Contro il fiscalismo: lo Stato è una macchina che spreca un’infinità di forze

spesa pubblicaCon la consueta lucidità ed il suo stile pulito, Italo Calvino ebbe a definire un classico come  “ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”. Inoltre, “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura”.

Orbene, sulla scorta di questa definizione, non posso esimermi dal definire classico uno scritto denso e affascinante, che mi aveva profondamente suggestionato già parecchi anni fa, quando ebbi modo di scoprirlo e di avvicinarmi all’autore, e che, di tanto in tanto, esercita su di me un’attrazione irresistibile e mi conduce alla sua periodica rilettura.

Sto facendo espresso riferimento a Burocrati e parassiti – Scritti sulla realtà del governo, della democrazia parlamentare e dello sfruttamento burocratico, opera di un autore oggigiorno semisconosciuto ai più e meritoriamente tradotta, oltre che corredata di una sua straordinaria prefazione, da Alessandro Vitale per la Leonardo Facco Editore [1]. Nelle sue agili ma intense e caustiche riflessioni, lo psichiatra, scrittore e pensatore ebreo Max Nordau  sembra aver già previsto tutto in ordine alla natura dello Stato, alle sue logiche fondanti, alle sue dinamiche funzionali ed ai suoi perversi meccanismi costitutivi: ancorché nelle sue analisi raffigurasse una realtà, quella della fine dell’Ottocento, inizi del Novecento, che, per certi rispetti, non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella odierna, tanto estrema nel suo folle stato di avanzamento, quanto forse drammaticamente irrimediabile.

Per rendersi conto di quanto tenterò di sostenere, basti prestare attenzione alle parole contenute in questi brevi passaggi, tratti dal saggio.

Resta ora da dire qualcosa sull’ultima funzione dello Stato: far convergere le forze di tutti per poter dar vita a imprese vantaggiose a ciascun individuo e che una persona isolata non potrebbe creare. Questa missione lo Stato la esegue: non lo si può negare. Ma la esegue male e incompiutamente.  Lo Stato come è oggi organizzato, è una macchina che spreca un’infinità di forze. Per la produzione utile non ne rimane che una parte infinitesima e che costa spese ingentissime. Tutto il resto viene consumato per vincere resistenze che sono nella macchina stessa e si risolve nel fumo e nel fischio del vapore. Le forme  di governo di quasi tutti i Paesi d’Europa rendono possibile il fatto che le prestazioni del cittadino vengano sprecate in  imprese pazze, spensierate o delittuose. Troppo spesso lo scopo verso il  quale devono convergere gli scopi della collettività viene determinato dal capriccio di poche persone e dall’interesse egoistico di una piccolissima minoranza. In tal modo il cittadino lavora e si dissangua perché vengano scatenate guerre distruttrici della sua vita e del suo benessere; perché vengano costruite fortezze, palazzi, ferrovie, porti o canali, dai quali né lui né i nove decimi della popolazione trarranno mai il più piccolo utile; perché si creino  nuovi uffici e impieghi che renderanno ancor più pesante la macchina dello Stato, più faticoso l’ingranaggio delle ruote, dentro le quali egli perderà un’altra porzione del suo tempo e un altro lembo della sua libertà; perché si elargiscano stipendi a funzionari che in fondo altro non sono che un lusso pagato dalle sue tasche e un ostacolo posto alla sua libertà; per farla breve, egli lavora e si  dissangua affinché sia più pesante il suo giogo, più pesanti i suoi ceppi e affinché da lui stesso si possano spremere maggior sangue e maggior lavoro.

Solo negli Stati molto piccoli o in quelli nei quali il decentramento è diffuso e le amministrazioni sono autonome non si fa sciupio  sfrenato del lavoro  dei singoli cittadini: comunità di questo genere,  per  il loro carattere e  per le loro condizioni di esistenza, hanno molta somiglianza con le associazioni cooperative nelle quali ogni socio può sorvegliare i suoi contributi, impedire spese inutili, prevenire imprese avventate e impedire che avvengano [2].

 Ma nello Stato odierno l’imposta è necessariamente odiosa, non solo perché è molto più gravosa del necessario, causa la cattiva costituzione e l’eccessivo costo del sistema di governo, non solo perché l’organizzazione storica della società e alcune sciocche leggi rendono ingiuste certe imposte, ma soprattutto perché queste sono determinate dal fiscalismo e non da un ragionevole scopo politico. Il fiscalismo è sfruttamento del popolo elevato a sistema, per spremere le maggiori somme possibili, senza preoccuparsi dello scopo ragionevole dello Stato e delle conseguenze che subirà ogni cittadino[3].

