Lavoro umano e lavoro nazionale

Distruggere le macchine e proibire le merci estere sono due atti fondati sulla stessa dottrina. Ci sono uomini che applaudono l’introduzione di grandi invenzioni e che, tuttavia, aderiscono al sistema protezionistico. Questi uomini sono molto incoerenti!

Di cosa rimproverano il libero commercio? Di incoraggiare la produzione, da parte di stranieri più abili o in situazioni più favorevoli di noi, di merci che, non fosse per il libero mercato, sarebbero prodotte sul territorio nazionale. In poche parole, accusano il libero commercio di essere nocivo al lavoro nazionale.

Per la stessa ragione, non dovrebbero rimproverare i macchinari di realizzare tramite forze naturali quello che altrimenti sarebbe fatto da lavoro manuale e quindi di essere nocivi al lavoro umano?

L’operaio straniero, più abile e in situazione più favorevole dell’operaio nazionale riguardo alla produzione di certe merci, è, rispetto al secondo, un’effettiva macchina economica, che lo schiaccia per concorrenza. Allo stesso modo, i macchinari, che eseguono un lavoro ad un prezzo più basso di quanto farebbero un certo numero di uomini tramite lavoro manuale, sono, rispetto a questi lavoratori manuali, un effettivo concorrente straniero, che li paralizza con la sua rivalità.

Se, allora, è saggio proteggere il lavoro nazionale dalla concorrenza di lavoro straniero, non lo è di meno proteggere il lavoro umano dalla rivalità del lavoro meccanico.

Quindi, chiunque aderisca al sistema protezionistico, se segue la logica, non dovrebbe accontentarsi di proibire i prodotti stranieri; dovrebbe proscrivere anche i prodotti del telaio e dell’aratro.

E questo è il motivo per cui preferisco la logica di quegli uomini che, inveendo contro l’invasione delle merci straniere, inveiscono similmente  contro l’eccesso di produzione che si deve alla potenza inventiva della mente umana.

Un tale uomo è il signor de Saint-Chamans.

“Uno degli argomenti più forti contro il libero commercio”, egli dice, “è l’uso troppo esteso di macchinari, in quanto molti operai sono privati di impiego, sia da concorrenza straniera, che abbassa il prezzo dei nostri manufatti, sia dalla strumentazione, che prende il posto degli uomini nei nostri laboratori”.

Il signor de Saint-Chamans ha visto chiaramente l’analogia o, potremmo piuttosto dire, l’identità, che vale tra importazioni e macchinari. Per questa ragione, egli proscrive entrambi; ed è veramente gradevole avere a che fare con pensatori così intrepidi, i quali, anche quando sbagliano, portano il loro ragionamento fino alla logica conclusione.

Ma ecco il pasticcio in cui si cacciano. Se fosse vero, a priori, che il dominio dell’invenzione e quello del lavoro non possono essere simultaneamente estesi se non ai danni l’uno dell’altro, dovrebbe essere in quei paesi dove i macchinari sono più diffusi – in Lancashire, ad esempio – che dovremmo aspettarci di trovare il minor numero di lavoratori. E se, d’altra parte, stabiliamo che la potenza meccanica e il lavoro manuale coesistono, e in misura maggiore tra le nazioni ricche che tra i selvaggi, la conclusione inevitabile è che queste due forze non si escludono l’una con l’altra.

Non riesco a capire come possa un qualsiasi essere pensante trovare un attimo di pace stretto dal seguente dilemma. O le invenzioni dell’uomo non sono nocive al lavoro manuale, come attestano i fatti generali, dal momento che entrambi sono più diffusi in Inghilterra e in Francia che tra gli Uroni e i Cherokee, e, stando così le cose, sono su una strada sbagliata, nonostante non sappia né dove né quando ho perso la direzione; in ogni caso, vedo di essere nel torto e commetterei il crimine di tradimento verso l’umanità se introducessi il mio errore nella legislazione del mio paese!

Oppure, le scoperte della mente umana limitano la quantità di lavoro manuale, come fatti specifici sembrano indicare; infatti, vedo ogni giorno una o un’altra macchina che sostituisce 20 o 100 operai; e quindi sono forzato a riconoscere una flagrante, eterna e incurabile antitesi tra la potenza intellettuale e quella fisica dell’uomo – tra il suo progresso e il suo benessere presente; e in queste circostanze sono forzato a dire che il Creatore dell’uomo avrebbe ben potuto dotarlo di ragione o di potenza fisica, di forza morale o di forza bruta; ma che Egli si burlò di lui conferendogli, allo stesso tempo, facoltà che sono distruttive l’una per l’altra.

La difficoltà è opprimente e sconcertante; ma si trova una via di uscita adottando questo strano mantra: in economia politica non ci sono princìpi assoluti.

In linguaggio comune, significa: “Non so se è vero o falso; ignoro ciò che in generale costituisce bene o male. Non me ne preoccupo. L’effetto immediato di ogni misura sul mio personale interesse è l’unica legge che acconsento a riconoscere”.

Non ci sono princìpi! Si potrebbe allo stesso modo dire che non ci sono fatti; perché i princìpi sono semplicemente formule che classificano certi fatti come ben stabiliti.

Le macchine, e le importazioni di merci straniere, certamente producono effetti. Questi effetti possono essere buoni o cattivi; su questo ci può essere differenza di opinione. Ma qualsiasi sia l’opinione che ne abbiamo, essa è ridotta a una formula, tramite uno di questi due princìpi: le macchine sono una cosa buona; oppure, le macchine sono una cosa cattiva: le importazioni di merci straniere sono benefiche; oppure, tali importazioni sono dannose. Ma asserire che non ci sono princìpi, certamente mostra il più infimo grado di bassezza a cui la mente umana può scendere; e confesso che arrossisco per il mio paese quando sento una così mostruosa eresia proclamata nelle Camere francesi e con il loro assenso; cioè, di fronte e con l’assenso dell’élite dei nostri concittadini; e ciò per giustificare la loro imposizione di leggi su di noi in totale indifferenza per il reale stato delle cose.

