Fa’ la cosa giusta – I parte

Lo scritto costituisce traduzione integrale del saggio “On doing the right thing” dell’omonima raccolta di scritti (1928) di Albert Jay Nock, pensatore statunitense radicale (definito da Rothbard “Tory Anarchist”, così come Henry Louis Mencken) dei primi decenni del Novecento. Il testo integrale è scaricabile qui. Ne consigliamo caldamente la lettura.

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Di recente honock dovuto sfortunatamente trascorrere un bel po’ di tempo a Londra, proprio mentre soffiava vento da est; ed in queste deprimenti circostanze mi è venuta l’idea di mostrare perché la tanto decantata comprensione tra gli inglesi e noi (americani, NdT) non potrà mai realmente esistere.

A dispetto della Sulgrave Foundation (1) e di tutte le grossolane fesserie sulla cousinship (2) partorite durante le cene della Pilgrims’ Society (3); nonostante la famosa marcia di Sousa “Hands across the Sea”, le tradizioni comuni, gli ideali comuni, e quello che Mr. Dooley (4) ha chiamato “th’ common impulse f’r th’ same money” (5) – solo quest’ultimo, credo, non sia mai menzionato – questi due popoli non riusciranno in nessun modo a capirsi. Ci sono parecchie ragioni influenti, ignorate o trascurate, in contrasto con questa tesi; una di queste, ad esempio, è rappresentata dal linguaggio. Un americano può emettere suoni a cui un inglese attribuirà approssimativamente lo stesso significato; di conseguenza si presume che essi possiedano un linguaggio comune, mentre, a dire il vero, non hanno nulla del genere. Sostanzialmente la lingua non permette una vera comprensione reciproca; piuttosto, il contrario: credo, infatti, si avvicinerebbero maggiormente ad una tale comprensione se entrambi ne dovessero imparare una nuova per comunicare. Molte altre ragioni nascono invece da recondite ed apparentemente insignificanti differenze nell’educazione, nelle abitudini, nelle relazioni sociali, nelle procedure istituzionali e nel consueto modo di vivere, e contano di più, suppongo, rispetto a quelle derivanti da questioni più gravi. Come ho detto, ho avuto la vaga idea di estrapolarne ed esporne alcune, ma l’indolenza ha così persistentemente interferito che mai l’ho fatto e, probabilmente, mai lo farò. Tuttavia, una voce nella lista si ripresenta in questo momento valida per un altro scopo.

Gli inglesi sono vincolati ad una curiosa abitudine, apprendibile da un americano solo con grande difficoltà, a cui danno il nome, piuttosto convenzionale ed indefinito, di “doing the Right Thing” (6). Il nome riporta subito alla mente l’ultimo bel romanzo di sir Harry Johnston (7), il miglior romanzo di questo genere che sia mai stato scritto nella nostra lingua dai tempi del The Way of All Flesh (8). Da quanto ho potuto notare, la forte adesione a questa consuetudine pervade tutte le classi della società inglese. I ceti medi e quelli più umili hanno un buon rapporto con essa. Le classi superiori, invece, non ne hanno più molto a che fare, come in precedenza, ma continuano a tenerne conto; e persino la classe dei funzionari pubblici non ha del tutto smesso di conformarvisi. A quanto pare, non si tratta un processo razionalizzato, ma, al contrario, si può forse dire che equivalga ad una sorta di rituale. Dato un certo insieme di circostanze, un inglese può adottare con fiducia un certo tipo di comportamento, ponendo energie, determinazione e coraggio, al solo scopo di soddisfare un qualche obbligo interiore. Egli potrebbe non avere, e spesso non ha, una visione chiara della situazione; “fare la Cosa Giusta” può essere infatti abbastanza distante dal far bene. In altre circostanze, ad esempio, quando l’obbligo interiore è latente, potrebbe agire in maniera ben peggiore; ma in quelle determinate circostanze, è certo di portare a termine ciò che, grazie ad un’oscura e istintiva lealtà, ritiene essere la Cosa Giusta.

