H. Hazlitt – La Crisi Inflazionistica e Come Risolverla: introduzione & cap. I

INTRODUZIONE

Questo libro fu inizialmente inteso come edizione rivisitata del mio “Cosa dovresti sapere a proposito dell’inflazione”, pubblicato per la prima volta nel 1960. L’inflazione tuttavia, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo intero, da allora non solo ha continuato la propria avanzata, ma si è moltiplicata ed ha accelerato. I problemi che presenta, sotto diversi punti di vista, stanno diventando sempre più gravi ed urgenti e richiedono, dunque, un’analisi più profonda ed ampia.

Per tali motivi questo è – in effetti – un libro completamente nuovo. Solamente un settimo del materiale è stato ripreso dal volume del 1960, e comunque anch’esso rivisitato. Il resto è invece inedito. Ho voluto dividere il presente volume in due, proprio per rendere la distinzione chiara a coloro che avessero già letto il precedente libro. Tutto il materiale proveniente da quest’ultimo è contenuto nella prima sezione, “Uno Sguardo d’Insieme”, ma non tutte le sue parti erano presenti anche nel vecchio volume. Il Capitolo 2, ad esempio, presenta una serie di dati quarantennali sull’inflazione, al posto dei ventennali precedenti. Tutto, nella seconda sezione – “Approfondimenti” – è nuovo. Alcuni dei capitoli di questo libro sono apparsi, anche se in una forma leggermente diversa, come articoli sulla rivista “Freeman”, ma erano stati pensati e scritti originariamente per questo volume.

Cosa dovresti sapere a proposito dell’inflazione fu essenzialmente una bozza; questo nuovo scritto ha degli obiettivi più ambiziosi. Qui, ho cercato di analizzare scrupolosamente e a fondo praticamente tutte le situazioni ed i problemi sollevati dall’inflazione e le fallacie croniche in larga parte responsabili del suo perdurare. Dunque, le due sezioni si supportano a vicenda: come suggerito dai rispettivi titoli, la prima fornisce uno sguardo d’insieme mentre la seconda i dettagli.

Poiché ho affrontato le suddette problematiche e fallacie in capitoli separati, cercando di rendere ciascuna discussione completa ed autonoma, si noteranno certamente alcune ripetizioni. Quando si cerca di dare una visione completa su svariati problemi accessori, necessariamente si incontrano considerazioni che ciascuno di essi condivide con quello generale. Soltanto con questa ripetuta enfasi e le varie iterazioni di determinate verità possiamo sperare di farci strada verso la vittoria della battaglia contro le arroganti fallacie e demagogie che hanno portato al persistere di politiche inflazionistiche per più di mezzo secolo.

HENRY HAZLITT
Febbraio 1978

 

PARTE PRIMA: UNO SGUARDO D’INSIEME

 

1. CHE COS’E’ L’INFLAZIONE

Niente, al giorno d’oggi, è più discusso – e meno compreso – del tema dell’inflazione.hazlitt I politici a Washington ne parlano come se fosse un’orribile minaccia esterna sulla quale non hanno controllo – come un’alluvione, un’invasione straniera, una piaga. É qualcosa che essi da sempre promettono di “combattere” – se il Congresso o il popolo soltanto fornisse loro le “armi” o una “legge abbastanza forte” per compiere tale lavoro.

Tuttavia, la verità è che i nostri politici hanno favorito l’inflazione attraverso le loro politiche monetarie e fiscali. Stanno dunque promettendo di combattere con la mano destra ciò che hanno creato con la sinistra.

Ciò che chiamano inflazione è, sempre e dovunque, un fenomeno principalmente causato da aumento dell’offerta di denaro e di credito. In effetti, si tratta proprio dell’aumento di denaro e di credito. Se si sfoglia l’American College Dictionary, per esempio, si scoprirà che la prima definizione di inflazione è quella che segue:

“Inappropriata espansione o aumento della valuta di un Paese, specialmente attraverso la distribuzione di moneta cartacea non redimibile in metallo prezioso” (enfasi aggiunta).

Negli ultimi anni, tuttavia, il termine ha iniziato ad essere usato in un senso completamente diverso. Ciò si può notare leggendo la seconda definizione dell’American College Dictionary:

“Un sostanziale innalzamento dei prezzi causato da un’inappropriata espansione di denaro cartaceo o di credito bancario” (enfasi aggiunta).