Ma allora mi si dice che per smascherare l’errore devo provare che le macchine non sono dannose per il lavoro umano, né l’importazione di prodotti stranieri è dannosa per il lavoro nazionale.

Un’opera come questa non può includere dimostrazioni esaustive o molto ampie. Il mio progetto è identificare le difficoltà piuttosto che risolverle; stimolare riflessioni piuttosto che risolvere dubbi. Nessuna convinzione crea un’impressione durevole sulla mente come quella che la mente stessa elabora. Ma nonostante questo proverò a mettere il lettore sulla giusta strada.

Ciò che trae in inganno gli oppositori delle macchine e delle importazioni estere è il giudicare in base agli effetti immediati e transitori, invece di seguire a fondo gli effetti fino alle loro conseguenze generali e ben stabilite.

L’effetto immediato dell’invenzione e dell’uso di una macchina ingegnosa è di rendere superfluo, al fine di ottenere un determinato risultato, una certa quantità di lavoro manuale. Ma l’effetto della macchina non si ferma qui. Per la ragione stessa per cui il risultato desiderato è ottenuto con minori sforzi, il prodotto è trasferito nelle mani del pubblico ad un prezzo inferiore; e il risparmio aggregato così realizzato da tutti gli acquirenti consente loro di procurarsi altre soddisfazioni; cioè, di incoraggiare lavoro manuale in generale fino alla misura esatta del lavoro manuale risparmiato nello specifico ramo di industria che è stato recentemente reso più efficiente. Quindi il livello di lavoro non scende, mentre quello di soddisfazione aumenta.

Vediamo di renderlo evidente con un esempio.

Supponiamo che nel nostro paese siano usati annualmente 10 milioni di cappelli a 15 scellini l’uno; è quindi di 7 milioni e 500 mila sterline la somma annuale che va a supporto di questo ramo di industria. Avviene l’invenzione di una macchina per la produzione di questi cappelli che consente di venderli a 10 scellini. La somma ora richiesta per il supporto di questa industria è ridotta a 5 milioni di sterline, supponendo che la domanda non sia cresciuta per il cambiamento di prezzo. Ma la rimanente somma di 2 milioni e mezzo di sterline non è ritirata dal supporto di lavoro umano a causa di questo cambiamento. Quella somma, economizzata dagli acquirenti di cappelli, permetterà loro di soddisfare altri desideri, e di conseguenza in quella misura andrà a remunerare l’industria aggregata del paese. Con i cinque scellini risparmiati, John comprerà un paio di scarpe, James un libro, Jerome un oggetto di arredamento, eccetera. Il lavoro umano, considerato come aggregato, continuerà, quindi, ad essere sostenuto e incoraggiato nella misura di 7 milioni e 500 mila sterline; ma questa somma produrrà lo stesso numero di cappelli, più tutti i consumi e le soddisfazioni che corrispondono ai 2 milioni e mezzo di sterline che l’uso della macchina ha permesso di risparmiare ai consumatori di cappelli. Queste soddisfazioni aggiuntive costituiscono il profitto netto che il paese avrà derivato dall’invenzione. Questo dono è gratis, un omaggio che il genio umano avrà ottenuto dalla natura. Non contestiamo affatto che nel corso della trasformazione una certa quantità di lavoro dovrà essere soppiantata; ma non concediamo che essa sia distrutta o ridotta.

Lo stesso vale per le importazioni di merci estere. Torniamo all’ipotesi originaria.

Il paese produce 10 milioni di cappelli, di cui il prezzo di vendita era 15 scellini. Un produttore estero introduce cappelli simili sul nostro mercato e li vende a 10 scellini l’uno. Io sostengo che il lavoro nazionale non ne risulterà ridotto.

Infatti, deve produrre nella misura di 5 milioni di sterline per permettere di pagare 10 milioni di cappelli a 10 scellini l’uno.

E poi restano ad ogni acquirente cinque scellini risparmiati su ogni cappello, o in tutto 2 milioni e mezzo di sterline, che saranno spesi in altri consumi – in altre parole, che andranno a sostenere il lavoro in altri dipartimenti dell’industria.

Quindi il lavoro aggregato del paese resterà quello che era, e le soddisfazioni aggiuntive rappresentate dai 2 milioni e mezzo di sterline risparmiate sui cappelli costituiranno il profitto netto dalle importazioni sotto il sistema di libero commercio.

E’ vano cercare di spaventarci con un quadro delle sofferenze che, in questa ipotesi, il dislocamento del lavoro comporterà.

Infatti, se la proibizione non fosse mai stata imposta, il lavoro avrebbe trovato il suo posto naturale sotto la legge ordinaria di scambio e nessun dislocamento sarebbe avvenuto.

Se invece la proibizione ha portato ad un impiego artificiale e improduttivo del lavoro, è la proibizione, e non la libertà, ad essere responsabile per una dislocazione che è inevitabile nella transizione da ciò che va a detrimento a ciò che va a beneficio.

In ogni caso, nessuno proclami che, siccome un abuso non può essere eliminato senza recare inconvenienti a coloro che ne ricavano profitto, allora a ciò che si è sopportato esistere per un periodo di tempo dovrebbe essere concesso di esistere per sempre.

Articolo di Frederic Bastiat su Mises.org

Traduzione di Maria Missiroli