Ascesa e declino della società: Introduzione

Pubblichiamo di seguito l’introduzione all’opera di Frank Chodorov “Ascesa e Declino della Società” i cui capitoli, tradotti da Francesco Simoncelli, saranno qui proposti a cadenza mensile. Per l’efficacia della sua sintesi e la prosa diretta, riteniamo quest’opera di importanza cruciale per chi voglia gettare uno sguardo d’insieme sul processo storico con cui quel sistema parassitario che è lo Stato prima attacchi le società più prospere dopodiché, col proprio crescente interventismo, ne provochi l’indebolimento economico, etico e culturale fino a decretarne la rovina. Non sarà difficile per il lettore riscontrare numerosi e tristi punti di contatto con l’attualità.

***

INTRODUZIONE

Ciò che la storia penserà dei nostri tempi è qualcosa che soltanto la storia ci dirà. Ma una buona congettura è che sceglierà il collettivismo come caratteristica che identifica il ventesimo secolo. Perché anche una rapida indagine del modello di sviluppo del pensiero durante gli scorsi cinquant’anni rivela la dominanza di un’idea centrale: che la Società sia un’entità trascendente, qualcosa al di là e maggiore della somma delle sue parti, in possesso di un carattere sovrumano e dotata di simili poteri. Che opera in un campo suo proprio, moralmente e filosoficamente, ed è guidata da stelle sconosciute ai mortali. Quindi l’individuo, l’unità della Società, non può giudicarla per le sue stesse limitazioni né applicare ad essa gli standard con cui misura il proprio pensiero e il proprio comportamento. Le è necessario, naturalmente, ma soltanto come parte sostituibile di una macchina. Segue quindi che la Società, che può interessarsi paternalisticamente agli individui, non dipende in alcun modo da essi.

In un modo o nell’altro questa idea si è insinuata in quasi ogni ramo di pensiero e, come succede spesso con le idee, è stata istituzionalizzata. Forse l’esempio più lampante è l’orientamento moderno della filosofia dell’educazione. Molti dei professionisti in questo campo asseriscono francamente che lo scopo primario dell’educazione non è di sviluppare la capacità dell’individuo di apprendere, come si pensava in passato, ma di prepararlo per un posto fruttuoso e “felice” nella Società; le sue inclinazioni devono essere allontanate da lui, in modo che possa ricadere nelle usanze dei suoi coetanei ed oltre ad essi dell’ambiente sociale in cui vivrà la sua vita. Egli non è un fine in sé stesso.

La giurisprudenza gira intorno alla stessa idea, sostenendo sempre più che il comportamento umano non Ascesa e Declino della Societàsia una questione di responsabilità personale quanto un riflesso delle forze sociali che lavorano sull’individuo; la tendenza è di dare alla Società la colpa dei crimini commessi dai suoi membri. Questo è anche un assunto della sociologia, la cui crescente popolarità ed innalzamento al rango di scienza testimoniano della presa che il collettivismo ha nei nostri tempi. Lo scienziato non è più onorato come coraggioso avventuriero dell’ignoto, alla ricerca dei principi della natura, ma è diventato un servo della Società, a cui deve il suo addestramento e la sua conservazione. Gli eroi e le imprese eroiche vengono retrocessi a prodotto accidentale di pensiero e movimenti di massa. La persona superiore, il “capitano d’industria” che s’è fatto da sé, il genio innato sono finzioni: non siamo che robot fatti dalla Società. L’economia è lo studio di come funzioni la Società, secondo le sue proprie tecniche e prescrizioni, non di come gli individui, nel perseguire la felicità, costruiscano la propria vita. E la filosofia, o ciò che così viene chiamato, ha reso la verità stessa un attributo della Società.

Il collettivismo è più di un’idea. In sé, un’idea non è che un giocattolo della speculazione, un idolo mentale. Poiché secondo il mito la Società sovrapersonale è piena di possibilità, la cosa vantaggiosa da fare è far lavorare il mito, per dare energia alla sua virtù. Lo strumento a tal scopo è lo Stato, pulsante di energia politica e ben disposto a consumarla in questa avventura gloriosa. Così sorge lo statalismo, o il culto del potere politico.

Lo statalismo non è una religione moderna. Anche prima di Platone, la filosofia politica si è interessata della natura, dell’origine e della giustificazione dello Stato. Ma, mentre i pensatori ci speculavano sopra, il grande pubblico accettò l’autorità politica come un fatto della vita e se ne fece una ragione. È solo in tempi recenti (tranne, forse, i tempi in cui Chiesa e Stato erano una cosa sola, dotando così la coercizione politica di una sanzione divina) che la massa della gente ha accettato, coscientemente o implicitamente, la citazione hegeliana che “lo Stato è la sostanza generale, di cui gli individui non sono che incidenti.” È questa accettazione dello Stato come “sostanza,” come una realtà sovrapersonale, e il suo esser investito di una competenza che nessun individuo può reclamare per sé, ad essere la caratteristica speciale del ventesimo secolo.

