Albert Jay Nock: una voce della “Old Right”. Nock e la stampa antagonista/III

5.3.  Albert Jay Nock: testimone critico del New Deal

 Journal of Forgotten Days: 1934 – 1935 NockAlbert-1948è una sorta di diario, pubblicato postumo nel 1948, che Nock scrisse per documentare gli eventi di quei due anni. Vi sono contenuti pensieri sparsi riguardanti diversi argomenti d’attualità; non poteva quindi mancare una testimonianza diretta in materia di New Deal. I brani presenti non pretendono di sviscerare analiticamente ogni aspetto del New Deal oppure di avere una significativa successione temporale. Sono “schegge” di pensiero nockiano, visioni degli eventi in corso correttamente interpretabili quando inserite nel contesto teorico dell’autore.

Nel maggio 1934 Nock, avendo già vissuto e constatato gli effetti dei primi “Cento Giorni” di Roosevelt, traccia il quadro della situazione statunitense.

L’esperienza di un viaggio in Florida gli mostra come ormai, nella maggior parte delle contee, i politici e gli impiegati sul libro paga dello Stato siano aumentati a dismisura, creando una schiera di parassiti che succhiano risorse alle poche realtà realmente produttive del paese [108]. Il discorso si estende agli Stati Uniti e alla centralizzazione voluta dal governo, ed ottenuta tramite il New Deal, accusata di per aver prodotto una sorta di “sfruttamento organizzato” («organized pauperism» [109]) a fini redistributivi, causa prima di una burocrazia opprimente e corrotta. Il riferimento alla divisione tra “mezzi politici” e “mezzi economici” di Oppenheimer è evidente, ma forse ancora più chiaro nell’annotazione del 25 settembre.

Nock propone un confronto tra il settore privato e quello pubblico, notando come quest’ultimo possa permettersi, grazie al proprio apparato coercitivo, politiche considerate suicide per il primo [110]. Ritorna la dicotomia: l’impresa privata ha successo solo se riesce a soddisfare i bisogni degli individui; lo Stato invece, organizzazione dei mezzi politici, può tranquillamente permettersi di agire contro i voleri della società, rivelando la sua natura di istituzione anti – sociale.

La creazione di lavoro da parte del governo ed i relativi sussidi non sono comunque piani che possano funzionare: come l’Impero Romano firmò il proprio declino quando iniziò a sovvenzionare la popolazione, così gli Stati Uniti non tarderanno a fare la medesima fine. «Nessun paese è stato mai abbastanza ricco da nutrire tutta la gente inattiva, nemmeno il nostro» [111], soprattutto mentre la produzione è in calo ed i disoccupati aumentano.

Nock riconosce che la nazione è fondamentalmente giunta alla bancarotta.

Non deve essere la Corte Suprema a dover dichiarare il fallimento delle ferrovie, perché esse sono già fallite; e lo Stato con loro. Tra l’altro, la finta solvibilità che il governo millanta di poter onorare causerà, nel lungo periodo, molti più danni di un’onesta ammissione di bancarotta [112].

Purtroppo la qualità della civilizzazione statunitense non lascia intravedere alcuna presa di coscienza da parte della popolazione. Inoltre, il fatto che

“[…] troppe persone siano manipolate da lui [Roosevelt]» [113] e che l’immensa spesa pubblica abbia creato una vasta schiera di persone dipendenti dalla pubblica assistenza, convincono Nock che il New Deal sia destinato a progredire. Si sgonfierà da solo collassando su sé stesso; anzi, egli stesso spera che Roosevelt venga rieletto, in modo da velocizzare il processo e ristabilire al più presto l’originario “ ordine naturale delle cose” [114].

Ma ciò che preoccupa Nock sono innanzitutto gli effetti morali del New Deal sull’individuo:

“La cosa peggiore di questo crescente cancro dello Statalismo è il suo effetto morale. La nazione è ricca abbastanza per resistere al proprio terribile spreco economico ancora per lungo tempo, e prosperare ancora, ma è già così miseramente impoverita nelle sue risorse morali che l’attuale fogna la consumerà velocemente” [115].

L’esempio concreto portato a supporto della tesi riguarda un imprenditore tessile. In passato egli si era sempre sentito totalmente padrone e responsabile della propria attività, ma ora, dopo le riforme di Roosevelt, è cambiato tutto. «Se il governo si propone di dirmi come devo gestire la mia attività, allora può ben prendersi anche le responsabilità» [116] sono le parole dell’imprenditore riportate da Nock.

Niente di nuovo per il nostro, da tempo consapevole del fatto che nulla di diverso ci si poteva aspettare da Roosevelt e dalla sua dottrina statalista.

D’altronde, come aveva in passato sottolineato, tutto ciò conferma «[…] la generale verità per cui quando un governo si consolida e si rafforza, il potere del giudizio morale indipendente dei cittadini si affievolisce» [117]. Si sorprende solamente di come nessun altro se ne sia accorto: il presidente si è costantemente dimostrato un politico di professione, un impiegato statale che lavora per massimizzare la resa dell’istituzione che rappresenta.

Ed è senza dubbio riuscito nello scopo, avendo con successo dirottato verso il potere esecutivo le funzioni principali del Congresso [118].

Lo spessore teorico della critica di A. J. Nock non si evince sicuramente dai brani di questo diario, ma dalla sua completa produzione pubblicistica e scientifica. Sono persino rari i casi in cui attacca esplicitamente il New Deal facendo riferimento ai cambiamenti introdotti in maniera diretta e concreta; la sua opposizione è sempre relativa al principio teorico sottostante ad una certa politica pubblica, alla concezione dell’individuo in rapporto alla società e allo Stato, alle conseguenze morali di una data riforma. E’ solo conoscendo la dottrina individualista con la quale Nock analizza la realtà che si può comprendere la sua disapprovazione riguardo l’essenza ed il significato del New Deal.

Credo che il pregio di Journal of Forgotten Days: 1934 – 1935 sia quello di aver previsto, almeno in linea di massima, gli eventi futuri: Nock nel 1934, basandosi sulla propria teoria, analizza gli avvenimenti e ne intuisce il percorso.

Nel 1940, dalle pagine dell’Atlantic Monthly, proverà anche a riassumere in maniera concisa i motivi per i quali le cose non sarebbero potute andare diversamente. In “Epstean’s Law” proporrà tre test per verificare le condizioni  necessarie  affinché  delle  riforme  possano  effettivamente condurre agli effetti previsti:

“In primo luogo, c’è qualcosa di riscontrabile nelle capacità morali e intellettuali degli uomini che le sostenga? Secondo, cozzano contro la legge di Epstean? Terzo, tendono a sforzare le propensioni morali degli uomini oltre il limite che l’ordine naturale sembra aver dato loro? Molti filosofi sociali hanno provato a concepire sistemi che volevano saltare questi tre ostacoli, e hanno fallito” [119].

Se Nock abbia sbagliato o meno le proprie previsioni è argomento particolarmente interessante e degno di essere dibattuto. Tuttavia esso esula, purtroppo, dall’intento primario di questo elaborato.

Patrick Rota

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Note:

[108] Nock, Albert Jay (1948), Journal of Forgotten Days: 1934 – 1935 . Hinsdale: Henry Regnery Company, p. 4.

[109] Ivi, p. 5.

[110] Ivi, p. 58.

[111] Ivi, p. 61.

[112] Ivi, p. 92.

[113] Ivi, p. 109.

[114] Ivi, p. 46.

[115] Ivi, pp. 11-12.

[116] Ivi, p. 12.

[117] Ivi, p. 26.

[118] Ivi, p. 46.