Lo Stato come è oggi organizzato, è una macchina che spreca un’infinità di forze

Uno dei mantra immarcescibili degli apologeti del partito “tassa e spendi”, ma anche di coloro che professano ad ogni modo, ancorché in maniera più edulcorata, l’ineludibilità dell’intervento dello Stato, recita che con le nostre tasse e con le nostre imposte staremmo comperando la civiltà. Ma di fatto, ad un’analisi nemmeno così attenta del reale stato delle cose, non dovrebbe certo sfuggire che tale argomentazione, parafrasando Charles Adams, <<perde sempre più valore quando si esaminano i cosiddetti vantaggi della civiltà>>[4].

Del resto, non è necessario aver conseguito un triplice master in scienza delle finanze, presso qualche prestigiosa sede universitaria estera, e neppur far parte di una eletta casta di profondi conoscitori della materia, astrusa ed impenetrabile, per comprendere cosa sottenda, in realtà, la classica definizione della nozione di “spesa pubblica”: qualificata come  una “erogazione di risorse effettuata dallo Stato e da altri enti pubblici per produrre beni e servizi necessari al soddisfacimento dei bisogni pubblici e al raggiungimento delle altre finalità perseguite dagli enti stessi”[5].

Basterebbe semplicemente non aver del tutto rigettato i principi elementari della logica, e non essersi del tutto dissociati da quanto ci consiglierebbe una ordinaria interpretazione del senso comune delle cose, per avvederci che, nel migliore dei casi, la spesa pubblica, cardine e fulcro del moderno Stato del “benessere”,  integra un modo del tutto antieconomico ed inefficiente per fornire beni e servizi, i quali potrebbero essere altrimenti originati in un ambito privo di ingerenza politica: con dei risultati senz’altro ben più appaganti, materialmente produttivi, prima ancora che moralmente desiderabili, in quanto si prefigurerebbero come il frutto di libere e volontarie transazioni di mercato tra adulti consenzienti, anziché il prodotto di scelte arbitrarie, coercitive ed indiscutibili, imposte da qualche governante illuminato.

Di fatto, ripeto, non occorre essere dotati di particolare perspicacia o di straordinarie doti cognitive, per accorgersi che la spesa pubblica, a dispetto di qualsiasi mistica intesa a magnificarla, si risolve pressoché invariabilmente:

 (i) nella produzione del tutto inutile, se non addirittura socialmente disproduttiva,[6] di beni e servizi, che risponde però efficacemente agli incentivi forniti dai governanti a sostegno dei progetti politicamente più utili da catturare, con la precipua finalità di costruire/alimentare i circuiti del consenso e di affermare le logiche di potere, garantendo benefici, favori e privilegi effettivi alle sole clientele politicamente e territorialmente rilevanti allo scopo.
Agli altri, ai produttori autonomi e dipendenti del settore privato, cui in realtà tocca saldare il conto senza fine ed in continua crescita, alimentato da coloro che beneficiano delle “risorse pubbliche”, non restano che le briciole di questo gioco delle tre tavolette e la speranza, alimentata dalla falsa coscienza instillata dallo “Stato illusionista”, di poter forse strappare, un giorno, il biglietto vincente alla riffa del tavolo redistributivo;

 (ii) in un indebito incameramento del differenziale tra il minor output prodotto in un regime di monopolio coercitivo dei servizi e  quello maggiore altrimenti realizzabile in un contesto di libero mercato, a parità di spesa impiegata per la sua produzione [7]: detto altrimenti, ammessa e non concessa l’utilità dei beni e dei servizi pubblici erogati, il contribuente – consumatore deve forzosamente abdicare alla propria libertà di scelta e al proprio potere di acquisto,  rinunciando preventivamente ad ottenere molto di più a parità di costi, e/o molto di meglio a fronte di costi molto più contenuti.
Degli esempi, più o meno rappresentativi di quanto qui si va dicendo? Dalla sanità, all’istruzione, passando per l’assistenza e la previdenza; senza scordarci di telecomunicazioni, dei trasporti, della cultura, dello sport e finanche dello svago: non c’è ambito o settore per i quali lo Stato non si sia pretestuosamente arrogato il diritto di ingerenza e di intervento pressoché esclusivo, dissimulando ogni sua smisurata pretesa con l’invocazione della ineludibile salvaguardia di tutte le “muse” (uguaglianza, giustizia redistributiva, funzione sociale, solidarietà, fraternità, interesse collettivo, bene comune e chi più ne ha più ne metta)[8] che costellano l’iconografia dell’Olimpo demagogico più logoro e frusto;

