Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal. Nock e la stampa antagonista/II

5.2. Stampa antagonista: pubblicazioni e protagonisti [67]

Per comprendere correttamenteLibertarianOldRight l’evoluzione della stampa anti – New Deal nel corso degli anni Trenta, occorre volgere lo sguardo alla situazione del decennio precedente.

Gli anni Venti furono testimoni di una considerevole diffusione di materiale libertario, progressista e anti – Repubblicano; in breve, critico nei confronti delle interferenze statali nella vita dei cittadini americani. Questa divulgazione venne favorita innanzitutto dal contesto generale, privo di censure e pressioni governative sulle agenzie di informazione; in seconda istanza, dall’attivismo degli intellettuali Left, all’epoca ancora uniti da valori libertari, che trovò sbocco in parecchi periodici politico – culturali; infine, dalla nascita di piattaforme editoriali direttamente gestite dai leaders della corrente libertaria.

Le voci di opposizione, quindi, non erano costrette a rimanere nell’ombra, ma innescavano accesi confronti ideologici sul ruolo e le funzioni dello Stato.

Era un clima decisamente propizio per Nock ed i suoi ideali: saggi ed articoli a carattere individualista e libertario guadagnarono uno spazio rilevante nell’arena del dibattito pubblico, grazie alle pagine offerte da Harper’s, Atlantic Monthly, The Nation. Non vanno poi dimenticati il The American Mercury, fondato nel 1924 da Mencken (che non smise comunque di scrivere sul Baltimore Sun), ed il contributo quadriennale de The Freeman, l’esperimento editoriale di Nock e F. Neilson, prolifica sorgente di gran parte della produzione nockiana degli anni Venti.

La situazione muta con l’arrivo della Grande Depressione.

Il “Nuovo Liberalismo” idealizzato da Dewey attira consensi in tanti ambienti politici ed editoriali, nei quali si diffonde la convinzione che sia necessario cambiare atteggiamento verso il ruolo dello Stato, rinnovandone gli obiettivi e le funzioni. La maggior parte della storica Left, libertari a parte, condivide questa idea e si sfalda, risorgendo sotto le direttive dei nuovi liberals. I libertari vengono emarginati dai vecchi alleati e si ritrovano isolati politicamente, ma soprattutto ideologicamente: nessuno vuole più avere a
che fare con i principi individualisti del liberalismo laissez-faire, ora considerati pericolosi strumenti reazionari legati ad un modo obsoleto di intendere lo Stato, persino controproducenti nell’affrontare i nuovi problemi della società.

La prevedibile conseguenza dello scenario di inizio anni Trenta è la diminuzione della presenza libertaria sulla carta stampata.
 
Nel 1930 Suzanne La Follette [68] tenta di sovvertire la tendenza e fonda The New Freeman. La rivista vuole dichiaratamente essere la continuazione dello scomparso The Freeman di Nock: si occupa di politica, cultura, problemi sociali, letteratura, femminismo; il tutto da una genuina prospettiva libertaria. Conoscendo ed apprezzando il lavoro della La Follette, è lo stesso Nock a farsene promotore.

La rivista ha però vita breve: dopo circa 15 mesi dalla prima uscita, gli strascichi della Grande Crisi mettono in difficoltà i finanziatori e li costringono alla chiusura.

The American Mercury vive un lento declino fino al 1933, quando la sua direzione passa dalle mani libertarie di Mencken a quelle più liberal del suo assistente Charles Angoff. Un ultimo sussulto degno di nota è l’articolo, firmato da Nock, “If We Must Have a Revolution” del settembre 1932, in cui si criticano le intolleranti imposizioni burocratiche introdotte da Hoover. Per i seguenti tre anni il periodico seguirà la nuova linea editoriale dettata da Angoff, nonostante la co-direzione dell’economista liberale Henry Hazlitt, cercato in veste di proprio sostituto dallo stesso Mencken.

Oswald G. Villard aderisce al nuovo concetto di liberalismo e non fornisce più spazio, all’interno del suo The Nation, a nessun tipo di individualismo. Harper’s fa pressappoco lo stesso.

Ellery Sedgwick, invece, nel 1934 lascia a Nock le colonne del proprio Atlantic Monthly per “The Value of Useless Knowledge”, un lungo saggio incentrato sulla cultura ed il suo ruolo nella formazione di un individuo.

Naturalmente, in conclusione, il nostro non può che mostrare la sua preoccupazione per gli eventi in corso, producendosi in un parallelo tra gli Stati Uniti ed il declino dell’Impero Romano a seguito dell’insostenibile burocratizzazione e del soffocante accentramento dei poteri da parte del governo centrale. Il quadro della situazione risulta decisamente sconsolante:

  “[…] Secondo la relazione del sig. Hopkins pubblicata lo stesso giorno nel quale scrivo, trenta milioni di persone, quasi un quarto della nostra popolazione, vengono sovvenzionate dal governo federale; in secondo luogo, un sistema burocratico di controllo dei voti è stato esteso prodigiosamente; terzo, il controllo del potere esecutivo sulla legislazione è stato portato a livelli quasi assoluti attraverso la distribuzione di denaro nei distretti del Congresso; in quarta battuta, il centralismo ha quasi raggiunto l’apice grazie alle sovvenzioni federali agli Stati, oppure, come uno scrittore ha ben puntualizzato, questi sussidi hanno creato un governo  maggiordomo in ogni Stato” [69].

Nock, allora, pone un quesito fondamentale:

“Pur supponendo che la nostra avventura statista funzioni perfettamente, supponendo che il New Deal realizzi un limpido successo in ogni suo obiettivo, quale tipo di persone diventeremo quando ciò sarà avvenuto?” [70]

Ed è questo uno dei punti fondamentali della critica al New Deal, al Big Government, ad ogni piano politico fondato sull’espansione del potere statale. L’opposizione libertaria non mira soltanto a dimostrare l’impossibilità di successo o l’irrealizzabilità pratica del New Deal. Il vero individualista punta il dito contro l’indesiderabilità di tali riforme, proprio perché mette sul piatto della bilancia il conto da pagare, ovvero il loro effetto sull’individuo.

