Ripensare la Secessione | I parte

robert-mcgee2Nessun popolo, così come nessun gruppo, dovrebbero essere trattenuti a forza,

contro la loro stessa volontà, in un contesto politico ed istituzionale

che essi non riconoscono come proprio[1].

 

L’idea della secessione viene lungamente dibattuta sin da quando si ha memoria dei governi. Si tratta di un tema particolarmente rilevante, oggi, come testimoniato dalle emergenti democrazie sorte in Europa centrale ed orientale, nel tentativo di formare nuove e stabili unità politiche ed economiche. Tuttavia, lo stesso concetto di secessione non dovrebbe limitarsi ad essere associato solo a queste realtà; esso assume una certa rilevanza laddove una parte consistente della popolazione si ritenga insoddisfatta dall’assetto politico-istituzionale vigente. Tale visione può facilmente applicarsi a quella porzione di California settentrionale intenzionata a separarsi dalla California stessa o alla parte meridionale del New Jersey che vorrebbe dividersi dal resto dello Stato, o per Staten Island, che insiste sulla secessione da New York City. Astrattamente, l’idea di secessione si potrebbe attribuire persino ad un singolo individuo o nucleo familiare. In linea di principio, non esistono limiti inferiori, sebbene Mises potrebbe addurre considerazioni di carattere tecnico volte a precludere la secessione a livello individuale.

La parte prima di questo saggio analizza alcuni argomenti favorevoli o contrari alla secessione.

Le parti II e III applicano il modello di secessione Kendall-Louw al caso delle democrazie emergenti e ad alcune peculiari unità politiche degli Stati Uniti.

Lo stesso modello, nondimeno, può essere utilizzato per ogni forma di governo nella quale ai cittadini è attribuito il potere di adottare decisioni politiche.

SECESSIONE: PRO E CONTRO

Nel corso dei secoli, i teorici politici hanno fornito una serie di ragioni secondo le quali entità politiche dovrebbero essere autorizzate, o meno, a secedere. Consideriamo, inizialmente, alcuni argomenti contro la secessione.

La tesi contraria

 Harry Beran, scienziato politico del ventesimo secolo, pone la questione sul tema in questo modo:

Secondo la teoria democratica, il popolo detiene la sovranità. Ma questo è un attributo di sovranità collettiva di tutti i cittadini di uno Stato esistente, oppure alcuni di essi possono esercitare la propria quota di sovranità costituendo uno Stato indipendente?

La regola della maggioranza è celebrata per essere parte essenziale della democrazia. Tuttavia, questo principio è moralmente legittimo se una minoranza, territorialmente concentrata, non riconosce l’unità dello Stato? Per il liberalismo, la libertà è il più grande bene politico. Questo implica una libertà di secessione?

In quali condizioni si potrebbe ritenere moralmente giustificabile la secessione? E sotto quali altre, invece, prevenirla energicamente sarebbe altrettanto giustificato?  Esiste un diritto morale di secessione? Se sì, chi sono i candidati per l’esercizio di tale diritto: i paesi membri di Stati multinazionali, gli Stati membri di federazioni, qualsiasi gruppo all’interno di uno Stato, rappresentativo di un adeguato territorio e della volontà di secedere? [2]

Beran ritiene debba essere vietata la secessione nei casi in cui il gruppo richiedente:

  1. sia troppo ristretto per assumersi le responsabilità fondamentali di uno Stato indipendente;
  2. non sia disposto a permettere a suoi sottogruppi la secessione, dal momento che questa risulta sempre moralmente e praticamente possibile;
  3. tenti di sfruttare o di opprimere un sottogruppo al suo interno, al quale non sia consentito, a sua volta, di secedere a causa di dispersione territoriale o altri motivi;
  4. occupi un’area totalmente racchiusa dai confini dello Stato esistente;
  5. occupi una superficie che è culturalmente, economicamente o militarmente essenziale per lo Stato esistente;
  6. occupi un’area che possiede una quota sproporzionalmente elevata delle risorse economiche dello Stato esistente[3].

