Schiavi moderni: i sudditi inconsapevoli sono i nemici più agguerriti della libertà

Brano estratto da uno dei capitoli iniziali de “Lo Stato illusionista”, pubblicato da Cristian Merlo per la Leonardo Facco Editore.

Per eventuali ordini, è possibile rivolgersi all’editore, alla  Libreria San Giorgio, oppure alla Libreria del Ponte.

 

Ecco il Pubblico da una parte, e lo Stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto ad espandersi sul primo e il primo avente il diritto di reclamare dal secondo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l’una per ricevere e l’altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l’eventualità che lo Stato restituisca al pubblico  più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l’assumere nei confronti dello Stato l’atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori dalla portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso. [1]

stato_illusionistaPer dirlo con altre parole, è come se si pretendesse che il derubato possa trovare giovamento e “trovare il proprio comodo” nelle azioni del ladro…

Ma il produttore, suo malgrado, è ottenebrato dall’ideologia, disseminata a piene mani dagli esponenti dello Stato predone e dai suoi corifei, <<che il suo governo è [ad ogni modo] buono, saggio e per lo meno inevitabile, e certamente meglio di altre alternative concepibili >>.[2]

Se pur non può essere beneficiario diretto di interessi economici protetti dalla legge, se non riesce ad acquisire sussidi, concessioni o vantaggi concreti e sostanziali, in cambio del proprio supporto, anche passivo, alla causa, può comunque bearsi nell’illusione di poter sempre accedere alla compartecipazione ai micro-privilegi, psicologicamente intriganti ancorché irrisori, generati da quelli che sono il sottoprodotto, il residuato vero e proprio dell’attività di ricerca della rendita parassitaria: i famigerati servizi cosiddetti “pubblici”, pressoché forniti in totale regime di monopolio coercitivo ed incardinati ipocritamente sui dogmi dell’universalità e della gratuità d’accesso. [3]

La remunerazione del lavoro improduttivo e il consolidamento del parassitismo elevato a sistema vanno così di pari passo con l’idea, inculcata nella mente dei cittadini, che <<se non vi fosse lo Stato, non vi sarebbe più alcuna tutela da svariati rischi, né vi sarebbero i servizi attualmente offerti da enti e aziende pubbliche, con la conseguenza che la popolazione sarebbe esposta a gravi problemi finanziari>>.[4] Non fa nulla se l’assenza di soluzioni alternative dipende propriamente dal fatto che lo Stato abbia instaurato, mediante la blindatura di specifiche zone d’intrapresa, un monopolio pubblico inaccessibile dall’esterno ed impermeabile ad ogni innovazione. Che si parli di pensioni, di sanità, di istruzione, di trasporti, di servizi postali, di energia, di telecomunicazioni, o di non ben definiti “settori strategici” e persino di cultura, la sostanza non muta: il pretesto è l’abusato dovere sociale di fornire, in via universale e gratuita, libertà e parità d’accesso ai servizi, il fine ultimo, per gli organi che detengono il monopolio della forza, è da rinvenirsi nei vantaggi conseguibili dal plasmare i mercati a proprio uso e consumo e dal privilegiare ad libitum posizioni ed interessi precostituiti.

Se le istituzioni sono in grado di creare diritto e dispongono del monopolio della violenza legittima per implementarlo, non esiste dottrina dello Stato in grado di impedire che il potere politico dia vita a qualunque diritto, dandovi poi esecuzione. Il monopolio della violenza inoltre funziona da catalizzatore della “legge di gravità del potere”, in quanto non è possibile imporre a chi detiene quel monopolio un suo uso determinato (protezione) piuttosto che un altro (dominio sui sudditi), dato che il monopolio comporta che coloro che dovrebbero imporre tale alternativa hanno già trasferito tutte le armi capaci di imporla a colui che così è il solo in grado di decidere sull’alternativa e che è guidato, proprio per questo trasferimento “liberatorio”, dalla “legge di gravità” incontrastata  del potere….La “legge di gravità” dipende dai vantaggi (soprattutto economici: acquisizione della ricchezza con mezzi politici) che il potere reca con il suo esercizio. [5]

E non fa nulla, ancora, se il carattere monopolistico della fornitura, proprio a fronte di erogazioni strutturalmente costose e qualitativamente discutibili, non permetta invece di beneficiare di tutti quei vantaggi (monetari e non) che solo una fornitura in regime di libera concorrenza saprebbe assicurare.

