La tossicità dell’ambientalismo | VI parte

POLICE GM 1...An environmental campaigner, Sunday July 16, 2000 wearing a Grim Reaper outfit and preparing to destroy GM modified maize crops currently being grown on a fifty acre site at Over Compton near Sherborne, Dorset. A number of environmentalists were arrested during the event organised by the direct action campaign group SURGE (Southern Union of Resistance to Genetic Engineering). See PA News story POLICE GM. PA photo: Richard Lappas....AA prescindere dall’avvento o meno del global warming, quel che è certo è che la natura in sé produrrà, presto o tardi, notevoli cambiamenti climatici. Per far fronte a questi cambiamenti e ai virtuali sconvolgimenti che potrebbero verificarsi ovunque, l’uomo deve poter fare assoluto affidamento sulla libertà individuale, sulla scienza e sulla tecnologia. In altre parole, egli non può prescindere dalla civilizzazione industriale, figlia del capitalismo.

Tutto questo ci riporta indietro alle possibili iniziative benefiche che, in qualche modo, trovano spazio nell’ambientalismo, come quelle improntate all’igiene e alla salute. Se si volessero perseguire questi obiettivi, senza propendere per i potenziali stermini invocati dal movimento ambientalista, occorre innanzitutto prendere coscienza definitiva del valore della ragione umana, della scienza, della tecnologia e della civilizzazione industriale, per non metterli mai più in discussione, in quanto sono proprio questi ultimi gli strumenti imprescindibili per migliorare l’igiene, la salute e la vita umana.

Negli ultimi due secoli, la fiducia in questi valori ha permesso agli occidentali di porre fine a carestie e pestilenze, debellando malattie un tempo inarrestabili come il colera, la difterite, il vaiolo, la tubercolosi e la febbre tifoide. La fame è stata sconfitta proprio grazie all’abbondanza e alla varietà di alimenti più grande di sempre, introdotta da quella civiltà industriale così odiata dagli ambientalisti e capace, altresì, di assicurare sistemi di trasporto tanto efficaci da garantire il dislocamento di generi alimentari ovunque. Questa civiltà industriale, tanto bistrattata, ha introdotto il ferro, i condotti di acciaio, i depuratori chimici e i sistemi di pompaggio che consentono a chiunque di accedere istantaneamente all’acqua potabile, calda o fredda, in qualsiasi momento della giornata, oltre alla rete fognaria e ai mezzi che servono a rimuovere i rifiuti umani e animali dalle strade delle città.

Queste invenzioni, unite alle enormi riduzioni di fatica rese possibili dall’utilizzo di macchine da lavoro, hanno favorito la radicale riduzione della mortalità e l’aumento dell’aspettativa di vita dai trent’anni scarsi del periodo antecedente la Rivoluzione Industriale, ai settantacinque anni odierni. Allo stesso modo, i neonati americani di oggi hanno maggiori opportunità di arrivare ai sessantacinque anni, di quante ne avevano i loro coetanei delle società pre-industriali di raggiungere i cinque.

Nei primi anni della Rivoluzione Industriale, il processo di sviluppo veniva accompagnato dalla presenza costante di polvere di carbone nelle città, fenomeno accettato di buon grado dalle persone come contropartita per sopperire al congelamento e godere degli altri vantaggi di una società industrializzata. Successivamente, l’avvento dell’elettricità e dei gas naturali diede una svolta positiva al problema. Coloro che invocano nuovi progressi in questo senso, dovrebbero promuovere la libertà di intraprendere un utilizzo fattivo dell’energia nucleare, che non arreca danni di alcun tipo all’atmosfera. Essa è, tuttavia, la forma di approvvigionamento energetico più osteggiata dagli ambientalisti.

Altrettanto indispensabile per migliorare la salute e l’igiene, oltre a garantire la disponibilità a lungo termine delle risorse naturali, è l’estensione della proprietà privata dei mezzi di produzione, specialmente per quanto concerne il paesaggio e le risorse naturali. L’incentivo dei privati è l’utilizzo della proprietà allo scopo di massimizzarne il valore nel tempo e, ove possibile, migliorarla in ogni aspetto. A questo scopo, bisognerebbe estendere il principio della proprietà privata anche a laghi, fiumi, spiagge e parti di oceani, in quanto, privatizzandoli, avremo sicuramente laghi, fiumi e spiagge più puliti. Per quanto riguarda gli oceani, ranch privati recintati elettronicamente garantirebbero la disponibilità di abbondanti quantitativi di qualsiasi sostanza utile che si trovi in superficie o in fondo alle acque. Andrebbero certamente privatizzate anche le vaste proprietà terriere in possesso del governo degli Stati Uniti, come quelle situate nell’ovest del paese e in Alaska.