Questi limiti fissati alla facoltà di secedere non reggono ad una attenta analisi. Nel primo caso, per quanto concerne le dimensioni minime, il limite non è solo incorretto ma persino fuori luogo: non è corretto poiché non appare sussistere il concetto di dimensione “troppo ristretta”.

Esistono tante nazioni indipendenti più piccole di New York City, ma perfettamente vitali: basti considerare Andorra, Antigua e Barbuda, Bahrain, Barbados, Dominica, Grenada, la Repubblica di Kiribati, il Liechtenstein, la Repubblica delle Maldive, Malta, Monaco, la Repubblica di Nauru, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, San Marino, la Repubblica delle Seychelles, Tonga, Tuvalu e Città del Vaticano. Due nazioni, Monaco e Città del Vaticano sono, a dire il vero, più piccole del Central Park di New York City.

Un’altra nazione, Hong Kong, è tra i giganti economici mondiali, ed è solo leggermente più estesa di New York City[4]. Inoltre, l’argomento aggira il punto cruciale, dal momento che dovrebbe spettare a coloro che vogliono la secessione decidere se formino o meno un’unità politica sufficientemente grande. Di certo, la decisione non dovrebbe essere presa dall’entità politica da cui questi reclamano la secessione.

Il secondo punto, per cui l’entità secedente potrebbe non essere disposta a permettere a suoi sottogruppi interni la secessione, è altrettanto poco convincente. Se un gruppo non sopporta il suo attuale governo, ha il diritto di staccarsi e formare il governo che più gli aggrada; l’eventualità che questi non consenta a un sottogruppo di esercitare la sua stessa prerogativa è deprecabile, ma ciò non modifica il suo diritto fondamentale alla secessione.

Il terzo argomento, volto a delineare la possibilità che l’entità secedente arrivi a sfruttare o ad opprimere un sottogruppo che non può, a sua volta, separarsi, a causa della dispersione territoriale o per altri motivi, soffre della medesima debolezza di quello testé trattato. Per quanto appaia deplorevole la prospettiva in cui il gruppo secessionista voglia sfruttare o opprimere un altro gruppo, impossibilitato esso stesso a separarsi, nondimeno risulta totalmente estraneo alla questione se, sulla base di ciò, a un insieme omogeneo di individui dovrebbe essere preclusa l’opportunità di scegliersi autonomamente un governo, senza dover esprimere giudizi di valore sul futuro operato di questo.

Anche la tesi di Beran sull’enclave appare insoddisfacente. Ogni isola-nazione rappresenta una forma di enclave. L’unica differenza tra una nazione insulare e l’enclave immaginata da Beran sta nel fatto che la prima è circondata dalle acque, mentre la seconda è circondata da territori appartenenti ad un’altra nazione. Stante quest’approccio, sarebbe stato decisamente più complicato per le Hawaii divenire il 50mo Stato se fosse stato delimitato da terreni, anziché dall’acqua! Le Hawaii si trovano a migliaia di chilometri di distanza dal territorio continentale degli Stati Uniti, eppure ne sono totalmente integrati. Fintantoché è presente una libera circolazione di persone e merci, non dovrebbe importare se una nazione risulta totalmente circondata da un’altra. Città del Vaticano, interamente attorniata da Roma, può essere utile come esempio.

