La favola del contratto sociale

1075265_488849674533494_771709241_nCosa conferisce ad alcune persone il diritto di comandare sugli altri? Sin dai tempi di John Locke, la risposta più comune e apparentemente più persuasiva è stata: “il consenso dei governati”.

Quando i rivoluzionari del Nord America si esposero per giustificare la loro secessione dall’Impero Britannico, dichiararono, tra le altre cose: <<sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati>>. Sicuramente, questa dichiarazione solenne veicola una qual certa presa emotiva, se ci si sofferma ad una prima e superficiale analisi d’impatto: ma se solo si indugiasse in una valutazione più attenta e meditata, ci si avvedrà che la questione non è poi così scontata.

A quel punto, affiorerà nella mente una lunga teoria di domande. Il consenso spetta ad ogni singolo cittadino? Ed in caso contrario, chi possiede questa facoltà, e quali opzioni si prospettano a coloro che non possono esprimere tale consenso? Quale forma deve assumere il consenso – verbale, scritta, esplicita, implicita? E se implicita, come deve essere riscontrato? Dato che la composizione della società è in continua evoluzione, a fronte di nuove nascite, decessi e flussi migratori, ogni quanto tempo i governanti devono sincerarsi del fatto che ancora detengono il consenso dei governati? E così via. Sembrerebbe pertanto che la legittimità politica, nel momento in cui si passi dal regno dell’astrazione teorica a quella della realizzazione pratica, presenti una moltitudine di criticità.

Ho sollevato questa domanda, perché, in ordine al cosiddetto “contratto sociale”, mi si è presentata spesso l’occasione di eccepire che, personalmente, non ho mai preso visione di questo contratto, né tantomeno ho chiesto di aderirvi.

Un contratto, per essere valido, necessita ovviamente di alcuni indefettibili requisiti di volontarietà, che si sostanziano in una proposta, in una accettazione, nonché in una controprestazione fornita dalle controparti e dedotta nell’accordo. Per quanto mi riguarda, non ho mai ricevuto alcuna offerta dai miei governanti, così come, per certo, non ne ho mai accettata una; e, in luogo di qualsivoglia prestazione in contropartita, i governanti mi hanno riservato solo ed esclusivamente disprezzo; di fatto, nonostante l’ evidente assenza di qualsiasi accordo in materia, essi, fuor di dubbio, non hanno mai fatto altro che minacciarmi di grave danno, nel caso in cui mi fossi rifiutato di rispettare le loro imposizioni. Che sfrontatezza monumentale, che mostrano queste persone! Ma cosa dà loro il diritto di derubarmi e di comandarmi inflessibilmente? Certamente, non è mia aspirazione quella di immolarmi per consentir loro di trattarmi come una pecora da tosare o da macellare; ancorché ciò gli gioverebbe notevolmente, in vista della realizzazione dei loro personalissimi fini.

Inoltre, nel momento in cui andiamo a sviscerare, in maniera del tutto razionale, l’idea del “consenso dei governati”, ci accorgiamo ben presto che l’intera nozione diventa irrimediabilmente del tutto assurda. Basti pensare al suo presunto funzionamento. Un aspirante reggitore vi approccia e vi sottopone un contratto, che dovete poi approvare. “L’affare” – vi dice – “consiste precisamente in questo”.

Io, parte proponente (“governante”), prometto:

(1) di fissare la quantità delle risorse, di vostra proprietà, che mi dovrà essere devoluta, così come le modalità e le tempistiche in cui dovrà sostanziarsi il trasferimento. A tal proposito, non avrete alcuna voce in capitolo, se non quella di implorare la mia misericordia; e qualora non doveste rispettare i miei voleri, i miei agenti vi puniranno comminandovi sanzioni, sbattendovi in galera, e (qualora la vostra pervicacia nel disobbedire persistesse) arrecandovi la morte.

