Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | conclusioni

moneyNei paragrafi precedenti, abbiamo cercato di mostrare i principali esempi di manipolazione del denaro che si sono avuti in una serie di ordinamenti particolarmente rilevanti, quali gli Usa, il Regno Unito, l’Eurozona e l’Italia. Abbiamo trovato delle costanti molto significative: all’esito di processi legati l’uno all’altro da forti analogie, tanto negli Usa, quanto nel Regno Unito, quanto in Italia (e oggi nell’Eurozona), il denaro è divenuto progressivamente sempre meno “reale”, e sempre più fittizio (fino all’estremo odierno di un denaro fatto solo di impulsi elettronici, senza più alcuna corrispondenza ad una ricchezza fisica realmente esistente).

Non era la sede per entrare nel dettaglio della storia più antica del denaro[1]: per quel che rileva ai nostri fini, è sufficiente notare che il denaro sorse spontaneamente dall’interazione delle persone, come mezzo per facilitare il commercio. Originariamente, era una merce non diversa dalle altre merci. Grazie ad alcune loro caratteristiche, alcuni beni divennero progressivamente la forma preferita di denaro, e in particolare le persone maturarono una preferenza per l’uso di metalli preziosi, su tutti oro e argento[2].

Con un processo storico che si svolse appunto in modo sorprendentemente simile negli Usa, nel Regno Unito e in Italia, i governi acquisirono progressivamente il controllo del denaro. In parte, questo è accaduto come risposta alle crisi, alla cui insorgenza, però, diedero un contributo determinante altre politiche governative, come si è cercato di mettere in luce. Un Leitmotiv di frequenza impressionante, che possiamo considerare la più rilevante delle interferenze governative, sono state le innumerevoli guerre che hanno funestato i territori considerati: esse producevano devastazioni economiche, alle quali i governi reagivano a propria volta accentrando sempre più il potere di controllo del denaro.

Tuttavia, nelle mani dei governi (in senso lato), e soprattutto delle banche centrali (abbiamo visto che il confine non è mai troppo netto, al di là delle declamazioni), il denaro divenne gradualmente qualcosa di completamente diverso da una merce, com’era stato alle origini. A un certo punto, con l’emissione delle banconote cartacee, smise di contenere realmente oro o argento, e iniziò a “rappresentare” soltanto una quantità d’oro o argento detenuta altrove; fino a questo punto, esso aveva comunque un legame chiaro e netto con una qualche ricchezza reale. In una fase successiva, l’oro o l’argento reali divennero solo una frazione del denaro cartaceo circolante, che venne espanso sempre di più. Alla fine, il denaro cartaceo perse qualunque relazione con i metalli preziosi realmente esistenti, e divenne completamente fiduciario o fiat, cioè il suo valore non fu più connesso a una certa quantità di oro o argento detenuto nelle riserve statali, ma fu completamente dipendente da una decisione politica.

I governi compresero quanto questo potere fosse delicato[3], e scelsero di non esercitarlo in prima persona, ma piuttosto di attribuirlo alle banche centrali, organi almeno astrattamente indipendenti, incaricati proprio di sottrarre ai governi il potere di manipolare il denaro a proprio piacimento, nella consapevolezza che essi sarebbero molto facilmente tentati di abusarne.

Tuttavia, come abbiamo mostrato, le banche centrali dei sistemi che abbiamo considerato, indipendentemente dai loro diversi limiti e compiti stabiliti a livello normativo, hanno tutte, quale più quale meno, dimostrato di abusare esse stesse del potere di manipolare il denaro, o spontaneamente o piegandosi alle pressioni dei governi. Senza poter indagare oltre la questione della loro mancanza di reale indipendenza dai governi, ci limitiamo qui a porre la questione: come mai questo potere è così pericoloso? e come mai il modo in cui lo hanno esercitato su tutte la Fed, ma anche la BCE, la Banca d’Inghilterra e la Banca d’Italia, è così criticabile dal punto di vista adottato qui?

