Economisti e Dati

triangleL’esperienza di cui si occupano le scienze dell’azione umana è sempre esperienza di fenomeni complessi. Riguardo all’azione umana non sono possibili esperimenti di laboratorio. Noi non siamo mai in grado di osservare il cambiamento in un elemento soltanto, tutte le altre condizioni dell’evento essendo uguali a un caso in cui l’elemento considerato non cambia. L’esperienza storica come esperienza di fenomeni complessi non ci provvede di fatti nel senso in cui le scienze naturali adoperano questo termine per significare eventi isolati provati sperimentalmente. L’informazione dell’esperienza storica non può essere usata come materiale di costruzione delle teorie e di predizione degli eventi futuri; ogni esperienza storica è suscettibile di varie interpretazioni ed è anche effettivamente interpretata in modi differenti. – Ludwig von Mises, Human Action, II.1

Le basi deduttive dell’economia

L’utilità dei dati empirici in economia mira a dirimere la questione su come questa scienza possa offrire il meglio di sé per essere studiata e compresa.

Il sorprendente successo di fisica e chimica negli ultimi tre secoli, sul dominio della materia e dell’energia, ha spesso accecato la gente relativamente al problema dell’approccio ad un soggetto, il quale può avere più di una risposta possibile.

Tuttavia, uno sguardo d’insieme su altre discipline più o meno note ci dimostra che questa è la tendenza.

Malgrado ciò, non conosco nessuno che suggerirebbe quale metodo giusto per ottenere una profonda comprensione di Shakespeare quello di analizzare la composizione chimica della carta e l’inchiostro che questi ha utilizzato per comporre le sue opere.

Nondimeno, eviteremmo di studiare la geometria o la logica nello stesso modo in cui si studiano le scienze fisiche.

Per determinare che la somma dei tre angoli di un triangolo è pari a 180 gradi non misuriamo migliaia di triangoli reali. Del resto, il triangolo geometrico rappresenta una figura idealizzata che non potremmo trovare nella realtà.

Ancora, considerate il seguente sillogismo: “Tutti gli uomini sono mortali. John è un uomo. Pertanto, John è mortale”. Non dobbiamo girare attorno a John, nell’attesa che questi tiri le cuoia, per accorgerci che questo è vero. Dovremmo scoprire, infatti, che John è immortale, ma ciò servirebbe a farci capire che una delle nostre premesse era falsa, benché il sillogismo, di per sé, rimanga sempre valido.

La questione circa il perché possiamo affermare che le proposizioni della geometria e della logica sono vere è aperta al dibattito filosofico e teologico. Purtuttavia, l’economia non tenta di risolvere l’enigma per cui la mente umana dispone di una determinata struttura logica; per l’economia, questo è un dato di fatto.

Tutte le scienze hanno dei limiti, determinati da ciò che può essere percepito in base al punto di osservazione da cui si guarda il mondo. La fisica, che gode di tutta la sua celebrità per aver raggiunto “le origini dell’universo”, è riuscita soltanto a spiegare uno stato fisico del mondo in termini di uno precedente. Per questa scienza, la consapevolezza dell’esistenza di oggetti che possono essere descritti come stati fisici è un dato di fatto: non è un fallimento della fisica, bensì la constatazione dei limiti intrinseci al soggetto e ciò la rende coerente. L’alternativa consisterebbe nel disporre di un unico soggetto denominato, forse, Tutto. I tentativi dell’uomo di addivenire alla conoscenza in questo modo non hanno avuto molto successo.

Poiché l’oggetto dell’economia è l’azione umana, la quale procede per piani formulati dalla logica,  il fine dei nostri strumenti esplorativi rappresenta, appunto, la comprensione di questa struttura logica posseduta da ognuno di noi – la mente umana. A tal proposito, l’economia gode di un vantaggio rispetto alla fisica e alla chimica: non riusciamo a spiegarci il motivo per cui materia ed energia interagiscano, ma sappiamo che ciò avviene – indubbiamente, siamo in grado di spiegare alcuni aspetti del loro comportamento in termini di fatti più elementari; tuttavia, per quanto possiamo estendere queste spiegazioni, raggiungeremo un punto nel quale potremmo mestamente affermare: “Beh, questo è semplicemente il modo in cui si comportano”.

