Milton Friedman: un keynesiano d’acqua dolce | II parte

Come precedentemente spiegatofriedman, questa estesa liquidazione del debito fu un’inevitabile e salutare correzione della precedente bolla di credito. I prestiti bancari, in realtà, erano cresciuti ad un ritmo frenetico durante i precedenti 15 anni, triplicandosi dai circa 14 miliardi a 42 miliardi. Come nella maggior parte dei boom creditizi artificiali, la rilevante espansione dei prestiti durante la Grande Guerra e i Ruggenti Anni Venti  lasciò le banche imbottite di prestiti che non poterono essere rimborsati quando, nell’ottobre del 1929, la musica si fermò.

Di conseguenza, durante i postumi del crash, più di 20 miliardi di prestiti bancari furono liquidati, inclusi i miliardi cancellati a causa di fallimenti e chiusure di aziende. Come precedentemente spiegato, circa la metà della contrazione dei prestiti fu da attribuire ai 9 miliardi di prestiti a garanzia del mercato azionario che erano stati ritirati, quando la bolla del mercato finanziario collassò nel 1929.

Similmente, anche i prestiti per il finanziamento del capitale operativo diminuirono significativamente a causa del crollo della produzione. Di nuovo, ciò fu la mera conseguenza dello scoppio della bolla industriale e del settore dell’export, non qualcosa causato dal fallimento della FED nel fornire adeguate riserve bancarie. In breve, la liquidazione di prestiti bancari fu quasi esclusivamente il risultato di bolle scoppiate nell’economia reale, non di mancanza di stimoli da parte della banca centrale.

In realtà, non c’è mai stata nessuna evidenza di larga scala del fatto che i prestiti bancari siano diminuiti durante il ’30-’33 a causa di banche richiedenti il pagamento dei crediti esigibili o neganti il credito a potenziali debitori solventi. Tuttavia, a meno che questi fatti siano accaduti, non c’è semplicemente nessuna prova che la restrizione monetaria abbia causato la Grande Depressione.

Friedman e i suoi seguaci, compreso Bernanke, vennero fuori con una bufala accademica per giustificare queste ovvietà: poiché il livello generale dei prezzi era sceso significativamente durante i 45 mesi successivi al crash, sostennero che il tasso di interesse “reale” fosse eccessivamente alto, dopo l’aggiustamento per deflazione.

Ma questo è un battibecco accademico. Gli uomini d’affari del mondo reale, che si confrontavano con un registro delle commesse in tracollo, avrebbero rifuggito nuovi prestiti per l’ovvia ragione che non avevano bisogno di capitali, non perché a loro sembrasse troppo alto il tasso d’interesse aggiustato per deflazione.

In fin dei conti, il trattato monetario di Friedman non offre alcuna evidenza e semplicemente sostiene una falsa causa; ossia, che il declino passivo dell’offerta di moneta sia stata la causa attiva della riduzione di produzione e spesa. La vera causa è stata l’opposta: il volume nazionale di moneta diminuì in modo significativo durante il periodo seguente al crash poiché i prestiti bancari sono il latte materno dei depositi bancari. Pertanto, quando i registri dei prestiti gonfiati furono ridotti ad una grandezza sostenibile, il volume di moneta depositata calò in modo parallelo.

Dato questo collasso del credito e il conseguente crash del moltiplicatore monetario, c’era un solo modo per la FED per tentare di reflazionare l’offerta di moneta: sarebbe stato necessario comprare e monetizzare quasi ogni singolo centesimo dei 16 miliardi di bond del Tesoro statunitense allora esistenti.

Gli incorreggibili stampatori di moneta odierni senza dubbio direbbero: ”Nessun problema”. Tuttavia, non pare esservi altro dubbio per il quale, data l’universale antipatia, all’epoca, per l’inflazione monetaria, una tale mossa avrebbe scatenato il panico e il pandemonio in quello che rimaneva dei mercati finanziari. Non c’è bisogno di dire che Friedman non spiegò mai come la FED avrebbe potuto pensare di riavviare il moltiplicatore monetario in calo o, fallendo in ciò, di spiegare ai mercati finanziari perché stesse comprando tutto il debito pubblico.

Oltre a ciò, Friedman non fu in grado di provare, al tempo del suo libro “ Storia monetaria degli USA”, nel 1965, che la creazione dal nulla di una nuova, immensa quantità di riserve bancarie avrebbe spinto il sistema bancario a convertirle in una risalita di nuovi prestiti e depositi. Tuttavia, Friedman neppure tentò di provare quell’affermazione. Secondo la teoria quantitativa della moneta costituiva una verità a priori.

In verità, dal culmine della Depressione, nel 1932, i tassi di interesse provarono il contrario. I tassi su T-bills e cambiali finanziarie furono rispettivamente dell’1,5% e 1%, e ciò significava che non ci fu, praticamente, domanda insoddisfatta di prestiti da parte dei debitori degni di credito; il giro d’affari in calo delle operazioni di sconto delle 12 banche del Federal Reserve provò ulteriormente la tesi. Nel settembre del ’29 le banche membri prestarono circa 1 miliardo tramite operazioni di sconto, ma dal gennaio ’33 questo calò a soli 280 milioni. Insomma, le banche non stavano prestando non perché fossero a corto di riserve; non stavano prestando perché erano a corto di debitori solventi e di una vera domanda di credito.