In estrema sintesi, manipolare il denaro, e in particolare espandere la sua quantità al fine di stimolare l’economia, è sbagliato perché genera solamente una crescita artificiale (boom), che prima o poi sfocerà in una crisi (bust). Le persone, attratte dal denaro facile e dal credito a buon mercato, saranno spinte ad avventurarsi in imprese destinate all’insuccesso (malinvestments), che appaiono profittevoli solo per effetto della distorta percezione derivata dal costo del credito artificialmente basso. Ma a un certo punto arriva sempre il momento della verità, in cui l’inganno viene svelato, e ciò condurrà all’inevitabile liquidazione dei malinvestments, un processo che consente all’economia di ripristinare una condizione sana, ma che è molto doloroso[4]. È perciò molto più saggio lasciare che il costo del denaro sia determinato dalla libera interazione di domanda e offerta, così che le scelte di investimento degli attori economici non siano sviate da una manipolazione del suo valore[5].

Ma la manipolazione della moneta non conduce solamente alle crisi: più in generale impoverisce l’intera società, cioè sia coloro che hanno fatto investimenti sbagliati, sia soprattutto coloro che hanno fatto scelte d’investimento oculate. Ciò avviene tramite l’inflazione: gli economisti di scuola austriaca descrivono l’inflazione non come l’aumento dei prezzi, ma come l’aumento della quantità di moneta circolante; in altre parole, essi la considerano un fenomeno monetario, e non uno legato ai prezzi, per cui l’inflazione non è la conseguenza della crescita della quantità di moneta: è essa stessa la crescita della quantità di moneta[6].

L’inflazione, che per gli economisti neokeynesiani è un bene e dovrebbe essere addirittura incrementata[7], per gli austriaci è male senza appello, perché è una forma nascosta di tassazione, da cui è impossibile difendersi: infatti la sua conseguenza è che le persone, per acquistare un bene o un servizio, hanno bisogno di più unità di moneta di quelle che occorrerebbero loro in assenza di inflazione. Perciò ciascuna unità di moneta che possiedono ha minor valore, ed essi divengono più poveri per la differenza. Ciò che è particolarmente criticabile è che questa distruzione di ricchezza colpisce in modo indiscriminato, senza fare distinzioni, e per di più colpisce categorie che non lo meriterebbero affatto: in particolare, danneggia complessivamente tutti i creditori e coloro che hanno risparmiato denaro, favorendo correlativamente i debitori e coloro che hanno trascurato il risparmio[8].

Il che manda un pessimo segnale, perché dà l’incentivo a spendere e ad assumere debiti, anziché risparmiare, e nella prospettiva austriaca ciò è sbagliato perché il risparmio è una componente essenziale di una crescita genuina e sostenibile. (Per le stesse ragioni, tentare di risolvere i problemi dell’economia di un Paese svalutando la sua valuta, al fine di favorire le esportazioni, una pratica a cui l’Italia ha fatto ricorso più volte – l’ultima e più pesante, come si è visto, nel 1992 – non è una soluzione accettabile: favorisce alcuni a svantaggio di altri, ed è solo un modo illusorio di uscire dai problemi, che nel lungo periodo provoca squilibri commerciali e non prende di mira la debolezza strutturale e i deficit di competitività).

Se confrontiamo questa pur breve analisi teorica con ciò che le banche centrali dei sistemi giuridici considerati hanno fatto, e che si è illustrato nei paragrafi precedenti, ci accorgiamo che le banche centrali hanno perseguito senza quasi soluzione di continuità delle politiche monetarie in totale contraddizione con la linea qui ritenuta preferibile.