II

A parte il carattere apparentemente irrazionale di questa prassi, ciò che stupisce l’americano è il fatto che non vi sia alcun dilemma morale. Quando un inglese viene pungolato per “fare la Cosa Giusta”, sembra non gli accada mai, ad esempio, di domandarsi se, dopo averla fatta, ne sia valsa veramente la pena. Ancora, sembra che non gli capiti mai di porre un mero desiderio personale, comunque vivo, in competizione con la Cosa Giusta, e trovare così modi plausibili di giustificarsi per averlo assecondato. Questa facoltà straordinariamente utile pare in gran parte assente nel singolo individuo inglese, nonostante collettivamente essi ne dispongano più di qualsiasi altra nazione – curiosa anomalia. Il grande studioso francese M. Nisard (9) si complimentò una volta con Matthew Arnold (10) in quanto membro di una nazione che possedeva il “savoir se gêner” (11) e che quindi non riteneva sufficiente il solo desiderio di fare qualcosa per farla davvero, ma che avrebbe potuto soffocare e reprimere questo stimolo, se ce ne fosse stato il bisogno, convincendosi di agire in maniera assai differente. Una dozzina di volte al giorno si sentiranno gli inglesi mormorare in tono apologetico: “Che noia mortale! – Oh, che rottura! – ma poi, sai, uno alla fine deve fare la Cosa Giusta, no?”. La formula e l’intonazione non sembrano variare mai, sia quando l’argomento in questione è del tutto banale, sia quando è così importante da sconvolgere l’intero corso di una vita.

Sono sempre stato interessato a questo tratto della lingua inglese a causa del suo immediato collegamento con il principio della libertà. La teoria della libertà si basa sulla dottrina dei diritti naturali, ed io ho costantemente ritenuto, in accordo con la Dichiarazione d’Indipendenza, che questa dottrina sia solida, che l’umanità sia stata dotata dal Creatore di diritti certi ed inalienabili, e che uno di questi sia la libertà. Ma il mondo sta velocemente prendendo le distanze dalla gente antiquata come me e mi è stato riferito che oggi questa dottrina è opinabile, quasi fuori moda; ormai quasi nessuno crede più che ogni uomo abbia dei diritti naturali assoluti, ma si pensa che tutti i diritti di cui gode siano costruzioni legali e frutto di convenzioni e, pertanto, giustamente soggetti a limitazione o abolizione da parte dell’autorità che li conferisce. Oltre alla teoria e al principio, il tema della libertà ha comunque un aspetto pratico che è indiscutibile, e sul quale, per qualche motivo, molto poco è stato detto. E questa curiosa caratteristica della lingua inglese serve ammirevolmente allo scopo di renderlo noto.

Un confronto tra gli inglesi e noi americani in merito al differente legame con la Cosa Giusta sembra a prima vista sfavorevole agli americani; e, in certa misura, è proprio così. Ma il punto cruciale verte sul fatto che un inglese continua ad ubbidire al richiamo della Cosa Giusta soprattutto perché è libero di farlo, perché è libero di disciplinare ampiamente una parte della propria vita nel modo che ritiene più opportuno. Per quanto riguarda la disciplina della condotta, i comportamenti umani possono essere raggruppati in tre differenti aree.

In primo luogo, vi è l’area in cui il comportamento è controllato dalla legge, cioè dalla forza, da una qualche forma di costrizione esterna. Un uomo, per esempio, non può uccidere o rubare, perché un potere organizzato esternamente all’individuo glielo impedirà, se possibile, o gli causerà problemi a posteriori. In secondo luogo, vi è l’area della scelta indifferente, dove, ad esempio, un uomo può utilizzare un tipo di sapone oppure un rasoio piuttosto di un altro. Infine vi è la terza area, quella in cui il comportamento è regolato da un rispetto volontario ed auto-imposto verso le ragioni morali o sociali. In tale ambito, per esempio, si segue la regola del “prima donne e bambini”, si prende un grosso rischio per salvare qualcuno da una casa in fiamme, oppure, come sir Philip Sidney (12), si preferisce offrire l’acqua ad un uomo bisognoso persino quando è in gioco la propria sopravvivenza.

