Separazione tra Stato e Sport

sport“Detesto qualsiasi sport allo stesso modo in cui coloro che amano lo sport detestano il buonsenso” – H.L. Mencken

 

Non abbiamo bisogno di odiare lo sport come Mencken per comprendere il suo punto di vista.

È pur vero, però, che nelle competizioni sportive internazionali il buonsenso viene normalmente ignorato.

Consideriamo la Coppa del Mondo.

La scarsità di risorse impiegate per realizzare questo evento richiede talvolta l’intervento dello Stato.

Nel 2006, per esempio, il governo ghanese offrì a ciascun componente della sua nazionale di calcio 20.000 dollari per ogni vittoria. Questo premio venne finanziato da tasse estorte coercitivamente. In Germania, vari enti governativi (statali, comunali e federali) stanziarono oltre 600 milioni di dollari per finanziare la costruzione e la manutenzione dello stadio per l’evento. [1]

Considerando il livello di entusiasmo, e talvolta di isteria, che contraddistingue i Campionati del Mondo, non è forse realistico auspicare che lo svolgimento di queste competizioni sia concretizzabile anche su basi puramente volontarie? [2]

Altri mirabili esempi di sciovinismo sono offerti dal “superuomo” nazista delle Olimpiadi di Berlino 1936, o dal sequestro degli atleti israeliani ai Giochi olimpici di Monaco 1972. Oltretutto, la realizzazione di impianti sportivi, costituisce un’”iniezione di fiducia” importante per instillare ideali nazionalisti, che hanno l’effetto di favorire l’intervento statale (attraverso tasse, sussidi, zonizzazioni e dominio sul territorio) [3].

Ma senza arrivare agli stadi, basta guardare ai centri ricreativi presenti nelle nostre città, finanziati ed amministrati dal governo. Essi sponsorizzano baseball, softball, calcio e numerose altre discipline sportive per bambini. I loro parchi sono di proprietà del Comune e vengono gestiti e pagati con i soldi delle nostre tasse – il modo migliore, probabilmente, per inculcare fin da subito nei bambini l’idea che lo Stato sia il loro “benefattore” [4].

Ogni scusa è buona per continuare a gestire queste strutture a spese dei contribuenti: la “tradizione”, il “senso civico”, la “redditività economica”, etc. Ognuna di queste motivazioni vacilla in sé stessa, mentre sono invece le Chiese e le confraternite a preservare la tradizione e la cultura autentiche, mantenendosi private. Molte città sono orgogliose delle proprie iniziative commerciali e, per quanto concerne la redditività economica, potrebbero essere le tariffe sui parcheggi, gli stand in concessione, le inserzioni pubblicitarie e gli sponsor a coprire i costi, soprattutto dal momento che giocatori e allenatori, a questi livelli, sono dei “volontari”.

Ma per quali ragioni tutte queste strutture non vengono immediatamente privatizzate? Le imprese private provvederebbero alla costruzione dei parchi, a eseguire le concessioni, a occuparsi delle squadre, oltre a fornire tutti i servizi necessari – nello stesso modo in cui riescono a creare enormi agglomerati commerciali di negozi e parchi divertimenti [5].

Sfortunatamente, non sono nelle condizioni di poterlo fare, a causa dell’assenza di concorrenza nelle nostre città.

Dall’intervento statale alle inefficienze organizzative

L’autorevole articolo di John Hagel “Unbundling the Corporation” (concetto traducibile in “Frammentazione aziendale”: il termine “unbundling” viene generalmente utilizzato per indicare la suddivisione gestionale delle attività di un’impresa in unità operative distinte, gestite in maniera indipendente da soggetti diversi, NdT) sviscera alcuni dei problemi che contraddistinguono l’”integrazione verticale” in un mondo sempre più orientato alle “specializzazioni”. Egli suggerisce sostanzialmente che, in un’epoca dove si punta a ridurre i costi delle transazioni – definite dallo stesso “costi di interazione” – le aziende dovrebbero prediligere la specializzazione in settori specifici, piuttosto che dirottare risorse produttive in comparti generici.

