Soggetti del sistema economico

stemma misesLe categorie economiche, relativamente alle loro funzioni, possono essere suddivise in: imprenditori, capitalisti/proprietari dei fattori produttivi, lavoratori. Esse sono categorie dell’azione umana. La classificazione è funzionale, non personale, nel senso che una stessa persona può svolgere, in fasi temporali successive o contemporaneamente, ognuna di queste funzioni. Ad esempio, una persona può essere lavoratore alle dipendenze e proprietario terriero.

Imprenditore è qualunque individuo che agisce in relazione ai cambiamenti che si verificano nei dati di mercato (le discrepanze fra i prezzi in periodi successivi), scommettendo sulle incerte condizioni future per migliorare il proprio benessere (profitto). In sostanza, l’imprenditore utilizza i risparmi (personali o presi in prestito) per acquisire input – assumere lavoratori, acquistare o affittare terra, macchinari, materie prime, energia elettrica, semilavorati – con cui vengono prodotti beni e servizi in funzione della vendita; di fatto l’attività dell’imprenditore consiste nell’organizzazione e gestione dell’impresa. L’impresa è l’unità, costituita da una combinazione di fattori produttivi, che produce beni o servizi per il mercato (compresi commercianti e artigiani).

L’attività dell’imprenditore è caratterizzata dal rischio. Il suo obiettivo è il profitto. Il profitto è la differenza positiva fra i ricavi e i costi[1]; la perdita la differenza negativa. Es.: un imprenditore acquista fattori produttivi per un valore di 100 once d’oro; egli spera di vendere dopo un anno il prodotto ottenuto con questi fattori a un prezzo di 110; se ci riesce ha ottenuto un tasso di rendimento annuo pari al 10% (10 once in termini assoluti); se il tasso di interesse è pari al 5%, il profitto è pari al 10 – 5 = 5% annuo, cioè 5 once. L’imprenditore più intuitivo ed abile a utilizzare la conoscenza[2] esistente e a indovinare le preferenze (la domanda) dei consumatori farà profitti, cioè conseguirà un prezzo del bene che è più alto del prezzo dei fattori produttivi impiegati; l’imprenditore non capace subirà perdite. Il profitto dipende dalla correttezza delle previsioni fatte dall’imprenditore su eventi futuri, che sono incerti. L’imprenditore è uno speculatore (il termine non ha alcuna accezione spregiativa), nel senso che si occupa delle condizioni incerte del futuro, giocando sulla discrepanza fra i prezzi attesi e i prezzi effettivamente pagati sul mercato. La fonte dei profitti dell’imprenditore è la sua abilità ad anticipare meglio degli altri la domanda dei consumatori, conseguendo un prezzo del bene che è più alto del prezzo dei fattori produttivi impiegati. In generale, dunque, l’imprenditore che ottiene profitti è quello che ha intuito che i prezzi dei fattori produttivi erano sottostimati, ed avevano invece delle produttività marginali potenziali maggiori, che l’imprenditore è riuscito a realizzare; e incassa il differenziale fra i prezzi sottostimati iniziali e i prezzi maggiorati finali. Se tutti anticipassero correttamente lo stato futuro del mercato di una certa merce, non vi sarebbero né profitti né perdite; infatti i prezzi dei fattori sarebbero già oggi adattati al prezzo futuro della merce. Il profitto dunque è il reddito che l’imprenditore guadagna per la sua capacità di previsione (e la perdita l’esito di una cattiva capacità previsiva).

Non ha senso parlare, come alcune teorie fanno, di un tasso di profitto uniforme: i profitti in un’economia dinamica tendono ad annullarsi, dal momento che i prezzi, prima ignoti, ora diventano conosciuti. L’imprenditore, innovando e scommettendo di nuovo sul futuro, realizza un nuovo profitto. Dunque non ha senso parlare di saggio “normale” di profitto; esso è solo momentaneo e continuamente in mutamento; al contrario, i profitti e le perdite sono sempre fenomeni di deviazione dalla “normalità”.

Il profitto non dipende dal capitale impiegato, ma, come abbiamo visto, dall’abilità dell’imprenditore. Il profitto è la giusta ricompensa per gli imprenditori, che garantiscono il miglioramento e la crescita economica trasformando il risparmio in beni capitali addizionali. L’economia uniformemente rotante è utile perché consente di distinguere il profitto dall’interesse: infatti in un mondo senza cambiamenti nei prezzi, come è l’e.u.r., il profitto scompare, ma l’interesse no.

