Constant, incostante maestro: rileggere “Lo spirito di conquista”, 200 anni dopo

Giova sempre rileggere benji constanti classici del pensiero politico liberale, anche coloro che si possono a ragione definire liberali moderati, ovvero coloro che non misero mai radicalmente in questione la bontà e necessità dello Stato, ma ne teorizzarono se mai una (pericolosissima) “reductio”, denunciandone l’elefantiasi, auspicandone la limitazione, mettendone alla berlina i crimini e gli accessi, piuttosto che porre in discussione la sua stessa “ratio essendi”. Siamo dunque con Constant fuori del territorio del liberalismo puro, alla Bastiat, alla Molinari, alla Etienne de la Boètie, per rimanere nell’ambito francese – ambito non studiatissimo di recente, e da tempo auspico una traduzione della rarissima tesi di Ferdinand Bouchez, Le mouvement libéral en France au 17e siècle, discussa e pubblicata a Lille nel 1908. Ma siamo in un regno intermedio, dei minimizzatori dello Stato, che contemplano figure straordinarie, certo, come Wilhelm von Humboldt, per molti aspetti così affine a Constant, e numerosi altri, ma che non si pongono mai davvero la domanda fondamentale, “ma lo Stato è davvero necessario?”, che anima la tradizione del liberalismo classico che si compie con Mises e Rothbard.

Poiché in questo 2013 si celebra il bicentenario della prima edizione di uno scritto straordinario tra i tanti di Benjamin Constant, “Lo spirito di conquista e di usurpazione”, conviene rifletterci, utilizzando, tra le tante edizioni disponibili, quella curata da Marco Bassani, per IBL libri, nel 2009. Non si tratta di un testo dimenticato. Fioriscono, nel Novecento, le edizioni, a partire da quella che pubblicò Einaudi nel 1944, con prefazione di Franco Venturi, seguita da quella di Atlantica del 1945 con prefazione di Guido Calogero, per finire con quella di Liberilibri del 2008, con una prefazione di Mauro Barberis, campione del liberal-giacobinismo italiano, tutto attento a svincolare dal liberalismo classico Constant, o almeno questo Constant, affermando poi che “le opere [di Constant] della Restaurazione metteranno le cose a costo”, come a dire che qui Constant ha deragliato da quel “liberalismo rivoluzionario” che altro non è che dogmatico centralismo e statalismo giacobino, caro al Barberis: cui si potrebbero forse applicare, senza nulla togliere alle qualità di studioso, le stesse parole che qui Constant riserva qui a Mably:

“Lo si può considerare il rappresentante di quella classe numerosa di demagoghi, bene o male intenzionati, i quali, dall’alto della tribuna, nei circoli e nei libelli dissertavano di nazione sovrana perché i cittadini fossero più compiutamente assoggettati, e di popolo libero perché ogni individuo fosse più compiutamente schiavo” (trad. Carla Maggiori).

In realtà, questo pamphlet antinapoleonico e legittimista, per molti aspetti poco attualizzabile, per altri affatto legato anche al nostro presente, è di straordinario interesse per comprendere tantissime cose, anche quell’ansia di pace e di libero commercio, che, ad esempio, animò la Lega Santa e fino alla guerra di Crimea, o piuttosto al 1848, fece vivere in pace relativa l’Europa tutta, eclissato l’astro nefasto di Napoleone, e lo spirito autenticamente liberale che si era librato nel cielo, come la nottola di Minerva, proprio al crepuscolo della vicenda napoleonica, trovando un cuscino d’aria insospettato proprio nell’antico regime che il liberalismo rivoluzionario, ovvero giacobino, ovvero una cosa diversa rispetto ad ogni liberalismo, e che si era rivelato il peggior oppressore di persona, proprietà, diritti, e finalmente popoli, recisamente ripudiava.