 (iii) in una internalizzazione parassitaria dei vantaggi, non solo monetari, recati  dall’innalzamento della curva dei costi e rivenienti dal controllo e dal drenaggio del maggiore livello di spesa, preteso per la produzione di beni e servizi “pubblici”, spesso del tutto sui generis (si pensi a tal riguardo, in conformità ai sacri assiomi del keynesianismo imperante, alla stabilizzazione e allo sviluppo del reddito dei singoli e delle imprese, o alla equa redistribuzione del reddito, volta, neanche a dirlo, al miglioramento del benessere generale). In tal caso, con la benedizione di dogmi assoluti perché assolutizzati, vengono acuite e ancor più stressate le implicazioni negative che abbiamo già osservato in precedenza.
Giacché le misure interventiste e le politiche di redistribuzione disconoscono la natura, lordandola, e manomettono la logica, mortificandola, dei meccanismi dell’economia di scambio: quello straordinario e formidabile mezzo di cooperazione sociale, mediante il quale gli individui decidono, in maniera del tutto consenziente e volontaria, di rendersi con reciproco vantaggio beni e servizi, dietro compenso liberamente pattuito, con l’intendimento precipuo di modificare, migliorandola, la propria condizione economica di partenza.
Il perché è subito detto:

(a) a Pietro e Paolo, individui liberi e responsabili che decidono di scambiarsi, con reciproca utilità, beni e servizi, si sostituisce ora un Redistributore (politico al potere) che blandisce Paolo – sempre che questi faccia parte di un gruppo sociale capace di garantirgli suffragi – con la promessa che così facendo potrà assicurargli le stesse utilità, e senza che neppure debba impegnarsi nell’attività di scambio: potendo diventare facile destinatario delle risorse coattivamente estorte a  Pietro;

(b) oppure, un altro aspirante Redistributore (politico che mira a posizioni di potere) potrà utilizzare il grimaldello redistributivo per convincere Pietro che, qualora lo votasse, sarà invece lui il beneficiario netto di una differente politica di redistribuzione, che lo possa ricompensare delle perdite dapprima subite.

Cosa se ne evince da tutto ciò? Che la redistribuzione è uno strumento perverso e machiavellico per sovvenzionare una sequela inarrestabile di privilegi, capaci di garantire alla casta di parassiti che li fornisce la sicurezza di restare al potere, e agli aspiranti parassiti che li promuovono l’opportunità per andarci [9].

Da quanto si è innanzi accennato, diviene insomma palese che le tasse e le imposte, reclamate dallo Stato e dai suoi scherani per comprare i tanto decantati “vantaggi della civiltà”, non possono certo configurarsi come il prezzo effettivo di quanto ricevuto in contropartita: non riflettono cioè né il valore di quanto acquisito, misurato in base alla quantità di moneta che i compratori autointeressati di un mercato, in assenza di costrizione, sarebbero effettivamente disposti a cedere in cambio, a fronte di un conseguimento stimato come meritevole, né l’indice di scarsità relativa dei beni e dei servizi coattivamente erogati alla cittadinanza. Si configurano, molto più semplicemente, come il costo politico della loro fornitura. Per dirla con Rothbard, <<visto che i consumatori… non pagano per il servizio, posto che le tasse non ne rappresentano la diretta espressione o misura esatta, e posto che lo Stato non deve preoccuparsi di eventuali perdite che potrebbero essere comunque ripianate dal ricorso ad ulteriori leve impositive, non esiste criterio per stabilire [quanto servizio, ndt] debba essere fornito a ciascheduno. Le decisioni sono tanto puramente arbitrarie, quanto coercitive>>[10].

D’altro canto, la cifra costitutiva delle imposte è proprio quella di essere … letteralmente tali: i loro tratti distintivi sono la coercizione e l’assoluta dissociazione sussistente tra l’atto impositivo, a prescindere dalle modalità con cui lo stesso si integri, e l’effettiva acquisizione dei benefici, anche se solo ascrivibili alla collettività nel suo complesso, per il cui conseguimento la teoria economica giustificherebbe l’ineludibilità del ricorso al primo.