Quanto alla Fed, la sua politica monetaria espansionistica si può anzi ritenere la causa principale dello scoppio della crisi finanziaria americana del 2008. È interessante notare come questa opinione sia condivisa anche da alcuni autori di diverso orientamento rispetto a quello austriaco. Fra di essi, l’esempio più autorevole è senza dubbio J.B. Taylor, eponimo della nota “Taylor Rule”, una prescrizione alle autorità monetarie su come stabilire il tasso d’interesse. Semplificando il più possibile, Taylor sostiene che le banche centrali dovrebbero mantenere alti i tassi d’interesse quando l’inflazione (dei prezzi) reale supera il suo livello target, o quando il PIL supera il livello di piena occupazione, mentre dovrebbero allentare i propri standard quando gli indicatori segnalano la situazione opposta, al fine di stimolare l’economia.

Come dovrebbe essere chiaro da quanto si è appena detto, la prospettiva austriaca farebbe a meno delle politiche monetarie, e se dovesse accettarne una obtorto collo, sarebbe molto restrittiva, con alti tassi d’interesse. Ma per questa stessa ragione, il fatto che anche un autorevole non-austriaco come Taylor abbia anch’egli ritenuto una causa prima della crisi le errate politiche monetarie della Fed, è ancor più significativo.

Infatti, prima nel suo articolo The financial Crisis and the Policy Responses: An Empirical Analysis of What Went Wrong[9], e poi nel suo libro, che ne è una versione ampliata, Getting Off Track: How Government Actions and Interventions Caused, Prolonged, and Worsened the Financial Crisis[10], Taylor (che è anche l’autore principale cui si fa riferimento nel capitolo Too loose for too long del libro di H. Davies citato sopra[11]) identifica chiaramente la politica monetaria espansionistica della Fed come una delle reali cause della crisi finanziaria (americana), e tra queste una delle più importanti.

In confronto alla Fed, la BCE ha seguito un percorso diverso negli anni che hanno condotto alla crisi. Come è stato ricordato ripetutamente dai media generalisti, durante le negoziazioni per l’istituzione della BCE, il governo tedesco accettò di cedere la propria sovranità monetaria a favore della nuova banca centrale solo a condizione che questa ricevesse statutariamente il mandato di perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Questo si tradusse nelle regole che abbiamo visto, e almeno fino alla crisi la BCE ha rispettato il proprio mandato scritto nei Trattati, tenendo sotto controllo l’inflazione dei prezzi e adottando una politica monetaria abbastanza moderata: i problemi dell’Eurozona sembrano dovuti molto di più all’esplosione dei debiti pubblici e a difetti di architettura istituzionale.

Infine, quanto alla Banca d’Inghilterra, anch’essa non ha raggiunto gli eccessi della Fed, tuttavia in varie fasi non ha esitato ad abbassare i tassi secondo politiche tipicamente espansioniste. Solo in tempi recenti, peraltro, essa ha guadagnato l’indipendenza piena dal governo nella gestione della politica monetaria, ma rimane forte il collegamento con il governo, sia sul piano giuridico (per i casi di emergenza), sia su quello fattuale (anche nell’ordinaria amministrazione).

Nel quadro dei confronti tra le diverse istituzioni considerate, poi, si inserisce il discorso sui poteri e le finalità istituzionali di ciascuna di esse. In particolare, si è ripetuto spesso nel dibattito pubblico recente che la Fed avrebbe poteri di prestatore di ultima istanza (lender of last resort ) che la BCE non avrebbe; sulla base di questa osservazione, molti commentatori, da più parti dello spettro ideologico, hanno sostenuto la necessità di allineare le finalità istituzionali della BCE alla Fed, così da consentire alla prima di svolgere un ruolo molto più interventista per fronteggiare la crisi, al pari di quanto statutariamente consentito alla seconda.

In realtà, questo ragionamento si fonda su una premessa non corretta: come è emerso dall’analisi svolta, esistono in effetti alcune differenze tra Fed (e Banca d’Inghilterra), da un lato, e BCE dall’altro[12]. Le più rilevanti sono due: il divieto per la BCE di rendersi direttamente acquirente di titoli di debito pubblico dei Paesi Membri, di cui agli artt. 123(1) TFUE e 21(1) Protocollo N. 4 (essa può quindi acquistare titoli di stato solo sul mercato secondario, mentre la Fed e la Banca d’Inghilterra anche sul primario); e il mandato della BCE di perseguire soltanto la stabilità dei prezzi, e non la massima occupazione, a differenza della Fed che ha invece entrambi gli obiettivi.