In ogni caso, l’intera teoria di Friedman sulla Grande Depressione fu completamente demolita da Ben Bernanke, il suo più famoso allievo, in un esperimento nel mondo reale del settembre 2008. La sua FED intraprese una massiccia operazione sul mercato aperto in risposta alla crisi finanziaria, comprando e monetizzando più di 2.000 miliardi di debito del Tesoro e delle agenzie.

Come ora è chiaramente evidente, il risultato è stato un monumentale “ girare a vuoto. Il fatto che, attualmente, ci siano 1.700 miliardi di riserve in eccesso parcheggiate presso la FED ( paragonate ai soli 40 miliardi prima della crisi ) significa che quasi tutte le nuove riserve, nate dalla baldoria della FED nel comprare bond, sono nate morte.

Stando in un deposito presso la banca centrale, esse non hanno spinto la crescita dei prestiti bancari in Main Street o dell’offerta di moneta. Non c’è nessuna ragione, quindi, per credere che il risultato sarebbe potuto essere differente nel 1930-1932.

Milton Friedman: il keynesiano d’acqua dolce e il professore libertario che ha creato il Grande Governo

La grande ironia, poi, è che il più famoso moderno economista conservatore della nazione è diventato il padre del Grande Governo, dei deficit cronici e della bancarotta fiscale nazionale. Friedman fu il primo a sollecitare la rimozione delle limitazioni del gold standard di Bretton Woods nello stampare moneta da parte della banca centrale e, successivamente, aggiunse al danno la beffa, dando un’autorizzazione conservatrice al perpetuo acquisto sul mercato aperto del debito governativo da parte della FED. Il monetarismo di Friedman, per mezzo di ciò, ha istituzionalizzato un sistema che ha consentito ai politici di spendere cronicamente senza tassare.

Similmente, fu il professore della scuola di Chicago, fautore del libero mercato, che benedì anche la fondamentale tesi keynesiana per cui Washington deve continuamente gestire e stimolare l’economia nazionale.

In verità, la tesi keynesiana d’acqua dolce, secondo il famoso paradigma di Krugman, è stata modesta rispetto alla presunzione di profondi aggiustamenti dei suoi rivali “di acqua di mare”. I keynesiani di acqua di mare degli anni ’60 proposero di stimolare l’economia finché l’ultimo miliardo di dollari di potenziale PIL non fosse realizzato; in pratica, avrebbero raggiunto la prosperità permettendo allo Stato di fare tutto ciò che fosse necessario tramite una molteplicità di interventi fiscali.

Al contrario, il keynesiano di acqua dolce, Milton Friedman, pensava che il capitalismo fosse in grado di prendersi cura di se stesso, finché avesse, precisamente, la giusta quantità di moneta in ogni momento; cioè, Friedman avrebbe ottenuto la prosperità permettendo allo Stato di fare la sola cosa che fosse necessaria tramite il singolo canale di crescita di M1.

Ma l’asserzione è innegabile. Come è stato visto, Friedman pensava che non si potesse avere fiducia del fatto che le banche appartenenti al sistema al Federal Reserve System mantenessero l’economia adeguatamente fornita della moneta, richiedendo volontariamente operazioni di sconto quando avessero avuto bisogno di riserve per favorire l’attività commerciale. Piuttosto, la banca centrale doveva fissare e raggiungere una precisa quantità di M1 in modo che il PIL riflettesse quello che saggi economisti ritenevano possibile, non soltanto il naturale livello risultante dall’interazione fra consumatori, produttori e investitori nel libero mercato.

Per tutti questi obiettivi pratici, fu Friedman che spostò le fondamenta della moneta della nazione dall’oro ai Treasury Bills. Infatti, nello schema di Friedman di acquisti da parte della banca  centrale di bond del Tesoro e di azioni, fu il processo di creazione di moneta quello tramite cui la prosperità sarebbe potuta essere gestita e raggiunta.

Quello che Friedman non riuscì a vedere fu questo: la quantità legale di M1, secondo un uomo saggio, sarebbe potuta essere soppiantata dalla quantità di M2 ( una più larga misura di offerta di moneta che include i depositi di risparmio ) secondo un altro illuminato o, ancora, da un altro obiettivo di quantità per la domanda aggregata (il PIL nominale fissato) o anche dalla quantità di posti di lavoro creati (come l’obiettivo di 200.000 posti al mese recentemente annunciato dal governatore della FED Evans). Potrebbe anche essere la misura del cambio dell’Indice Russel 2.000 del prezzo delle azioni, come ha sostenuto Bernanke.

Ma è difficile da immaginare un mondo nel quale nessuna di queste alternative “quantità” non scenda sotto il livello “stabilito” ritenuto essenziale per il buono stato dell’economia nazionale dai loro proponenti. In breve, l’impegno di dodici uomini e donne saggi liberi, grazie al piano di Friedman, di inondare di dollari la realtà, potrebbe sempre trovare ragioni per comprare il debito del governo e, per mezzo di ciò, preparare senza timore la nascita del deficit fiscale.

Articolo di David Stockman su Mises.org

Traduzione di Tommaso Segre

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