Ma ciò che è più importante nel presente contesto, in cui il movimento ambientalista sta operando incontrastato, è rappresentato da coloro che, sentondosi in pericolo di essere avvelenati fisicamente dall’esposizione a questa o a quella presunta sostanza tossica, rischiano di rimanere contaminati irrimediabilmente, per il resto della loro vita, dall’esposizione al veleno mortale dell’ambientalismo. È questo, infatti, il rischio che si corre quando si ingerisce la propaganda ambientalista fino ad esserne “manovrati”. Non c’è cosa più spiacevole dell’essere cresciuti nel miglior contesto di civilizzazione industriale della storia, per poi finire a diventare complici della sua distruzione, cooperando con il movimento ambientalista e agendo da portatori indiretti di miseria e morte per le generazioni a venire.

Allo stesso modo, avendo preso coscienza della posta in gioco, i propositi più meritevoli sono quelli che si pongono di difendere i valori sui quali si fondano la vita umana e il benessere. Sfortunatamente, oggi, chi si prefigge questi obiettivi può contare su ben pochi alleati. La grande maggioranza di coloro che dovrebbero battagliare in favore dell’essere umano – gli intellettuali di professione – infatti non sono capaci di farlo, ne sono spaventati, oppure, nel peggiore dei casi, sono stati arruolati al servizio dell’ambientalismo.

È altresì importante chiarire come mai l’ambientalismo riesca a collezionare fra i suoi seguaci così tanti intellettuali e perché, invece, solo un’esigua minoranza di essi sia pronta ad opporglisi.

Credo che, in misura importante, l’insofferenza verso l’uomo e il ripudio della ragione perpetrati dal movimento ambientalista siano le proiezioni psicologiche delle menti di molti intellettuali contemporanei, come “contropartita” delle devastazioni di cui si sono resi protagonisti durante il socialismo. In quanto parte del regime socialista, infatti, essi hanno costituito certamente una “piaga per il mondo” e, avendo il socialismo stesso incorporato in sé la ragione e la scienza, come essi continuano a pensare, vi sarebbero a questo punto ragioni legittime per screditare sia la ragione che la scienza.

A mio modo di vedere, i cosiddetti ambientalisti “verdi” non corrispondono altro che ai vecchi comunisti e socialisti “rossi”, spogliati del loro velo di scientificità. L’unica differenza che vedo fra “rossi” e “verdi”, è quella superficiale delle ragioni specifiche per le quali vogliono violare la libertà individuale e il perseguimento del benessere. I “rossi” sostengono che l’individuo non possa essere lasciato libero, poiché ciò produrrebbe “sfruttamenti” e “monopoli”. A detta dei “verdi”, invece, individui liberi provocherebbero la distruzione dell’ozonosfera e il riscaldamento globale. Entrambi ritengono perciò essenziale il controllo delle attività economiche da parte di un governo centrale. I “rossi” lo invocano per raggiungere la presunta prosperità economica. I “verdi”, per l’altrettanto presunta finalità di prevenire i danni all’ambiente. Dal mio punto di vista, ambientalismo ed ecologismo non sono altro che l’ultimo rantolo intellettuale del socialismo in Occidente, l’isterìa finale di un movimento che, solamente pochi decenni fa, guardava con entusiasmo ai tentativi di paralizzare le azioni degli individui per mezzo di “marchingegni sociali” e che ora si prefigge di neutralizzare ogni iniziativa individuale attraverso la messa al bando di qualsiasi marchingegno. Penso che i “verdi” siano, se possibile, persino un gradino sotto ai “rossi”.

Benché il fallimento del socialismo sia stato un fattore determinante nell’ascesa dell’ambientalismo, ve ne sono altri della stessa fondamentale importanza.

Saggio di George Reisman su Mises.org

Traduzione di Pasquale Salcina

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