Tuttavia, è errato intendere la funzione di prestatore di ultima istanza delle banche centrali come riferita ai governi. In effetti, nell’intendimento di Walter Bagehot, che per primo rifletté su questa funzione delle banche centrali[13], il prestito di ultima istanza che era utile che esse svolgessero era quello alle banche per fronteggiare carenze di liquidità di breve periodo (e in cambio di collaterale di buona qualità). Ciò che oggi da più parti si invoca, invece, è il prestito di ultima istanza a governi incapaci di rifinanziare il debito pubblico, o comunque un prestito alle banche non più limitato a fronteggiare crisi di liquidità a breve o brevissimo termine, bensì a lungo o lunghissimo termine (e per giunta a fronte di collaterali di valore assai dubbio).

Da questo punto di vista, neppure la Fed nacque per svolgere questa funzione, ma la acquisì piuttosto nel corso del tempo, per via di un’evoluzione giocata più sul piano della prassi che su quello normativo in senso stretto. Ma con le più recenti vicende post-crisi (che non sono state qui esaminate), anche la BCE sembra aver mutato pelle di fatto, acquisendo un ruolo di finanziatore indiretto dei governi, e di prestatore di ultima istanza delle istituzioni bancarie a termine molto lungo (3 anni, con i noti Long-Term Refinancing Operations), che di fatto consente di assimilare il suo ruolo e i suoi poteri a quelli della Fed (e della Banca d’Inghilterra). Non a caso, diversi commentatori hanno descritto gli LTRO della BCE come la versione europea dei quantitative easings americano e britannico: muta l’architettura dell’operazione, per via dei diversi vincoli e mandati normativi (formalmente rispettati, ma nei fatti elusi nel caso della BCE), ma non muta la sostanza, ovvero un aumento vertiginoso della quantità circolante di moneta, in funzione di auspicato stimolo all’economia.

Le due grandi differenze identificate sopra sembrano quindi essere più superficiali che reali[14]. In particolare, il fatto che, come si è visto, la BCE abbia come «obiettivo principale» soltanto la tutela della «stabilità dei prezzi», e non anche la piena occupazione come la Fed, non sembra quindi avere rilevanti conseguenze pratiche, e non ha infatti impedito alla BCE di adottare una politica molto interventista in risposta alla crisi. Peraltro, a nostro avviso una certa rilevanza può averla anche il fatto che l’obiettivo della «piena occupazione» sia comunque previsto tra gli obiettivi dell’Unione in generale, fatto che di per sé avvicina Eurozona e Stati Uniti. Come si è detto, prima del Trattato di Lisbona non era così, e l’innovazione – che a noi sembra essere una concessione al keynesismo – è comunque idonea a garantire una certa copertura a politiche monetarie volte a stimolare l’occupazione, anche se questo non rientra specificamente tra gli obiettivi della BCE.

Ciò è confermato da un’altra innovazione, che a noi come detto pare anch’essa frutto di un keynesismo forse inconsapevole, e anch’essa idonea ad avvicinare Eurozona e Stati Uniti: il fatto che dalla dicitura «crescita non-inflazionistica» si sia passati a quella di «stabilità dei prezzi». Se riteniamo, con gli economisti austriaci, che il significato più corretto di inflazione sia un aumento della quantità di moneta, possiamo avere prezzi stabili anche con una forte dose di inflazione, se l’aumento di produttività neutralizza l’aumento dei prezzi che altrimenti si verificherebbe.