Pur presupponendo che a livello economico si arrivi al più lieto dei risultati, l’analisi di Nock si spinge oltre, cerca di portar luce nelle zone adombrate da questo successo economico: il suo obiettivo primario è l’indagine delle conseguenze sociali. Va ricordato che Nock, in quanto individualista, con il termine “sociale” non fa mai riferimento ad astratte entità collettive che si erigono al di sopra dell’individuo, né tantomeno allude a concetti super – individuali rappresentanti finalità da perseguire. Il suo approccio parte sempre dal singolo individuo dotato di diritti naturali che precedono ogni tipo di organizzazione sociale. E’ l’individuo, agendo all’interno di un contesto in cui sono presenti altri individui attivi, che dà vita e forma alla società.

Questa interazione porta alla nascita di culture, usi, costumi, abitudini, valori ed altre molteplici istituzioni. Ma queste ultime non esprimono volontà proprie, non agiscono; non sono altro che prodotti mutevoli delle azioni umane. Quindi la corretta analisi della società deve necessariamente partire dallo studio delle azioni dei singoli, rigettando qualsiasi riferimento alla dimensione collettiva.

Visto che di ogni istituzione l’individuo è origine ed essenza, non ha nemmeno senso, secondo Nock, individuarne arbitrariamente una struttura “ideale” e porla come obiettivo da raggiungere: l’uomo non è il mezzo verso un fine sociale superiore, non esiste riforma che possa prevalere sui suoi diritti individuali. L’uomo è il fine, l’obiettivo; la società e le sue istituzioni sono i mezzi.

E’ con il rafforzamento della neonata “Old Right” che i libertari riacquistano lo spazio perduto. L’ alleanza anti – New Deal porta con sé uomini nuovi provenienti da diverse esperienze politiche e con rinnovate possibilità di accesso al mondo editoriale. Grazie ad essi, gli editori ora accettano anche il materiale radicale della compagine libertaria: la battaglia ormai è comune ed ogni parola di opposizione torna utile alla causa.

Il ritorno in auge avviene gradualmente, dal 1936 fino al 1941, stimolato anche dall’avvicinarsi della seconda guerra mondiale. Tutti gli intellettuali antibellicisti, percependo la volontà di Roosevelt di partecipare al conflitto, si uniscono ai vecchi isolazionisti, portando ulteriore supporto all’opposizione della “Old Right”. Certamente pochi di questi condividono in toto gli ideali libertari, ma indirettamente ne aiutano la diffusione.

Nel 1936 The American Mercury cambia nuovamente proprietario ed arriva nelle mani di un ex collega di Mencken al Baltimore Sun, Paul A. Palmer. Il passaggio è drastico: il solo Nock, che dalla fine del 1932 all’inizio del 1936 vi aveva pubblicato unicamente “The God’s Lookout”, ora viene spronato a scrivere con ritmo incalzante. Dal 1936 al 1939 sono ben quarantasei gli articoli con la sua firma stampati nel Mercury, ed i contenuti non sono certo meno radicali rispetto al decennio scorso.

Nock, vedendone gli effetti, è forse più esplicito che in passato nell’attaccare il New Deal. “The New Deal and Prohibition”, “Who Will Pay the Bill”, “The Social Security Fad”, “Autopsy on the New Deal”, sono solo alcuni degli scritti in cui si scaglia contro il Big Government del Presidente Roosevelt. Anche la pratica democratica, feticcio spesso agitato dai sostenitori di Roosevelt per legittimarne l’operato, viene presa di mira da Nock; in “Democracy & Delusion”, “A Govermemt of Men” e “What Is Democracy?”, non si risparmia nel testimoniare la propria disillusione rispetto alla democrazia “totalitaria” statunitense, fondata e amministrata sulla prevaricazione dei diritti individuali.

Sullo sfondo c’è, come sempre, il richiamo alla genesi dello Stato ed al suo essere un’organizzazione intrinsecamente anti – sociale. La situazione mondiale del 1939 dà a Nock lo spunto per dimostrare, una volta di più, l’esattezza delle proprie tesi.

In “The Criminality of the State”, scritto nel marzo di quell’anno, tenta di far riflettere il tipico americano medio, solitamente sorpreso e disgustato dagli avvenimenti esteri, dipingendo un significativo confronto tra quanto è accaduto negli anni Trenta e ciò che lo Stato americano ha fatto nella sua storia:

«Lo Stato tedesco sta perseguitando una minoranza, così come lo Stato americano ha fatto dopo il 1776; lo Stato italiano ha invaso l’Etiopia, così come lo Stato americano invase il Messico; lo Stato giapponese uccide in massa le tribù della Manciuria, proprio come lo Stato americano ha fatto con le tribù indiane; lo Stato britannico pratica opportunismo di larga scala, come lo Stato americano dopo il 1864; lo Stato imperialista francese massacra civili nativi sul proprio suolo, così come lo Stato americano fece nel perseguimento delle sue politiche imperialistiche nel Pacifico, e così via»[71]

Non c’è nulla di cui stupirsi: lo Stato è fondamentalmente un’istituzione criminale; e più è forte, potente, totale, più avrà le possibilità di agire in veste di criminale. Gli statunitensi dovrebbero considerare questo fatto ed allarmarsi, ed invece denigrano con distacco la situazione europea, credendosi ingenuamente parte di un’organizzazione politica differente.

“Oggi molti credono che con l’avvento degli Stati totalitari il mondo sia piombato in una nuova era di barbarie. Non è così. Lo Stato totalitario è soltanto lo Stato” [72] è la chiosa perfetta del ragionamento appena fatto.

