»[15]; collegata a questa vi è la regola per cui «Gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi»[16], a sua volta accompagnata da una procedura molto articolata per la sua applicazione, ulteriormente precisata nel Protocollo N. 12 al TFUE sulla procedura per i disavanzi eccessivi[17].

Specificamente su come la politica monetaria deve essere gestita, il TFUE stabilisce come detto che «[l]’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali, in appresso denominato «SEBC», è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea»[18]. Ebbene, tali obiettivi dell’Unione enunciati nell’art. 3 TUE sono importanti, perché contengono sorprendenti somiglianze col mandato attribuito specificamente alla Fed negli Usa: in particolare, secondo il § 3, «[L]’Unione … [s]i adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente»[19].

A proposito dell’Articolo 3, peraltro, è opportuno notare che esso, a differenza dell’Articolo 2 TCE il cui testo ha inglobato, non contiene più alcun riferimento al fatto che la crescita economica nell’Unione dev’essere “non-inflazionistica”: il Trattato di Lisbona ha semplicemente sostituito questo requisito con quello di una «crescita economica equilibrata e … stabilità dei prezzi»[20], ed ha eliminato dai Trattati qualunque richiamo al fatto che la crescita dev’essere non-inflazionistica, una modifica più importante di quanto non appaia a prima vista, su cui sembrano essersi soffermati pochi commenti[21].

In realtà, il TCE parlava di «stabilità dei prezzi» negli articoli 4, 105, 111, 116, 117 e 121; essa era inoltre il primo dei famosi “parametri di Maastricht”, ovvero i requisiti che gli Stati dovevano rispettare per l’ingresso nella moneta unica (art. 109J del Trattato di Maastricht). La «stabilità dei prezzi» però non era formalmente un obiettivo della Comunità. L’articolo 3(3) del progetto di Costituzione Europea aveva previsto che «[l]’Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata, un’economia sociale di mercato fortemente competitiva che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente»: perciò anche in questo documento la stabilità dei prezzi non era ancora inclusa negli obiettivi dell’Unione.

Quando lo lesse, la BCE non ne fu lieta: nella sua Opinione sulla Costituzione Europea, affermò tra le altre cose (§ 8): «L’articolo I-3, paragrafo 3, del progetto di costituzione recita “L’Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa basato su una crescita economica equilibrata […]”. L’articolo 2 del trattato CE attribuisce alla comunità il compito di promuovere “una crescita non inflazionistica” e l’articolo 4, paragrafo 3, annovera tra i “principi direttivi” per le azioni della comunità e degli Stati membri quello di “prezzi stabili”. La BCE si rammarica che un tale esplicito richiamo alla stabilità dei prezzi non sia contenuto nell’articolo I-3 relativo agli obiettivi dell’Unione. La stabilità dei prezzi produce fiducia nel valore dell’euro nel lungo periodo e si traduce in tassi di interesse a lungo termine bassi e stabili, che a loro volta stimolano maggiori investimenti e, in ultima analisi, crescita ed occupazione. La stabilità dei prezzi evita altresì una redistribuzione ad hoc di ricchezza, dovuta all’aumento dei prezzi. Pertanto, la BCE gradirebbe che il progetto di costituzione continuasse a riconoscere al principio direttivo della stabilità dei prezzi l’attuale posizione di rilievo in apertura del trattato CE e suggerisce che venga introdotto nell’articolo I-3, paragrafo 3, del progetto di costituzione un riferimento alla “crescita non inflazionistica” come segue: “L’Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa basato su una crescita economica equilibrata e non inflazionistica […]”. In alternativa, si potrebbe considerare di inserire un riferimento alla stabilità dei prezzi»[22].

Perciò, l’inclusione della «stabilità dei prezzi» negli obiettivi del TUE potrebbe essere interpretata come un modo di accogliere le istanze della BCE[23], e in effetti essa l’ha accolta favorevolmente[24]. Tuttavia, «stabilità dei prezzi» non è la stessa cosa di «crescita non-inflazionistica»: torneremo sul punto al § 6, dove rifletteremo brevemente anche sul dibattito in corso sulla necessità di rendere la BCE più simile alla Fed.

Si consideri però sin d’ora che, come è stato spiegato in dottrina[25], il Consiglio direttivo della BCE ha adottato come definizione di stabilità dei prezzi, nell’ottobre 1998, «un aumento sui dodici mesi dell’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area dell’euro inferiore al 2%»[26], specificando altresì, nel maggio 2003, che «nel perseguimento della stabilità dei prezzi, [il Consiglio direttivo] si prefiggerà di mantenere l’inflazione su livelli prossimi al 2 per cento nel medio periodo», ovvero, proprio come nel Regno Unito, non superiori ma neppure troppo inferiori[27] (e con possibilità di escursioni al di sopra e al di sotto nel breve periodo, purché poi compensate nel medio)[28].