Per di più, la stabilità dei prezzi è stata intesa dalla BCE, con una certa dose di approssimazione verbale, come incremento moderato, inferiore al 2% ma ad esso vicino (cioè non troppo al di sotto). Esattamente lo stesso è accaduto con la Fed e la Banca d’Inghilterra. Anche questo è frutto di una visione di politica economia neo-keynesiana, nella misura in cui si ritiene la deflazione un fatto economicamente negativo, mentre nella prospettiva adottata qui una discesa dei prezzi può essere un fatto del tutto naturale, e addirittura benefico ove derivante da un aumento di produttività[15].

Alla luce di queste considerazioni, appaiono molto criticabili le proposte di agire in sede europea per assegnare espressamente anche alla BCE il compito che ha la Fed di promuovere la massima occupazione. Tali proposte, riecheggiate con ampio risalto anche nella recente campagna elettorale francese (con un sostanziale accordo tra i due candidati principali, Hollande e Sarkozy) sembrano più una trovata propagandistica che capaci di incidere in modo rilevante sulla realtà. In altri termini, il quadro attuale dei Trattati si è già rivelato privo di sostanziali ostacoli a politiche fortemente espansioniste della BCE, o se anche quegli ostacoli c’erano, essi sono stati nei fatti aggirati senza conseguenze[16], e con il sostanziale accordo di tutti i governi europei (Germania, almeno formalmente recalcitrante, esclusa).

Identica considerazione vale per il divieto di acquisto di titoli sul mercato primario, altra norma contestata da Hollande durante la campagna elettorale: nei fatti, quel divieto non ha impedito alla BCE di sostenere i titoli del debito pubblico europeo sul mercato secondario con una mastodontica iniezione di liquidità[17].

Peraltro, va da sé che, nella prospettiva qui accolta, se di modifica dei Trattati europei c’è bisogno, è in senso semmai contrario a quello invocato in maniera bipartisan nel dibattito pubblico francese ma anche italiano e di molti altri Paesi, e cioè in direzione di una forte limitazione del potere della BCE di manipolare il denaro; analoghe considerazioni valgono per la Boe, nonché soprattutto per la Fed, a proposito della quale riteniamo ampiamente condivisibile lo spirito della proposta di L. Zingales, autorevole economista italiano, docente alla Chicago Booth School of Business, di «end double mandate to save Fed’s independence»[18], contenuta anche in un progetto di legge presentato al Congresso americano dal Deputato Pence[19].

Peraltro, si osserva da ultimo che gli effetti della manipolazione del denaro ad opera delle banche centrali sono fortemente aggravati, in tutte le aree considerate, dal fatto che i sistemi bancari che conosciamo siano tutti a riserva frazionaria. Tutto ciò, infatti, fa sì che il denaro in circolazione sia ormai del tutto privo di valore intrinseco. La regola del corso forzoso, presente in tutti gli ordinamenti considerati, completa il quadro, e impedisce al singolo di difendersi, obbligandolo ad accettare questo denaro fiat manipolato da banche e banche centrali per il soddisfacimento dei propri crediti, senza possibilità di chiedere un pagamento in una specie monetaria (tipicamente metallica) atta a mantenere il proprio valore reale nel tempo, al riparo da manipolazioni di sorta.

Alla lunga, l’operare congiunto di questi elementi di manipolazione del denaro ne diminuisce in maniera consistente il valore (il potere d’acquisto del dollaro è diminuito di oltre il 95% dal 1913, anno di creazione della Fed[20]), impoverendo chi lo detiene e l’economia nel suo complesso, e così paradossalmente creando le condizioni per l’emergere di quella povertà, cui poi le misure di welfare cercano di rispondere, troppo spesso in modo insoddisfacente.

