Misurare il valore? Un’utopia

Nel primo capitolo del suo innovativo trattato, la Teoria della Moneta e del Credito, Ludwig Von Mises spiega che cos’è la moneta: è il mezzo di scambio utilizzato universalmente o almeno quello più usato. [1] Nel secondo capitolo, invece, Mises sottolinea che cosa la moneta non è. Contrariamente al pensiero comune, la moneta non è misura del valore. Secondo Mises, la nozione di moneta come misura del valore è un artefatto che rimane dalla teoria del valore utilizzata nella “vecchia economia politica.” Con queste parole intende indicare gli “economisti classici” come Adam Smith, David Ricardo e John Stuart Mill.

Gli economisti classici per la maggior parte credevano che il valore di un bene fosse un attributo oggettivo del bene stesso. Gli attori economici, secondo la teoria classica, scambiavano soltanto beni il cui rispettivo valore era uguale (un errore che risale ad Aristotele [2]).

E come fanno gli attori economici a determinare se un attributo oggettivo di una cosa è uguale allo stesso attributo di un’altra cosa? Come si determina l’uguaglianza tra altri attributi oggettivi come la lunghezza, il peso, il volume, la temperatura, etc.? Misurando, ovviamente! E se assumiamo che il valore sia un attributo quantitativo e oggettivo allora la migliore unità di misura sembrerebbe essere quella monetaria.

Tuttavia la teoria del valore usata dagli economisti classici era molto arretrata. Allo stesso modo, la loro concezione della moneta come misura del valore (derivata, com’era, dalla loro teoria del valore) era ugualmente arretrata. La teoria classica del valore fu alla fine soppiantata, verso la fine del XIX secolo, da quella che Mises chiama “moderna teoria del valore.” Con quel termine, Mises si riferisce alla teoria del valore soggettivista e marginalista.

Secondo la moderna teoria del valore, questo è derivato dall’utilità. Valutare significa preferire un bene a un altro, compiendo la scelta sulla base delle rispettive utilità dei beni.

Preferire un bene a un altro significa a sua volta ordinare. Dobbiamo quindi usare i numeri ordinali (primo, secondo, etc.) nel processo di valutazione dei beni. Per esempio possiamo dire che, secondo le nostre preferenze, una prugna viene per prima, la mela è seconda e un’arancia terza.

Preferire, però, non significa misurare. Perciò non possiamo utilizzare i numeri cardinali (1, 2, 3¼, 4.5, etc.) nel processo di valutazione dei beni.

Anche se la maggior parte degli economisti, dopo l’avvento della moderna teoria del valore, ha accettato che valutare non è qualcosa di oggettivo, e quindi non cardinale, tuttavia è stato per loro difficile abbandonare l’utilizzo della cardinalità. Questa è necessaria per l’uso della misurazione e della matematica e secondo molti pensatori pieni di pregiudizi, “la scienza è misura.” [3]

Il valore non può essere cardinale perché è il risultato di un ordinamento soggettivo basato sull’utilità. Ma forse, hanno pensato alcuni, almeno l’utilità può essere pensata come qualcosa di cardinale!

Anche uno dei grandi pionieri della teoria moderna del valore (e maestro di Mises), ovvero Eugen Von Böhm-Bawerk (1851–1914) tentò di reintrodurre la cardinalità in questo modo. Tuttavia, invece di misurare l’utilità, Böhm-Bawerk tentò di formulare un metodo per misurare la soddisfazione. (Le due nozioni sono strettamente collegate: l’utilità di un bene è la sua rilevanza causale nella soddisfazione di un desiderio o un bisogno)

Irving Fisher (1867–1947), in un altro tentativo, tentò invece di misurare proprio l’utilità.

Nel rispondere a Böhm-Bawerk e Fisher nella Teoria della moneta e del credito  (1912), Mises non spiega mai nei dettagli perché l’utilità, il valore e la soddisfazione non possano essere misurate. Per la maggior parte, fa soltanto notare che la legge dell’utilità marginale [4] preclude che lo siano e assume che i destinatari del suo libro (gli altri economisti) siano in grado di capire da soli il perché.