“Integrazione verticale” non è altro che una designazione diversa per identificare l’erogazione governativa di “beni pubblici”. Lo Stato, infatti, avoca continuamente a sé qualsiasi responsabilità e iniziativa che potrebbe essere altrimenti ottemperata dalla specializzazione tipica del settore privato e delle aziende indipendenti. “Frammentazione”, invece, non è che una denominazione differente per designare la privatizzazione e la deregolamentazione delle industrie.

È stato parimenti dimostrato che il “Web 2.0” ha avuto e continuerà ad avere un’importanza considerevole in materia di istruzione superiore, “frammentando” efficacemente l’Università, come avviene ad esempio per le classi “à la carte” (intendendo la possibilità di poter scegliere, in autonomia, gli insegnamenti reputati maggiormente confacenti alle proprie attitudini, NdT), ponendo fine ai cartelli di accreditamento scolastico (i quali  esercitano un monopolio sull’istruzione universitaria, mantenendo basso il numero degli atenei approvati, NdT) oltre a consentire l’utilizzo di riviste, l’accesso a biblioteche digitali, etc.

Molte scuole, ad esempio, impongono una tassa universale a tutti gli studenti per finanziare i propri programmi sportivi [6]. Questo è uno dei casi annoverabili in “ciò che si vede e ciò che non si vede”, giacché le sovvenzioni non solo redistribuiscono ricchezza il cui utilizzo può essere convogliato in altre attività produttive (come il potenziamento di strumentazioni da laboratorio oppure, in alternativa, delegando agli stessi studenti la scelta di progetti alternativi nei quali incanalare le loro risorse), bensì tendono ad innalzare anche una virtuale barriera invalicabile nei confronti della concorrenza esterna (come quella, ad esempio, delle leghe sportive private o delle società semi-professionistiche) [7].

È auspicabile, inoltre, separare le bande musicali non solo dalle scuole, ma anche dai tentacoli del finanziamento statale (eliminando così le sovvenzioni a orchestre cittadine e centri artistici, fondate sulla tassazione coercitiva).

Lo stesso discorso va applicato anche a tutte quelle associazioni che detengono uno specifico monopolio, come quello sugli scacchi, sul teatro, sulla giocoleria o sulla formazione giovanile, come nel caso della 4-H (un’organizzazione giovanile statunitense istituita nel 1902, NdT).

Anche la formale approvazione dei Boy Scouts da parte del Congresso insignisce questa organizzazione di un monopolio statale mascherato sui ragazzi, erigendo in tal modo una sorta di “barriera artificiale” contro le altre organizzazione private.

Questa separazione non è certo qualcosa di momentaneo o fine a sé stesso, dal momento che le sue diramazioni economiche produrrebbero sul lungo periodo effetti così tangibili sull’occupazione da non poter essere minimamente trascurati (tenete a mente questo: lo Stato è un business che non è fondato sui guadagni o sulle perdite, ma sul principio della coercizione).

Ciò non significa ovviamente che la tradizionale passione generata dagli eventi sportivi cesserà.

Come affermava il compianto Rodney Dangerfield: “Sono andato ad assistere a un incontro di lotta, ed è scoppiata una partita di hockey”.

NOTE

[1] Questi soggetti governativi erogarono, fra finanziamenti diretti e prestiti garantiti, almeno 620 milioni di dollari.

[2] L’adesione alla FIFA è del tutto volontaria, così come i fondi che riceve dai suoi membri, donatori, sponsor, etc. Il suo guadagno infatti è basato esclusivamente sugli introiti provenienti dalle quote di affiliazione e dai costi di licenza. Perdipiù, essa non esercita nessun obbligo nei confronti dei cittadini, ma le modalità con cui organizza le competizioni conducono quasi sempre a un intervento da parte dello Stato (per la costruzione degli stadi). È lo stesso tipo di problema che incontra il CIO nell’individuare delle sedi che soddisfino il paradigma Nazione-Stato. Nella maggior parte dei casi, infatti, nessun dollaro proveniente dalle tasse va a finanziare la nazionale di calcio statunitense, la quale beneficia esclusivamente di sponsorizzazioni e quote associative (come un’organizzazione no-profit).

