La tossicità dell’ambientalismo | III parte

propagandaPrima ancora di queste isterìe, ci furono le polemiche relative alla strage del lago Erie e all’avvelenamento da mercurio nei tonni. Ebbene, il lago Erie gode oggi di perfetta salute ed è una miniera incommensurabile di specie marine. Le tracce di mercurio nei tonni sono la normale conseguenza della naturale presenza di questo elemento chimico nell’acqua di mare e, oltretutto, le prove fornite dai musei hanno mostrato che quantità simili di mercurio sono riscontrabili nei tonni fin da tempi preistorici.

E in una recente ricerca (il cui risultato costituisce un’ulteriore “bocciatura” per le ipotesi ambientaliste), un noto climatologo, il Professor Robert Pease, ha mostrato che è impossibile per i clorofluorocarburi (CFC) distruggere volumi rilevanti di ozono nella stratosfera, poiché solo una quantità residua di essi è in grado di raggiungerla. È stato anche comprovato come il decantato “buco” nell’ozono, al di sopra dell’Antartico, sia un fenomeno del tutto naturale, esistente già molto tempo prima della formazione degli stessi CFC; ciò in ragione del fatto che, durante la lunga notte polare, la luce solare ultravioletta è assente e non può, pertanto, rigenerare strati di ozono.

Il motivo principale per cui le tesi ambientaliste finiscono per rivelarsi, una dopo l’altra, manifestamente false, consiste nella loro intrinseca avversione per la verità, ed è precisamente questa “volontà” che sembra guidarle. Nel sostenere i loro argomenti, gli ambientalisti si servono di qualsiasi mezzo a loro disposizione per intimorire le persone, minandone la fiducia nella scienza e nella tecnologia, per poi indurle a sottomettersi alle loro invocazioni. I loro proclami poggiano su ipotetiche congetture che alternano fantomatiche “scintille” di verità a conclusioni del tutto arbitrarie, rafforzate da inferenze illegittime. Proprio in base a queste “scintille” e inferenze, si passa dall’analizzare gli effetti dell’alimentare i topi con dosaggi di cibo cento volte superiori a quelli che qualsiasi essere umano sarebbe in grado di ingerire, a questionare sugli effetti di un’alimentazione normale sugli stessi esseri umani. Gli allarmismi provocati dai “ppb” (part per billion, NdR) di una sostanza chimica responsabile di un numero di decessi inferiore alla doppia cifra sono più affini alla fantasia che alla scienza e non hanno nulla a che vedere né con le sperimentazioni in atto, né col concetto di causalità.

Non si era mai visto e, forse, non si rivedrà mai più, qualcosa di simile a due gruppi di milioni di individui identici in tutto e per tutto, ad eccezione del fatto che per settant’anni i membri di un gruppo hanno mangiato mele su cui era stato spruzzato l’Alar. In seguito, 4,2 milioni di essi, sono deceduti. Il processo che ha permesso di raggiungere l’attuale livello di gravità è essenzialmente lo stesso delle “bull sessions” universitarie, che si risolvono in ipotesi arbitrarie, supposizioni e manipolazioni illegittime. Durante queste sessioni, qualcuno potrebbe cominciare citando l’episodio di un vaso caduto sulla testa di uno sfortunato passante, per arrivare poi a speculare sui possibili effetti della caduta di una caramella o di una nocciolina sulla scarpa di altri ipotetici passanti e giungere all’inverosimile conclusione che 4,2 milioni di essi potrebbero morire.

Inoltre, come detto, in contrasto con la metodologia delle “bull sessions”, la ragione e la scienza attuali stabiliscono cause che sono, per loro natura, “universali”. Quando, ad esempio, agenti mortali quali l’arsenico e la stricnina, oppure un proiettile d’arma da fuoco, compromettono gli organi vitali del corpo umano, la morte è assolutamente certa solo in una manciata di casi su un milione. Infatti, se una sostanza provoca un determinato effetto, il risultato sarà lo stesso in tutti i casi in cui vi siano dei presupposti favorevoli; diversamente, i risultati differiranno nel momento in cui questi presupposti verranno a mancare, come, ad esempio, in un individuo che ha sviluppato una tolleranza al veleno o che indossa un giubbotto antiproiettile.

Tali ipotesi, secondo cui mille fattori diversi potrebbero ingenerare il cancro in un determinato numero di casi, non provano nulla, eccetto che le reali cause sono ancora sconosciute – e, oltre a questo, denotano il tracollo dell’epistemologia nella scienza contemporanea (questo declino epistemologico, mi permetto di aggiungere, è andato radicalmente accelerandosi fin dal giorno in cui, negli anni ’60, il governo ha assunto un ruolo preponderante nella ricerca scientifica negli Stati Uniti, privilegiando il finanziamento incessante degli studi statistici, a discapito dell’individuazione concreta delle cause).