Nemmeno la presenza della democrazia, sottolinea Nock, può cambiarne l’essenza anti – sociale. Il suggerimento conclusivo riassume a meraviglia il contenuto dell’articolo:

“Ecco la Regola d’Oro del buon cittadino, la prima e più grande lezione nello studio della politica: ottieni lo stesso tipo di criminalità da qualsiasi Stato a cui concedi il potere di esercitarla; e qualunque potere dai allo Stato al fine di farlo agire per te, esso si porta appresso la forza equivalente di fare le cose a te” [73].

Al termine del 1939 The American Century viene venduto a Lawrence E. Spivak ed il nome di Nock non comparirà più sulla rivista. Anche i fogli dell’Atlantic Monthly, che adesso offre a Nock un regolare spazio ogni 3 mesi circa, si ripopolano di analisi a sfondo libertario. E’ il periodico attraverso il quale vede la luce, nel giugno 1936, “Isaiah’s Job” ed il Remnant (Residuo) nockiano descritto al suo interno; in cui “A Little Conserva-tive” evidenzia il nonsense delle etichette politiche quali conservatore, progressista, Repubblicano, Democratico, e così via, termini impostori colpevoli di continuare a riunire nello stesso gruppo personaggi con idee spesso contrastanti; dove, tramite le parole di “In Defense of the  Individual”, Nock avverte dei pericoli della filosofia collettivista [74], ne spiega in maniera chiara i fondamenti [75] ed infine, rifacendosi al libro Democracy versus Socialism di Hirsch [76], vi contrappone la dottrina individualista dei diritti naturali, secondo la quale il governo:

“[…] deve sostenere la difesa nazionale; deve proteggere i suoi cittadini dalle violazioni contro la proprietà e la persona; far rispettare gli obblighi dei contratti; e rendere la giustizia gratuita e facilmente accessibile. Oltre a questo non deve andare”[77].

Scribner’s Magazine, invece, pur essendo una rivista dedicata principalmente alla critica letteraria e ad altri temi culturali, assume il ruolo di “piccola isola felice” per gli oppositori al New Deal. Non lo si può certo definire un mensile libertario, ma ha senza dubbio il merito di aver sporadicamente dato la possibilità a tanti uomini della “Old Right” di esporsi, in particolar modo nel difficile periodo tra il 1932 ed il 1934.

Vi trova spazio, nel 1935, uno dei saggi politici più significativi di Nock, “Life, Liberty, and…”. E’ una delle rare occasioni nelle quali egli nomina direttamente i diritti individuali a cui si è sempre ispirato, esaminando poi le conseguenze della loro ripetuta violazione da parte dell’assolutismo statale.

Nock guarda alla storia degli Stati Uniti e scorge, proprio nella Dichiarazione d’Indipendenza, un’insidiosa discrepanza con quanto John Locke aveva espresso riguardo ai diritti naturali di ogni uomo: dalla formula “Vita, Libertà e Proprietà” si era passati, per mano di Jefferson, a “Vita, Libertà e ricerca della Felicità”. Era una «rivoluzione»:

“Fu un cambiamento rivoluzionario. “La ricerca della felicità” è naturalmente un termine inclusivo. Esso comprende i diritti di proprietà, perché ovviamente se la proprietà di una persona è molestata, la sua ricerca della felicità viene disturbata. Ma ci sono molte interferenze che non mirano a specifici diritti di proprietà; e formulando la Dichiarazione in modo da coprire tutte queste interferenze, il signor Jefferson ha immensamente esteso il campo di applicazione della teoria politica – ha ampliato l’idea sul quale fosse lo scopo del governo” [78].

Quale deve essere quindi il ruolo del governo? Come deve agire? E come può adoperarsi per aumentare il livello di felicità dei cittadini?
Rispettando l’originale formula dei diritti di Locke, è chiaro che il governo debba agire solamente in maniera “negativa”: astenersi dal regolamentare il comportamento degli individui ed amministrare il potere giudiziario per sanzionare le violazioni di proprietà. Si deve occupare, in due parole, di libertà e giustizia. L’aggiunta della “ricerca della Felicità” a scapito della Proprietà introduce tra i compiti del governo una moltitudine di azioni “positive”, quantitativamente indefinibili ed interpretabili a piacere dai governanti. E’ così che lo Stato progressivamente si ingigantisce, attribuendosi sempre più funzioni da svolgere per la collettività. Il passo successivo, necessario al sostentamento della macchina statale, comprende l’esazione fiscale, ovvero la confisca dei beni dei cittadini tramite la tassazione

A questo punto l’individuo diventa semplicemente uno schiavo:

“La schiavitù è schiavitù, sia essa volontaria od involontaria; le sue caratteristiche non vengono alterate dalla natura dell’ente che la esercita. Un uomo è in stato di schiavitù quando tutti i suoi diritti sono sottoposti all’arbitraria discrezione di qualsiasi organizzazione al di fuori di sé stesso; quando la sua vita, la sua libertà, la sua proprietà e la completa direzione delle sue attività sia passibile di arbitraria ed irresponsabile confisca in ogni  momento – e questo sembrava essere esattamente la relazione che ho notato esistere tra l’individuo e lo Stato” [79]-

E’ questa concezione di Stato che porta alla nascita della dottrina assolutista, ormai prevalente nel discorso politico statunitense degli anni Trenta. Non è più lo Stato che esiste per il bene dell’individuo, bensì «l’individuo esiste per il bene dello Stato. Non ha diritti naturali, ma solo quei diritti che lo Stato provvisoriamente gli concede; lo Stato può sospenderli, modificarli, oppure eliminarli a suo piacimento»[80]. E’ considerato un organismo avente un’esistenza oggettiva che va oltre all’insieme di individui che lo compongono. Questa visione collettivista, a parere di Nock, è fallace a livello logico per due motivi; nel saggio in questione li sintetizza così:

“Supponendo che ogni tedesco muoia stasera, esisterebbe domani lo Stato assolutista hitleriano, se non in senso strettamente poetico? Chiaramente no.