Ora, ovviamente, l’aumento dei prezzi causato da un’espansione dell’offerta monetaria e l’espansione dell’offerta monetaria in sé sono due cose distinte.

Una causa, o condizione, è chiaramente diversa dalle sue conseguenze. L’uso del termine inflazione con questi due significati diversi ha condotto ad un’incredibile confusione.

La parola inflazione originariamente si applicava soltanto alla quantità di denaro. Voleva dire che il volume di moneta era inflazionato, sovra-stimato. Non è soltanto indice di pedanteria il voler insistere che tale parola venga usata soltanto nel suo significato originale. Usarla per indicare “un aumento dei prezzi” contribuisce a sviare l’attenzione sia dalla vera causa dell’inflazione che dalla vera cura per essa. (Tuttavia, devo avvertire il lettore che la parola inflazione è ora così comunemente utilizzata per indicare un aumento dei prezzi che la sua correzione sarebbe difficile e dispendiosa in termini di tempo. La parola è diventata, invero, praticamente universale in un’accezione ambigua: alcune volte nel senso di aumento dello stock di moneta ma molto più spesso nel senso di aumento dei prezzi.

Ho personalmente sperimentato quanto sia praticamente impossibile non cadere in questa sopracitata ambiguità. Dunque, ritengo che il compromesso più accettabile per evitare una confusione lessicale sia di ricordarsi di utilizzare la frase intera “inflazione dei prezzi” se si intende il secondo significato. Ho cercato di adottare questo metodo nelle pagine che seguono anche se, forse, non sempre in modo coerente).

Osserviamo cosa accade durante un’inflazione e perché. Quando l’offerta di moneta aumenta, le persone hanno più soldi da scambiare per beni e servizi. Se l’offerta di beni non aumenta – o lo fa non proporzionalmente all’aumento di offerta di moneta – i prezzi dei beni aumenteranno. Ogni singolo dollaro perderà di valore, causa l’aumento di quantità degli stessi: ne verranno quindi offerti di più per, ad esempio, un paio di scarpe o un carico di cereali. Un prezzo non è altro che un tasso di scambio tra un dollaro ed un’unità di un bene. Quando le persone possiedono più dollari, danno meno valore ad ciascuno di essi. I beni quindi aumentano di prezzo non perchè siano divenuti più scarsi di prima, ma perchè i dollari con cui si scambiano sono una risorsa più abbondante e di conseguenza con meno valore.

Nei tempi andati, i governi inflazionavano la moneta “tosandola” o drogandola con metalli meno pregiati. In seguito scoprirono che potevano inflazionare il denaro in modo più semplice e veloce semplicemente stampando a volontà moneta cartacea, come accadde agli assignat nella Francia del 1789 e alla nostra valuta durante la Guerra d’Indipendenza. Oggigiorno, il metodo è leggermente più indiretto: il nostro governo vende alle banche obbligazioni proprie o altri titoli di debito; queste in pagamento iscrivono nei propri libri contabili “depositi” a nome del governo, dai quali esso può effettuare prelievi. La banca poi, a propria volta, può vendere il titolo di debito in suo possesso ad una delle banche del Sistema di Federal Reserve la quale pagherà o aprendo a suo nome una linea di credito oppure stampando banconote federali. Questo è il modo in cui il denaro viene creato.

La maggior parte dell’“offerta di denaro” di questo Paese è rappresentata non dalla valuta cartacea, ma dai saldi dei depositi bancari a vista, motivo per cui gran parte degli economisti, per ricavare il dato aggregato di offerta monetaria, aggiungono i depositi a vista (e, sempre più frequentemente, anche quelli vincolati) alla valuta circolante al di fuori dal sistema bancario. Il totale di moneta e credito così misurato, inclusi i depositi vincolati, era di $63,3 miliardi alla fine di Dicembre del 1939, $308,8 miliardi nel Dicembre 1963 e $806,5 miliardi alla fine del 1977. Tale aumento (del 1174%) dell’offerta di moneta evidenzia in maniera schiacciante il motivo per il quale i prezzi, nello stesso periodo, siano aumentati del 398%.

