Determinazione del prezzo e quantità scambiate – Scambio indiretto. II Parte

stemma misesSignificato del prezzo

Dunque il prezzo è determinato dall’utilità (dalle scale di preferenza degli scambianti, v. sopra), ma dall’utilità al margine, cioè dall’utilità dell’ultima unità, non dall’utilità totale; il che significa che conta anche la quantità disponibile del bene (scarsità relativa). Maggiore è la quantità, minore sarà l’utilità marginale, e dunque minore il prezzo del bene.

Il concetto è illustrato dal “paradosso del valore” dell’acqua e dei diamanti, posto da Adam Smith: perché l’acqua, che per l’uomo ha un’utilità (valore d’uso) sicuramente maggiore dei diamanti, beni non essenziali, ha un prezzo generalmente molto più basso? [1] La questione venne risolta dalla scuola Austriaca: nel mondo reale non ci si trova di fronte all’alternativa di scegliere fra “acqua” e “diamanti” in assoluto, cioè come categorie assolute, come classi di oggetti. Non bisogna confondere i concetti di “prodotto totale” e “prodotto marginale”. Nessuno sceglie fra “tutta l’acqua del mondo” e “tutti i diamanti del mondo”. Se fossimo costretti ad una simile scelta, il prezzo dell’acqua sarebbe molto più alto del prezzo dei diamanti, perché l’acqua, da cui dipende la sopravvivenza degli esseri umani, è più utile. Ma nel mondo reale, individui concreti scelgono fra quantità definite di beni, specifiche unità, o “margini”; ad esempio, fra un barile d’acqua e un diamante a 10 carati in un luogo particolare, in un tempo specifico e in una particolare concreta circostanza, che potrebbe essere di carenza d’acqua o di abbondanza d’acqua. L’acqua è, di regola, molto più abbondante dei diamanti e dunque è più probabile (è più frequente la circostanza in cui) un bicchiere pieno d’acqua valga molto di meno (quindi abbia un prezzo minore) di un bicchiere pieno di diamanti; opera infatti la legge dell’utilità marginale decrescente, e quindi le ultime unità di un bene abbondante apporteranno un’utilità molto bassa. Ma non è un dato assoluto. In una zona della terra in cui gli abitanti soffrano di una grave carenza d’acqua, o in mezzo al deserto, un bicchiere d’acqua potrebbe valere più di un bicchiere di diamanti. Ecco in che senso il prezzo di un bene è determinato dall’utilità e dalla scarsità relative.

Va precisato che le utilità (l’interazione fra le preferenze degli agenti e la scarsità) contribuiscono a determinare il prezzo di un bene, ma quel prezzo non è l’equivalente quantitativo dell’utilità, le unità monetarie costituenti il prezzo non misurano l’utilità; il prezzo non coincide con il valore. Per due motivi: perché il valore è soggettivo (come si è visto, per l’individuo che dà un certo numero di unità monetarie – prezzo – in cambio di un bene, esse complessivamente valgono meno del bene, mentre per il venditore valgono di più); e perché l’utilità non è suscettibile di misurazione cardinale[2].

Dunque non vi è alcuna contraddizione tra “valore d’uso” e “valore di scambio”: data l’abbondanza di acqua disponibile, ogni decilitro di acqua è meno “utile” di un carato di diamante.

Invece, per molti secoli, da Aristotele agli economisti classici, si è ritenuto che il valore fosse una qualità intrinseca e oggettiva dei beni da scambiare. Ignorando le azioni dei consumatori, attribuivano i prezzi di mercato esclusivamente ad elementi inerenti la fase della produzione: il costo, o le ore di lavoro necessarie. Anche economisti come Wieser e Fisher si convinsero di ciò. Ad esempio, secondo la teoria del valore-lavoro, proposta da Ricardo e ripresa successivamente da Marx, il valore di un bene è determinato dalla quantità di lavoro necessario per produrlo, espresso in termini di ore di lavoro. Ma l’economista Jevons propose il seguente esempio per dimostrare l’erroneità di tale tesi: un pescatore si tuffa in mare, e può tornare a galla portando con sé o perle o sassolini; la quantità e la qualità del lavoro svolto sono identici, dunque il prezzo dei due beni dovrebbe essere identico; ma sappiamo invece che il prezzo a cui può vendere i due tipi di beni sarà nettamente diverso, perché conta l’utilità che essi apportano più la scarsità. Un sostenitore della teoria del valore-lavoro dovrebbe ammettere che, se raccoglie sassi, il lavoro non genera valore. Un altro esempio: la quantità di lavoro necessaria a produrre il pallone con cui si gioca la finale del campionato mondiale di calcio è esattamente identica a quella necessaria a produrre un pallone uguale della stessa marca; ma il primo avrà un prezzo (valore) molto più alto.

In generale, secondo gli economisti classici, il prezzo era determinato dal costo di produzione[3].