La crescita della produzione nel tempo, e il fatto che i profitti non crescano indefinitamente, ma, al contrario, si riducono fino a zero per poi ricomparire di nuovo, è la dimostrazione che l’attività dell’imprenditore determina l’aumento della remunerazione degli altri fattori produttivi, fra cui il salario. Dunque i profitti non derivano dallo sfruttamento dei lavoratori; anzi: è l’investimento e l’allargamento della produzione che nel tempo ha determinato gli aumenti dei saggi salariali.

È il comportamento dei consumatori a determinare i profitti e le perdite e quindi a trasferire la proprietà dei mezzi di produzione dai soggetti meno efficienti ai più efficienti. In assenza di profitti e perdite gli imprenditori non saprebbero quali sono i bisogni più urgenti dei consumatori.

Proprietario dei fattori (capitalista e/o proprietario terriero) è l’agente possessore dei fattori di produzione diversi dal lavoro umano: i beni capitali, la terra. Egli ha a che fare con i cambiamenti nel valore e nel prezzo che si determinano per il solo trascorrere del tempo in conseguenza della differente valutazione dei beni presenti e dei beni futuri. Egli scambia un bene presente con un bene futuro, e il suo guadagno è la differenza fra prezzo del bene futuro e prezzo del bene presente. Il suo guadagno, che si chiama interesse[3], deriva dal sacrificio di rinunciare al consumo presente del bene di sua proprietà (macchinario, terra) consentendo ad un altro soggetto di utilizzare quella risorsa per la produzione futura.

Il capitale accumulato dipende dal risparmio e dal suo tradursi in investimento, non dall’espropriazione dei lavoratori.

Differenza fra capitalista e imprenditore: il capitalista non rischia, perché il capitale che cede ora gli ritornerà incrementato, in base ad un accordo contrattuale[4]; l’imprenditore rischia (può subire perdite), e può non essere proprietario del capitale che utilizza. Spesso però le due figure di capitalista e imprenditore coesistono in uno stesso individuo: il capitalista-imprenditore  è colui che organizza i fattori produttivi di cui è proprietario ai fini della produzione. È quasi impossibile che l’imprenditore non sia proprietario di alcun asset: anche se non è proprietario delle materie prime o dei macchinari, è sicuramente proprietario del prodotto realizzato prima che questo sia venduto (stock); oppure della somma di denaro presa in prestito all’inizio del ciclo produttivo. Anche il reddito di questo soggetto è il profitto (o la perdita).

Lavoratore è colui che svolge l’attività lavorativa come fattore della produzione “lavoro umano”. Il guadagno del l. si chiama salario. [v. “fattori della produzione”]

Consumatori invece sono tutti.  Tutta la produzione realizzata dagli attori precedenti è volta in ultima istanza a realizzare beni di consumo, beni per i consumatori.

Stato: unità che produce servizi (alcuni in monopolio) attraverso un prelievo coercitivo delle risorse, dunque fuori delle regole del mercato.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959.

M.N. Rothbard, Man, Economy and State (1962), L. von Mises Institute, Auburn, 2004.


[1] I costi sono dati dalla somma monetaria spesa nell’acquisto dei fattori della produzione.

[2] La conoscenza di cui si parla qui non è la conoscenza libresca, scientifica, scolastica, formalizzata; è una conoscenza pratica, soggettiva, tacita, parziale, di specifiche circostanze di tempo e di luogo (preferenze, prodotti, tecniche, alcuni prezzi, luoghi di approvvigionamento ecc.), acquisita nello svolgersi della vita reale, nei contatti stabiliti con altri soggetti, nei tentativi ed errori commessi. Naturalmente la conoscenza scientifica può contribuire al conseguimento del profitto dell’imprenditore, ma non è sufficiente, e nemmeno prevalente rispetto alla conoscenza imprenditoriale.

Alla conoscenza va aggiunta la valutazione (appraisal) dell’imprenditore, il quale agisce in funzione di un obiettivo futuro, dunque stima prezzi e costi futuri. La conoscenza è un prius, ma non è tutto.

[3] L’interesse dunque non è il reddito esclusivo generato dai beni capitali (v. “Preferenza temporale”).

[4] In realtà un certo grado di rischio esiste anche per colui che presta il capitale, perché se l’impresa finanziata fallisce, egli perde tutto il suo capitale.