Tuttavia, qualche anno dopo, Mises ha riassunto bene il suo ragionamento in Calcolo economico in un Commonwealth socialista (1920):

L’utilità marginale non postula nessuna unità di misura, dal momento che è ovvio che il valore di due unità di un dato stock sia necessariamente più grande, ma meno del doppio, del valore di una singola unità.

Il tentativo di Böhm-Bawerk di misurare la soddisfazione

Leggiamo come Böhm-Bawerk cercò di trovare una misura per la soddisfazione e vediamo perché, secondo Mises, il suo tentativo non regge.

L’argomentazione di Böhm-Bawerk è la seguente:

Supponiamo di preferire otto prugne a una mela, ma di preferire quest’ultima a sette prugne. Possiamo allora dire che la soddisfazione, ottenuta dal consumo di una mela, è almeno sette volte, ma meno di otto volte, più grande della soddisfazione ottenuta dal consumo di una prugna. Voilà, cardinalità!

 Vediamo ora perché quest’affermazione va contro la legge dell’utilità marginale decrescente al cui avanzamento Böhm-Bawerk stesso aveva molto contribuito.

L’affermazione di Böhm-Bawerk si basa sulla supposizione che la soddisfazione fornita da una mela sia più di sette volte maggiore di quella fornita da una prugna.

Questo però è vero soltanto se si assume che la soddisfazione fornita da sette prugne sia esattamente sette volte la soddisfazione fornita da una prugna. Il ragionamento si basa nuovamente sull’assunzione che ogni prugna fornisca esattamente un settimo della soddisfazione del totale di prugne considerate. La dimostrazione della tesi richiede perciò che la soddisfazione fornita da ciascuna prugna sia uguale.

Secondo la legge dell’utilità marginale, però, la soddisfazione attesa dal consumo di ogni successiva unità di un bene diminuisce. La soddisfazione fornita da ogni prugna non può essere quindi uguale a quella fornita dalla prugna precedente.

In conclusione, anche se la soddisfazione fosse misurabile, quella fornita da sette prugne non sarebbe uguale a sette volte quella fornita da una singola prugna e non possiamo quindi concludere che la soddisfazione fornita da una mela sia sette volte più grande di quella fornita da una prugna.

Il tentativo di Fisher di misurare l’utilità

Irving Fisher tentò di scoprire un’unità di misura dell’utilità. E cercò di farlo in un modo che, secondo le intenzioni dell’autore, doveva tener conto della legge dell’utilità marginale decrescente.

Il suo ragionamento è il seguente:

Supponiamo di avere 100 pagnotte a nostra disposizione in un anno. L’utilità marginale di una pagnotta, se ne abbiamo 100, è più grande dell’utilità marginale di una pagnotta se ne abbiamo 150. Ora supponiamo che nello stesso anno possediamo anche B galloni di petrolio. In aggiunta, chiamiamo β (beta) l’incremento di B che è uguale all’utilità marginale di una pagnotta quando ne abbiamo già 100.

Torniamo ora al caso in cui avevamo già 150 pagnotte e supponiamo di possedere lo stesso quantitativo di petrolio. Ipotizziamo che in quel caso, con 150 pagnotte, l’utilità marginale di una singola pagnotta sia uguale all’utilità marginale di metà di β.

Siccome una pagnotta su 150 ci dà l’utilità marginale di metà del petrolio che era richiesto per pareggiare l’utilità marginale di una pagnotta su 100, allora possiamo affermare che l’utilità marginale di una pagnotta su 150 è pari a metà dell’utilità marginale di una pagnotta su 100. Voilà, cardinalità!

Da questo punto di partenza, Fisher procede poi a introdurre un’unità di misura dell’utilità: l’util.

A prima vista, il tentativo di Fisher sembrerebbe più ricercato di quello di Böhm-Bawerk, ma in realtà è soltanto più complicato e anch’esso completamente sbagliato (per le stesse ragioni, tra l’altro).

