In difesa dell’apriorismo estremo

Murray Rothbard scrisse questo articolo nel 1956. Pubblicato originariamente sul Southern Economic Journal, January 1957, pp. 314-320 e ristampato in M. Rothbard, The Logic of Action One (Edward Elgar, 1997, p. 100-108. Edizione on line pubblicata col permesso de “the Rothbard Estate”, Copyright © 2002).

La stimolante diatriba metodologicaepistemologia tra il Professor Machlup e il Professor Hutchinson dimostra che, talora, vi sono più di due schieramenti in risposta ad una determinata questione. In diversi modi, i due dibattono finalità incrociate: Hutchinson si scaglia contro la visione metodologica (e politica) di Ludwig von Mises; l’accusa più seria mossa consiste nel ritenere l’intera posizione di Machlup un tentativo di ammantare l’eresia Misesiana di dignità epistemologica. La risposta di Machlup, correttamente, menziona a malapena Mises; infatti, le visioni dei due sono agli antipodi (il primo è vicino alla tradizione “positivista” della metodologia economica). Ma, nel frattempo, troviamo l’“apriorismo estremo” indifeso nel dibattito. Forse, un apporto “apriorista estremo” al discorso potrebbe rivelarsi utile.

Primo: dovrebbe essere chiaro che né il Professor Machlup né il Professor Hutchinson rappresentano ciò che Mises chiama “prasseologo”, cioè, nessuno dei due ritiene che (a) gli assiomi fondamentali e le premesse dell’economia siano assolutamente vere; (b) che i teoremi e le conclusioni dedotte dalle leggi della logica derivino da questi postulati e siano, quindi, assolutamente veri; (c) che non vi sia, di conseguenza, bisogno di “test” empirici e (d) che i teoremi dedotti non possano essere testati neanche se lo volessimo. Entrambi, invece, sono desiderosi di testare empiricamente le leggi economiche.

La differenza cruciale consiste nell’adesione del Professor Machlup alla posizione positivista ortodossa, per cui le assunzioni non hanno bisogno di essere verificate finché le conseguenze dedotte siano provate come vere – la posizione del Professor Milton Friedman – mentre il Professor Hutchinson sposa l’approccio più empirico – istituzionalista – della necessità di verifica, altresì, delle premesse.

Per quanto strano possa sembrare per un ultra-apriorista, la posizione di Hutchinson mi sembra la migliore tra le due. Se dovessimo scegliere tra due empirismi, sarebbe follia considerare affidabili le predizioni pretendendo di  testare solo le conclusioni. Qui accolgo l’accusa del Professor Hutchinson: i positivisti hanno miscompreso le analogie con l’epistemologia della fisica.

Questo è il nocciolo della questione. Tutte le procedure positiviste sono basate sulla fisica. È questa che conosce o può conoscere i suoi “fatti” e testare le conclusioni contro questi stessi fatti, pur essendo completamente ignorante circa la causa ultima. Nelle scienze dell’azione umana, invece, è impossibile testare le conclusioni. Non c’è laboratorio dove i fatti possano essere isolati e controllati; i “fatti” della storia umana sono complessi, risultati di più cause. Queste possono solo essere isolate dalla teoria, che è necessariamente a priori per questi fatti storici (statistica inclusa). Certo, il Professor Hutchinson non arriverebbe a ciò; ma, essendo giustamente scettico circa la possibilità di testare empiricamente i teoremi economici (se non della desiderabilità di questa procedura) insiste sulla necessità di verificare le premesse.

In fisica, le ipotesi ultime non possono essere verificate direttamente, perché non sappiamo nulla delle leggi di spiegazione o dei fattori causali. Da qui il buon senso di non provare a fare ciò, usando false assunzioni, quali l’assenza di attrito e così via.

Ma le assunzioni false sono inappropriate per l’economia. L’azione umana non è la fisica; qui, le premesse sono conosciute ed è da queste che deriviamo gli assiomi da cui dedurre la scienza economica.

Assunzioni false o ipotetiche devastano l’intero compito dell’economista, mentre sono spesso utili nella fisica. Quindi, il Professor Hutchinson ha ragione nel desiderare la verifica delle assunzioni stesse. Ma queste premesse non devono (ed effettivamente, non possono) essere verificate ricorrendo a fatti statistici. Esse sono stabilite, nella prasseologia, su una base più certa, definitivamente vera.