L’assunto in virtù del quale non dovrebbe essere consentita la separazione ad un’entità, perché occupa una superficie culturalmente, economicamente o militarmente essenziale allo Stato esistente, solleva una serie di problematiche. Preliminarmente, urge chiarire: la cultura appartiene al popolo, non alla nazione. È lecito supporre che il patrimonio di conoscenze non soffrirà se una parte decidesse di andare per la sua strada; anzi, la cultura potrebbe risultarne valorizzata e arricchita. In effetti, uno dei motivi per cui un gruppo, tipicamente, reclama la secessione consiste nel preservare una identità culturale, minacciata dal Paese di cui fa attualmente parte. La soppressione delle culture lituane e ucraine, perpetrata dai sovietici, costituisce un esempio tra molti. Per di più, l’idea di vietare ad un gruppo la scelta di un proprio governo per ragioni economiche rievoca lo sfruttamento. Può, quindi, essere negata la libertà di un popolo perché il governo vuole profittare dal patrimonio e dalle capacità di alcuni dei suoi cittadini? Il solo presupposto di risiedere in una grande città, o in un territorio ricco di risorse naturali non può rappresentare motivo sufficiente per negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione. In una società libera, tutti i beni sono, in ultima analisi, di proprietà degli individui, non dei governi; ogni tentativo di negare ai proprietari di accedere alle rispettive proprietà si manifesta come una violazione dei loro diritti.

Il tema militare presenta ulteriori problemi. Le persone potrebbero essere private del loro fondamentale diritto alla scelta politica perché stanziati in una zona militarmente importante per qualcun altro? La Germania o l’Unione Sovietica dovrebbero essere legittimate a controllare l’area geografica che sappiamo essere la Polonia, solo perché necessaria come “zona cuscinetto”? Allo stesso modo, Francia o Germania dovrebbero poter fare altrettanto con il Belgio? E che dire del controllo israeliano su Gaza e Cisgiordania? Dovrebbe essere interdetta alle popolazioni che vivono in queste zone la possibilità di scegliersi liberamente il proprio governo politico? Perché gli interessi dei residenti devono essere subordinati a quelli degli stranieri?

L’ultima tesi contemplata da Beran  (il territorio secedente detiene una quota sproporzionata di risorse economiche dello Stato esistente) può essere smantellata utilizzando la stessa analisi precedente: in una società libera, le attività sono di proprietà degli individui, non dei governi. Gli individui sono gli unici che possono reclamare legittimamente le attività e i beni; il paese in cui queste sono situate dovrebbe essere determinato da chi le detiene, non da qualcun altro. Inoltre, l’abbondanza di risorse naturali non implica necessariamente un elevato standard di vita della nazione che le ospita; bensì, questo è determinato dal suo sistema economico, non meramente dalla quantità di ricchezze naturali presenti all’interno dei suoi confini. Il Giappone, per esempio, deve importare oltre il 99% del petrolio di cui necessita e, per di più, non dispone di sufficienti risorse naturali; non ha nemmeno la possibilità di produrre cibo in abbondanza per sfamare i suoi abitanti. Eppure, è uno dei paesi economicamente più potenti al mondo. Stesso dicasi per Hong Kong. Di contro, benché il Brasile e l’ex Unione Sovietica posseggano abbondanti risorse naturali, le loro economie restano paralizzate. Ciò evidenzia come Giappone e Hong Kong operino in economie di mercato e rispetto dei diritti di proprietà; quel che non possiedono al loro interno riescono ad ottenere attraverso il commercio. Brasile ed ex Unione Sovietica hanno economie mercantiliste: dispongono di ingenti risorse, ma non sono capaci di utilizzarle efficacemente[5].

Altri, nel corso degli anni, hanno sostenuto l’impossibilità e il divieto assoluto della secessione. Lincoln, per esempio, così parlo nel suo primo discorso di insediamento:

Ritengo che, nella previsione del diritto universale e della Costituzione, l’Unione di questi Stati sia perpetua. La perpetuità è implicita, se non espressa, nella legge fondamentale di tutti i governi nazionali. È certo che nessun governo ha mai avuto una disposizione nella sua legge organica che prevedesse la sua fine; continuare a eseguire tutte le disposizioni è percorso previsto dalla nostra Costituzione nazionale e l’Unione durerà per sempre – è impossibile distruggerla – se non per qualche azione non prevista dalla stessa Costituzione.[6]