(2) Di inventare, senza soluzione di continuità, migliaia e migliaia di leggi alle quali dovrete conformarti senza batter ciglio, sempre a pena di essere puniti dai miei agenti. Ovviamente, non avrete alcuna voce in capitolo nel determinare il contenuto di queste norme, le quali saranno così numerose, complesse, e in molti casi talmente incomprensibili, che nessun essere umano potrebbe plausibilmente conoscerne più di una manciata, e ancor meno nelle loro distinte specificità; ma, ancora una volta, qualora non doveste conformarvi al loro dettato, mi sentirò del tutto libero di punirvi, nella misura stabilita da una legge fatta per me e per i miei scherani.

(3) Di fornirvi, per il vostro beneficio, ma sulla scorta di termini e condizioni definiti da me e dai miei agenti, i cosiddetti beni e servizi pubblici. Sebbene, in alcuni casi, alcuni di questi beni e servizi (pochi in verità) siano suscettibili di soddisfare dei bisogni, la maggior parte di questi non possiederà valore, o ne avrà gran poco, quando addirittura non li troverete del tutto disproduttivi; in ogni caso, è superfluo rimarcare che voi, come singoli individui, non avrete la benché minima facoltà di esercitare delle scelte o di esprimere giudizi in merito a ciò che vi viene propinato. Io procaccerò quei beni e quei servizi, a dispetto di tutte le panzane che possano inventare gli economisti, facendo in modo che voi pretendiate proprie quei benefici, e li apprezziate a prescindere dalla somma che io decida arbitrariamente di spendere per la loro prestazione.

(4) Qualora dovesse insorgere una controversia tra noi, dei giudici, che mi devono mostrare  riconoscenza per la loro nomina e per le loro sinecure, decideranno “in coscienza” come sia preferibile risolvere la disputa. E qualora la vostra causa fosse, per qualche strana ventura, sottoposta a giudizio, vi potrete anche aspettare di perdere in questi accomodamenti.

In contropartita dei precedenti benefici ricevuti dallo “Stato”, voi, altra parte implicata nel contratto (“i governati”), promettete:

(5) di stare zitti, di non fare il minimo cenno, di obbedire a tutti gli ordini emanati dai governanti e dai loro agenti, di sottomettervi come se fossero persone importanti e perbene, e di assecondare incondizionatamente ogni loro richiesta.

Che bell’accordo! Ma possiamo davvero immaginare che qualsiasi persona sana di mente accondiscenderebbe veramente a tali termini e condizioni?

Di fatto, la descrizione precedente della nozione di “contratto sociale”, cui gli individui avrebbero spontaneamente aderito, è troppo astratta per dar contezza dell’effettiva condizione e del reale status dei governati . Nel rappresentare con dovizia di particolari una simile situazione, il quadro affrescato da Pierre-Joseph Proudhon rimane tutt’ora insuperato; il quale così ebbe a esprimersi

Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, regolamentato, schedato, registrato, indottrinato, catechizzato, controllato, esaminato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il diritto, né la saggezza, né la virtù per poterlo fare. Essere governato vuol dire, in ogni azione o transazione, essere annotato, catalogato, censito, iscritto, tassato, bollato, giudicato, enumerato, valutato, autorizzato, ammonito, proibito, riformato, corretto, punito. O ancora, in forza del pretesto dell’utilità pubblica, ed in nome dell’interesse generale, significa essere messo a tributo, educato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, estorto, spremuto, mistificato, derubato; in seguito, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, vuol dire essere represso, sanzionato, dileggiato, vessato, calpestato, abusato, randellato, disarmato, strangolato, imprigionato,  giudicato, condannato, fucilato, deportato, sacrificato, venduto, tradito; e per coronare il tutto, ciò postula l’essere schernito, ridicolizzato, oltraggiato, disonorato. Questo è lo Stato; questa la sua giustizia; questa la sua moralità. (P.- J. Proudhon, General Idea of the Revolution in the Nineteenth Century, trans. John Beverley Robinson. London: Freedom Press, 1923, p. 294).

Al giorno d’oggi, naturalmente, dovremmo integrare le mirabili e precise notazioni di Proudhon, puntualizzando che il far parte della categoria dei governati postula l’essere soggetti ad un monitoraggio incessante, per via di sofisticate strumentazioni elettroniche, spiati da satelliti in orbita, in grado di colpire più o meno a caso, nonché invasi nella nostre abitazioni dalle incursioni delle squadre speciali di polizia, spesso con il pretesto di stabilire quali sostanze debbano essere ingerite, iniettate, o inalate in quello che una volta veniva ancora definito come “il nostro corpo”. Tutto ciò in spregio ai nostri più elementari diritti naturali.