In assenza di queste produzioni statali, i cittadini avrebbero, al medesimo prezzo, una quantità maggiore di beni e servizi, una miglior qualità, una più ampia varietà e soprattutto sarebbero liberi di scegliere. [6]

Checché se ne dica e a dispetto di tutte le interpretazioni rassicuranti e di tutte le formule di legittimazione politica che si possano inventare in materia, il nocciolo della questione l’ha straordinariamente colto, all’incirca due secoli fa, il pensatore politico americano John C. Calhoun. Il quale, per usare le sue mirabili parole, ha ravvisato una vera e propria regolarità nel fatto che <<i beneficiari [dei proventi delle imposte] costituiscono solo una porzione della comunità>>. L’ammontare del valore degli specifici privilegi (o meglio a dire, micro-privilegi) che il produttore stima di aver ricevuto dalla provvidenza dello Stato è in realtà sicuramente inferiore all’ammontare delle sole tasse dallo stesso corrisposte per sovvenzionare l’infinita ed inesauribile sequela dei privilegi altrui: la cui soddisfazione è però necessaria alla casta per alimentare illusioni circa la desiderabilità e la superiorità morale di tale modello, e per fortificare la falsa coscienza nei soggetti che, di volta in volta, si persuadono di esserne beneficiari, e si nutrono dell’assurda speranza di poter strappare, un giorno, il biglietto oltremodo vincente alla riffa del gioco redistributivo.

Soddisfazione dei privilegi che favorisce l’espansione incontrollata dei costi di transazione sottostanti alla loro produzione, e paradossalmente legittima la dilatazione esponenziale  di quelli inerenti e conseguenti alla loro ripartizione: aspetti, questi due, che sono poi l’unica cosa che sta realmente a cuore agli assertori dell’intermediazione politicizzata e ai paladini dell’assistenza pubblica. In quanto essi sottendono, per definizione, delle incredibili fonti di lucro e delle immense opportunità di rendita politico-elettorale per i tanti, troppi soggetti coinvolti. Siano essi carrozzoni pubblici, pletorici ed elefantiaci, dediti alla promozione della “solidarietà”; siano essi i beneficiari diretti di tale promozione, in forza della loro capacità di garantire effettivo consenso politico e/o di rafforzare il circuito in cui si esprimono le relazioni parassitarie; siano essi quell’esercito di “professionisti” dell’assistenza pubblica che di consenso e parassitismo, da sempre, vive e prospera e che non può trovare altra giustificazione plausibile se non … nel proprio istinto di autoconservazione.

Gli agenti e i dipendenti del governo rappresentano quella porzione della comunità che è la beneficiaria esclusiva dei proventi delle imposte. Quale che sia l’ammontare estorto alla comunità sotto forma di tasse, quello che non va perduto finisce nelle loro tasche come spese ed erogazioni. Le due cose – erogazioni e tassazione- costituiscono l’operato fiscale del governo. Sono correlate. Quello che viene preso alla comunità sotto il nome di tasse viene poi trasferito alla porzione di comunità detta dei beneficiari, sotto il nome di erogazioni. Ma, giacché i beneficiari costituiscono solo una porzione della comunità, considerando contemporaneamente le due parti del processo fiscale, si deduce che esso non opera equamente tra i contribuenti di tasse e i beneficiari dei loro proventi. E non può essere altrimenti, a meno che quello che viene raccolto da ciascun individuo sotto forma di tasse non gli venga restituito sotto quella di erogazioni, la qual cosa renderebbe l’intero processo futile e assurdo.

