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Prasseologia vs Positivismo

mercoledì, agosto 28, 2013 di tradotto da

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Nel suo nuovo libro intitolato: Modelli che si comportano malamente: perché confondere un’illusione con la realtà può portare al disastro, a Wall Street così come nella vita, il fisico Emanuel Derman argomenta che gli economisti contemporanei fanno troppo affidamento su modelli statistici, che portano a risultati disastrosi. La relazione che l’economia, come disciplina, ha nei confronti della matematica o della fisica, scrive Derman, non è così intima come il pensiero mainstream vorrebbe farci credere, tutto intento ad analizzare i suoi grafici e le sue complicate tabelle.

Derman cita Friedrich Hayek e la sua affermazione per cui l’establishment economico, in realtà, ha capito le cose esattamente al contrario, considerando l’economia nei suoi elementi macroscopici come meno astratta degli agenti individuali che la compongono. “Se il metodo corretto di procedere è dal concreto all’astratto” allora è la metodologia Austriaca, la prasseologia, ad affrontare le questioni economiche nel modo corretto. Murray Rothbard ha spesso esaminato questa distinzione tra l’economia e, per esempio, la fisica. In Prasseologia come metodo per le Scienze Sociali, ha fatto per esempio notare che “l’economista è nella posizione opposta” rispetto a quella del fisico, in quanto il primo può procedere deduttivamente da premesse assiomatiche che possono essere conosciute con certezza. L’approccio e la metodologia della Scuola Austriaca quindi dimostrano di essere, nelle loro caratteristiche distintive e fondamentali superiori al sistema neoclassico.

L’errore del metodo empirico, positivistico, non è quello di enfatizzare l’importanza degli aspetti concreti della realtà fisica, quanto piuttosto quello di sovrastimare le inferenze sulla realtà che si possono ricavare dalla raccolta di dati discreti. È abbastanza vero che studi e statistiche, opportunamente contestualizzati, sono in grado di rivelare o mettere in rilievo verità e principi generali. Troppo spesso, però, si commette un’evidente negligenza rispetto al contesto generale, e questo fa sì che gli economisti cerchino di ricavare più sostanza di quella fornita dai dati empirici che maneggiano. Costruire modelli predittivi basati su dati frammentari e incompleti – che al massimo sono delle fotografie o dei frammenti dell’infinita totalità di relazioni economiche – è un’impresa rischiosa, che si conclude nei tipi di crisi economiche che osserviamo oggi.

Pur con tutti i suoi appelli alle “scienze dure” e all’osservazione della realtà, l’empirismo della scienza economica mainstream assomiglia di più a una scienza spazzatura, fornendo conclusioni che vanno al di là di quanto dicono i fatti. Come Murray Rothbard ha ben spiegato, collegando la metodologia Austriaca al “metodo di molti degli economisti classici del passato”, non si possono “fare esperimenti controllati quando andiamo ad esaminare il mondo reale dell’attività umana”. Ad ogni istante, allora, le conclusioni che possono essere ricavate dai dati reali devono essere contestualizzate rispetto a tutte quelle informazioni di cui non abbiamo tenuto conto – e sono tantissime.

In passato la scienza economica, prima di diventare un campo di studi indipendente, con i suoi canoni e le sue dottrine, è emersa come branca della tradizione della filosofia morale e politica. Economisti classici come Adam Smith e Ricardo non avrebbero chiamato se stessi “economisti” – infatti non erano altro che filosofi morali che si occupavano di problemi generali di teoria sociale. Anche se il metodo deduttivo sarebbe stato utilizzato in pieno e perfezionato più tardi, dopo che Menger ebbe fondato la Scuola Austriaca, gli economisti classici avevano già gettato gran parte delle fondamenta della prasseologia. Ciò che rimaneva da completare era recidere in modo definitivo la scienza economica dall’errore – così caratterizzato dalle parole di Vilfredo Pareto – che “non possiamo considerare niente come assoluto e finale” e che tutto ciò che gli economisti possono fare è testare ipotesi utilizzando esperimenti concreti. Non è una coincidenza se la Scuola Austriaca è nata da una tradizione intellettuale che enfatizzava l’educazione in campo giuridico nella formazione dei futuri economisti. Adottando un approccio di tipo umanistico, le università austriache, prima della nascita della Scuola Austriaca di Economia, insegnarono agli studenti “soprattutto il pensiero analitico, la precisione linguistica e la logica” [1]. Questo contrastava decisamente con la formazione degli economisti nelle università tedesche, dove i corsi erano “basati in modo predominante su di un approccio descritto ed empirico… molto vicino, sia dal punto di vista istituzionale che metodologico, con quello delle scienze naturali” [2].

Tramite la loro istruzione e il loro background, gli economisti in Austria erano già predisposti ad apprezzare le potenzialità del ragionamento puro, indipendente dall’osservazione e dall’interpretazione dei dati, nel rivelare i principi economici. Infatti, l’intuizione geniale di Menger fu capire che l’approccio sperimentale, guidato da una fissazione verso i test empirici conclusivi, era destinato più spesso a mascherare la verità che non a rivelarla. In un passaggio degno di nota tratto dal suo Indagini sul metodo delle Scienze Sociali, Menger ricorre ad un’analogia per dimostrare la fallacia che è propria nell’uso eccessivo del metodo empirico. Il desiderio di sottomettere la teoria a schemi forniti dai fenomeni economici materiali esistenti – ipotizzare e poi testarle – sarebbe come per “un matematico voler correggere i principi della geometria misurando gli oggetti reali.” L’argomento di Menger è lo stesso che ha poi ripreso Rothbard quando fece notare che è praticamente impossibile riuscire a trovare un gruppo di controllo che possa soddisfare i criteri implicitamente richiesti dal metodo sperimentale. Dato ciò che lo stato attuale di pomposità del positivismo economico presuppone riguardo la relazione tra realtà osservabile e conoscenza, è interessante che si pensi che sia la prasseologia a fantasticare sulla teoria pura a spese della “scienza dura”. Tutti i fatti economici che raccogliamo devono essere analizzati alla luce di una qualche teoria. [3] È l’atrofia della contemporanea scienza economica ad aver scartato la teoria ed il metodo deduttivo come se fossero nient’altro che ciarlatanerie, tutto questo mentre i modelli usati dall’establishment combinavano disastri ovunque.