Allora, questi assiomi come si ottengono? Attualmente, nonostante l’etichetta “a priori estremo”, la prasseologia si basa un Assioma Fondamentale – l’Assioma dell’azione – che può essere chiamato “a priori” e ulteriori postulati sussidiari “empirici”. Per quanto possa sembrare incredibile alla tradizione positivista, da questa manciata di premesse deduciamo l’intero corpo dell’economia, quale assolutamente vero. Mettendo da parte, per un attimo, l’Assioma Fondamentale, i postulati empirici sono: (a) ridotti nel numero e (b) in linea di massima “empirici” ma non nel senso empirista del termine. In altre parole: sono generalmente veri poiché auto evidenti, essendo considerati assolutamente veri una volta enunciati; quindi non c’è bisogno di verifica empirica falsificabile “operativamente significativa”.

Quali sono queste proposizioni?

Consideriamole in ordine decrescente basandoci sulla loro generalità:

(1) la varietà fondamentale delle risorse naturali e umane. Di qui, la divisione del lavoro, il mercato, etc.;

(2) meno importante: il piacere quale bene di consumo.

Questi sono, praticamente, gli unici due postulati necessari. Altri due postulati, semplicemente, introducono suddivisioni ulteriori all’analisi. Allora: l’economia può essere dedotta dall’Assioma Fondamentale e dai Postulati (1) e (2) (solo il postulato 1 è necessario); strumenti utili all’analisi dell’economia di Robinson Crusoe, del baratto e monetaria. Tutte queste leggi sono assolutamente vere. Sono applicabili solamente in casi concreti, ove le particolari condizioni si adattino.

Non c’è niente di rimarchevole in questo; possiamo enunciare quale legge la caduta di una mela dall’albero. Ma la legge è applicabile solo in quei casi in cui una mela è lanciata. Allora, i teoremi dell’economia di Crusoe, del baratto o dell’economia monetaria si applicano solo presenza di certe condizioni. È compito dello storico o “economista applicato” decidere a quali descrizioni riferirsi nella specifica situazione analizzata. È ovvio che tutto ciò facilita il nostro compito: quando analizziamo l’economia dello scambio indiretto noi postuliamo la semplice e ovvia condizione (postulato 3): gli scambi indiretti esistono. Dovrebbe essere chiaro: in questo processo di identificazione non stiamo “testando la teoria”; stiamo scegliendo quale teoria applicare alla realtà da spiegare.

Il quarto – e meno importante – postulato è quello che il Professor Hutchinson e il Professor Machlup considerano cruciale: le imprese mirano alla massimizzazione del profitto monetario. Come diventerà chiaro trattando l’Assioma Fondamentale, questa premessa non è una parte necessaria della teoria economica. Dal nostro Assioma deriva questa verità: ogni impresa mira a massimizzare il suo profitto psichico. Questo può o meno comportare la massimizzazione del profitto monetario. Spesso non la comporta; nessun prasseologo negherebbe questo. Quando un imprenditore, deliberatamente, accetta profitti monetari minori, al fine di fornire un lavoro ad un irresponsabile nipote, il prasseologo non si smarrisce. L’imprenditore, semplicemente, ha scelto un taglio del profitto monetario al fine di soddisfare il consumo – cioè la soddisfazione nel vedere suo nipote all’opera e di nuovo in carreggiata. La premessa per cui le imprese mirino a massimizzare i profitti monetari è, semplicemente, una convenienza dell’analisi; permette l’elaborazione di un frame work catallattico (relativo, cioè, all’economia del mercato) che non potrebbe, altrimenti, essere sviluppato. Il prasseologo ha sempre in mente la condizione: ove questi postulati sussidiari non si applichino – come nel caso del nipote – le sue teorie, di conseguenza, non troveranno applicazione. Egli crede, semplicemente, che un buon numero di imprenditori impegnati nel perseguire fini monetari, per un tempo relativamente ampio, possa rendere utile la sua teoria nella spiegazione del mercato reale.

Torniamo ora all’Assioma Fondamentale (il nocciolo della prasseologia): l’esistenza dell’azione umana. Da questo incontrovertibilmente vero assioma possiamo derivare l’intera teoria economica. Alcune delle implicazioni logiche che seguono immediatamente a questa premessa: la relazione mezzi – fini, la struttura temporale della produzione, la preferenza temporale, la legge dell’utilità marginale decrescente, la legge dei rendimenti marginali, etc. È questo assioma cruciale che separa la prasseologia dalle altre metodologie; è questo assioma che fornisce l’“a priori” critico in economia.