Ebbene, l’economia è differente: siamo umani – a meno che il mises.org (nonché il vonmises.it, NdT) non sia letto da extraterrestri. La struttura della nostra mente ricalca quella degli attori economici (inclusi noi stessi) che cerchiamo di comprendere. Siamo consapevoli, in un certo senso, di dover subire una perdita al fine di ottenere (seppur temporaneamente) la felicità; lo strumento principale per studiare l’economia è la nostra conoscenza di ciò che significa essere umano, preferire certi risultati ad altri e agire per realizzare quelli che si prediligono.

Per convincersi della centralità della mente umana nell’economia, basta dare un’occhiata a un tipico “evento” economico – ad esempio, la vendita di un bene immobile: un terreno. Come possiamo capire ciò che è accaduto?

Supponiamo di aver scelto di esaminare questo caso dal punto di vista della fisica e della chimica: la vendita potrebbe concludersi a molti chilometri dal terreno in parola; ciononostante, abbiamo diligentemente impostato i nostri strumenti di misura sia sul terreno che presso la banca in cui la trattativa è in corso. Raccogliamo tutte le informazioni su ogni atomo e su ogni briciolo di energia che siamo in grado di captare; studiamo attentamente i dati con l’aiuto dei supercomputer più veloci disponibili. Eppure, è difficile immaginare cosa possa legare gli eventi in banca col terreno in questione.

Potrebbe persino darsi che il vecchio proprietario non abbia mai visto il terreno e che gli attuali acquirenti non intendano recarvisi: nessun numero di osservazioni della proprietà potrebbero scoprire se la transazione è avvenuta; ciò che si è verificato è reale solo nella misura in cui è altrettanto reale l’idea, creduta dalle persone che vi sono coinvolte. È il significato attribuito alla vendita da coloro che partecipano alla transazione.

Ora, assumiamo che questo terreno sia situato in una zona che sta registrando un rapido sviluppo: il valore dei lotti è in costante ascesa. Il nuovo proprietario è consapevole di poter vendere il terreno, ricavandone un importo doppio di quello pagato per ottenerlo. Ebbene, come potrebbero i nostri intrepidi fisici e chimici scoprire tale fenomeno? Questo esiste solo come idea nella mente di uno o più esseri umani.

Il concetto centrale dell’economia è rappresentato dalle azioni pianificate di veri esseri umani, avanzando nell’analizzare la logica utilizzata per costruire siffatti piani. Questo aspetto era stato già riconosciuto dal fondatore della Scuola Austriaca, Carl Menger. Egli, nella sua grande opera, Principles of Economics, ebbe a sostenere:

“Il valore non è, quindi, inerente ai beni, né alla proprietà di questi, bensì all’importanza che attribuiamo alla soddisfazione dei nostri bisogni…”.

Il tentativo di rendere l’economia una scienza “reale”, basando il suo studio su “dati forti e oggettivi”, quasi come fossero quantità fisiche di beni, non comporta altro se non confonderne interamente l’oggetto. Equivarrebbe a intraprendere uno studio della biologia, limitando la nostra ricerca al comportamento delle particelle subatomiche costituenti materiali organici; non potremmo mai desumere che stiamo studiando creature viventi! Tutti i settori di studio servono, in fin dei conti, ad indagare lo stesso mondo: è solo il voler avvicinarsi a quel mondo in modi diversi, attraverso l’uso di peculiari concetti centrali, che rende gli oggetti altrettanto diversi.

L’utilizzo di dati empirici

Invero, persino gli austriaci impiegano dati empirici. Sia Mises che Murray Rothbard, convinti sostenitori del carattere aprioristico della teoria economica, li hanno utilizzati nelle loro opere. Naturalmente, come Mises sottolinea, la storia economica è intimamente interessata ai dati di mercato in determinati momenti e luoghi. Ma quale ruolo deve essere ricoperto dai dati nella teoria economica? Personalmente, ne trovo tre:

1. A dimostrazione del potere esplicativo di una teoria.

Una teoria può essere vera a priori, eppure non spiegare nulla del mondo reale. Mises si sofferma su questa possibilità, allorquando accenna ad una scienza economica che potrebbe costruire teorie valide in un mondo dove la necessità di lavoro è considerato un vantaggio anziché un onere:

“La disutilità del lavoro non ha carattere categorico e aprioristico. Noi possiamo senza contraddizione pensare un mondo in cui il lavoro non causa disagio e possiamo illustrare lo stato di cose prevalente in un mondo siffatto. Ma il mondo reale è condizionato dalla disutilità del lavoro. Soltanto i teoremi basati sulla assunzione che il lavoro sia fonte di disagio sono applicabili alla comprensione di ciò che accade in questo mondo” – Ludwig von MisesHuman Action, II.10.