[…]
Se l’individuo non ha alcun diritto a parte quelli che lo Stato gli concede, e se, in accordo con la teoria repubblicana, la sovranità
risiede nel popolo, arriviamo ad uno strano tipo di circolo.

Abbiamo un’aggregazione sovrana di individui, nessuno dei quali ha diritti di nessun tipo. Essi creano un governo, il quale crea i diritti e poi li conferisce agli individui che lo hanno creato” [81].

Il paradosso è evidente.

Ma a Nock, come già detto, importa soprattutto il destino dell’essere umano sottoposto al potere di uno Stato assolutista. Anche supponendo che il governo riesca in tutti i suoi programmi in maniera impeccabile, quali saranno le ripercussioni sull’uomo? Che tipo di individuo diverrà?

Ed inoltre, potrà mai progredire nella propria “ricerca della felicità”? La risposta è offuscata dalla forma interrogativa, ma personalmente non ne giudico complessa l’interpretazione. «Può un individuo essere felice quando è perennemente conscio di non essere padrone di sé stesso?» [82].

Nel frattempo Scribner’s Magazine affronta vari cambi di leadership fino alla fusione del 1939 con il piccolo Commentator. Nasce Scribner’s Commentator, che diviene un baluardo isolazionista sulle cui pagine Nock esprime la sua ferma opposizione all’entrata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. Pubblica nove saggi, tutti nel 1941; tra questi, vanno sicuramente segnalati “Getting Us into War”, “Review of National Socialism” e l’indicativo “You Can’t Do Business with Hitler”.

Ma nella “Old Right” non c’è solo Albert Jay Nock. Ne fanno parte, a vario titolo, una miriade di giornalisti, pensatori, scrittori ed intellettuali che proprio dalla metà degli anni Trenta in poi, vivendo di persona la propagazione del New Deal negli Stati Uniti, decidono di scendere in campo attivamente contro di esso; presenterò brevemente i più influenti tra essi.

John Thomas Flynn (1882 – 1964) [83] è certamente un esponente di grande rilievo del mondo giornalistico statunitense. Durante gli anni Venti e Trenta scrive numerosi articoli per riviste come Harper’s, The New Republic e Collier’s Weekly, guadagnandosi ottima fama come opinionista politico. Si unisce alla “Old Right” in modo originale: inizialmente appoggia la candidatura di Franklin Delano Roosevelt, confidando nel fatto che abbia la volontà di diminuire la spesa pubblica, ma poi, disilluso dalla realtà dei fatti, ne critica aspramente il programma di riforme sociali[84]. Perciò, quando nel 1936 il New Deal dispiega palesemente i suoi effetti, Flynn non esita a paragonare Roosevelt a Mussolini, accusandolo di aver portato gli Stati Uniti alla soglia di un sistema fascista. Tutte le nuove agenzie create, in particolar modo la National Recovery Administration, e la crescente  regolamentazione lo convincono a lottare contro il New Deal anche dalle colonne del The New Republic, periodico dalla visione piuttosto liberal.

La situazione mondiale del 1939 porta Flynn a estremizzare le proprie opinioni. Da sempre anti – militarista[85], non accetta il crescente impegno americano in Europa e si unisce al movimento isolazionista; le sue invettive dirette alla presidenza lo trasformano in un personaggio scomodo e paga il gesto con l’espulsione dal The New Republic nel 1940. Nel 1941 è in prima linea nella fondazione del movimento antibellicista America First Committee.

Oltre al contributo diretto negli anni del New Deal, John T. Flynn ha il merito di aver analizzato in retrospettiva gli avvenimenti di quel periodo storico, interpretandoli come causa della situazione a lui contemporanea. Nel 1944 esce As We Go Marching, in cui l’autore traccia un parallelo tra la nascita e gli sviluppi del fascismo italiano, del nazionalsocialismo tedesco e della struttura statale che Roosevelt e tutti i New Dealers stanno creando negli Stati Uniti. La sua denuncia si scaglia contro il militarismo americano, che unito alla pianificazione economica interna, dà vita ad un regime fascista in piena regola. Riconoscerlo, ed identificarne i sostenitori, è semplice:

“La prova del fascismo non è la propria rabbia contro i signori della guerra italiani e tedeschi. La prova è – quanti degli essenziali principi del fascismo si accettano e con quale intensità si è preparati ad applicare queste idee fasciste alla vita sociale ed economica americana? Quando si può puntare il dito sugli uomini o i gruppi che vogliono per l’America uno Stato supportato dal debito, lo Stato autarchico corporativo, lo Stato che persegue la socializzazione degli investimenti ed il govern burocratico dell’industria e della società, l’instaurazione della dottrina militarista come grande ed affascinante progetto di lavori pubblici per la nazione e la dottrina imperialista con la quale si propone di regolare e comandare il mondo e, insieme a ciò, di alterare le forme di governo per avvicinarsi il più possibile al governo incontrollato ed assoluto – allora saprete di aver individuato l’autentico fascista” [86].

Flynn ricerca le cause di questa minaccia, vuole capire come e perché si sia arrivati a questo tipo di ideologia; intuisce come tutto sia partito dal New Deal e dall’efficace propaganda che lo ha presentato come soluzione ai problemi economico – sociali americani :

“I pianificatori hanno avuto un bel po’ di sostegno da parte di persone senza cervello sulla base della semplice intuizione di senso comune riguardo l’idea della pianificazione vista come saggio percorso per tutti gli esseri umani. Ma i promotori dell’idea della pianificazione stavano pensando a qualcosa di molto diverso. Stavano pensando ad un cambiamento nella nostra struttura della società, tramite il quale il governo si sarebbe inserito negli affari economici, non solo come poliziotto, ma come partner, collaboratore e banchiere. Ma l’idea generale era, innanzitutto, quella di riordinare la società trasformandola in un’economia pianificata e coercitiva al posto di un’economia libera, dove le imprese si sarebbero raccolte in grandi associazioni o in un’immensa struttura corporativa, combinando gli elementi di autogoverno e supervisione governativa con un sistema economico nazionale controllato dalla forza pubblica, atto a far rispettare tali decreti” [87].