Ora, per qualunque motivo e in qualsiasi modo sia venuta alla luce, l’area della costrizione nella società inglese è relativamente contenuta. L’inglese non ha molte leggi a cui obbedire; la maggior parte di queste si riferisce alla proprietà e, ovviamente, quelle poche che riguardano la condotta personale, sono sostanzialmente basate sulla ragione e il buon senso. Ne ha comunque troppe, è ovvio, e la tendenza attuale in Inghilterra, come dappertutto purtroppo, è quella di moltiplicarle; la sua situazione non si può certo definire ideale, ma a paragone con quella americana, egli vive in un paradiso anarchico. Inoltre, l’inglese convive con un secondo settore, quello relativo alla scelta indifferente, abbastanza vasto a causa dell’assenza di un’opinione pubblica stupida e mediocre che preme con forza affinché si riduca. Per questa ragione, la vita in Inghilterra esige maggior responsabilità individuale rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti. Con così poche leggi e così tanta libertà di scelta d’altronde, il significato che l’individuo attribuisce alle proprie azioni incrementa automaticamente. Pertanto la terza area, controllata dalla lealtà verso la Cosa Giusta, è meno sacrificata e non tende a restringersi, ma, al contrario, dovrebbe di norma essere incline ad ampliarsi grazie al progressivo trasferimento di competenze dal primo e dal secondo settore.

Ci si stupisce veramente di quanto importante sia questo senso di responsabilità individuale nella routine quotidiana. Permettetemi di citare due esempi agli estremi della scala sociale. Una domenica mattina di maggio, al piano superiore di un autobus di Piccadilly, vidi un anziano e superbo signore di circa sessantacinque anni, perfettamente somigliante al fumetto sir Digby de Rigby di du Maurier (13). Indossava un plug hat (14) bianco con 2 pollici di banda nera e un lunga giacca da dressage nera, un gilet decorato viola-oro, un colletto alto dal design antico – rigido come un pezzo di legno – una cravatta rossa, calzini rossi, scarpe ruggine ed un paio di pantaloni quadrettati in bianco e nero che nessun americano ha più visto, oserei dire, dai giorni dei Christie’s minstrels (15). Esclusi i gioielli, stimai l’intero abbigliamento intorno ai 500 dollari; non vi era un solo filo scadente. Lo accompagnavano un paio di signore e la sua conversazione era piacevole e divertente; come sbarcarono sul lato opposto di St. James ipotizzai che fossero diretti verso la chiesa, essendo l’ora giusta per la funzione. Il fatto da sottolineare è che nessuno commentò tutta questa magnificenza né vi diede alcuna attenzione. Se al vecchio signore piace vestirsi in quel modo, perchè quello è il modo che gli garba, e dato che non sta attualmente disturbando nessuno, perchè non può farlo? Ovunque in America, d’altra parte, un uomo agghindato in quella maniera per andare in chiesa avrebbe attirato una folla incuriosita ed entusiasta sin dal momento in cui avesse messo il naso fuori dalla porta.

Quanto fermento per un affare di così poco conto. All’altra estremità della scala sociale, è degno di nota il fatto che in Inghilterra la fornicazione non sia un crimine* (nota originale nel testo: “Mi è stato detto, con mio stupore, che non è un crimine neanche nel Maryland!”). A Londra una coppia non sposata può metter su casa e restare indisturbata dall’azione della legge finché è in vita, e se proprio qualcuno dovesse importunarli, c’è proprio quest’ultima a loro tutela; questo perchè la legge inglese protegge quelli contro cui non vi è un’accusa esplicita, anche se il loro comportamento può non essere esattamente lodevole o approvato. Essi possono registrarsi presso un hotel sotto i loro diversi nomi e la legge non solo li lascia in pace, ma protegge la loro pace. Il diritto inglese interferisce nelle relazioni sessuali solo in caso di minori, per la loro salvaguardia, ed in caso di adulterio, per proteggere un diritto di proprietà sui beni comuni, o ciò che ne rimane. Al di là degli esempi, molti altri sono i casi che vengono lasciati al giudizio individuale ispirato dalla Cosa Giusta.