Alcune Definizioni

Si sente replicare spesso che attribuire l’inflazione soltanto ad un aumento nel volume di moneta disponibile è “ultra-semplicistico”. E questo è vero. Dobbiamo tenere a mente diverse definizioni.

Per esempio, “l’offerta di moneta” deve essere immaginata come inclusiva sia del denaro cartaceo sia del credito bancario – specialmente negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei pagamenti avviene tramite assegni.

È altrettanto ultra-semplicistico affermare che il valore di un singolo dollaro dipenda semplicemente dall’attuale offerta di dollari. Infatti, dipende anche dall’offerta attesa futura di dollari. Se la maggior parte delle persone temesse, per esempio, che l’offerta di moneta da qui ad un anno sarà ancora più grande, l’attuale valore del dollaro (misurato dal suo potere d’acquisto) sarebbe minore rispetto a quello che l’attuale quantità di moneta avrebbe altrimenti garantito.

Ancora, il valore di ogni unità monetaria, come il dollaro, non dipende soltanto dalla quantità di dollari, ma dalla loro qualità. Quando un Paese abbandona lo standard aureo, per esempio, significa che l’oro, o il diritto ad averlo, si è improvvisamente trasformato in semplice carta. Il valore dell’unità monetaria di conseguenza cadrà in picchiata immediatamente, anche se non vi fosse stato ancora alcun aumento nella quantità di denaro. Questo perché le persone hanno più fiducia nell’oro che nelle promesse o nei giudizi dei responsabili delle politiche monetarie del governo. Invero, è difficile trovare un caso in cui l’abbandono dello standard aureo non sia stato seguito da un aumento di credito bancario e di maggiore moneta cartacea stampata.

In breve, il valore del denaro varia per le stesse ragioni per cui lo fanno le altre materie prime. Come il valore di un’oncia di cereali non dipende soltanto dall’attuale offerta di cereali ma anche dalla proiezione del raccolto successivo e dalla sua qualità, così il valore del dollaro poggia su simili variabili. Il valore della moneta, come quello dei beni, non è determinabile attraverso mere relazioni fisiche o meccaniche, ma principalmente tramite fattori psicologici che possono risultare spesso complicati.

Trattando delle cause e della ricerca di una cura per l’inflazione, un conto è tenere a mente tali complicazioni, più che reali; un altro è il rimanere confusi o sviati da altri tipi di problemi, inutili ed inesistenti.

Per esempio, si sente spesso dire che il valore del dollaro non dipenda soltanto dalla quantità di moneta ma anche dalla sua “velocità di circolazione”. Un aumento nella velocità di circolazione, tuttavia, non risulta essere causa di un ulteriore abbattimento del valore del dollaro; è essa stessa una conseguenza della paura che il valore del dollaro stia per diminuire (o, per dirla in un altro modo, della credenza che il prezzo dei beni stia per aumentare). Proprio questa convinzione spinge le persone ad essere più determinate nel voler scambiare i propri soldi con beni. L’enfasi che alcuni scrittori pongono sulla velocità di circolazione è soltanto un altro esempio di come meccaniche dubbiose vengano scambiate con reali moventi psicologici.

Un altro vicolo cieco: in risposta a coloro che affermano come l’inflazione dei prezzi sia primariamente causata da un aumento di quantità di moneta e di credito, si replica che l’aumento dei prezzi delle materie prime spesso avvenga prima dell’aumento dell’offerta di moneta. Questo è vero ed è quanto accadde, ad esempio, subito dopo lo scoppio della guerra di Korea. Materie prime strategiche cominciarono ad aumentare di prezzo causa i timori di future carenze. Speculatori e manifatturieri iniziarono a comprarle: i primi per rivenderle in seguito con maggiori profitti; i secondi a scopo cautelativo d’inventario. Ma per fare ciò dovettero chiedere in prestito soldi alle banche: l’aumento dei prezzi fu infatti accompagnato da un altrettanto marcato aumento dei prestiti e depositi bancari. Dal 31 maggio 1950 al 30 maggio 1951 i prestiti fatti dalle banche statunitensi aumentarono di $12 miliardi. Se questi prestiti non fossero stati concessi e nuova moneta non fosse stata creata (più o meno $6 miliardi alla fine di gennaio 1951) a copertura di quelli, l’aumento dei prezzi non sarebbe stato possibile. In conclusione, l’aumento di prezzi è avvenuto  soltanto grazie ad un aumento dell’offerta di denaro.