La conseguenza necessaria dell’iniquo operato fiscale del governo, quindi, è quella di dividere la comunità in due grandi classi: una di esse è composta da coloro che, in realtà, pagano le imposte e, naturalmente, sopportano il peso di sostenere il governo; l’altra, da coloro che beneficiano dei loro proventi nella forma di erogazioni e che, di fatto, vengono mantenuti dal governo; in poche parole, la conseguenza è quella di dividere la comunità in contribuenti e in consumatori di tasse.

Ma l’effetto di tutto questo è di porre le due parti in una relazione antagonistica per quanto concerne l’operato fiscale del governo e ogni politica relata ad esso. Infatti, maggiori sono le tasse e le erogazioni, maggiore è il guadagno di una parte e la perdita dell’altra e viceversa […]. L’effetto di ogni aumento, quindi, è di arricchire e rafforzare una parte e di impoverire e indebolire l’altra. [7]

È sempre la miscela esplosiva di apatia, rassegnazione, ignoranza e disprezzo delle più elementari leggi economiche ad imporsi e a far sì che il produttore non capisca che non potrà mai attendersi dallo Stato concessioni e privilegi tali ed in misura tale da sopravanzare, o almeno compensare, i  benefici, materiali ed immateriali, che potrebbero invece derivargli dal fatto di poter godere di un maggior grado di libertà. Per il semplice fatto che le pseudo- garanzie calate dall’alto per graziosa concessione di lor signori non potranno mai sostituirsi, sotto nessun profilo, ai vantaggi che rivengono invece dalla possibilità di trarre giovamento dalle nuove ed ulteriori opportunità che si spalancherebbero se solo lo stesso produttore potesse disporre, a proprio piacimento, di una porzione maggiore di quel reddito, che gli è stato taglieggiato proprio perché qualcuno potesse dargli l’illusione di preoccuparsi della sua sorte di elettore.  Ci risiamo, è la solita storia del panem et circenses.

I tiranni Romani trovarono anche un altro stratagemma: festeggiare spesso le decine pubbliche, ingannando quella gentaglia che si lascia andare più di ogni altra cosa ai piaceri della gola. Il più intelligente e colto tra loro non avrebbe lasciato la sua scodella di zuppa per ritrovare la libertà della repubblica di Platone. I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo di litro di vino e un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!”. Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare un parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi. [8]

 

Cristian Merlo, tratto da “Lo Stato illusionista”

 

[1] Frédéric Bastiat, Lo Stato, brano contenuto nel volume Lo Legge, La Biblioteca di Libero, 2005, p. 83.

[2] Murray Newton Rothbard, Anatomia dello Stato,  p.4.

[3] Trattasi di quegli stessi servizi che, se “scroccati“ possono anche trasmettere un qual certo valore all’utilizzatore, nel momento in cui vengono invece strapagati non possono che dar luogo ad altro che a un depauperamento netto della situazione giuridica del pagatore, in ragione delle prestazioni effettuate in mancanza di causa dell’attribuzione patrimoniale.

[4] Vito Tanzi, Il ruolo dello Stato e della spesa pubblica nell’epoca della globalizzazione.

[5] Se a tutto ciò si aggiunge che <<…la legittimità…scaturisce dall’esercizio stesso del potere, poiché quest’ultimo possiede una specifica capacità di legittimarsi da solo (è la forma più naturale di legittimazione), che è strettamente connessa al suo esercizio, alla sua efficacia pratica e soprattutto alla sua espansione e all’assenza di limiti ad esso contrapposti>>, ecco che il gioco della perversione massima si perfeziona e trova il suo naturale compimento. Per queste ed altre acute notazioni si rimanda al saggio di Alessandro Vitale,  La “legge di gravità del potere” oggetto-chiave del realismo politico, in Studi Perugini, anno IV, n. 08, Luglio-Dicembre 1999, p. 67.

[6] Pascal Salin, La tirannia fiscale,  Liberilibri, Macerata 1997,  p. 256.

[7] John Caldwell Calhoun, in un celebre passo tratto da Murray Newton Rothbard, Contraddizioni implicite dello Stato, raccolto nella miscellanea Tra Stato e mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL Libri, 2011, pp. 503-504.

[8] Etienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Enclave rivista libertaria, num. 16, Luglio-Settembre 2002, p. 19.