Costruire una teoria simile potrebbe essere divertente, quantunque fosse di dubitabile utilità pratica.

Se ci aspettiamo che gli altri, in special modo il pubblico, possano interessarsi all’economia austriaca, la potenza delle sue teorie per spiegare gli eventi del mondo reale deve essere dimostrata. La Grande Depressione di Rothbard è un esempio magistrale di come si possa procedere su questo sentiero: il libro è ricco di tabelle statistiche, benché queste non siano utilizzate per dimostrare la teoria austriaca del ciclo economico, ma rappresentino semplicemente un’illustrazione di carattere esplicativo.

2. I dati empirici possono agire da controllo sul nostro ragionamento astratto.

Come Mises ha avvertito, quando impieghiamo un ragionamento economico astratto stiamo camminando sul filo del rasoio:

“Il metodo delle costruzioni ideali è indispensabile alla prasseologia; esso è anzi l’unico metodo dell’indagine economica e prasseologica. Certamente il suo maneggio è difficile, perché può facilmente portare a sillogismi fallaci. Esso conduce su un filo tagliente, ai cui lati si apre la profonda voragine dell’assurdità e del non senso. Soltanto una spregiudicata autocritica può impedire di cadere a capofitto entro queste profondità abissali”  –  Ludwig von MisesHuman Action, XIV.2.

I dati empirici non possono confutare qualsiasi teoria economica, giacché una preponderanza di dati pubblicati contro la nostra teoria potrebbe rappresentare un segnale volto a farci comprendere che non abbiamo ragionato in modo corretto, un soccorso per la nostra “spregiudicata autocritica”. A titolo di esempio, potrei sviluppare, sulla base di un ragionamento deduttivo, una teoria per la quale, fermi restando tutti gli altri fattori, il valore di un bene è determinato dalla quantità di lavoro impiegato per la sua fabbricazione. Ora, i casi che sembrano contraddire questa idea non possono mai essere definitivi, posto che “tutti gli altri fattori” non sono mai ‘fermi’. E sebbene io continui a trovare una miriade di casi in cui questa relazione non regge, senza riuscire a spiegarmi il motivo, allora, forse, è il momento di tornare indietro e controllare il mio ragionamento. Dopotutto, almeno qualche volta ci si attenderebbe che abbastanza ceteris fossero paribus e si verificassero nei dati che dovrebbero supportarci.

È importante notare che solo se riesco a trovare una falla nel mio ragionamento, la mia teoria ne risulta rovesciata.

3. I dati empirici possono essere utilizzati come strumento per soggetti influenzabili, nonché poco abili nel ragionamento astratto.

Chi desiderasse rimanere “puro” potrebbe disdegnare una tale direttrice, sostenendo che se non si è capaci di seguire un ragionamento corretto… bene, tanto peggio per lui! Tuttavia, se vogliamo influenzare la politica, è necessario riconoscere che non tutte le persone sono disposte, o capaci, di seguire catene di logica deduttiva. Per vincere la battaglia per l’economia di mercato, non è sufficiente persuadere coloro che sono già favorevoli alle nostre idee – in qualche modo, con qualsivoglia mezzo a disposizione, dobbiamo indirizzare il pensiero prevalente verso una posizione di laissez-faire: i dati empirici possono essere uno strumento utile per farlo.

Il pericolo consiste, naturalmente, nella possibilità che tali dati possano contraddire entrambe le direzioni. È per questa ragione che non dobbiamo mai perdere di vista il principio secondo il quale i dati empirici debbano servire come ausilio al ragionamento di teoria economica, giammai un partner alla pari, né tantomeno un modo per inferire teorie. Fortunatamente, i dati sono così fortemente dalla nostra parte che, a mio parere, sarebbe assurdo non impiegarli, quando possibile, per orientare l’opinione pubblica verso il sentiero della libertà.

Articolo di Gene Callahan su Mises.org

Traduzione di Antonio Francesco Gravina