La sua conclusione è corretta soltanto se si assume che l’utilità marginale di un certo quantitativo di petrolio (β) sia il doppio dell’utilità marginale di metà di quella quantità (β/2). Ma nuovamente questo presuppone che l’utilità marginale del primo incremento di petrolio sia uguale all’utilità marginale del successivo incremento.

Esattamente come per le prugne di Böhm-Bawerk, questo ragionamento va contro la legge dell’utilità marginale. L’utilità marginale del secondo incremento di petrolio deve infatti essere necessariamente minore dell’utilità marginale dell’incremento precedente.

Non vi sono quindi basi per dire che l’utilità marginale di un certo quantitativo di petrolio sia il doppio dell’utilità marginale della sua metà. Non possiamo perciò nemmeno sostenere che l’utilità marginale di una pagnotta, quando ne abbiamo 150, sia la metà di quella di una pagnotta, quando ne abbiamo soltanto 100.

In ogni caso, se si voleva utilizzare l’ipotesi errata per cui l’utilità marginale di un bene cresce o decresce linearmente con la sua quantità, perché complicarsi la vita introducendo un altro bene (petrolio)? Con lo stesso ragionamento, potremmo semplicemente affermare che l’utilità marginale di 100 pagnotte è necessariamente i 2/3 dell’utilità marginale di 150 pagnotte e concludere il discorso qui!

Considerazioni aggiuntive

In un passo successivo del secondo capitolo, Mises ribatte al tentativo di Joseph Schumpeter di quantificare la soddisfazione. Lo fa notando che Schumpeter dà per scontato che il processo di valutazione debba essere preceduto da un qualche processo di misurazione. Ma non è difficile dimostrare che siamo perfettamente in grado di guardare a una mela e un’arancia e scegliere facendo un confronto diretto tra le due scelte. Non dobbiamo ricorrere a nessuna quantità intermedia e decidere basandoci su un confronto aritmetico tra queste due quantità.

Nella seconda sezione del capitolo, Mises argomenta che, poiché il valore non può essere quantificato, allora non si possono nemmeno sommare i valori e calcolare il “valore totale” di un paniere di beni.

Nella terza sezione, Mises reintroduce la moneta nel discorso. La moneta non è misura del valore, perché il processo di valutazione è questione di ordinamento, non di misura.

Quando un uomo compra un giornale per 25¢, non sta dimostrando che 25¢ è la sua “misura” del valore del giornale. Sta dimostrando che valuta di più il giornale rispetto ai 25¢. In aggiunta valuta il giornale più di 24¢,23¢, etc. E potrebbe anche valutarlo più di 26¢ per quanto ne sappiamo; anche se ovviamente preferisce pagare 25¢ invece di 26¢. Se poi aumentiamo la quantità di denaro, arriveremo a un certo punto in cui valuterà di più quei soldi rispetto al giornale.

Per essere precisi, quando un giornale viene acquistato per 25¢, quella somma è il prezzo del giornale, non il suo valore.

Il denaro, tuttavia, introduce l’aritmetica negli affari, dove ha un ruolo importante. Anche se la moneta non misura il valore, tuttavia i prezzi monetari possono esprimere quantitativamente il valore in una maniera in qualche modo commensurabile. Questo rende possibile il calcolo economico, cioè il pilastro portante dell’economia di mercato.

Conclusione

Uno dei contributi più grandi di Mises è stato quello di smascherare molte delle fallacie che erano nate prima della rivoluzione marginalista e che avevano continuato a infettare l’economia moderna anche nel periodo successivo. Uno dei suoi grandi meriti è stato proprio quello di evidenziare perché il valore, l’utilità e la soddisfazione non possono mai essere misurati.

Articolo di Daniel James Sanchez su Mises.org

Traduzione di Marco Bollettino

Note

[1] Daniel J. Sanchez, “I fondamenti della moneta secondo Mises

[2] Murray N. Rothbard, “It All Began, As Usual, with the Greeks” (tratto da An Austrian Perspective on the History of Economic Thought), Section 1.8

[3] Questo è il motto originale della Econometric Society. Cfr.Murray N. Rothbard; “The Mantle of Science.”

[4] Cfr. Sanchez, “Mises on Marginalism.”