Insomma, la nuova organizzazione della società voluta da Roosevelt per mezzo del New  Deal  ha portato gli Stati Uniti, secondo Flynn, ad un autentico regime fascista: grandi industrie riunite in cartelli controllati dal governo,  prezzi  e  salari  amministrati,  spesa  pubblica  crescente,  vasti progetti  di  opere  pubbliche  ed  una  larga  fetta  di  popolazione  alle dipendenze dirette del governo; in pratica, uno Stato costruito sul modello corporativo di Mussolini.

Passata la guerra capisce che è necessario impegnarsi per sfatare il “mito Roosevelt”. La propaganda governativa degli anni Trenta aveva distorto la realtà dei fatti, facendo assumere al presidente il ruolo di salvatore della patria [88];  Flynn,  mantenendo  uno  sguardo  più  oggettivo [89],  documenta l’incongruenza tra le promesse fatte ed i reali risultati raggiunti dal New Deal, di cui un esempio sintomatico riguarda la disoccupazione:

“A gennaio [1938], John D. Biggers sbalordì l’ammin istrazione con la sua relazione, fatta dopo un sondaggio, che dichiarava vi fossero 10 milioni di senza lavoro. Presto sarebbero stati più di 11.000.000 – più di quanti erano disoccupati quando Roosevelt venne eletto nel 1932.

[…]

Nonostante i miliardi e il debito, la depressione era tornata. E non era una nuova depressione. Era la vecchia che non erano stata allontanata, ma semplicemente nascosta dietro un velo di 15 miliardi di dollari di nuovo debito pubblico” [90].

Pubblica  così,  nel  1948,  l’eloquente  The  Roosevelt  Myth,  opera  di revisionismo storico ancora oggi determinante per avere una chiara visione di quello che veramente ha significato per gli Stati Uniti la presidenza di Roosevelt dal 1933 al 1945.

Un altro illustre critico del New  Deal  è Garet Garrett (1878 – 1954) [91], pseudonimo  di  Edward  Peter  Garrett,  giornalista  esperto  in  materia economica. Negli anni Venti si dedica alla stesura di novelle che raccontano l’armonia  di una  società  regolata  secondo i principi del laissez-faire [92].

Dal 1933 al 1940 si schiera apertamente contro il New Deal e sulle pagine del Saturday  Evening  Post  pubblica regolarmente sostanziosi editoriali, raccolti poi nel volume Salvos against the New Deal: Selections from the Saturday Evening Post: 1933 1940. Ovviamente nemmeno la possibilità di un’entrata americana nel conflitto mondiale entusiasma Garrett ed allora, diventato nel 1940 capo editorialista del Saturday Evening Post, incomincia a scrivere numerosi articoli anti – guerra,  raccolti anch’essi in Defend America First: The Antiwar Editorials of the Saturday Evening Post: 1939 – 1942.

 Il suo pamphlet “The Revolution Was”, del 1938, contiene forse una delle più chiare analisi della rivoluzione che Roosevelt ha portato negli Stati Uniti; una rivoluzione che non è più un pericolo da combattere, come pensano in quel periodo molti conservatori, bensì una realtà assolutamente già in atto, creata ai tempi della cura alla Grande Depressione. Garrett elenca le fasi di questo cammino rivoluzionario:

“La prima, naturalmente, sarebbe stata l’occupazion e della sede di governo. La seconda sarebbe stata la confisca del potere economico. La terza sarebbe stata la mobilitazione delle correnti d’odio attraverso la propaganda. La quarta sarebbe stata la riconciliazione e la successiva creazione di un legame tra la rivoluzione e le due grandi classi la cui adesione è indispensabile, ma i quali interessi sono economicamente antagonisti, cioè i salariati industriali e gli agricoltori, chiamati in Europa i lavoratori e i contadini. La quinta sarebbe stata il decidere cosa fare con le imprese – se liquidarle o incatenarle. […] La sesta, secondo la sconvolgente espressione d i Burckhardt, sarebbe stata “l’addomesticazione dell’individualità” – attraverso qualsiasi mezzo che renda l’individuo più dipendente dal governo. La settima sarebbe stata la riduzione sistematica di tutte le forme di autorità rivali. L’ottava sarebbe stata il sostenimento della fede popolare in un debito pubblico illimitato, perché se quella fede dovesse terminare, il governo non sarebbe in grado di prendere [denaro] in prestito; se non potesse prendere in prestito non potrebbe spendere, e la rivoluzione deve essere in grado di prendere in prestito e spendere la ricchezza dei benestanti, altrimenti finirà in bancarotta. La nona sarebbe stata la trasformazione del governo stesso in grande capitalista ed imprenditore, in modo che il massimo potere in termini di  iniziativa sarebbe passato dalle mani di imprese private allo Stato onnipotente” [93].

Proseguendo, dopo aver approfondito ogni fase, Garrett denuncia il governo totalitario prodotto da questa rivoluzione: un governo originariamente sostenuto dal popolo e da esso controllato, ora è diventato un governo che sostiene il popolo e di conseguenza lo controlla.

Egli si sofferma, ed in questo è simile a Nock, sugli effetti sociali di un siffatto tipo di governo. «La prima di tutte le obi ezioni al New Deal non è né politica né economica. E’ morale» [94], afferma in conclusione del saggio, facendo chiaramente riferimento alla negativa influenza sulla morale, la cultura ed i comportamenti degli uomini.

Henry Hazlitt (1894 – 1993) [95] è un economista sostenitore del laissez-faire ed un importante giornalista. Negli anni Venti viene assunto al Wall Street Journal, a soli vent’anni, mentre negli anni di Roosevelt lavora per il New York Times, giornale per il quale scriverà una serie sterminata di editoriali, il New York Sun ed il New York Herald; in tutti questi giornali è scrittore di punta per gli affari economici e finanziari. Scrive anche per The Nation, ma dopo la svolta pro – New Deal i suoi argomenti non sono più ritenuti in linea con lo schieramento del periodico. Approda nel 1933, sotto esplicito invito di Mencken, all’American Mercury; vi rimane un paio di anni per poi tornare giornalista a tempo pieno al New York Times.