Pare quindi di gran lunga preferibile sottoporre la legittimazione stessa delle banche centrali ad un adeguato ripensamento, che guardando alla storia prenda consapevolezza del fatto che la loro esistenza non è una necessità storica, ma anzi sono esistiti periodi in cui non vi era monopolio governativo sul denaro, e si è trattato non a caso dei periodi di maggiore stabilità. Se una simile prospettiva può apparire lontana dalla realtà pesantemente “alterata” che costituisce l’orizzonte attuale, resta fermo che il diritto, specialmente costituzionale, avrebbe un ruolo centrale da giocare, nel porre quanto meno un argine alla discrezionalità del potere (monetario), qualora si espandesse la possibilità di tutela giurisdizionale del singolo di fronte agli abusi di tale potere, o quanto meno contro gli atti normativi che ne costituiscono i presupposti. Una possibilità che ad oggi sembra essere garantita nei fatti soltanto dall’ordinamento tedesco (e comunque anche lì più che altro sul piano simbolico, giacché realisticamente è molto difficile che a Karlsruhe potranno davvero prevalere le ragioni del diritto su quelle della Realpolitik nelle decisioni di maggiore portata politico-economica: ma quanto meno il Tribunale costituzionale è chiamato ad interrogarsi su questi temi, e ciò stimola un salutare dibattito pubblico purtroppo mancante in Italia e in molti altri ordinamenti europei).

Il quadro è peraltro complicato dal fatto che moltissimi atti attraverso cui si realizza l’interferenza delle banche centrali sul denaro e sul credito sono riconducibili alla vasta categoria del soft-law, per definizione nebulosa, priva di carattere normativo vincolante, e pertanto priva del corredo di presidi giurisdizionali atti a verificarne la legittimità. Addirittura, un fatto giuridico così rilevante come la Greenspan Put era fondato su mere dichiarazioni del governatore della Fed. A monte di questa operazione e in generale di tutti gli atti delle banche centrali, vi è certamente un fondamento di legittimazione di carattere normativo: ma è sufficiente a considerare il loro potere, espansosi come si è visto nel corso dei decenni, e ancor più a seguito della crisi, come espressione della sovranità popolare? Davvero il monopolio del denaro in capo a burocrazie tecniche al riparo da remedies di tipo giurisdizionale[21] non mette in crisi il concetto stesso di sovranità appartenente al popolo?

Ancor più ambiziosa sarebbe un’opera di riflessione sull’eventuale necessità di aggiornare la tradizionalissima tripartizione dei poteri nelle democrazie moderne, che si fa abitualmente derivare dallo Spirito delle leggi di Montesquieu: sul piano analitico, infatti, una descrizione appropriata delle democrazie contemporanee non sembra poter più trascurare l’enorme importanza del potere sul denaro. Un potere, si ritiene, sinora abbastanza trascurato nelle indagini dei giuristi pubblicisti, ma di cui si è cercato di mettere in luce gli enormi rischi, potenziali ed attuali.

Riccardo de Caria

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[1]     Ad es., per un accenno al significativo precedente dell’opera di riduzione del valore del denaro perpetrata dall’imperatore Diocleziano, vedi questo interessante articolo di P.C. Earle, Of Krugman and Diocletian, in Mises Daily, 8 giugno 2012, mises.org/daily/6076/Of-Krugman-and-Diocletian.

[2]     Vedi al riguardo soprattutto gli studi di C. Menger, Grundsätze der Volkswirtschaftslehre (ed. it. Principi fondamentali di economia, a cura di R. Cubeddu, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011), in particolare il cap. VIII (La teoria del denaro); di L. von Mises, Teoria della moneta, cit., in particolare la Parte Prima, e specialmente il Capitolo 5 (Il denaro come un bene economico); e di M.N. Rothbard (in particolare, oltre ai lavori citati poco sopra, alla nota 146, v. A History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II, una raccolta di cinque saggi scritti dal 1976 in avanti, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2002). Più recentemente, vedi anche: J.G. Hülsmann, The Ethics, cit.; J. Huerta de Soto, Money, cit.; G. North, Cosa è il denaro. Al cuore dell’economia moderna (un lavoro a puntate nato per il sito lewrockwell.com con il titolo What Is Money?, poi tradotto in italiano e raccolto in volume da Francesco Carbone [Massa, Usemlab, 2010]); dello stesso autore, vedi anche l’ebook, sempre per LewRockwell.com, Mises on Money, scritto nel 2002); J.T. Salerno, Money: Sound & Unsound, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2010; D.S. Schlichter, Paper Money Collapse, cit.