Nei tempi passati c’era la disposizione a considerare lo Stato come qualcosa con cui ci si dovesse confrontare, ma da completi estranei. Ciascuno conviveva con lo Stato come meglio poteva, temendolo o ammirandolo, sperando di farne parte e di goderne i privilegi, o tenendosene a distanza come da una cosa intoccabile; a malapena si pensava allo Stato come parte integrale della Società. Si doveva sostenere lo Stato – non c’era modo di evitare le tasse – e se ne tolleravano gli interventi come interventi, non come trama ed ordito della vita. E lo Stato stesso era fiero della sua posizione al di là – ed al di sopra – della società.

La disposizione attuale è di liquidare qualsiasi distinzione fra Stato e Società, concettualmente o istituzionalmente. Lo Stato è la Società; l’ordine sociale è effettivamente un corollario dell’istituzione politica, dipendente da esso per il sostentamento, la salute, la formazione, le comunicazioni e per tutte le cose che rientrano nella definizione di “perseguimento della felicità.” In teoria, prendendo come autorità i testi accademici su economia e scienza politica, l’integrazione è quasi completata. Nel funzionamento degli affari umani, nonostante le lusinghe al concetto di diritti personali innati, la tendenza ad invocare lo Stato perché risolva tutti i problemi della vita mostra fino a che punto abbiamo abbandonato la dottrina dei diritti, con il suo corollario della fiducia in noi stessi, ed accettato lo Stato come realtà della Società. È questa integrazione reale, piuttosto che la teoria, che contraddistingue il ventesimo secolo dai suoi predecessori.

Un’indicazione del punto a cui è arrivata l’integrazione è la scomparsa di ogni dibattito sullo Stato in quanto Stato – un dibattito che ha impegnato le migliori menti del diciottesimo e del diciannovesimo secolo. Le deficienze di un regime particolare, o dei suoi componenti, sono sottoposte ad attacchi costanti, ma i difetti dell’istituzione in sé non si individuano. Lo Stato va benissimo, per comune accordo, e funzionerebbe perfettamente se al suo timone ci fossero le persone “giuste.” La maggior parte dei critici del New Deal non si accorgono che tutte le sue mancanze sono connaturate a qualsiasi Stato, sotto la guida di chiunque, o che quando l’istituzione politica raccoglie abbastanza potere spunta un demagogo. L’idea che questo apparato di potere sia effettivamente il nemico della Società, che gli interessi di queste istituzioni siano in contrasto, è semplicemente impensabile. Se viene suggerita, è scartata come “antiquata,” il che è vero; fino all’era moderna, era un assioma che lo Stato necessiti di costante sorveglianza, che delle propensioni perniciose ne sono parte integrante.

Vengono alla mente alcuni esempi dello spirito del nostro tempo.

L’abusata affermazione “lo dobbiamo noi stessi”, riferita ai debiti contratti in nome dello Stato, è indicativa della tendenza a cancellare dalla nostra coscienza la linea di demarcazione fra governati e governanti. Non è solo una frase classica nei testi d’economia ma è anche tacitamente accettata nelle cerchie finanziarie come solida per principio. Per i banchieri moderni un’obbligazione di Stato è sicura almeno quanto quella di un privato, poiché il titolo è in effetti un obbligo del cittadino di pagare le tasse. Non viene fatta alcuna distinzione fra un debito garantito dalla produzione o dall’abilità produttiva e un debito garantito dal potere politico; in definitiva un’obbligazione di Stato è un pegno sulla produzione, dunque qual è la differenza? Secondo tale ragionamento gli interessi del pubblico, che sono sempre concentrati nella produzione di beni, sono identificati con gli interessi predatori dello Stato.

In molti testi di economia, il prestito preso dal governo ai cittadini, sia se fatto apertamente o tramite pressione sulle banche affinché prestino il risparmio dei loro depositanti, è spiegato come transazione equivalente a trasferire dei soldi da una tasca all’altra degli stessi pantaloni; il cittadino presta a sé stesso quel che presta al governo. La spiegazione razionale di questa assurdità è che l’effetto sull’economia della nazione è lo stesso sia che il cittadino spenda i suoi soldi, sia che lo faccia il governo per lui. Ha semplicemente rinunciato al suo trascurabile diritto di scegliere. Sul fatto che non desideri ciò per cui il governo spende i suoi soldi, che di sua libera volontà non contribuirebbe ad acquistarlo, si sorvola allegramente . Il concetto di “stessi pantaloni” si basa sull’identificazione dell’amorfa “economia nazionale” con il benessere dell’individuo; egli si fonde così nella massa e perde la sua personalità.