Hazlitt attacca il New Deal partendo da un approccio sostanzialmente economico: nonostante la propaganda dica il contrario, le agenzie governative, i prestiti agevolati, i sussidi, l’amministrazione dei prezzi e dei salari e qualsiasi provvedimento che preveda l’ingresso del governo nell’economia nazionale, non fa altro che redistribuire ricchezza secondo criteri non di mercato, quindi inefficienti. Riassumerà questo concetto nel suo classico Economics in One Lesson, del 1946:

“Si sentono spesso New Dealers e altri statisti vantarsi del modo con ui il governo “ha salvato le aziende” con la Reconstruction Finance Corporation, la Home Owners Loan Corporation e altre agenzie pubbliche nel 1932 e successivamente. Ma il governo non può dare nessun aiuto finanziario alle aziende che prima o dopo non prenda dalle aziende. I fondi governativi provengono tutti dalle tasse. […] Quando il governo concede prestiti o sovvenzioni alle imprese, quello che fa è tassare aziende private di successo per mantenere aziende private non di successo” [96].

La battaglia sul campo economico ha un sussulto nel 1936: John Maynard Keynes pubblica la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.  L’opera si pone come una conferma dell’operato di Roosevelt, rappresenta una sorta di “approvazione scientifica” delle riforme del New Deal. Hazlitt rimane fedele al suo impianto teorico e continua a criticare con forza l’interventismo governativo nell’economia, sia dal lato pratico che da quello, inedito, teorico, secondo lui fallace [97].

Felix Morley (1894 – 1982) [98] lavora come editorialista del Washington Post dal 1933 al 1940. La sua opposizione a Roosevelt, consolidatasi dopo l’approvazione del Court  Packing  Plan [99], è in gran parte focalizzata sul pericoloso accentramento di potere nelle mani del governo. Morley è da sempre sostenitore di un marcato federalismo, unica arma dei cittadini per limitare la forza del governo centrale [100]; solo uno Stato dalla struttura veramente federale può difendere con efficacia i diritti di proprietà degli individui.

 Molti altri giornalisti, tra cui Frank Kent (1877 – 1958), Mark Sullivan (1874 – 1952), David Lawrence (1888 – 1973), si uniscono alla “Old Right” nella contestazione al New Deal. Sono testimoni dell’ascesa di uno Stato dai connotati oramai totalitaristi, di un governo dai poteri illimitati; è minacciato ogni aspetto della vita del cittadino: la libertà, la proprietà, la cultura e la morale.

Come scriverà lo storico statunitense Arthur Meier Schlesinger Jr. nel suo The coming of the New Deal, 1933-1935:

“Come per le conseguenze morali, molti conservatori credevano seriamente che il New Deal stesse distruggendo lo storico modello di vita americano – un modello fatto di iniziativa locale e responsabilità individuale.

[…]

Le conseguenze politiche del New Deal suscitarono forse le preoccupazioni più gravi – in particolare, la convi nzione che il governo positivo [contrapposto a “negativo”, cioè un tipo di governo liberale, ndC] stesse distruggendo la libertà americana. Il governo stava iniziando a sembrare, innanzitutto, arbitrario e personale; […] appariva un governo di uomini e non di leggi” [101].

Ad Henry Louis Mencken (1880 – 1956) [102], giornalista, saggista e studioso di linguistica, abbiamo già accennato. Negli anni Venti è, insieme all’amico Nock, uno dei libertari sempre presenti sulla carta stampata; nel 1924 fonda, con l’amico George Jean Nathan, The American Mercury, veicolo di diffusione nazionale per le opinioni anarchiche, individualiste e libertarie.

Anche durante la Grande Depressione non perde la fiducia nel capitalismo e nel laissez-faire, fattori determinanti per la civilizzazione, e nella libertà individuale. Ma queste idee non appaiono più alla m oda.

Nel 1933 lascia la direzione della rivista e la sua produzione passa in secondo piano: negli anni Trenta è il capitalismo ad essere sotto accusa e Mencken, che non ha i mezzi teorici per criticare il New Deal a livello economico e dimostrare come stia prolungando la Grande Depressione, viene trascurato ed ignorato.

Non smette però di rivolgere duri ammonimenti contro di esso e contro quel tipo di governo democratico che demolisce la libertà individuale invece di difenderla; si scaglia anche contro Roosevelt stesso, pur avendolo votato nel 1932, proprio perché ha di fatto instaurato una dittatura ingannandolo con una campagna elettorale lastricata di buone intenzioni.

Una particolare sintesi del giudizio di Mencken sul presidente e le sue riforme si trova nell’articolo “Constitution for the New Deal” del 1937. La sua intelligente ironia si adopera nella redazione di una “nuova Costituzione” per gli Stati Uniti, naturalmente modellata sui principi del New Deal; è il classico esempio di umorismo intelligente, satira densa di significato celata sotto il velo di un sarcasmo a prima vista superficiale [103].

In conclusione, vi è da ricordare che la condivisione degli ideali individualisti e libertari in opposizione al governo di Roosevelt, negli anni Trenta, non è prerogativa maschile. Proprio in quel periodo, infatti, iniziano ad affacciarsi sul panorama politico le cosiddette “madri” del movimento libertario americano: Rose Wilder Lane (1886 – 1968), Isabel Paterson (1886 – 1961) e Ayn Rand (1905 – 1982) [104].