Se per un verso, allora, diventa pienamente comprensibile, che <<i contribuenti reputino una buona tassa quella che si prefiguri come la meno onerosa possibile, e la migliore, se proprio non se ne possa fare a meno, quella pagata dagli altri>>, dall’altro non è meno vero, come ci ricorda sempre lo stesso  economista Randy T. Simmons, che <<solo lo Stato è dotato di sufficiente potere e delle necessarie informazioni per alterare le percezioni dei cittadini. Il fatto che in tutte le moderne democrazie il gravame fiscale sia enormemente aumentato nel corso degli ultimi ottant’anni, è una lampante dimostrazione dell’abilità dei politici e della capacità degli Stati di drenare risorse ed estrarre rendite>>[11]. Come è potuto accadere tutto ciò? È piuttosto semplice, se solo si pensa alla estrema complessità e alla farraginosità del sistema impositivo, unitamente alla opacità ed alla impercettibilità degli strumenti impiegati dai consumatori di tasse per drenare risorse ai produttori, manomettendo la loro capacità di leggere i dati effettivi, e di comprenderne la portata complessiva. I soggetti incisi sono così sempre meno in grado di avvedersi delle subdole spoliazioni di ricchezza cui vanno incontro, per alimentare gli appetiti sfrenati dell’immenso esercito di parassiti in servizio permanente effettivo: modalità di esazione sempre più intrusive, in forza della loro efficacia “mimetica” nel colpire ed occultarsi, inflazione, debito pubblico, trasferimenti, sussidi, dazi, misure protezionistiche, regolamentazione asfissiante, proibizionismo dilagante, indebita intromissione negli scambi e nei contratti, proliferazione delle cariche e dei posti pubblici.

Insomma, checché se ne possa dire, la spesa pubblica finanziata con la tassazione costituisce sempre e comunque un <<prelievo forzoso di risorse da alcuni individui- individui che le hanno create e di cui non si sa che valore attribuiscano ad esse- con il fine di trasferirle ad altri, ignorando che valore questi vi scorgeranno>> [12]. Prelievo che si sostanzia in un’immane traslazione di ricchezza da un gruppo sociale all’altro; forzosamente prelevata a chi, quella ricchezza, la produce e che tutto ad un tratto, quando va bene, se la vede svaporare senza nemmeno sapere il perché e, quel che è ancora peggio, senza potere avere la benché minima voce in capitolo. Restando per giunta vittima dell’illusione che tutto ciò possa comunque tradursi, un giorno, in qualche vagheggiato vantaggio, passibile, in qualche modo, di compensare i costi sostenuti per il mantenimento della macchina pubblica  (per quanto tali costi possano essere sfuggenti e deliberatamente opacizzati) ed il cui valore atteso possa, se non altro, riportare in pareggio il proprio personale bilancio con lo Stato e con le pieghe dei suoi oscuri capitoli contabili.

Di fatto, con il clamoroso pretesto di dover  adempiere a tutte le funzioni innescate da un integrale rispetto del “contratto sociale”, i detentori del potere politico, con ancor più veemenza nel corso degli ultimi decenni, sono riusciti in un’impresa, a loro modo, del tutto eccezionale: quella di far sì che il finanziamento della rendita parassitaria venisse, al più, percepito dall’immaginario collettivo come un pedaggio inevitabile, per avere accesso alla fornitura di beni e servizi altrimenti ritenuti – travisando clamorosamente – indisponibili; e che la rendita stessa fosse al limite avvertita come una componente, fastidiosa ma ineludibile, di un gioco comunque a somma positiva, in quanto l’unico in grado di garantire certezze e stabilità sociale.

È pur vero che quasi due secoli fa il geniale Frédéric Bastiat qualificò, da par suo, una peculiare e ancor più devastante forma di “comunismo”, (oggi, molto più latamente, dovremmo parlare di “statalismo”), la cui presa mortifera si contraddistingueva nel:

fare intervenire lo Stato; assegnargli il compito di riequilibrare i profitti, equilibrare le ricchezze, prendendo dagli uni, senza alcun consenso, per dare agli altri, senza alcun compenso; assegnargli il compito di uguagliare attraverso la spoliazione… I metodi utilizzati dallo Stato a questo scopo, così come i bei nomi con cui si fregia questo pensiero, non fanno alcuna differenza. Che si realizzi con mezzi diretti o indiretti, con la restrizione o con le imposte, con le tariffe o con il Diritto al lavoro, che si faccia invocando l’uguaglianza, la solidarietà, la fraternità, questo non cambia la natura delle cose; il saccheggio delle proprietà non è nient’altro che saccheggio, anche quando si svolge regolarmente, con ordine, sistematicamente e attraverso la legge [13].