Alcune Fallacie Popolari

Una delle più presuntuose fallacie sull’inflazione è l’assunto che essa venga causata non da un aumento della quantità di denaro, ma da una “carenza di beni”.

È vero che un aumento dei prezzi (il quale, come abbiamo già osservato, non dovrebbe essere identificato con l’inflazione) può essere causato sia da un aumento della quantità di moneta sia dalla carenza dei beni. Il grano, ad esempio, potrebbe aumentare di prezzo per due ragioni: l’aumento dell’offerta di moneta in circolazione e un raccolto non troppo generoso. Tuttavia assai raramente troveremo, anche durante una guerra mondiale, un generale aumento di prezzo causato da una generale scarsità di beni. Ciononostante, tanto presuntuosa è la fallacia che vorrebbe l’inflazione causata da una scarsità di beni che, anche nella Germania del 1923, dopo che i prezzi si moltiplicarono di un centinaio di milioni di volte, le autorità e milioni di tedeschi attribuivano la propria condizione alla generale scarsità di risorse – nello stesso periodo in cui gli stranieri andavano in Germania a comprare beni tedeschi, pagandoli con l’oro o con le proprie valute a prezzi più bassi di quelli che avrebbero trovato nei rispettivi Paesi d’origine.

L’aumento dei prezzi negli Stati Uniti dal 1939 è costantemente attribuito ad una generale scarsità di risorse. Ma la statistica ufficiale mostra come il tasso di produzione industriale nel 1977 fosse sei volte maggiore di quello del 1939. Nemmeno vale come scusa l’affermare che, in tempo di guerra, l’aumento dei prezzi sia causato dalla scarsità di beni civili. Anche ammesso il fatto che questi ultimi siano davvero scarsi in tempo di guerra, tali scarsità non causerebbero alcun aumento di prezzo sostanziale se il maggior carico fiscale non sottraesse agli stipendi civili una percentuale pari a quella che il riarmo prende dalla disponibilità di beni.

Questo porta ad un’altra fonte di confusione. Le persone spesso parlano di deficit di bilancio come se rappresentassero una causa necessaria e sufficiente per l’inflazione. Un deficit di bilancio, tuttavia, non comporta alcuna inflazione quando finanziato completamente dalla vendita di titoli di Stato pagati con risparmi reali. Persino un attivo di bilancio, d’altro canto, non è garanzia d’assenza di inflazione. Ciò fu dimostrato, per esempio, nell’anno fiscale con termine il 30 giugno 1951, quando si verificò una sostanziale inflazione nonostante un surplus di bilancio pari a 3,5 miliardi di dollari. La stessa cosa avvenne, in presenza di surplus, anche negli anni fiscali 1956 e 1957 (anno dal quale non abbiamo registrato altro che deficit federali, ad eccezione di uno – il 1969 – ed in quell’anno i prezzi aumentarono). Un deficit di bilancio, in breve, è portatore di inflazione solamente nel caso in cui sia colmato tramite aumento dell’offerta di moneta. L’inflazione poi può verificarsi anche in caso di conti pubblici in attivo, qualora tale fortunata evenienza non impedisca un’ulteriore aumento di offerta monetaria.

La stessa catena di causalità si applica a tutte le cosiddette “spinte inflazionistiche” – in particolare a quella denominata “spirale di prezzo-salario”. Se non fosse preceduto, accompagnato o di presso seguito da un aumento dell’offerta di moneta, un aumento dei salari al di sopra del “prezzo di equilibrio” non causerebbe alcuna inflazione, ma soltanto disoccupazione. Ed un aumento dei prezzi senza un aumento della moneta disponibile nelle tasche delle persone causerebbe soltanto un abbattimento delle vendite. Gli aumenti dei prezzi e dei salari, in breve, sono di solito conseguenze dell’inflazione; ne sarebbero causa soltanto nella misura in cui riuscissero a forzare un aumento dell’offerta di denaro.

Tratto da “The Inflation Crisis and How To Resolve It” (Introduzione e I capitolo).

Traduzione di Filippo Martini