Quindi, per tornare alla questione della legittimità politica, che si vuole determinata dal consenso dei governati, è di immediata evidenza, se solo ci si rifletta un attimo, che l’intero costrutto è fantasioso almeno quanto la sia l’unicorno. Nessun individuo sano di mente, salvo forse un masochista incurabile, acconsentirebbe volontariamente di essere trattato come i governi, di fatto, trattano i loro sudditi.

Cionondimeno, ben pochi di noi, in questo Paese [gli Stati Uniti, ndt], sono attualmente impegnati, ed in maniera attiva, in una ribellione armata contro i nostri governanti. Ed è proprio in ragione di questo – dell’ assenza di una vera e propria rivolta violenta – che, paradossalmente, alcuni commentatori legittimerebbero il modo scandaloso in cui veniamo trattati dallo Stato, adducendo a comprova di ciò il nostro consenso implicito. Il risentimento, la remissività prudenziale, tuttavia, non possono certo essere equiparati alla manifestazione di un consenso espresso, specie quando le persone, come il sottoscritto, si ritirano passivamente in una montante ed indignata rassegnazione.

Giusto per la cronaca, posso attestare in tutta sincerità che, per quanto mi riguarda, disapprovo totalmente il modo in cui vengo trattato dai bugiardi, ladri e assassini che si spacciano per “il governo degli Stati Uniti d’America”, o da coloro che costituiscono la tirannica piramide degli Stati,  –  non importa se locali, o di altri governi ibridi – di cui questo Paese è ormai copiosamente infestato. Il mio sincero augurio è che tutti questi individui possano, almeno per una volta nella loro spregevole vita, fare una cosa onorevole. A tal proposito, suggerirei loro di prendere seriamente in considerazione la via del harakiri. Non mi importerebbe affatto che decidano di impiegare una spada affilata, anziché una spuntata: l’importante è che portino l’atto a compimento.

Addendum – “o ami il tuo Paese, o vattene”: ogniqualvolta mi trovo a scrivere pezzi come quello di cui sopra, ricevo invariabilmente messaggi da cavernicoli i quali, postulando che io “odio l’America”, si domandano perché diavolo non me ne vada da questo Paese e non me ne torni da dove sono venuto. Tali reazioni tradiscono non solamente la loro maleducazione, ma soprattutto il sesquipedale fraintendimento delle ragioni del mio risentimento.

Lo dico con enfasi, “io non odio l’America”. Io non sono nato sotto il giogo di qualche dispotico Paese straniero, bensì sotto quello di uno Stato dell’Unione, l’Oklahoma, che comprendo possa ben costituire il cuore e l’anima di questo nazione, nella misura in cui  si verta in materia di cultura e di raffinatezza. Inoltre, per quel che possa valere, alcuni dei miei antenati avevano vissuto nel Nord America per secoli, prima che un pugno di cenciosi ed affamati uomini bianchi raggiungessero le sponde di questo continente, conficcassero la loro bandiera, e rivendicassero tutta la terra che potevano scorgere, arrogandosi altresì il diritto di realizzare un grosso affare, di cui nemmeno potevano rendersi conto, per conto di qualche stupido – absit iniuria verbis – monarca europeo. Che faccia tosta! Nessuno, penso, possa nutrire più affetto del sottoscritto per la Statua della Libertà, le Montagne Rocciose, e le distese ambrate di grano, per non parlare del celebre Jumping Frog di Calaveras County. Così, quando sono invitato ad andarmene dal Paese, mi sento come qualcuno che vive in una città assediata da una gang criminale,  a cui è stato detto che, qualora non si fosse disposti a tollerare di essere derubati e di subire soprusi, per mano di delinquenti non desiderati, converrebbe oltremodo cambiare aria. Personalmente, mi sembrerebbe alquanto più opportuno che a cambiare aria siano invece quei criminali.

Articolo di Robert Higgs su The Independent Institute.

Traduzione di Cristian Merlo.