Se si pensa alla situazione attuale di molti stati post-giacobini, non solo l’Italia, beninteso, le parole di Constant, di duecento anni fa, mantengono inalterato il loro significato. Per la condizione cui sono ridotti, ad esempio, i popoli sottomessi a tiranni e usurpatori: “Quando la folla si compiace di manifestare il suo gusto per la schiavitù, darebbe prova di una pretesa davvero eccessiva se esigesse che il suo padrone si ostinasse a farle dono della libertà”. Se Napoleone “circondato da lumi, ha voluto ristabilire l’oscurità della notte”, è vero che ora come ora i lumi hanno modi infinitamente più pervasisi di farsi ascoltare. Ma a proposito di lumi, l’attacco che Constant porta a Voltaire, ad esempio, è mirabile, nella misura in cui individua nello “spirito di geometria” illuministico proprio il contrario di quell’ “esprit de finesse” che fa comprendere come il costringere le differenze in un solo e unico modello, nel caso, lo stato dirigistico e centralistico, sia nefasto. Veritas sive varietas è massima aurea, applicata da Lessing alle religioni, che vale anche e soprattutto in politica, come Montesquieu del resto aveva ben capito (e Herder, alle cui idee Constant dovette per forza essere esposto nel suo soggiorno tedesco, ancor meglio).

Le parole di Constant vanno citate per intiero, anche solo per comprendere, ad esempio, un’infinità di deformazioni derivate dallo spirito di omogenizzazione applicato ai contesti locali:

“Quando vedo Voltaire e tanti altri scrittori della sua scuola gridare allo scandalo per le numerose e contrastanti usanze che coesistevano in Francia, considero in quali errori li abbia fatti cadere l’amore per la simmetria. ‘Ma come’, esclamano, ‘due parti di un unico impero sono sottoposte a leggi diverse per il solo fatto che una collina o un ruscello le separano! La giustizia non è dunque la stessa sui due versanti della collina, sulle due sponde del ruscello?’ Ma le leggi non sono la giustizia, bensì forme per amministrarla [c.m]; e se due popolazioni, che quantunque vicine hanno vissuto a lungo ciascuna per conto proprio, dopo essersi unite si trovano ad avere conservato forme diverse, la differenza non deve venire giudicata in base a una contiguità geografica o a una denominazione nazionale comune, ma in base all’attaccamento morale alle leggi ereditarie sulle quali hanno sempre poggiato tutti i loro calcoli”.

Si comprende bene così la natura sciagurata, per fare solo due esempi, dell’“Unione Perfetta” di Piemonte e Sardegna, e poi la ancor più sciagurata estensione del diritto sabaudo all’Italia unita. E si comprende soprattutto bene l’origine lontana, illuministica, di tali idee, anche se si potrebbe ben parlare, conoscendo Voltaire, almeno il primo, di una vera e propria eterogenesi dei fini. E dunque il Constant “reazionario” diviene grande difensore della proprietà privata, come Montesquieu, del resto, “se l’autorità può aprire un cammino diretto senza attentare alla proprietà privata e ai diritti individuali, fa bene a farlo”; incita gli intellettuali a servire la causa dell’individuo e del diritto: “missionari della verità, se la strada è interrotta raddoppiate lo zelo, raddoppiate gli sforzi…”. Ma, e qui di nuovo un attacco lancinante agli intellettuali prezzolati: “l’intelligenza viene a offrire i suoi servigi, l’intelligenza che, disgiunta dalla coscienza morale, è il più vile degli strumenti”. Parole da incidere in ogni aula universitaria, in ogni giornale, negli uffici di tutti gli editori. E poi ancora, citando Ganhil: “Nell’attuale stato della civiltà e nel sistema economico nel quale viviamo, ogni potere pubblico deve essere limitato, e un potere assoluto non può sussistere”. E finalmente, parole che possono ben adattarsi alla situazione italiana da almeno quarant’anni a questa parte: “Una patria salvata ogni giorno in questo modo è una patria che sarà quanto prima perduta.”