Tutt’uno con questo genere di pensiero è la frase d’accompagnamento “il governo siamo noi”. Il suo uso e la sua accettazione illustrano al meglio la presa che il collettivismo ha fatto sulle menti americane in questo secolo, escludendo la tradizione americana di base. Quando fu fondata l’Unione, il principale timore degli americani era che il nuovo governo si trasformasse in una minaccia contro la loro libertà, e gli autori della costituzione furono messi a dura prova per acquietare questo timore. Ora è stabilito che la libertà è un dono del governo in cambio della sottomissione. L’inversione è stata compiuta con un abile trucco semantico. La parola “democrazia” è la chiave di questo trucco. Quando cercate una definizione di questa parola, trovate che non è una forma di governo ma piuttosto la regola degli “atteggiamenti sociali.” Ma che cosa è un “atteggiamento sociale”? Mettendo da parte le verbose spiegazioni di questo sdrucciolevole concetto, risulta essere in pratica il buon vecchio maggioritarismo; ciò che il 51 per cento delle persone ritiene sia giusto è giusto, e la minoranza ha torto per forza. È la finzione della Volontà Generale sotto nuovo nome. Non c’è posto in questo concetto per la dottrina dei diritti innati; l’unico diritto che resta alla minoranza, in particolar modo alla minoranza di uno, è la conformità con “l’atteggiamento sociale” dominante.

Se “il governo siamo noi,” segue che l’uomo che si trovasse in prigione dovrebbe darsi la colpa per essersi rinchiuso lì dentro, e che l’uomo che sfruttasse tutte le detrazioni fiscali che la legge concede starebbe in realtà truffando sé stesso. Seppur questo possa apparire un’esagerata reductio ad absurdum, è un fatto che molti coscritti delle forze armate si consolino con quel tipo di logica. Questo paese è stato in gran parte popolato da renitenti alla leva – chiamata “zarismo” una generazione o due fa e ritenuta la forma più bassa di servitù involontaria. Oggi un esercito di militari di leva passa in effetti per un esercito “democratico” composto di uomini che si sono adeguati all’“atteggiamento sociale” del tempo. Questo fa il coscritto medio quando obbligato ad interrompere i propri sogni di carriera; l’accettazione del servizio militare obbligatorio ha raggiunto il punto di un’incoscia rinuncia alla personalità. L’individuo, come individuo, semplicemente non esiste più: è parte della massa.

Ciò è il compimento dello statalismo: è una condizione dello spirito che non riconosce altro ego che quello della collettività. Per analogia, bisogna risalire alla pratica pagana del sacrificio umano: quando gli dei lo richiedevano, quando lo sciamano insisteva, era dovere dell’individuo gettarsi nel fuoco sacrificale in nome della prosperità del clan. In realtà, lo statalismo è una forma di paganesimo, dato che è il culto di un idolo, di qualcosa fatto dall’uomo. La sua base è puro dogma. Come tutti i dogmi esso è soggetto a interpretazioni e spiegazioni razionali, ciascuna con la sua corte di devoti. Ma, sia che ci si definisca un comunista, un socialista, un sostenitore del New Deal o solo un semplice “democratico”, la premessa è che l’individuo esista solo come servo dell’idolo delle masse. Sia fatta la sua volontà.

È una strana circostanza della storia che lo spirito indagatore non sia mai cancellato o sepolto completamente. Le pressioni sociali e politiche possono costringere il curioso intellettuale ad adottare un’apparenza di conformità – dal momento che bisogna pur vivere nel proprio ambiente – ma la conformità reale è impossibile per una mente di quel genere. Deve chiedere “perché” anche a sé stesso. E a volte è abbastanza difficile suggerire una deficienza nel modello prevalente di pensiero e parlare apertamente contro di esso. Anche in questo ventesimo secolo ci sono coloro che sostengono, forse soltanto nell’intimo della loro persona, che il collettivismo è sbagliato e maligno e che non finirà bene. Ci sono nonconformisti che rifiutano il concetto hegeliano secondo cui “lo Stato incarna l’idea divina sulla terra”. Ci sono alcuni che sostengono saldamente che soltanto l’uomo è fatto ad immagine di Dio, che lo Stato è un falso idolo. Sono in minoranza, siatene sicuri, come lo sono stati in tutta la storia; sono i “restanti” ai quali Isaia è incaricato di consegnare il messaggio. Forse costoro troveranno questa inchiesta nell’economia della Società, del Governo e dello Stato di un certo interesse; è stata scritta per loro.

Frank Chodorov, 1959.

Traduzione di Francesco Simoncelli