La tossicità dell’ambientalismo | IV parte

treno_rivoluzione_industrialeÈ importante comprendere che le recriminazioni degli ambientalisti sull’“inquinamento ambientale” causato dalle attività economiche sono sempre e principalmente fondate sul dogma del valore intrinseco della natura. Cosicché, quello che essi vogliono scongiurare, è in realtà il disconoscimento del presunto “valore intrinseco” di foreste, deserti, formazioni rocciose e specie animali, ai quali l’uomo non attribuisce sufficiente valore o che giudica come ostili. È propriamente questa, infatti, la concezione che gli ambientalisti hanno dell’ “ambiente”. Se qualcuno, al contrario, qualificasse l’ambiente stesso come un elemento che fa da “corollario” e che circonda l’uomo – la dimensione naturale “esteriorizzata” nel mondo – risulterebbe allora evidente che le attività produttive umane hanno la tendenza implicita a renderlo più vivibile e funzionale – ed anzi, è proprio questo il loro scopo principale.

Tutto questo appare ovvio nel momento in cui realizziamo che il mondo fisico è composto interamente da elementi chimici; questi ultimi non sono “eliminabili” in alcun modo. Si ricostituiscono semplicemente in combinazioni, proporzioni e luoghi differenti. Attualmente, le quantità di ogni elemento chimico sono le stesse dell’epoca della Rivoluzione Industriale, con l’unica differenza che, invece di permanere stagnanti ed essere alienati dal controllo dell’uomo, durante la Rivoluzione Industriale tutti i componenti chimici sono stati impiegati, come mai prima di allora, per migliorare la vita e il benessere umano. Quantitativi di ferro e rame, ad esempio, sono stati estratti dalle profondità della terra, ove erano inutilizzabili, per essere impiegati come componenti fondamentali nella costruzione di edifici, ponti, automobili e milioni di altre opere utili. Piccole porzioni di carbonio, idrogeno e ossigeno sono state disaggregate da alcuni composti e ricombinate in altri, in un processo utilizzato per la produzione di energia capace di illuminare e riscaldare le abitazioni, potenziare macchinari industriali, automobili, aerei, navi, treni ferroviari e contribuire in mille altri modi a migliorare la vita quotidiana delle persone. Ne consegue che, nella misura in cui l’ambiente che circonda l’uomo è composto da elementi chimici come rame, ferro, carbonio, idrogeno e ossigeno, più egli stesso sarà in grado, attraverso le attività produttive, di sfruttare efficacemente queste risorse naturali, più l’ambiente che lo circonda ne sarà conseguentemente arricchito.

Le attività produttive umane consistono, fondamentalmente, nella riorganizzazione e nella gestione delle risorse naturali (elementi chimici) allo scopo di renderle vantaggiosamente usufruibili dalle persone – il tutto, sempre nell’ottica di migliorare l’ambiente in cui vivono.

Consideriamo alcuni esempi: l’uomo, per vivere, necessita di muovere se stesso e i suoi beni, da un luogo all’altro. Se una foresta selvatica si staglia sul suo percorso, questo movimento indispensabile risulterà difficoltoso, se non impossibile. Pertanto, rappresenterà un miglioramento del suo ambiente, sfruttare i costituenti chimici di alcuni alberi della foresta e assemblarli a componenti chimici ricavati altrove per costruire una strada. Apporterà analoghi benefici al suo ambiente costruendo ponti, scavando canali e miniere, bonificando il territorio, realizzando fabbriche, case e qualsiasi altra opera che contribuisca a migliorare qualitativamente la condizione materiale della sua vita.

Tutte queste invenzioni portano un giovamento alla sfera materiale dell’uomo – e al suo “habitat”. Rappresentano una “ridisposizione” delle risorse della natura al fine di renderle partecipi del miglioramento della vita e del benessere umano.

Le attività economiche, dunque, si propongono semplicemente di rendere più vivibile l’ambiente – mirando, esclusivamente, a migliorare la sfera materiale della vita umana. Le attività economiche e produttive sono il motivo principale per cui l’uomo adatta l’ambiente a se stesso e, così facendo, riesce a valorizzarlo.

È questo ciò che dovrebbero comprendere gli ambientalisti che accusano l’uomo di “distruggerlo”. Poiché, solamente dalla prospettiva del presunto valore intrinseco della natura (e del non-valore attribuito all’essere umano), l’agire dell’uomo sull’ambiente può essere concepito come una sua “distruzione”.

Le recenti avvisaglie degli ambientalisti riguardo un’imminente “distruzione del pianeta” sono il risultato dell’influenza della dottrina del valore intrinseco. Ciò che essi temono attualmente non è la possibilità che il pianeta, o la sua principale caratteristica di favorire la vita umana, possano un giorno sgretolarsi, bensì, al contrario, che quest’ultima possa estendersi fino a compromettere del tutto la sua essenza “selvaggia”. Non possono sopportare, infatti, l’idea di un pianeta assoggettato all’uomo, con le sue giungle e i suoi deserti rimpiazzati da aziende agricole, pascoli e foreste coltivate dall’uomo, secondo la sua volontà. Non possono sopportare l’idea che la Terra diventi un “giardino” per gli esseri umani. Nelle parole di McKibben, “il problema è che la natura, la forza indipendente che ci circonda fin dai primissimi giorni, non può coesistere con i nostri numeri e le nostre abitudini. Possiamo tentare di creare un mondo che sostenga i nostri numeri e le nostre abitudini, ma sarebbe un mondo del tutto artificiale.”