Rose Wilder Lane, scrittrice di novelle e giornalista, per manifestare la propria disapprovazione sceglie di pubblicare un libro: Give Me Liberty del 1936, precedentemente uscito, in versione ridotta, sul Saturday Evening Post  con il titolo “Credo”. Nel volume è possibile rinvenire la parabola intellettuale  dell’autrice,  passata  dal  comunismo  al  libertarismo  proprio perché devota alla causa della libertà individuale, che si conclude con le accuse contro l’attuale governo, colpevole di aver dato vita ad uno Stato socialista in piena regola. Lane descrive con chiarezza la situazione degli Stati Uniti:

“Oggi, le agenzie amministrative federali hanno qua si distrutto quelle divisioni del potere politico che da sole proteggono la proprietà, la libertà e la vita dei cittadini americani.

Il potere politico – amministrativo – poliziesco non può essere diviso, non può neppure esser oggetto di civil law [riportato come nel testo, ndC], in quanto uno Stato che detta l’azione degli uomini nella produzione e nella distribuzione di beni deve avere un potere assoluto ed indivisibile.

Il Congresso non può più creare le leggi, quando molti capi dei dipartimenti e degli uffici amministrativi giornalmente impartiscono ordini che la polizia fa rispettare come se fossero leggi” [105].

Una situazione del genere va di pari passo con la soppressione dei diritti e delle libertà individuali di ogni cittadino. La preoccupazione non riguarda solo il risvolto economico, comunque gravissimo[106], ma guarda agli effetti sociali di lungo periodo, alla civilizzazione dell’uomo: il mondo moderno, fondato sulle libertà di pensiero, parola, azione e sulla difesa della proprietà, è minacciato da quelle che Lane definisce «nuove forme di una vecchia tirannia» [107], ovvero da nuove ideologie che, all’atto pratico, vogliono abolire e negare questi fondamenti, con l’effetto di riportare la civiltà alla realtà degli antichi regimi dispotici.

Isabel Paterson e Ayn Rand si conoscono in occasione di una delle riunioni delle giovani conservatrici dell’Herald Tribune, giornale in cui lavorano. Le accomuna il fatto di essere entrambe scrittrici, individualiste, che utilizzano principalmente   il  mezzo  narrativo  per  diffondere  i  propri  ideali.

Paterson, dalle colonne dell’ Herald Tribune, pubblica parole dure contro l’interventismo statale: prima le politiche di Hoover e poi le riforme di Roosevelt vengono prese di mira sia per i loro effetti economici che per quelli sociali. Tuttavia, è solo nel 1943 che raccoglie il materiale migliore per creare il proprio capolavoro, stavolta non in forma di racconto, The God and the Machine; nel libro spiega come il New Deal abbia prolungato la Grande Depressione, mostra come la libertà individuale sia il motore del progresso e, conseguentemente, difende il capitalismo, il laissez-faire e la dottrina libertaria dagli attacchi dell’ideologia socialista.

Ayn Rand, nata in Unione Sovietica come Alisa Zinov’evna Rozenbaum, emigra a Chicago nel 1925; vive in prima persona la rivoluzione sovietica e la presa del potere dei bolscevichi, avvenimenti che influenzeranno la sua produzione letteraria futura. Rand guadagna subito la stima di Mencken scrivendo, nel 1934 (ma verrà pubblicato solo nel 1936), il racconto We the Living, prima dichiarazione anti – comunista dell’autrice. Segue Anthem del 1938, una novella di fantasia che denuncia esplicitamente i pericoli dell’ideologia collettivista. Il suo libro principale, The Fountainhead, arriva nel 1943, peraltro contemporaneamente a The Discovery of Freedom di Lane, ricerca storica della lotta tra la libertà individuale ed il potere dei governi.

Trovo curioso, e quindi degno di nota, il fatto che il 1943 sia l’anno in cui tutte e tre le “madri” del libertarismo americano pubblicano la propria opera principale; la coincidenza sembra quasi voler dimostrare come gli anni Trenta statunitensi, anni di lotta contro un governo ostile nei confronti della libertà individuale, abbiano forgiato le menti che porteranno la dottrina individualista alle generazioni future.

Patrick Rota

Link alla prima parte

Note:

[66] Flynn, John Thomas (1944), As We Go Marching. Garden City, NY: Doubleday, Doran & Co, p. 253.

[67] Non è mia intenzione presentare esaustivamente la totalità della scena editoriale anti – New Deal. Prenderò in considerazione le pubblicazioni più vicine all’ambiente libertario, in quanto intellettualmente affini al pensiero di A. J. Nock.

[68] Suzanne La Follette (1893 – 1983), figlia del politico William La Follette, fu una giornalista statunitense, femminista e libertaria; strinse un profondo rapporto di stima con A. J. Nock.

[69] Nock, Albert Jay (1934), “The Value of Useless Knowledge”, Atlantic Monthly, May. Articolo reperibile al sito web: http://alumnus.caltech.edu/~ckank/FultonsLair/013/nock/useless_knowledge.html.

[70] Ibidem.

[71] Nock, Albert Jay (1991), “The Criminality of the State”, in The State of the Union: Essays in Social Criticism. (edited by Hamilton, Charles H.), Indianapolis: Liberty Press/Liberty Classics, p. 270.

[72] Ivi, p. 272.

[73] Ivi, p. 274.

[74] Nock, Albert Jay (1940), “In Defense of the Individual”, Atlantic Monthly. June. Reperibile al sito web: http://www.cooperativeindividualism.org/nock-albert-jay_defense-of-the-individual.html.
«I governanti de facto d’America, tuttavia, non erano a conoscenza che un uomo armato di una tale filosofia può fare più danni di un squadriglia di bombardamento».

[75] Ibidem. «L’intero sistema filosofico collettivista è fondato sulla dottrina per la quale non esiste una cosa come il diritto naturale ed inalienabile che la Dichiarazione d’Indipendenza postula. Lo Stato ci dà tutti i diritti che abbiamo, e può modificarli o annullarli a suo piacimento».

[76] Maximilian Hirsch (1852 – 1909) fu un economista tedesco emigrato in Australia. Pubblicò nel 1901 Democracy versus Socialism, in cui analizzò gli aspetti economici e politici di un sistema socialista, secondo lui destinato ad instaurare una tirannia.