E perché Bastiat reputava questa forma di “comunismo” estremamente pericolosa? Proprio per la sua straordinaria capacita di affermarsi ed auto-imporsi, ammorbando e corrompendo  al contempo la mentalità del cittadino comune (produttore).

Perché? Perché sotto questa forma noi lo vediamo incessantemente pronto ad invadere qualsiasi cosa. Guardate! Uno chiede che lo Stato fornisca gratuitamente agli artigiani e agli operai gli strumenti di lavoro; è un invito a strapparli ad altri artigiani e operai. Quell’altro vuole che lo Stato conceda prestiti senza interessi; ma non può farlo senza violare la proprietà. Un terzo reclama l’istruzione gratuita a tutti i gradi; Gratuita! Ciò significa, a spese dei contribuenti. Un quarto esige che lo Stato sovvenzioni le associazioni di lavoratori, i teatri, gli artisti, etc.; ma queste sovvenzioni sono costituite da altrettanta ricchezza sottratta a chi l’aveva legittimamente guadagnata. Un quinto non ha pace finché lo Stato non abbia fatto aumentare artificialmente il prezzo di un prodotto per il vantaggio della persona che lo vende; ma questo, a scapito di chi lo compra. Sì, sotto questa forma, ci sono pochissime persone che, in un modo o in un altro, non siano comuniste [14].

Orbene, il male assoluto sta proprio in questo: come più volte ci hanno ammonito i grandi pensatori della Scuola Austriaca, ogniqualvolta tendiamo a rifuggire dai mezzi economici per la costituzione delle risorse necessarie al soddisfacimento dei nostri desideri, lasciandoci invece sedurre da logiche miranti ad impetrare i governanti per la concessione di favori, vantaggi e privilegi, stiamo in realtà innescando un perverso meccanismo di autolesionismo applicato, che rischia ben presto di pregiudicare i nostri stessi interessi. Posto che la richiesta di una maggior presenza dello Stato implica che la presa delle sue mani porose ed assorbenti si rinvigorirà sempre più, ciò significa, in ultima istanza, che andremo incontro, più o meno inconsapevolmente, ad una limitazione della nostra sfera di azione, ad un progressivo restringimento dell’ambito di scelta individuale, nonché ad una frustrazione preventiva dell’attitudine ad individuare nuove opportunità che, parafrasando Hayek, <<una effettiva libertà avrebbe sicuramente fornito per azioni non previste e impredicibili>>. Insomma, anziché puntare decisi ad una appagante condizione di libertà dai vincoli imposti dal potere politico, il che promuoverebbe e veicolerebbe la <<liberazione di tutte le capacità e potenzialità umane, di tutti i progetti individuali che perseguono la felicità, non solo senza danneggiare gli altri, ma anche arricchendone l’esistenza>> [15], si persevera nell’alimentare e nel consolidare il mito della potenza dello Stato.

Come, già negli anni cinquanta, ebbe emblematicamente a chiosare un campione della libertà:

Ci sbaglieremo, ma a considerare quel poco che sappiamo di codesti fautori odierni del fiscalismo, non possiamo trattenerci dal notare certe coincidenze e certe inevitabili concorrenze. Ogni lira che si riesce a sottrarre alle imprese private sotto forma di tassazione, e inoltre ogni lira che si riesce a distogliere dagli investimenti in quelle imprese … per convogliarla, possibilmente, nel calderone statale, è purtroppo! una lira di più al servizio della potenza dello stato: di quello stato – beninteso che, non riuscendo spesso nemmeno a disimpegnare le modeste mansioni del <<guardiano notturno>>, si è posto tuttavia a fare l’industriale, il commerciante, il banchiere, il demiurgo, il difensore integerrimo della morale e della giustizia <<sociali>>, e che, in tali molteplici sue qualità, ha sempre maggior bisogno di quattrini per pagare, oltre al resto, i suoi dirigenti, i suoi institori, i suoi procuratori e i suoi Catoni, con prebende di cui il povero contribuente deve ancora conoscere l’esatto ammontare [16].

Due sole riflessioni ci sovvengono. La prima: Leoni non si sbagliava di certo; la seconda: a distanza di più di sessant’anni, nulla di nuovo sotto il sole italico.