Primo: qualunque ruolo la “razionalità” possa giocare nella teoria del Professor Machlup, essa non trova posto in quella del professor Mises. Hutchinson ritiene che, per Mises, “tutte le azioni economiche siano (o debbano essere) razionali”. Questo è scorretto: Mises non dice nulla sulla razionalità dell’azione umana (non usa proprio il concetto); non dà informazioni circa la saggezza dei fini o la correttezza dei mezzi. Egli ritiene soltanto che l’uomo “agisca”, cioè, che abbia un fine e cerchi di ottenerlo attraverso dei mezzi. Questo è l’assioma fondamentale di Mises e questo assioma fornisce l’intera struttura prasseologica della teoria economica, costruita apoditticamente e incontrovertibilmente.

Ora la domanda cruciale: come abbiamo ottenuto questo assioma? Si tratta di conoscenza a priori o empirica, “sintetica” o “analitica”?

In un certo senso, tali questioni costituiscono uno spreco di tempo, perché importa solo sapere che l’assioma sia vero in maniera auto-evidente, in maniera più ampia degli altri postulati. Questo Assioma è vero per tutti gli esseri umani, ovunque, non può essere violato: per violarlo, dovremmo concepire un mondo di risorse non varie in cui gli esseri umani esistano ma non agiscano. Abbiamo visto che gli altri postulati, “empirici”, sono talmente ovvi da essere difficilmente qualificabili come “falsificabili” nel senso empirista del termine. Un Assioma che non può nemmeno essere concepito come falsificabile!

Positivisti di ogni risma sobbalzano dinanzi alle proposizioni auto-evidenti. Eppure, cos’è la vantata “evidenza” degli empiristi se non la trasformazione di una proposizione oscura in una evidente? Tuttavia, alcune proposizioni abbisognano di essere dichiarate per divenire immediatamente chiare al sé pensante e l’assioma dell’azione è una di queste.

Che si consideri l’Assioma dell’Azione “a priori” o “empirico” dipende dalla nostra posizione filosofica. Il professor Mises, nella tradizione neo kantiana, considera questo assioma una legge del pensiero e, quindi, una verità categorica a priori. La mia posizione epistemologica poggia su Aristotele e San Tommaso piuttosto che Kant, quindi interpreterei diversamente la proposizione. Considererei l’assioma una legge di realtà piuttosto che una legge del pensiero, “empirica” piuttosto che “a priori”. Ma sia chiaro: questo tipo di “empirismo” ha poco a che fare con l’empirismo moderno; potrei continuare a chiamarlo a priori per i nostri scopi.

Perché si tratta di (1) una legge di realtà non falsificabile, eppure empiricamente significativa e vera; (2) che poggia sull’esperienza interiore dell’uomo e non semplicemente sull’esperienza esterna, vale a dire, la sua evidenza è riflessiva più che fisica; (3) che è chiaramente a priori rispetto agli eventi storici complessi.

L’accantonamento di proposizioni auto-evidenti è sempre stato un problema discusso. Per questo motivo due acclarati tomisti quali Padre Toohey e Padre Copleston, pur fedeli alla medesima posizione filosofica, differiscono sulla classificazione (“a posteriori” o “a priori”) delle proposizioni auto-evidenti, poiché definiscono differentemente le due categorie.

Dall’Assioma Fondamentale deriva una ulteriore verità: ognuno cerca di massimizzare la sua utilità. Contrariamente all’opinione del professor Hutchinson, questa legge non è una tautologia – massimizzano ciò che massimizzano. È vero: l’utilità non ha contenuto concreto, perché l’economia si preoccupa non del contenuto dei fini dell’uomo, ma del fatto che questi fini esistano. Essendo ciò dedotto direttamente dall’Assioma dell’Azione, è assolutamente vero. Arriviamo finalmente all’ultima eresia agli occhi del professor Hutchinson: la sua pretesa deduzione logica di “conclusioni politiche” dagli assiomi della scienza economica. Tale accusa è completamente fallace: Mises era un acceso sostenitore della “Wertfreiheit”, non solo in economia ma in tutte le scienze. Persino una attenta lettura delle citazioni di Mises selezionate da Hutchinson riveleranno l’illegittimità di siffatte deduzioni. Effettivamente, l’impianto Misesiano non ha rivali nel rifuggire giudizi di valore ad hoc nel corpus dell’analisi economica.

Dean Rappard ha posto la questione: come può Mises, allo stesso tempo, essere un campione della “Wertfreiheiet” e del laissez – faire, un “dilemma” che ha condotto il Professor Hutchinson ad accusare Mises di compiere deduzioni politiche dalla sua teoria economica [12] ?