[3]     L’esperienza degli assignats in Francia durante la Rivoluzione e dei continentals negli Usa durante la Guerra d’Indipendenza testimonia del resto il grave rischio di una moneta lasciata in mano al potere politico: in entrambi i casi, infatti, si assistette ben presto a una rapida inflazione di queste monete, contro la quale si dovette correre ai ripari con urgenza.

[4]     La nozione di malinvestment e la connessa descrizione del ciclo economico come una sequenza da un boom a un bust derivante da una manipolazione del denaro e del credito è il cuore della teoria austriaca: nel processo di progressiva elaborazione concettuale che la caratterizza, ci limitiamo a ricordare al riguardo il filo che unisce L. von Mises, Teoria della moneta, cit., al suo allievo F. von Hayek, Prices and Production, 1931, 1935 (ed. it. Prezzi e produzione, Napoli, ESI, 19902), al contemporaneo R. Garrison, Time and Money: The Macroeconomics of Capital Structure, Abingdon-New York, Routledge, 2001.

[5]     Come sostenuto ad es. da F. von Hayek in Denationalisation of Money (1976, ed. it. La denazionalizzazione della moneta. Analisi teorica e pratica della competizione tra valute, Milano, Etas, 2001); v. anche, dello stesso F. von Hayek, Choice in Currency: A Way to Stop Inflation, London, The Institute of Economic Affairs, 1976; nonché, tra i molti, K. Dowd, Private Money: The Path to Monetary Stability, London, The Institute of Economic Affairs, 1988. Un’indagine interessante sul piano normativo della possibilità di monete locali in concorrenza nell’ordinamento americano è stata compiuta da L.D. Solomon, Rethinking Our Centralized Monetary System. The Case for a System of Local Currencies, Westport, Praeger Publishers, 1996, 95-128 (cap. 7, Legal Aspects of Local Currency).

[6]     Vi può perciò essere inflazione anche con prezzi costanti o addirittura decrescenti: là dove un aumento di produttività condurrebbe a una discesa dei prezzi, ma l’aumento di moneta circolante bilancia questo effetto e li fa rimanere invariati, o scendere meno di quanto possibile, ciò significa che i possessori di denaro vedono comunque sfumare un vantaggio per via dell’aumento della quantità di denaro esistente, anche se i prezzi nominali non sono saliti.

[7]     Cfr. ad esempio P. Krugman, Not Enough Inflation, in New York Times, 6-4-2012, A23.

[8]     Al contempo, l’inflazione favorisce i soggetti che per primi ottengono il nuovo denaro (tipicamente le istituzioni finanziarie e i governi), i quali sono ancora in grado di trarre vantaggio dal denaro di nuova emissione prima che il suo effetto inflattivo si propaghi al resto dell’economia, mentre e sfavorisce gli individui comuni, che giungono ad avere la disponibilità del nuovo denaro quando ormai la perdita di valore si è consumata (è il cosiddetto effetto Cantillon, dal nome dell’economista che per primo riconobbe il fenomeno; si parla anche, al proposito, di non neutralità della moneta: sarebbe piuttosto interessante valutare le sue tensioni con il principio fondamentale di eguaglianza, che risulta evidentemente messo in pericolo dal fatto che il denaro di nuova stampa arricchisce gli uni sfavorendo gli altri).

[9]     Disponibile su www.stanford.edu/~johntayl/FCPR.pdf.

[10]    J.B. Taylor, Getting Off Track: How Government Actions and Interventions Caused, Prolonged, and Worsened the Financial Crisis, Stanford, Hoover Institution Press, 2009.

[11]    Vedi al § 1, nota 5.