La tesi di Lincoln si rivela una variante della teoria del contratto sociale. Dal momento in cui un popolo stipula un accordo per riconoscere un governo, questi non potrà mai ritirargli il consenso.[7]

Detta posizione presenta diversi punti deboli. In primo luogo, non vi è mai stato alcun contratto sociale; non esistono evidenze storiche atte a dimostrare una simile riunione di gruppo al fine di stipulare un contratto idoneo a vincolare sia loro che, irrevocabilmente, tutte le generazioni future. Secondariamente, anche qualora tale gruppo avesse stipulato un simile contratto, all’unanimità, questo non potrebbe, in alcun modo, legare le generazioni future. In base al principio giuridico del rebus sic stantibus, il contenuto di un contratto è soggetto a modifica o negoziazione nei casi in cui vi sia un mutamento delle circostanze [8]. Lysander Spooner ebbe a sostenere quanto segue, nel 1869, con riferimento all’idea di “contratto sociale”:

La Costituzione non può avere alcuna autorità o obbligatorietà. Non può, di  certo, avere autorità o obbligare tutti, come avviene nei contratti tra uomo ed uomo. E non può, altrettanto, pretendere di averne come contratto tra persone oggi esistenti. Al massimo, questa pretesa poteva valere solo come contratto tra persone vive ottanta anni fa. E, ovviamente, si deve supporre che questo contratto avesse efficacia solo per quelle persone che, all’atto della sottoscrizione, possedessero la capacità di agire, così da essere in grado di stipulare accordi vincolanti. Inoltre, sappiamo che, storicamente, solo una piccola parte degli individui allora esistenti è stata consultata in materia, o le è stato chiesto il permesso di esprimere il suo consenso, o diniego, in modo formale. Tali persone, anche avessero espresso consenso formale, sono tutte morte. La maggior parte è morta a quaranta, cinquanta, sessanta o settant’anni. E la Costituzione, come “contratto”, è morta con loro. Non avevano alcun potere o diritto di renderla obbligatoria per i propri figli. Non è solo chiaramente impossibile, naturalmente, poter legare contrattualmente i posteri; ma questa non era l’intenzione dei “contraenti”. Vale a dire, lo strumento non pretende di essere altro che un accordo tra individui in carne ed ossa; né vuole vincolare altri, esplicitamente o implicitamente, al di fuori dei sottoscrittori stessi.[9]

Thomas Jefferson sarebbe stato, presumibilmente, d’accordo con questa valutazione. Egli credeva che nessuna generazione avesse il diritto di legare obbligatoriamente le successive e, coerentemente, tali accordi dovevano considerarsi sciolti a seguito della morte di chi li aveva voluti – in genere, dopo diciannove anni, sulla base della speranza di vita nel periodo in cui Jefferson esprimeva le sue osservazioni:

La questione secondo la quale una generazione di uomini possa avere il diritto di vincolarne un’altra, non sembra essere stata sufficientemente dibattuta da questa parte dell’Oceano. Eppure, si tratta di un tema che incorpora una serie di conseguenze tali da essere non solo discusse nel merito, bensì assurte a principi fondamentali di ogni governo… Ho voluto, per un motivo alquanto evidente, stabilire che “la terra appartiene, in usufrutto, ai viventi”; ai morti non è concesso di esercitare poteri né diritti su di essa.[10]

La terra appartiene ai vivi, non ai morti. La volontà e il potere dell’uomo cessano di esistere con la sua vita, per legge di natura… Possiamo considerare ogni generazione come una nazione distinta, con un diritto, scaturente dalla volontà della sua maggioranza, di vincolare i suoi aderenti, ma nessuno può impegnare la subentrante progenie, così come gli abitanti di un altro paese… a diciannove anni dalla data dell’accordo, quindi, la maggior parte dei sottoscrittori saranno morti e, conseguentemente, l’accordo stesso non produrrà effetto alcuno[11].