[3] Due esempi recenti di impianti sportivi sovvenzionati: nel Luglio 2005, la contea di Sedgwick, nel Kansas, iniziò a imporre una tassa sulle vendite dell’1%, da applicare per i successivi 30 mesi, per la costruzione della Sedgwick County Arena, un impianto da 15.000 posti per la pallacanestro e l’intrattenimento, dal costo totale di 184.5 milioni di dollari. Mentre scriviamo questo articolo (5 Luglio 2006, NdR), sono stati raccolti più di 58 milioni.

Se noleggiate un’auto o soggiornate in un hotel di San Antonio (o di altre città che possiedono una franchigia professionistica) dovrete pagare una “Spurs Arena Tax”, che frutta all’erario un incasso annuale di circa 15 milioni di dollari.

[4] Chi può stabilire che la pratica di sport di contatto come il football o il wrestling debba essere necessariamente incoraggiata, se non addirittura sovvenzionata dallo Stato? Attualmente, alcuni irresponsabili come Jack Thompson, accusano i videogiochi “violenti” di ingenerare comportamenti aggressivi – a prescindere dai risultati di qualunque ricerca scientifica in merito. Dovremmo forse, a questo punto, sollevare dibattiti anche su quegli sport caratterizzati da un certo livello di aggressività, come l’hockey su ghiaccio o il football – nei quali il contatto fisico è incoraggiato, istituzionalizzato e propenso a manifestarsi anche fuori dal campo?

[5] Un altro argomento sul quale potrebbero essere riempiti interi volumi, è l’utilizzo dei servizi sottoposti al monopolio statale (come per esempio le strade). Ciò ha favorito, nelle località turistiche che vantano resort sulla neve come Vail ed Aspen, la nascita di “cooperazioni” con i parchi tematici gestiti da Six Flags e Disney World. Allo stesso modo, i resort “all-inclusive” che si trovano lungo la Strip di Las Vegas e le stazioni balneari gestite da Club Med, possono accordarsi per ricevere sovvenzioni statali. Questi accordi includono di solito lo sviluppo di infrastrutture (strade, passaggi pedonali, etc.) nei punti in cui non operano aziende private a causa della monopolizzazione statale.

Fu questo il caso della pianificazione del nuovo stadio di baseball dei San Francisco Giants, che comportava un costo totale di 15 milioni di dollari per la costruzione di strade e marciapiedi operata dalla San Francisco Redevelopment Agency e interamente finanziata dalle tasse.

Diverso il caso del governo messicano, che guidò lo sviluppo artificiale delle spiagge di Cancun durante gli anni ’60 e ’70, con una procedura che costò diversi milioni ai contribuenti messicani e che comprendeva la costruzione di strade, marciapiedi, impianti di depurazione e di un aeroporto (alcune fra queste opere sono state peraltro recentemente distrutte dall’uragano Wilma).

[6] Come precisato nel suo “Equity in Athletics Disclosure Act” in archivio per l’anno fiscale 2004-2005, l’Università del Colorado di Boulder ha percepito approssimativamente 1.5 milioni di dollari dalle tasse studentesche per finanziare i suoi programmi sportivi. Parimenti, nello stesso arco di tempo, quasi 1.7 milioni di tasse studentesche sono state sfruttate per finanziare i programmi sportivi dell’Università del Texas, a Austin.

[7] Tutto questo decreterà la fine degli sport più importanti? Non necessariamente, dal momento che i proprietari delle franchigie potrebbero seguire metodi innovativi prendendo esempio da persone come Mike Veeck, oggetto di studio per quanto riguarda la programmazione efficiente dei propri affari, mantenendo alti profitti.

L'articolo originale: http://mises.org/daily/2233/