Il carattere tossico del movimento ambientalista implica l’osservanza di un principio vitale in relazione a tutte le misure che esso promuove, comprese quelle che intendono apparentemente difendere la vita e il benessere umano, come quelle votate alla riduzione dello smog, alla pulizia di fiumi, laghi, spiagge e così via. Il risultato è che, anche in questi casi, non v’è da imbarcarsi in nessuna “cooperazione” con il movimento ambientalista. È doveroso, infatti, attenersi alla più scrupolosa attenzione anche quando ci si imbatte nei propositi apparentemente più genuini, sotto tutti gli auspici, poiché altrimenti si correrebbe il rischio di promuovere il male – finendo involontariamente per contaminarsi con il veleno e diffonderlo. Nelle mani degli ambientalisti, infatti, perfino problemi genuini in sé come lo smog e la salubrità dei fiumi possono trasformarsi in armi efficaci per attaccare la civilizzazione industriale. Essi sono fermamente convinti che i problemi concernenti l’inquinamento si siano originati solo all’indomani dell’industrializzazione moderna, come se inconvenienti simili non costituissero una condizione onnipervasiva nella vita umana anche nelle società pre-industriali, additando alla moderna civilizzazione industriale le responsabilità di un “peggioramento” delle condizioni di salute e benessere rispetto al passato.

Il principio della “non-cooperazione” con il movimento ambientalista, che si propone la più radicale differenziazione da quest’ultimo, non dovrebbe essere preso troppo sottogamba, al fine di evitare le disastrose conseguenze causate nella prima parte del XX secolo, in Russia e in Germania, da persone originariamente mosse da buone intenzioni.

Nonostante i programmi e gli obiettivi reali dei comunisti e dei nazisti non fossero segreti, la maggioranza delle persone non comprese sufficientemente che i loro veri propositi e la loro filosofia di fondo andassero recepiti con la massima serietà. Come prova di ciò, infatti, si unirono in fretta ad essi per cercare di perseguire quelli che ritenevano obiettivi degni di merito, primi fra i quali, quelli che si ponevano di alleviare la povertà. Sfortunatamente, operando al fianco di “artisti” come Stalin, Lenin, Hitler e Himmler, tutte queste persone non pervennero mai al tipo di vita che speravano di raggiungere. Tuttavia, essi servirono da utili strumenti per il raggiungimento dei sanguinari obiettivi dei mostri succitati e, altresì, di coloro i quali intrapresero abbastanza rapidamente la via della perdita della propria innocenza, finendo per diventare autentici complici dei mostri.

Per mascherare la sua vera natura, il male necessita di una, perlomeno apparente, “cooperazione” con il bene, al fine di assicurarsi quell’influenza effettiva che altrimenti, da solo, non potrebbe mai arrivare ad attingere. In quest’ottica, è quindi opportuno che la dottrina del valore intrinseco venga spacciata per una “filosofia” che abbia a cuore la vita umana. Per dare un’illusione ancora più efficace di tutto ciò, è necessario che siano soprattutto le persone in buona fede a diffondere, inconsapevolmente, il “credo” del valore intrinseco e il correlato annientamento dei valori dell’essere umano.

Attualmente, un gran numero di persone che confidano nella bontà della “dottrina” ambientalista, sono state arruolate nelle campagne ecologiste per diminuire la produzione di energia. Queste campagne, nella misura in cui riescono ad affermarsi, possono causare solo privazioni alle persone, pretendendo di sostituire la limitata energia muscolare umana alle macchine e ai motori. Il loro fine ultimo è quello di inaugurare il tramonto della Rivoluzione Industriale, per riportare il mondo alla povertà e alla miseria dei secoli passati.

La prerogativa essenziale della Rivoluzione Industriale fu lo sfruttamento umano dei mezzi artificiali. Alla relativa fragilità dei muscoli degli animali e a quella ancora maggiore di quelli degli esseri umani, oltreché alle quantità di potenza relativamente ridotte presenti in natura sottoforma di venti e piogge, la Rivoluzione Industriale aggiunse la potenza “artificiale”; dapprima, in forma di vapore generato dalla combustione del carbone e, successivamente, attraverso la combustione interna generata dal petrolio e dalla potenza elettrica scaturita dalla combustione di qualsiasi combustibile fossile o dall’energia nucleare.

Questa potenza “artificiale” è la ragione essenziale di tutti i progressi economici raggiunti negli ultimi due secoli. La sua applicazione è ciò che ha permesso all’uomo di realizzare con le sue mani gli stupefacenti risultati produttivi odierni. Dalla fragilità delle sue braccia e delle sue mani, infatti, è scaturita la potenza incomparabilmente maggiore sprigionata dalle attuali risorse energetiche. Lo sfruttamento dell’energia, l’efficienza del lavoro e il tenore di vita sono strettamente connessi fra loro, con il primo a fare da presupposto per gli altri due.

Pertanto, non deve sorprendere come gli Stati Uniti, ad esempio, abbiano raggiunto i più elevati standard di vita al mondo. Questa è la diretta conseguenza del fatto che detengono il più alto consumo energetico pro capite al mondo. Sono in assoluto il paese in cui le persone più lungimiranti hanno saputo fare affidamento sulle apparecchiature motorizzate per raggiungere i propri scopi. Qualunque sostanziale aumento dell’efficienza lavorativa e del tenore di vita infatti, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, dipende ugualmente dal “potere artificiale” e dal crescente consumo di energia che lo giustifica. La nostra capacità di continuare a usufruire nel modo giusto delle stesse, limitate risorse del nostro corpo, dipenderà dalla nostra abilità a ottimizzare ulteriormente l’utilizzo delle risorse energetiche.

Saggio di George Reisman su Mises.org

Traduzione di Pasquale Salcina

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