Pochi avrebbero l’ardore di suggerire a un logico accademico che l’uso del ragionamento deduttivo è in qualche modo non scientifico eppure questa è l’assunzione incorporata in tante delle critiche più comuni alla prasseologia. Il metodo prasseologico, contrariamente alle asserzioni dei suoi critici, in realtà utilizza un approccio cauto e misurato verso il problema di cosa possiamo davvero conoscere riguardo l’economia, facendo assunzioni soltanto in una piccola area e ben delimitata. Come il filosofo Roderick Long ha fatto notare, in una sua difesa della prasseologia, le conclusioni della prasseologia cercano soltanto di predire “come le persone si comportano finché stanno soltanto comprando o vendendo”. Long continua spiegando che allo stesso modo di “una struttura astratta, come la matematica”, la prasseologia fornisce un prisma tramite il quale possono essere valutati i dati fattuali: non cerca di rimpiazzare le scoperte empiriche ma piuttosto dà agli economisti gli strumenti necessari per combinare insieme un livello aggiuntivo di analisi.

Per gli studenti di logica, l’accostare la prasseologia alla matematica apparirà abbastanza intuitivo. I logici utilizzano simboli per rappresentare gli argomenti e le parti che li compongono, fornendo risultati che appaiono molto simili a quelli dei teoremi e delle formule matematiche. Il filosofo Gottlob Frege – il cui lavoro ha corroborato le idee di Mises sulla costanza della logica nei linguaggi e nelle culture [4] – scrisse della “stretta connessione con la logica” della matematica e che era “d’accordo con coloro i quali ritengono sia impossibile effettuare una netta separazione tra le due discipline.”

Gli sforzi dei contemporanei economisti di corte, che chiedono sempre più intervento statale nella vita economica, per astrarre i dati via dal contesto concettuale da cui sono ricavati è esattamente quella “presunzione fatale” di cui ci ha avvertito Hayek. Risiede una singolare arroganza nell’idea che i dati veri (ovviamente selezionati e interpretati dai tecnocrati giusti) siano tutto ciò che è necessario per plasmare correttamente l’economia tramite l’intervento pubblico. Non dovrebbero esserci quindi sorprese riguardo al fatto che i sostenitori della pianificazione totalitaria della società siano sostenitori anche dell’empirismo in economia; le sue conclusioni forniscono le ragioni e le giustificazioni per ciò che Hayek ha chiamato “Costruttivismo cartesiano”, cioè l’idea che la società e le sue istituzioni dovrebbero essere deliberatamente e accuratamente pianificate, in contrasto invece con l’idea che possano emergere spontaneamente dalla libera interazione delle persone. Per una mente totalitaria, l’idea che qualcosa di razionale e valido per la società nel suo complesso possa materializzarsi senza una deliberata pianificazione è tanto ridicola quanto quella che l’economia possa essere esaminata usando principi assiomatici ricavati a priori.

I fallimenti delle teorie economiche dell’establishment hanno ribadito la vecchia massima per cui i numeri, come le parole, possono essere usati per dire qualsiasi cosa: le statistiche possono essere plasmate per mentire. Nonostante la presunta adesione totale degli empiristi al metodo scientifico, è stata però la metodologia Austriaca ad aver prodotto le previsioni più accurate riuscendo a carpire la vera natura della malattia economica che ha infettato il mondo di oggi. In quanto campioni della prasseologia dobbiamo continuare a diffondere le sue applicazioni pratiche ai problemi contemporanei, dimostrando che l’apriorismo di Mises non è astratto e non scientifico ma anzi fermamente basato sulla ragione e sui principi.

La fiducia che gli economisti di professione hanno riguardo i loro modelli costruiti a partire da dati frammentari è fallace ed ha affrettato l’espansione dello stato totalitario. L’individualismo metodologico della prasseologia è una valida alternativa alle vuote panacee dei compiacenti complici dello stato. Come Mises stesso ha scritto

“non è più sufficiente trattare i problemi economici all’interno del quadro metodologico tradizionale. È necessario costruire la teoria della catallassi sulle solide fondamenta della teoria generale dell’azione umana, la prasseologia”.

Articolo di David D’amato su Mises.org

Traduzione di Marco Bollettino

Note

[1]Eugen Maria Schulak e Herbert Unterköfler, The Austrian School of Economics: A History of its Ideas, Ambassadors, & Institutions (Ludwig von Mises Institute 2011).

[2]Ibid.

[3]Karen I. Vaughn, Austrian Economics in America: The Migration of a Tradition (Cambridge University Press 1994).

[4]Roderick T. Long, Anti-Psychologism in Economics: Wittgenstein and Mises (Kluwer Academic Publishers 2004).

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