[12]    Tra i molti lavori di comparazione tra le due istituzioni, ricordiamo quello (che considera anche la Banca del Giappone) di D. Gerdesmeier, F.P. Mongelli, B. Roffia, The Eurosystem, the US Federal Reserve and the Bank of Japan. Similarities and Differences, ECB Working Paper Series, No 742 (marzo 2007), disponibile su www.ecb.int/pub/pdf/scpwps/ecbwp742.pdf, nonché quello (esteso anche alla Bundesbank pre-euro) di E. Apel, Central Banking Systems Compared: The ECB, The Pre-Euro Bundesbank and the Federal Reserve System, London-New York, Routledge, 2007.

[13]    Nel famoso libro Lombard Street, 1873 (ed. it. Lombard street: il mercato monetario inglese, Torino, Cassa di Risparmio di Torino 1986).

[14]    Giunge a conclusioni molto simili P. Bagus, The Fed and the ECB: Two Paths, One Goal, in Mises Daily, 9-9-2011, mises.org/daily/5575.

[15]    V. su tutti J.G. Hülsmann, Deflation & Liberty, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2008.

[16]    Cfr. al riguardo l’approfondita analisi di M. Ruffert, The European debt crisis and European Union law, in C. Mkt L. Rev. 1777.

[17]    Ciò è avvenuto in particolare con il Securities Markets Programme, istituito con dec. BCE 2010/5, 14-5-2010, in G.U.U.E. L 124, 20-5-2010, 8.

[18]    L. Zingales, End Double Mandate to Save Fed’s Independence, in Bloomberg, 6-4-2012, www.bloomberg.com/news/2012-04-05/end-double-mandate-to-save-fed-s-independence.html; non si è fatta attendere la risposta critica di P. Krugman, con un post per il suo blog sul sito del New York Times (The Conscience of a Liberal), Monetary Mandate Mischief (7-4-2012), pubblicato in italiano sul Sole 24 Ore del 21-4-2012, L’inopportuna disputa sul mandato della Fed, www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-04-21/linopportuna-disputa-mandato-081641.shtml?uuid=Ab30ZORF.

[19]    Si tratta del progetto H.R.245 del 112° Congresso, To amend the Federal Reserve Act to remove the mandate on the Board of Governors of the Federal Reserve System and the Federal Open Market Committee to focus on maximum employment (vedi anche il progetto H.R.4180 del Deputato Brady e il progetto S.2247 del Senatore Lee, anch’essi miranti a una riforma della Fed per garantire maggiormente l’obiettivo della stabilità dei prezzi di lungo termine e così tutelare il valore del dollaro).

[20]    Sebbene l’interpretazione del dato sia contestata, rimane il fatto che, come si ricava dai dati ufficiali della stessa Federal Reserve di Minneapolis (www.minneapolisfed.org/), per acquistare beni e servizi che nel 1913 costavano 1 dollaro, nel 2012 ne occorrono 23,52: il che equivale a dire che un dollaro di allora vale circa il 4,2% di quel che valeva nel 1913, ovvero che ha perso quasi il 96% del proprio valore.

[21]    Non sembra davvero sufficiente, per quanto riguarda la UE, la previsione generica di cui all’art. 263 TFUE, che include tra gli atti oggetto del controllo di legittimità della Corte di giustizia dell’UE anche quelli della BCE; quanto agli Usa, va segnalata l’iniziativa del deputato di orientamento austriaco R. Paul, volta a far approvare una legge che sottoponga per la prima volta la Fed a uno scrutinio da parte, se non dei giudici, quanto meno del Government Accountability Office, e quindi del Congresso e dei rappresentanti della popolazione (si tratta dei progetti di legge HR 509, S 202, i cui dettagli si possono reperire sul sito Audit the Fed, www.auditthefed.com, nome che richiama l’ancor più radicale battaglia dello stesso R. Paul per End the Fed, il titolo di un suo bestseller [New York, Grand Central Publishing, 2009]).