Perciò la stabilità dei prezzi è interpretata come inflazione (dei prezzi)[29] moderata: com’è evidente, ciò è alquanto diverso da “non-inflazionistica”, perciò a nostro avviso il cambiamento potrebbe non aver avuto soltanto un significato simbolico, e ancor meno imposto realmente una politica monetaria più restrittiva, ma anzi — non si sa quanto consapevolmente — potrebbe addirittura aver posto le basi per un potenziale allentamento dei vincoli alla politica monetaria.

Peraltro, un’altra modifica solo apparentemente minore sembra confermare l’interpretazione qui fornita, in quanto a nostro avviso ispirata dallo stesso approccio, che riteniamo corretto caratterizzare come keynesiano: si tratta del cambio dall’obiettivo da «un elevato livello di occupazione» nell’articolo 2 TCE a quello di «piena occupazione» nell’art. 3 TUE[30]: tale obiettivo, quindi, non compare all’art. 127 TFUE (che come «obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali» include soltanto «il mantenimento della stabilità dei prezzi»); tuttavia, esso compare tra le disposizioni fondamentali del Trattato, come obiettivo di tutta l’Unione (torneremo anche su questo punto al § 6).

In ogni caso, esattamente come la Fed, anche la BCE ha ricevuto il potere di monopolio sul denaro: è infatti previsto che «1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione. 2. Gli Stati membri possono coniare monete metalliche in euro con l’approvazione della Banca centrale europea per quanto riguarda il volume del conio … »[31].

Infine, al fine di garantire alla BCE la massima indipendenza, è stabilito che: «[n]ell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo statuto del SEBC e della BCE, né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti»[32].

Passando alle disposizioni di carattere istituzionale, l’articolo 282 stabilisce espressamente che «1. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali costituiscono il Sistema europeo di banche centrali (SEBC). La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali degli Stati membri la cui moneta è l’euro, che costituiscono l’Eurosistema, conducono la politica monetaria dell’Unione. 2. Il SEBC è diretto dagli organi decisionali della Banca centrale europea. L’obiettivo principale del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo tale obiettivo, esso sostiene le politiche economiche generali nell’Unione per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di quest’ultima. 3. La Banca centrale europea ha personalità giuridica. Ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emis­sione dell’euro. È indipendente nell’esercizio dei suoi poteri e nella gestione delle sue finanze. Le istituzioni, organi e organismi dell’Unione e i governi degli Stati membri rispettano tale indipendenza. 4. La Banca centrale europea adotta le misure necessarie all’assolvimento dei suoi compiti in conformità degli articoli da 127 a 133, dell’articolo 138 e delle condizioni stabilite dallo statuto del SEBC e della BCE. In conformità di questi stessi articoli, gli Stati membri la cui moneta non è l’euro e le rispettive banche centrali conservano le loro competenze nel settore monetario. … ».

L’articolo 283 tratta poi della struttura istituzionale della BCE, e stabilisce che «1. Il consiglio direttivo della Banca centrale europea comprende i membri del comitato esecutivo della Banca centrale europea nonché i governatori delle banche centrali nazionali degli Stati membri la cui moneta è l’euro. 2. Il comitato esecutivo comprende il presidente, il vicepresidente e quattro altri membri. Il presidente, il vicepresidente e gli altri membri del comitato esecutivo sono nominati, tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o bancario, dal Consiglio europeo che delibera a maggioranza qualificata, su raccomandazione del Consiglio e previa consultazione del Parlamento europeo e del consiglio direttivo della Banca centrale europea … ».

Infine, nel Protocollo N. 4 al TFUE, una disposizione importante per la nostra analisi è l’articolo 12(1), secondo cui «[i]l consiglio direttivo adotta gli indirizzi e prende le decisioni necessarie ad assicurare l’assolvimento dei compiti affidati al SEBC ai sensi dei trattati e del presente statuto. Il consiglio direttivo formula la politica monetaria dell’Unione ivi comprese, a seconda dei casi, le decisioni relative agli obiettivi monetari intermedi, ai tassi di interesse guida e all’offerta di riserve nel SEBC e stabilisce i necessari indirizzi per la loro attuazione. Il comitato esecutivo attua la politica monetaria secondo le decisioni e gli indirizzi stabiliti dal consiglio direttivo, impartendo le necessarie istruzioni alle banche centrali nazionali. Al comitato esecutivo possono inoltre essere delegati taluni poteri quando lo decide il consiglio direttivo. Per quanto possibile ed opportuno, fatto salvo il disposto del presente articolo, la BCE si avvale delle banche centrali nazionali per eseguire operazioni che rientrano nei compiti del SEBC»[33].