[77] Nock, Albert Jay (1940), “In Defense of the Individual”, cit.

[78] Nock, Albert Jay (1935), “Life, Liberty, and…”, Scribner’s Magazine. March. Reperibile al sito web: http://mises.org/daily/2412.

[79] Ibidem.

[80] Ibidem.

[81] Ibidem.

[82] Ibidem.

[83] Le informazioni su John T. Flynn sono ricavate principalmente dall’articolo di Raimondo, Justin (1992), “John T. Flynn: Exemplar of the Old Right”, Journal of Libertarian Studies, Vol. X, N. 2. Autunno 1992. Un contributo essenziale per una corretta contestualizzazione del personaggio proviene dal già citato testo di Rothbard, The Betrayal of the American Right.

[84] Flynn, John Thomas (1934), “Who Started this Regimentation?”, Scribner’s Magazine.
Ottobre (96), p. 201-206.

[86] Flynn, John Thomas (1944), As We Go Marching. Seconda edizione (1973). New York, NY: Free Life Editions, Inc., p. 252. 87 Ivi, p. 193.

[88] Flynn, John Thomas (1948), The Roosevelt Myth. New York, NY: The Devin-Adair Company, p. vii. «E ‘convinzione dell’autore che qu esta [di Roosevelt] immagine non corrispose affatto a lui stesso e che oggi sia tempo di correggere i lineamenti di questa figura artificiosa creata da una propaganda molto intelligente, sostenuta dall’illusione di massa e, infine, ingigantita e modificata oltre ogni ragione dallo spirito feroce ed i disturbi mentali della guerra».

[89] Ivi, p. viii. «Mi sono limitato rigorosamente ai fatti . Un critico potrebbe non essere d’accordo con la mia interpretazione di tali fatti, ma non sarà in grado di contraddirli con successo. […] I fatti sono tratti da documenti e re lazioni ufficiali, testimonianze date nelle indagini del Congresso, rapporti di accorti giornalisti e un gran numero di libri di uomini che furono attori di queste scene».

[90] Ivi, p. 119-120.

[91] La parte su Garet Garrett riprende notizie fornite dall’articolo di Tucker, Jeffrey Albert (2007), “Who is Garet Garrett?”, Mises Daily. 25 Ottobre. Reperibile al sito web http://mises.org/daily/2751.

[92] Tra le più famose: The Driver (1922), The Cinder Buggy (1923), Satan’s Bushel (1924).

[93] Garrett, Garet (1938), “The Revolution Was”, Ex America: The 50th Anniversary of the People’s Pottage. Edizione 2004. Caldwell: Caxton Press. Reperibile al sito web http://www.lewrockwell.com/orig5/garrett1.html.

[94] Ibidem.

[95] I contenuti del brano su Henry Hazlitt rimandano principalmente all’articolo di Greaves, Bettina Bien (2004), “Remembering Henry Hazlitt”, The Freeman. November 2004, Vol. 54 (11).

[96] Hazlitt, Henry (1946), Economics in One Lesson. Edizione 1996. San Francisco: Laissez Faire Books, p. 34.

[97] Hazlitt criticherà la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes nel 1959, smontando pezzo per pezzo l’impianto keynesiano nel suo libro The Failure of the “New Economics”: An Analysis of the Keynesian Fallacies.

[98] Un più esauriente approfondimento riguardo Felix M orley si trova in Stromberg, Joseph R. (1978), “Felix Morley: an Old Fashioned Republican Critic of Statism and Interventionism”, Journal of Libertarian Studies. Vol. 2, N. 3, pp. 269-277.

[99] Si tratta del Judiciary Reorganization Bill del 1937, un’iniziativa legislativa che Roosevelt appoggiò per modificare la composizione della Corte Suprema a suo favore.

[100] Si rimanda al suo libro Freedom and Federalism (1959).

[101] Schlesinger, Arthur Meier Jr. (1958), The Coming of the New Deal: 1933-1935 (The Age of Roosevelt, Vol. II). Edizione 2003, pp. 475-476.

[102] Lo spezzone su Mencken prende spunto da Powell, Jim (1995), “H. L. Mencken, America’s Wittiest Defender of Liberty”, The Freeman. September 1995, Vol. 45 (9).

[103] Mencken, Henry Louis (1937), “Constitution for the New Deal”, The American Mercury. Giugno, Vol. 41, pp. 129-136, reperibile in forma ridotta al sito web http://www.lewrockwell.com/orig/mencken1.html.

Dal preambolo che precede gli articoli: «Noi, popol o degli Stati Uniti, al fine di formare una unione ancor più perfetta, affermare la giustizia s ociale, estirpare le zanne del privilegio, rendere effettiva la redistribuzione della proprietà, rimuovere il peso della libertà da noi stessi e dai nostri posteri, ed assicurare la continuità del New Deal, decretiamo ed istituiamo questa Costituzione».

[104] I due ottimi articoli sulle tre autrici, dai quali ho preso spunto, sono opera di Powell, Jim (1995), “Rose Wilder Lane, Isabel Paterson, and Ayn Rand: Three Women Who Inspired the Modern Libertarian Movement”, The Freeman. Maggio 1996, Vol. 46 (5) e di CATO Institute, Three Women who Launched a Movement, rintracciabile sul sito web http://www.cato.org/special/threewomen/index.html.

[105] Lane, Rose Wilder (1936), Give Me Liberty. Seconda edizione (1954). Caldwell: Caxton Printers, p. 52.

[106] Ivi, p. 53. «Oggi, in questo momento, nessun americano può lavorare, smettere di lavorare, scegliere il proprio lavoro o il proprio orario di lavoro o il proprio salario in qualsiasi settore, produrre o vendere o comprare oppure consumare il necessario per la vita umana, senza qualche autocratica autorizzazione».

[107] Ibidem.