I seguenti passaggi risolveranno l’enigma:

Il liberalismo è una dottrina politica… quale dottrina politica, il liberalismo (in contrasto alla scienza economica) non è neutrale circa i valori e fini ricercati nell’azione. Assume che tutti gli uomini o, almeno, la maggioranza delle persone, siano intente a ricercare determinati fini.

Fornisce informazioni circa l’idoneità dei mezzi alla realizzazione dei loro piani. I campioni delle dottrine liberali sono pienamente consapevoli del fatto che i loro insegnamenti siano validi maestri solo per persone guidate dai loro valori. Mentre la prasseologia, quindi l’economia, usa i termini “felicità” e “rimozione del disagio” in una maniera puramente formale, il liberalismo conferisce loro significato concreto. Presuppone che le persone preferiscano la vita alla morte, la salute alla malattia… l’abbondanza alla povertà. Insegna agli uomini come agire secondo i loro valori” [13].

La scienza economica, in breve, stabilisce leggi esistenziali, del tipo: se A, allora B. Mises dimostra come questa scienza asserisca che il laissez – faire conduca a standard di vita più elevati per tutti, mentre lo statalismo porti al conflitto e a minori standard. Quindi, Mises, quale cittadino, sceglie il liberalismo, perché interessato ai fini da esso promessi. L’unico senso in cui Mises considera il liberalismo “scientifico” riguarda la facoltà di unire le persone in un clima di abbondanza e vantaggio reciproco. Forse egli è eccessivamente ottimista nel giudicare l’estensione di tale “unità” ma mai confonde il valutativo e lo scientifico: quando afferma la “insensatezza” del controllo dei prezzi, vuole indicare la non desiderabilità non come economista ma come persona umana che desidera l’abbondanza nella società. Coloro che scelgono fini contrastanti – favorendo il controllo dei prezzi, per esempio, quale strada per rafforzare il potere burocratico verso i loro simili o chi, mosso dall’invidia, ritiene l’uguaglianza sociale più utile e importante dell’abbondanza generale o della libertà – certamente non sosterranno il liberalismo e Mises, sicuramente, non direbbe mai: “l’economia dimostra la vostra insensatezza”. Non è mai giunto ad affermare la derivazione economica della conoscenza delle conseguenze di azioni politiche; è la competenza dei cittadini a scegliere il suo destino politico.

Articolo di Murray Newton Rothbard su Mises.org

Traduzione di Luigi Pirri

Note:

[1] Terence W. Hutchison, “Professor Machlup on Verification in Economics,” SouthernEconomic Journal (April 1956): 476-83; Fritz Machlup, “Rejoinder to a Reluctant Ultra- Empiricist,” ibid., pp. 483-93.

[2] La tradizione prasseologica, sebbene nominata tale solo recentemente, occupa un posto importante nella storia del pensiero economico. Nella prima grande diatriba metodologica sulla nostra scienza, John Stuart Mill indossò le vesti di positivista e Nassau Senior quelle di prasseologo, con John E. Cairnes oscillante tra le due posizioni. Più tardi, la prasseologia fu sviluppata ulteriormente dai primi Austriaci, da Wicksteed e da Richard Strigl, raggiungendo il suo apice nei lavori di Ludwig von Mises. Cfr.: Human Action (New Haven, Conn: Yale University Press, 1949) e Grundprobleme der Nationalökonomie [tradotto in inglese come: “Epistemological Problems of Economics (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1960)]. Sulle analogie tra Senior and Mises, cfr. Marian Bowley, Nassau Senior and Classical Economics (New York: Augustus M. Kelley, 1949), cap. 1, in particolare pp. 64-65. Lionel Robbin’s Essay on the Nature and Significance of Economic Science fu enfaticamente prasseologico, sebbene non approfondì problemi metodologici complessi.

[3] Sulle differenze tra la prasseologia e la fisica, si veda Murray N. Rothbard, “Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics”, in On Freedom andFree Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Mary Sennholz, ed., (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1956), pp. 226ff). Traduzione italiana di Piero Vernaglione disponibile qui: http://www.rothbard.it/essays/ricostruzione-utilita-e-benessere.pdf.

[4] Ciò vale anche per i “Principi euristici” del Professor Machlup, la cui area è ritenuta “empiricamente significativa” senza verificazione. Non nego che le false premesse possano essere utili nella teoria economica ma solo allorquando usate come costrutti ausiliari, non quali premesse da cui dedurre teorie empiricamente significative. La più importante di queste costruzioni è la evenly – rotating economy (Economia uniformemente rotante) o “equlibrio”. Questo non è uno stato reale, né attualmente né potenzialmente.