Articolo di Cristian Merlo

[1] Max Nordau, Burocrati e Parassiti, Scritti sulla realtà del governo, della democrazia parlamentare e dello sfruttamento burocratico, Leonardo Facco Editore, Treviglio 2006.

[2] Ibidem, pp. 76-77.

[3] Ibidem, p. 80.

[4]  Charles Adams, For Good and Evil, L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità, Liberilibri, Macerata 2007, p. 476.

[5]  Definizione tratta dalla Enciclopedia online Treccani.

[6] Il concetto di disproduttività è qui da intendersi nel senso leoniano del termine, sulla cui scorta <<i rapporti disproduttivi sono quelli in base ai quali determinati individui si trovano a spendere del denaro, o a compiere determinati sacrifici, in cambio dei quali non ricavano altro che il mantenimento dello status quo ante, cioè nulla di nuovo. Manca il corrispettivo della spesa e quindi la possibilità di parlare del raggiungimento di un equilibro correlato alla spesa sostenuta. L’unico scopo raggiunto è in questo caso quello del mantenimento dell’equilibrio anteriore alla spesa fatta;  il che significa un depauperamento, perché evidentemente ci si troverà nella situazione di prima, meno quello che si è speso per rimanervi>>. I rapporti in parola, per giunta, possono aver luogo solo ed esclusivamente in contesti operativi dominati da logiche di tipo coercitivo  e in cui sono le dinamiche arbitrarie di potere a prendere il sopravvento: <<il rapporto disproduttivo o egemonico è perciò tipico del dominio politico. Si potrebbe discutere l’equiparazione dei termini “disproduttivo” ed “egemonico”. Certo i termini sono diversi, poiché “disproduttivo” significa dispersivo di energie produttive, mentre “egemonico” indica un’imposizione, un dominio. In pratica si danno però rapporti disproduttivi ogni volta che qualcuno è in grado di imporli, dispone quindi di una possibilità di dominio, di  egemonia, cioè della possibilità di imporre il rapporto>>. Bruno Leoni, Nuova definizione del concetto di potere, saggio raccolto nella miscellanea Tra Stato e mercato,  a cura di Francesco Pulitini, IBL Libri, 2011, pp. 468-469.

[7]  Il monopolista pubblico, in forza della pressoché integrale monopolizzazione dei servizi, è in grado di accaparrarsi quell’extraprofitto che la classica analisi economica imputa a tutti quei contesti operativi che si discostano dal paradigma della concorrenza perfetta: tesi spesso opinabile, ma sicuramente valida e condivisibile in questa specifica circostanza.

[8]  Grazie ad una propaganda martellante e ad una mistificazione sistematica della verità, nonché ad una tecnica di scomposizione del linguaggio volta alla distruzione di ogni interrelazione logica, i detentori del potere politico sono riusciti ad imporre l’indiscutibile validità di concetti di per sé fumosi, sfuggenti ed ambigui, quando non addirittura inconsistenti, facendo leva su messaggi ammiccanti, stracarichi di implicazioni positive.

[9]  Per una trattazione più approfondita ed esaustiva di queste e di altre tematiche strettamente correlate, mi si permetta di rimandare a Cristian Merlo, Lo Stato illusionista, Leonardo Facco Editore, Rende 2012.

[10]  Trattasi di un passo, tradotto dall’inglese, di The Myth of Neutral Taxation (p. 73), penetrante saggio di Murray Newton Rothbard, disponibile all’indirizzo http://www.mises.org/rothbard/myth.pdf

[11] Trattasi di alcuni passi, tradotti dall’inglese, di Beyond Politics: The Roots for Government Failure, opera dell’economista statunitense  Randy T. Simmons, The Independent Institute 2011,  versione e-book.

[12] Pascal Salin, La tirannia fiscale,  Liberilibri, Macerata 1997, pp. 5-6.

[13] Frédéric Bastiat, Protezionismo e Comunismo, Libreria San Giorgio, 2013, versione e-book.

[14] Ibidem.

[15] Alessandro Vitale, La libertà individuale arricchisce l’esistenza, rivista Liber@mente, Fondazione Vincenzo Scoppa, numero 3 del 2013.

[16] Bruno Leoni, Persecuzione fiscale? A proposito di un recente articolo sulla “Riforma” Vanoni, articolo originariamente comparso sul 24 Ore del 16 gennaio 1952, ed ora riproposto nella miscellanea Collettivismo e libertà economica, Editoriali “militanti” (1949-1967), Rubbettino, Leonardo Facco Editore, Soveria Mannelli, Treviglio 2007, pp. 73-76.