Ma lo Stato è in grado di produrre ricchezza?

burocratiIn una delle sue ultime gaffe pubbliche, il presidente Obama ha dimostrato, per l’ennesima volta, la sua totale incapacità di comprendere le questioni economiche, dichiarando, in una conferenza tenutasi presso la Casa Bianca, che <<il settore privato si sta comportando bene>>.

Il Presidente, il quale non ha mancato di puntualizzare, nuovamente, come gli sportelli automatici dei bancomat stiano in realtà soppiantando il lavoro umano,  ha fortemente accusato, per lo stato dell’economia stagnante, la politica dei licenziamenti che si è registrata nel settore pubblico, tanto a livello statale che a livello locale:

Dove stiamo riscontrando delle debolezze nella nostra economia, ciò ha a che vedere con i governi statali e locali, settori in cui, spesso, sono stati intrapresi dei tagli agli organici, da parte di governatori o sindaci, che non hanno adottato lo stesso tipo di misure di cui essi stessi hanno beneficiato, in passato, da parte del governo federale; e che non hanno avuto la medesima flessibilità, se comparata a quella del governo federale, nel gestire una situazione caratterizzata da una costante contrazione degli introiti per far fronte ai fabbisogni.

Per tutti quegli statali lasciati a casa, mi si permetta di essere il primo a dichiarare con orgoglio: “finalmente ce ne siamo liberati!”. Al taglio di ogni dipendente pubblico, corrisponde un allentamento dei carichi e degli oneri fiscali che i contribuenti devono sostenere per essere coercitivamente obbligati a mantenere tali scellerate sanguisughe. Di primo acchito, ciò potrebbe sembrare anche spietato e potrei essere bollato come una persona senza cuore: ma basta soffermarsi un attimo ad analizzare cosa significhi realmente il concetto di “creare ricchezza”, per rendersi conto che le cose non stanno proprio così.

Secondo lo stesso campione del liberalismo compassionevole, Paul Krugman, se i governi statali e locali non avessero tagliato i loro organici:

il tasso di disoccupazione sarebbe molto più basso di quello attuale – assestandosi al 7,3 per cento anziché all’odierno 8,2 per cento. Pare pertanto assodato che, qualora il settore pubblico appronti dei tagli durante le congiunture economiche caratterizzate da profonda depressione, ciò recherà sicuramente più  detrimento, che benefici, al popolo americano. 

Se si prendesse per buono quello che Krugman asserisce, sembrerebbe che il numero degli impiegati costituisca un ottimo indicatore per testare la salute economica. Ma, veramente, il semplice fatto che qualcuno occupi un posto di lavoro qualsiasi, postula, quasi fosse una conseguenza ineludibile, che si stia necessariamente creando ricchezza? E fino a quando qualcuno viene pagato per realizzare qualcosa, tali costi non devono forse essere tenuti in considerazione nella determinazione della produttività?
Se si guarda a ciò che la nozione di produttività implica veramente, è ovvio che, contrariamente a quanto asserisca Krugman, non tutti i posti di lavoro rivestono la stessa funzione. In realtà, diventerà perspicuo che la natura necessariamente violenta dello Stato si ravvisa propriamente nel consumo del capitale progressivamente costituito, anziché nel suo incremento o nella sua ricostituzione.

In primo luogo, se si portasse alle sue estreme conclusioni logiche l’idea che sia corretto corrispondere alle persone delle cifre stratosferiche per assolvere delle mansioni del tutto inutili,  potremmo sostenere, attraverso una reductio ad absurdum, che tutto ciò che serve  per rilanciare l’economia si concretizzi nell’assumere persone a scavare fossati e riempirli. Eppure solo un ignorante patentato in  materia economica potrebbe asserire che una simile politica sia in grado di generare la benché minima ricchezza. Le risorse drenate dal settore privato, impiegate per remunerare le persone che sono impiegate a scavare fosse, costituiscono, fondamentalmente, uno spreco colossale.

Il processo volto a creare valore può essere tanto semplice, quanto infinitamente complesso. Le persone possono produrre per le proprie esigenze di consumo, così come vendere i loro prodotti ad altri produttori. La domanda di beni e servizi, da parte degli attori economici, è letteralmente infinita. Il problema consiste nel truismo che il mondo, da sempre, è tiranneggiato da un invariabile principio di scarsità. Per citare l’economista Thomas Sowell, <<non c’è mai abbastanza di tutto per soddisfare i bisogni di tutti coloro che lo desiderano>>.

Nella moderne economie dei nostri giorni, caratterizzate dalla contestuale presenza dei grandi magazzini come dei negozi al dettaglio, molte persone sono cadute vittima di una fallacia logica, consistente nel “mettere il carro davanti ai buoi”. In termini economici, essi antepongono sempre il consumo alla produzione. Ma la logica ci dice che ciò che non è stato ancora prodotto non può certo essere consumato. Le persone non sarebbero state in grado di acquistare gli iPod, se la Apple non li avesse inventati. Ciò che di solito viene definita come Legge di Say [o legge degli sbocchi, ndt] postula che l’offerta deve, senza ombra di dubbio, tener conto della domanda. O come il professor Steven Horwitz ha puntualizzato:

Say stava semplicemente sostenendo che il processo produttivo costituisce la scaturigine della domanda. La nostra capacità di richiedere beni e servizi ad altri attori economici,  deriva, né più né meno, dal reddito generato con i nostri sforzi produttivi. La ricchezza è creata dalla produzione, giammai dal consumo.