Al contrario, l’empiricamente impossibile ERE è una costruzione utile al fine di analizzare, teoreticamente, uno stato di non – cambiamento. Solo analizzando uno stato di immobile finzione possiamo arrivare ad una corretta analisi sui cambiamenti reali nel nostro mondo. Tuttavia, questa non è una “falsa” premessa (NdT.: Più che “falsa”, infatti, è “irrealistica”. Gli Austriaci utilizzano assunzioni irrealistiche ma non false) nel senso usato dai positivisti, poiché trattasi di teoria assolutamente vera di stato privo di cambiamenti, qualora questo stato esistesse.

[5] Non intendo qui supportare le recenti critiche contro l’assunzione di massimizzazione del profitto monetario – la maggior parte delle quali ignora il lungo termine in opposizione alla massimizzazione di breve termine.

L’idea curiosa secondo cui il fallimento nel perseguimento degli scopi monetari sia “irrazionale” o confuti la scienza economica è analoga al vecchio schema secondo cui i consumatori siano irrazionali o “ineconomici” quando preferiscono pagare prezzi più alti in esercizi commerciali loro vicini o più congeniali.

[6] Hutchison, “Professor Machlup on Verification in Economics”, p. 483.

[7] Si veda la critica del Professor Knight al lavoro Significance and Basic Postulates of Economic Theory del Professor Hutchinson. Frank H. Knight, “What is Truth in Economics?Journal of Political Economy (February 1940): 1-32.

[8] Il Professor Hutchinson potrebbe avere avuto in mente me affermando come, nei recenti anni, i seguaci del professor Mises provino a difenderlo trasformando in “empirico” il suo “a priori”. Si veda il mio: “Praxeology, Replay to Mr. Schuller”, American Economic Review (December 1951): 943-44. Intendo questo: l’assioma fondamentale di Mises può essere chiamato “a priori” o “empirico” a seconda della propria posizione filosofica. In tutti i casi, si tratta di a priori per gli scopi pratici della metodologia economica.

[9] Per cui, Copleston chiama i principi auto evidenti “proposizioni sintetiche a priori” (sebbene non in senso Kantiano): sintetiche poiché esprimenti informazione sulla realtà non contenute logicamente nelle premesse; e a priori poiché necessarie e universali. Toohey le considera sintetiche – a posteriori, perché, sebbene necessarie e universali, derivano dall’esperienza.

Si veda F.C. Copleston, S.J., Aquinas (London: Penguin Books, 1955), pp. 28 and 19-41; John J.H. Toohey, S.J., Notes on Epistemology (Washington, D.C.: Georgetown University, 1952), pp. 46-55.

Tutto ciò solleva la questione dell’utilità della dicotomia “analitico – sintetico”, nonostante l’importanza implicitamente conferitavi nel lavoro di Hutchinson (Significance and Basic Postulates of Economic Theory). Per un rinfrescante scetticismo e una critica all’abitudine di disfarsi di teorie difficili da confutare etichettandole come “definizioni dissimulate” o “ipotesi discutibili” cfr. Hao Wang, “Notes on the Analytic-Synthetic Distinction”Theoria 21 (Parti 2-3, 1955): 158 e segg.

[10] Si veda Huchinson, “Professor Machlup on Verification Economics”, P. 480. Alan Sweezy commette lo stesso errore nel ritenere che la frase di Irving Fisher: “ogni individuo agisce secondo i suoi voleri” sia non – significativa quale proposizione testabile in psicologia; questa dovrebbe essere ridotta alla vuota asserzione: “ogni individuo agisce secondo il suo agire”. Al contrario, la frase è deducibile direttamente dall’Assioma dell’Azione, qui è empiricamente significativo e apoditticamente vero. Si veda: M. Rothbard, “Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics,” pp. 225-28. Disponibile in italiano qui: http://www.rothbard.it/essays/ricostruzione-utilita-e-benessere.pdf

[11] Infatti: “il liberalismo parte dalla scienza pura dell’economia politica e dalla sociologia, le quali, all’interno dei loro sistemi, non compiono valutazioni e non dicono nulla circa il dover essere, ma si preoccupano di accertare solamente ciò che è e come questo effettivamente è”. Citato da Hutchison, “Professor Machlup on Verification Economics”, nota a p. 483.

[12] William E. Rappard, “On Reading von Mises,” in On Freedom and Free Enterprise, M. Sennholz, e., pp. 17-33.

[13] Mises, Human Action, pp. 153-54; altresì pp. 879-81.