On Doing the Right Thing – Albert Jay Nock

Traduzione di Patrick Rota

Note del traduttore:

Nota 1: fondazione che simboleggiava i forti legami esistenti tra gli Stati Uniti ed il Regno Unito, trasformatasi negli anni in Club. Ancora oggi, presso il Sulgrave Manor, è possibile ammirare una ricca collezione di dipinti e cimeli riguardanti la famiglia Washington, a partire dal proprietario terriero William, per arrivare fino a George, divenuto poi il primo presidente degli Stati Uniti -fonte: Web.

Nota 2: cuginanza, vocabolo anglosassone che indica un legame un po’ meno forte rispetto al concetto di fratellanza.

Nota 3: società anglo-americana fondata nel 1902 allo scopo di promuovere e supportare l’amicizia e le pacifiche relazioni tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Era ed è tuttora particolarmente famosa a causa delle cene di benvenuto organizzate ogni qual volta venga eletto un nuovo ambasciatore inglese negli Stati Uniti oppure un nuovo ambasciatore americano nel regno Unito. Negli anni tra i suoi membri vi sono stati innumerevoli ministri, diplomatici, politici, uomini d’affari ed intellettuali -fonte: Wikipedia.

Nota 4: noto personaggio comico inventato da Finley Peter Dunne nel 1898. Era la caricatura dell’immigrato irlandese, dotato di un umorismo banale solo in apparenza; i suoi sketches riguardavano principalmente la politica e la società. Uno fra i suoi accaniti fans fu il presidente Theodore Roosvelt, nonostante fosse spesso bersaglio della sua satira -fonte: Wikipedia.

Nota 5: “il comune senso per il denaro”; l’espressione è una trasposizione del linguaggio verbale delle classi medio-basse.

Nota 6: da questo momento in poi, tradotto nel testo con l’espressione “fare la Cosa Giusta”.

Nota 7: esploratore e botanico britannico del XIV secolo, iniziò durante la vecchiaia a scrivere romanzi e racconti d’avventura.

Nota 8: romanzo semi-autobiografico di Samuel Butler, scritto tra il 1873 e il 1884, ma edito solo nel 1903. Il testo è caratterizzato da un forte attacco dell’autore contro l’ipocrisia dell’epoca vittoriana -fonte: Wikipedia.

Nota 9: autore francese del XIX secolo, noto traduttore di testi latini. Fu anche, nel 1904, ambasciatore francese presso il Vaticano -fonte: Web e NYT.

Nota 10: poeta inglese del XIX secolo, aspro critico dell’epoca vittoriana. Degno di nota il suo lavoro del 1869, “Culture and Anarchy” -fonte: Wikipedia.

Nota 11: espressione francese traducibile come “capacità di auto-controllarsi”.

Nota 12: poeta e militare inglese del XVI secolo. La sua vita avventurosa, descritta da autori successivi in un misto di verità e leggenda, ispirò il grande sentimento patriottico britannico durato fino all’800, che innalzava Sidney a modello di comportamento per tutti gli inglesi; esplicativo è l’episodio, a cui Nock si riferisce, in cui offrì la propria scorta d’acqua ad un soldato ferito, nonostante lo fosse anch’egli -fonte: Wikipedia.

Nota 13: illustratore e scrittore inglese attivo nella seconda metà del XIX secolo –fonte: Wikipedia.

Nota 14: tipico copricapo inglese di forma tondeggiante, ornato da una banda di tessuto.

Nota 15: compagnia operistica statunitense di metà ‘800, caratterizzata da un abbigliamento di scena molto simile a quello descritto da Nock nel testo.