Dunque, finalmente Napoleone è considerato tanto despota quanto Robespierre; ma d’altra parte, non ostante ancora una volta il saggio avviso di Montesquieu, scrive Constant, “Uno dei grandi errori della Francia è quello di non aver mai attribuito sufficiente importanza alla libertà individuale”. Da questo consegue un elogio dei piccoli stati e degli stati federali, Svizzera, Olanda, America. Garanti di pace e libertà: “Le repubbliche si mantengono in vita grazie alla consapevolezza profonda che ogni cittadino ha dei propri diritti, grazie a quella felicità, quella ragionevolezza, tranquillità ed energia che il godimento della libertà procura all’individuo.” Ne deriva, più implicito che esplicito, un elogio del “piccolo Stato”, che un Constant regalista non poteva mettere del tutto nero su bianco, poiché la Francia era tutto fuorché un piccolo stato, ben diversa dalla sua natia Svizzera.

Ma – ed è punto particolarmente cruciale qui ed ora – la questione del piccolo Stato è fondamentale nel Settecento. Molto più di quanto non si creda, e soprattutto più di quanto non accada, ovviamente, nel secolo che uccise un’infinità di piccoli Stati, l’Ottocento, pur dando vita ad alcuni di essi (il Belgio, la Grecia) per poi farli meglio controllare da altri, le loro levatrici. La letteratura al riguardo è notevole, ma, per rimanere in ambito italiano, val la pena di segnalare due lavori. Uno il classico di Maurizio Bazzoli, studioso di grande levatura purtroppo prematuramente scomparso (Il piccolo stato nell’età moderna, Jaca Book 1990) (da segnalare anche il postumo Stagioni e teorie della società internazionale, LED 2005). L’altro, il recente lavoro di una giovane studiosa, Alice Blythe Raviola, L’Europa dei piccoli stati (Carocci, 2008), che al tema aveva dedicato un case study, sul Monferrato gonzaghesco dal 1535 al 1708 (Olschki, 2003).

Finalmente, la lettura di Constant, pensatore spesso ondivago, ci consente di formulare alcune osservazioni. Per prima, l’importanza dello stile bello nella letteratura politica, non mai sottolineata abbastanza. La profonda penetrazione della filosofia morale settecentesca, e non solo, che offre massime di saggezza universale applicabili sia a governanti sia a governati (ad esempio: “L’acquisizione lenta e graduale di un bene è cosa ben diversa dalla conquista violenta di una proprietà che viene sottratta ad altri. L’uomo che si arricchisce grazie alla sua industriosità o alle sue facoltà impara a meritare ciò che acquisisce; chi si arricchisce con una spoliazione non fa che accrescere la propria indegnità di quel tanto che ha rubato.”), o ancora le riflessioni sul carattere imperialistico degli esiti (e della natura) della rivoluzione francese:

“Durante la rivoluzione francese era stato inventato un pretesto per muovere guerra, sconosciuto sino ad allora: quello di affrancare i popoli dal giogo rappresentato dai loro rispettivi governi, ritenuti illegittimi e tirannici. Con questo pretesto è stata portata la morte presso alcuni popoli, di cui gli uni vivevano tranquilli sotto istituzioni mitigate dal tempo e dall’abitudine, gli altri godevano, già da molti secoli, dei benefici della libertà”.

Pretesti consimili non furono estranei ai Savoia, monarchia costituzionale, ma pur sempre monarchia, nell’opera di estensione dei propri domini (verso, ad esempio, altre monarchie, non costituzionali però, come il Regno delle due Sicilie). O ancora la demolizione ex ante delle teorie sciaguratissime degli economisti sostenitori della guerra come strumento di espansione economica: sulle orme di Say, “la guerra costa tutto quello che impedisce di guadagnare”, e, occorre aggiungere, da una prospettiva liberale classica, tutto quello che distrugge (e che occorre ricostruire).

E finiamo davvero riportando una intuizione di Constant, che, se era parzialmente vera allora, lo è affatto oggi: “Oggigiorno i privati sono più forti dei poteri politici”. Ma troppo spesso collusi coi primi, non fanno abbastanza sentire, o non lo fanno ancora, la propria forza.

Paolo Luca Bernardini