Saggio di Robert W. McGee su Mises.org

Traduzione di Antonio Francesco Gravina


Note

[1] Ludwig von Mises, Nation, State and Economy (New York: New York University Press, 1983), p. 34. Originariamente, questo libro fu pubblicato in Germania come Nation, Staat, und Wirtschaf nel 1919.

[2]’Harry Beran, “A Liberal Theory of Secession,” Political Studies (1984): 21-31, esp. p. 22.

[3] Ibid., pp. 30-31. Beran non è l’unico ad avanzare questi argomenti al fine di limitare la secessione. Analoghe opinioni sono state espresse da numerosi filosofi politici nel corso degli anni. Si vedano, ad esempio, Allen Buchanan, Secession: The Morality of Political Divorce from Fort Sumter to Lithuania and Quebec (Boulder, Colo.: Westview Press, 1991), e Lee C. Buchheit, Secession: The Legitimacy of Self-Determination (New Heaven: Yale Univeristy Press, 1978).

[4] New York City si estende su una superficie di 301 miglia quadrate, secondo The World Almanac & Book of Facts 1991. In confronto, Andorra misura 185 miglia quadrate, Barbados 166, Liechtenstein 62, Malta 122, Monaco 0.7, San Marino 24 e Città del Vaticano 0.17. Il Central Park di New York presenta una superficie di 840 acri, corrispondenti a 1.3 miglia quadrate. Hong Kong si estende su 375 miglia quadrate, includendo sia la parte continentale che le isole esterne. La stessa Isola di Hong Kong risulta essere, in realtà, più piccola di New York City.

[5] In un’economia di mercato, gli individui possono disporre delle loro proprietà come più preferiscono. In una mercantilista, invece, è necessario un permesso governativo per fare qualsiasi cosa. Le economie brasiliana e sovietica sono mercantiliste, così come la maggior parte dei paesi del terzo mondo. Questa analisi è stata realizzata da molti economisti, tra i quali Hernando de Soto, The Other Path: The Invisible Revolution in the Third World (New York: Harper & Row, 1989), pubblicato originariamente in spagnolo con il titolo El Otro Sendero (1989).

[6] Carl Sandburg, ed., Abraham Lincoln: The War Years (New York: Hartcourt, Brace & Co., 1939), p. 128. Va notato come la visione di Lincoln sulla secessione non fosse coerente, e ciò sarà successivamente mostrato.

[7] Per un’analisi dell’approccio del contratto sociale, si veda Buchheit, Secession: The Legitimacy of Self-Determination, p. 21.

[8] Ibid, p. 22.

[9] Lysander Spooner, No Treason: The Constituion of No Authority (Boston: pubblicato autonomamente nel 1870; ristampa, Colorado Springs: R. Myles, 1973), p. 11.

[10] Jefferson a James Madison, 6 Settembre 1789, in Thomas Jefferson: Writings (New York: Library of America, 1984), p. 959.

[11] Jefferson a John Wayles Eppes, 24 Giugno 1813, ibid., pp. 1280-1281. Si ritiene che questo brano debba godere di una notevole rilevanza, alla luce di quanto attiene ai cospicui deficit di bilancio che il governo federale sta, oggigiorno,  accumulando. In un altro passo della lettera di Jefferson a Eppes, questi fa notare come una generazione non possegga alcuna autorità per lanciarsi in programmi governativi di spesa i cui oneri saranno a carico di coloro che le succederanno. È lecito supporre che Jefferson, qualora fosse attualmente in vita, sarebbe favorevole al disconoscimento del massiccio debito accumulato dai vari politici nel corso degli anni, o almeno alla parte eccedente i diciannove anni; inoltre, egli avrebbe sostenuto l’idea di un suo periodico ripudio.