Quando parliamo di acquisti e di vendite che contribuiscono al soddisfacimento dei bisogni emergenti, lo scambio, per definizione, diviene mutualmente vantaggioso. Cioè, le due parti non concepiscono la loro transazione come un mero contraccambio alla pari, ma sono convinte di guadagnare quel “quid”, che stimano valere molto di più rispetto a quello che offrono in contropartita. L’atto di volontarietà incarnato nel libero mercato è ciò che rende necessario il processo di economizzazione. Le risorse limitate ci costringono necessariamente alla prudenza.

Ma  lo Stato non funziona certo in questo modo e non opera nell’ambito dei suddetti limiti. Sebbene il suo agire sia sempre condizionato dalla legge immutabile della scarsità delle risorse, questi, ad ogni modo, non ha necessità di ricorrere a dei pagamenti volontari per il reperimento delle proprie entrate. Lo Stato si finanzia esclusivamente in forza di veri e propri atti di aggressione. Che lo faccia attraverso la rapina legalizzata (la tassazione), la promessa di un furto solo procrastinato nel tempo (il debito), ovvero la  contraffazione fraudolenta (l’inflazione), coloro che sono incistati in seno alle burocrazie statali non nutrono affatto preoccupazioni,  nella misura in cui il cittadino produttivo è costretto, a tale stregua, a continuare a garantir loro le risorse necessarie. I detentori del potere politico e gli esattori, loro sodali, nella loro propensione alla predazione, sono limitati esclusivamente dal livello di produttività raggiunto dai governati, ad essi sottoposti.

Coloro che dissipano i nostri soldi, non solo possono avvalersi della minaccia della forza, di cui vantano il monopolio, per reperire i mezzi di cui abbisognano; ma non sono nemmeno soggetti ad alcun incentivo che li conduca ad impiegare in utilizzi economicamente efficienti le risorse che hanno impunemente taglieggiato.

Come ha ben messo in evidenza l’economista Mark Thornton, <<la spesa pubblica non può essere sottoposta ad alcun test volto a misurarne il gradimento degli utilizzatori, similmente a quanto accade, in un mercato, con i consumatori>>. L’unico modo per determinare se un dato bene o servizio sia apprezzato dal pubblico, è che lo stesso sia volontariamente acquistato. Ogni volta che i consumatori si apprestano ad effettuare un acquisto, essi stanno semplicemente comunicando ai produttori che sono disposti a rinunciare, per il prezzo richiesto, ad altre opportunità di spesa. Quando, al contrario, i consumatori si astengono dall’effettuare acquisti, stanno veicolando ai produttori il messaggio che il prezzo richiesto per quei beni o servizi è troppo alto, e che, pertanto, preferiscono impiegare diversamente il loro potere d’acquisto. I produttori ricevono così degli importanti feedback circa l’opportunità di abbassare i prezzi di vendita, adottando nuovi metodi produttivi che consentano loro di diventare più efficienti, ovvero circa l’opportunità di orientare gli sforzi verso settori alternativi. Insomma, solo i consumatori possono, in ultima istanza, decidere quale valore avere debba attribuirsi ad un bene o ad un servizio, in virtù dei loro acquisti. Dal momento che lo Stato non è tenuto al rispetto di questi standard rigorosi, è praticamente impossibile stabilire se le sue spese producano, o meno, qualcosa che sia suscettibile di essere apprezzato.

Ci sono innumerevoli esempi dimostrativi di quanto si va dicendo. Da Solyndra, azienda produttrice di pannelli fotovoltaici, [eretta a simbolo luminoso della nuova “green economy” dallo stesso Presidente Obama, ndt] e ormai in bancarotta, al Dipartimento di Stato che ha pagato 6.600 dollari per dei Kindle prodotti da Amazon, la politicizzazione ha da tempo dimostrato di essere il più formidabile veicolo per l’espansione incontrollata della spesa pubblica. Proprio perché lo Stato non produce nulla, il cui valore possa essere determinato ricorrendo a mezzi non violenti, ciò suffraga inequivocabilmente l’assunto di Mises, per il quale <<il complesso delle politiche finanziarie del Governo federale, degli Stati e delle municipalità propende verso il consumo di capitale>>.  Si spiega quindi il motivo per cui i servizi somministrati dallo Stato scontino quasi sempre delle deficienze, sia in termini quantitativi che qualitativi, rispetto a quanto potrebbe essere invece somministrato in un mercato competitivo, privo di ingerenze politiche. Le operazioni poste in essere dallo Stato si configurano pertanto come una incontrovertibile perdita netta per la società.

Se il lettore abbisognasse di prove ulteriori a sostegno di questa evidenza, forse farebbe bene a programmare una visita presso gli uffici della locale Motorizzazione Civile.

 

Articolo di James E. Miller su Mises Canada.

Traduzione di Cristian Merlo.