Nel dibattere le loro tesi, gli ambientalisti ignorano volutamente che radiazioni, veleni e sostanze cancerogene persistono inevitabilmente in natura. Praticamente la metà delle sostanze chimiche esistenti, se somministrate in quantità massicce agli animali, risultano cancerogene – la stessa proporzione si applica anche a sostanze chimiche artificiali se somministrate nelle medesime quantità (a provocare i tumori, secondo il Prof. Ames, non sarebbero in realtà le sostanze chimiche, naturali o artificiali, bensì la distruzione cronica dei tessuti causata dalle dosi eccessive in cui le stesse sostanze chimiche vengono inalate, allo stesso modo in cui la saccarina viene somministrata ai ratti in una quantità paragonabile a ottocento lattine di soda dietetica al giorno per un essere umano). L’arsenico, uno fra i veleni più letali, è un elemento chimico presente normalmente in natura. L’oleandro, una delle piante più belle, possiede un veleno mortifero, così come molte altre piante ed erbe. Anche il radio e l’uranio, con la loro elevata radioattività, sono stabilmente presenti in natura.

L’intera natura, d’altronde, è radioattiva in qualche misura.

Se gli ambientalisti non riconoscono ciò che occupa normalmente un posto nella natura, se non addebitano ogni devastazione esclusivamente all’uomo e applicano anche alla natura gli standard di sicurezza che ritengono necessari per regolare l’attività umana, dovrebbero nascondersi, in preda al terrore, dalla natura stessa. Dovrebbero utilizzare metà del pianeta per costruire containers “protettivi” o per innalzare barriere allo scopo di tutelarsi dalla moltitudine di presunti agenti cancerogeni, tossine e materiali radioattivi disseminati sull’altra metà del globo.

Sarebbe un errore grossolano catalogare i ripetuti e farneticanti reclami degli ambientalisti fra i casi dello “sciocco che grida al lupo”. Essi, piuttosto, sono da annoverare fra quelli del “lupo che piange continuamente per avvisare dei presunti pericoli cui andrebbe incontro lo sciocco”. L’unico vero pericolo deriva, ovviamente, dal dar retta al lupo.

La prova più limpida dell’immoralità di fondo del movimento ambientalista giunge da uno dei suoi rappresentanti, Stephen Schneider, ben noto per le sue previsioni in merito a catastrofi globali. Nel numero della rivista Discover pubblicato nell’ottobre del 1989 egli sosteneva (con approvazione) quanto segue:

… Per realizzare tutto questo, ci serve un ampio consenso generale; abbiamo bisogno, perciò, di monopolizzare l’immaginazione delle masse. Questo comporta, naturalmente, una vasta opera di persuasione mediatica. Dobbiamo profilare scenari inquietanti, diffondere proclami drammatici e disinvolti, menzionando solo brevemente qualsiasi nostro dubbio. Non potremo districarci in questo ‘doppio vincolo etico’ che ci si presenterà davanti come in una normale ‘formula’. Ciascuno di noi dovrà bilanciare correttamente l’essere onesti e l’essere efficienti.

Così, in mancanza di responsi attendibili da fonti indipendenti dal movimento ambientalista e dal suo influsso, ogni sua pretesa di migliorare la vita umana e il benessere dev’essere percepita come una semplice menzogna, avendo come unico scopo effettivo quello di imporre privazioni insensate e sofferenze inutili. Fra le più fallaci menzogne degli ambientalisti figurano le pretese illegittime di arrestare la civilizzazione industriale in ogni suo apparato, per far fronte alle presunte “minacce” del riscaldamento globale, del buco dell’ozono e dell’esaurimento delle risorse naturali. In realtà, tutte queste rivendicazioni, la cui funzione primaria è quella di mettere in discussione la scienza, la tecnologia e la civilizzazione industriale quali risorse al servizio dell’umanità, mirano ad affermare, in ultima istanza, che la nostra sopravvivenza e il nostro benessere discendano dal ripudio della ragione (la scienza, la tecnologia e l’industria sono, infatti, il frutto della ragione e sono subordinate ad essa). Queste farneticazioni non costituiscono delle “avvisaglie” per mettere in guardia l’umanità da presunti “pericoli” ma sono, a ben vedere, un’ulteriore prova del disprezzo ambientalista verso la vita e la natura umana.

Saggio di George Reisman su Mises.org

Traduzione di Pasquale Salcina

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