Ma le disposizioni più importanti sono quelle nel Capo IV (Funzioni monetarie e operazioni del SEBC). In particolare, l’articolo 17: «Al fine di svolgere le loro operazioni, la BCE e le banche centrali nazionali possono aprire conti intestati a enti creditizi, organismi pubblici e altri operatori del mercato e accettare come garanzia attività, ivi compresi i titoli scritturali»; l’articolo 18(1): «Al fine di perseguire gli obiettivi del SEBC e di assolvere i propri compiti, la BCE e le banche centrali nazionali hanno la facoltà di: — operare sui mercati finanziari comprando e vendendo a titolo definitivo (a pronti e a termine), ovvero con operazioni di pronti contro termine, prestando o ricevendo in prestito crediti e strumenti negoziabili, in euro o in altre valute, nonché metalli preziosi, — effettuare operazioni di credito con istituti creditizi ed altri operatori di mercato, erogando i prestiti sulla base di adeguate garanzie»; l’articolo 19(1): « … la BCE, nel perseguimento degli obiettivi della politica monetaria, ha il potere di obbligare gli enti creditizi insediati negli Stati membri a detenere riserve minime in conti presso la BCE e le banche centrali nazionali. … In caso di inosservanza, la BCE ha la facoltà di imporre interessi a titolo di penalità e altre sanzioni di analogo effetto»; e l’articolo 20(1): «Il consiglio direttivo può decidere, a maggioranza dei due terzi dei votanti, sull’utilizzo di altri metodi operativi di controllo monetario che esso ritenga appropriato, nel rispetto di quanto disposto dall’articolo 2».

In particolare, l’art. 19(1) attribuisce alla BCE il potere di stabilire i coefficienti di riserva minima obbligatoria che le istituzioni finanziarie debbono osservare (si è visto che la Fed ha analogo potere). Sulla base dei regolamenti (CE) n. 2531/1998 e 2532/1998 del Consiglio, del 23 novembre 1998, rispettivamente sull’applicazione dell’obbligo di riserve minime da parte della Banca centrale europea[34] e sul potere della Banca centrale europea di irrogare sanzioni[35], la BCE ha emanato il proprio regolamento n. 2818/98 del 1 dicembre 1998 sull’applicazione di riserve obbligatorie minime[36], in cui (art. 4) ha stabilito un’aliquota dello 0% su: «a) depositi con scadenza contrattuale superiore a due anni; b) depositi rimborsabili con preavviso oltre due anni; c) pronti contro termine; d) titoli di debito emessi con scadenza contrattuale superiore a due anni»; per tutte le altre passività, l’obbligo di riserva è stato stabilito nella misura del 2%, abbassata all’1% a partire dal 18 gennaio 2012[37].

Infine, un’ultima importante disposizione da ricordare è l’articolo 28, ai sensi del quale «1. Il capitale della BCE è di 5 000 milioni di euro. Il capitale può essere aumentato per ammontari eventualmente determinati dal consiglio direttivo … 2. Le banche centrali nazionali sono le sole sottoscrittrici e detentrici del capitale della BCE … ».

Rinviamo alla riflessione compiuta nel paragrafo conclusivo il commento sul significato complessivo di queste disposizioni, con particolare attenzione al modo in cui esse contribuiscono a delineare un quadro di manipolazione del denaro anche nell’Eurozona e alle analogie e differenze con le altre banche centrali (in particolare la Fed).

Riccardo de Caria
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[1]     Un libro illuminante sui difetti di ingegneria istituzionale di quest’area e sulle attuali conseguenze degli “errori di progettazione” è P. Bagus, The Tragedy, cit.

[2]     Traiamo queste informazioni generiche dalla sezione Storia del sito della BCE: www.ecb.int/ecb/history/emu/html/index.it.html.

[3]     Dec. 90/142/CEE, 12-3-1990, in G.U.C.E. L 078, 24-3-1990, 25.

[5]     Commissione delle Comunità Europee, Libro verde sulle misure pratiche per l’introduzione della moneta unica, COM(95) 333 def.

[6]     Disponibili su www.europarl.europa.eu/summits/can1_it.htm.

[7]     Conclusioni della presidenza del Consiglio europeo di Madrid del 15-16 dicembre 1995 sul quadro di riferimento per l’introduzione della moneta unica.

[8]     L’ERM I risaliva al 1979.

[9]     Dec. 98/317/CE, 3-5-1998, in G.U.C.E. L 139, 11-5-1998, 30.

[10]    Dec. 98/345/CE, 26-5-1998, in G.U.C.E. L 154, 28-5-1998, 33.

[11]    Art. 119(2) TFUE, ripetuto altresì nell’Art. 127(1) TFUE, così come nell’Art. 2 del Protocollo N. 4.

[12]    Ibidem.

[13]    Art. 119(3) TFUE.

[14]    Art. 123(1) TFUE, ripetuto altresì nell’Art. 21(1) del Protocollo N. 4; corsivo aggiunto.

[15]    Art. 125(1) TFUE.

[16]    Art. 126(1) TFUE.

[17]    Già Protocollo N. 20 al TCE.

[18]    Art. 127(1) TFUE.

[19]    Corsivo aggiunto.

[20]    Il testo dell’articolo 2 TCE includeva anche un richiamo a «uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, una crescita sostenibile e non inflazionistica, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione dell’ambiente ed il miglioramento della qualità di quest’ultimo, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri» (corsivo aggiunto).

[21]    Tra questi, U. Häde, The Treaty of Lisbon and the Economic and Monetary Union, in H.-J. Blanke, S. Mangiameli (cur.), The European Union after Lisbon. Constitutional Basis, Economic Order and External Action, Berlin-Heidelberg, Springer, 2012; B. Frankal, I. Arruga Oleaga, W. Coussens, How Will the Treaty of Lisbon Affect EMU?, in Euredia 2007/2008-2, 121, 141 ss., disponibile su cdn.webfactore.co.uk/sr_4135.pdf; nella letteratura in lingua italiana, v. anche, ma più sinteticamente, F. Caruso, P. De Pasquale, Mercato comune e Unione economica e monetaria. Quali strumenti di realizzazione degli obiettivi dell’Unione Europea, in S. Mangiameli (cur.), L’ordinamento europeo, vol. 3, Le politiche dell’Unione, Milano, Giuffrè, 2008, 1.

[22]    Parere BCE CON/2003/20, 19-9-2003, in G.U.U.E. C 229, 25-9-2003, 7.

[23]    Questa è ad es. l’interpretazione di B. Frankal, I. Arruga Oleaga, W. Coussens, How Will the Treaty of Lisbon Affect EMU?, 142.

[24]    Parere BCE CON/2007/20, 5-7-2007, in G.U.U.E. C 160, 13-7-2007, 2.

[25]    B. Frankal, I. Arruga Oleaga, W. Coussens, How Will the Treaty of Lisbon Affect EMU?, 142, nota 83.

[26]    Consiglio direttivo BCE, Comunicato stampa 13 ottobre 1998 (A stability-oriented monetary policy strategy for the ESCB), disponibile (solo in inglese) su www.ecb.int/press/pr/date/1998/html/pr981013_1.en.html.

[27]    Come si è visto, infatti, anche nel Regno Unito si prescrive che l’inflazione sia costante, ma non troppo distante dal 2% (insistendo dunque anche lì sulla stabilità dei prezzi e non sulla limitazione dell’inflazione in quanto tale)

[28]    Consiglio direttivo BCE, Comunicato stampa 8 maggio 2003 (La strategia di politica monetaria della BCE), disponibile su www.ecb.int/press/pr/date/2003/html/pr030508_2.it.html.

[29]      Sulla differenza tra inflazione dei prezzi e inflazione monetaria, v. al § 6.

[30]    Com’è ben noto, la piena occupazione è un obiettivo chiave delle politiche keynesiane (non è possibile in questa sede approfondire neppure sommariamente la portata di questo obiettivo nel quadro del pensiero economico di Keynes e dei suoi epigoni). Si osserva peraltro che già nel suo primo bollettino mensile, del gennaio 1999 (disponibile su www.bancaditalia.it/eurosistema/comest/pubBCE/mb/1999/bm199901/bce_boll_01_99.pdf), la BCE individuava il problema dell’elevata disoccupazione come una sfida cruciale per l’Eurozona, osservando però che il proprio contributo al riguardo non poteva andar oltre la garanzia di una stabilità dei prezzi (p. 10).

[31]    Art. 128 TFUE.

[32]    Art. 130 TFUE. Per l’esposizione di dubbi sulla reale indipendenza della BCE, v. M. Siedel, The Constitutional Design of the European Central Bank, CESifo DICE Report 1/2012, www.cesifo-group.de/portal/pls/portal/docs/1/1216137.PDF, 19-20.

[33]    Vedi anche gli artt. 132(1) TFUE e 34(1) Protocollo N. 4, che attribuiscono alla BCE il potere di emanare regolamenti e raccomandazioni e prendere le decisioni necessarie alla realizzazione dei propri compiti.

[34]    In G.U.C.E. L 318, 27-11-1998, 1.

[35]    In G.U.C.E. L 318, 27-11-1998, 4.

[36]    In G.U.C.E. L 356, 20-12-1998, 1.

[37]    Come informa la sezione Instruments sul sito della BCE (www.ecb.europa.eu/mopo/implement/mr/html/calc.en.html).