Ma, se un bene non è utile, se non vi è neanche un consumatore disposto ad acquistarlo, quale che sia il suo costo di produzione, esso è economicamente privo di valore. Ad esempio, si possono impiegare trent’anni per costruire un enorme triciclo a vapore, ma se non si riesce a trovare nemmeno un consumatore disposto a comprare il triciclo, questo è privo di valore economico. Se il produttore non riuscirà a vendere il bene prodotto, la produzione di quel bene si interromperà e quindi, insieme al bene, scomparirà anche il prezzo iniziale, basato sui costi, che il produttore ha fissato. Ciò è vero anche nel caso opposto: il prezzo di un bene può essere anche 10 o 100 o 1000 volte superiore al suo costo, se il bene è al tempo stesso molto utile e scarso. Il valore è una valutazione fatta dal consumatore e i prezzi relativi dei beni sono determinati dall’intensità delle valutazioni dei consumatori. I costi di produzione servono solo a stabilire se un produttore realizza profitti, e dunque resta sul mercato, oppure soffre perdite, e allora sarà costretto ad interrompere la sua attività e uscire dal mercato. In altri termini: sono i prezzi “offerti” dagli acquirenti (cioè che gli acquirenti sono disposti a pagare) che determinano quali costi possono essere sopportati dal produttore e quali no, non viceversa.[4]

Il costo non ha influenza diretta sul prezzo del prodotto; ha influenza sulla produzione, nel senso che ha influenza sull’ammontare prodotto, cioè sul grado di utilizzazione dei fattori produttivi.

Si ricordi inoltre che il costo è semplicemente l’utilità della migliore alternativa a cui rinuncio; dunque ancora un concetto di utilità. Il costo del produrre una trappola è la rinuncia all’utilità che mi deriverebbe se dedicassi le stesse risorse a cacciare due conigli; quindi il costo di una trappola è la (mancata) utilità di due conigli.

 Dunque il valore dei beni dipende dal valore attribuito dai singoli soggetti scambianti. Esso quindi non è un’entità “oggettiva” e stabile, una qualità immutabile contenuta nei beni, bensì soggettiva, attribuita dagli individui, e l’utilità contenuta nel prezzo di un bene è la risultante dell’influenza delle persone concrete che partecipano al mercato di un luogo specifico in un tempo determinato. Il valore resta una caratteristica soggettiva anche quando si considera l’interazione fra gli individui.

Dunque fonte ultima della determinazione dei prezzi sono i giudizi di valore soggettivi dei consumatori. Ogni individuo, comprando o non comprando, contribuisce la sua parte alla formazione dei prezzi. Quanto più largo è il mercato tanto minore è il peso del contributo individuale.

Anche i prezzi dei beni di ordine superiore (fattori di produzione) sono determinati dalle preferenze dei consumatori (attraverso i prezzi dei beni di consumo); dunque l’utilità dei beni capitali deriva dall’utilità dei beni di consumo prodotti grazie al contributo dei beni capitali.

Il concetto di prezzo “giusto” o “onesto” è privo di qualsiasi significato scientifico. Ed anche l’idea che un singolo individuo (un manager nel sistema socialista) possa calcolare tutti i valori in maniera oggettiva non ha senso.

Prezzi non di mercato sono una chimera. Non esistono prezzi “ideali”, sganciati dalle azioni e reazioni di compratori e venditori. I propri giudizi di valore (come quelli di un’autorità centrale) non possono essere la voce della verità oggettiva.

 Gli imprenditori scoprono discrepanze tra il livello dei prezzi dei fattori produttivi e i prezzi futuri attesi dei prodotti e cercano di avvantaggiarsene. L’azione degli imprenditori produce una tendenza all’uguaglianza dei prezzi degli stessi beni.

Con l’evoluzione della divisione del lavoro e dunque con il moltiplicarsi degli scambi si restringono i margini fra le valutazioni delle parti (compratori e venditori).

Trasposizioni

Stati di equilibrio – Nelle economie reali uno stato di equilibrio è solo provvisorio. Una volta che è stato raggiunto uno stato di riposo, questo può essere modificato – e l’esperienza ci insegna che spesso viene modificato – dall’intervento di un soggetto, ad esempio da un aumento della domanda. L’economia è un sistema dinamico, i prezzi dei vari beni non sono fissati una volta e per sempre. Al mutare delle condizioni dell’offerta e della domanda muta anche il prezzo. Cambiamenti nelle schede di preferenza degli individui determinano trasposizioni delle curve, cioè spostamenti delle curve parallelamente a se stesse. Le trasposizioni dunque sono determinate da cambiamenti nelle variabili diverse dal prezzo (altrimenti, se varia il prezzo, come si è visto, ci si muove lungo la curva).

Cause: un aumento della scheda di domanda (dunque una trasposizione verso destra della curva di domanda) è dovuta a due fattori: o c’è stato un aumento del valore d’uso del bene, oppure vi sono minori opportunità di scambiare il bene che si vende con altri beni (è aumentato il loro prezzo) e dunque lo si scambia con il bene in questione. Il contrario nel caso di una diminuzione della scheda di domanda.

Una trasposizione verso destra della curva di offerta significa che: o si è verificata una riduzione del valore d’uso del bene per i venditori (dunque trattengono meno quantità presso di sé), oppure minori opportunità di scambiare il loro bene con altri beni.

La teoria prevalente espone le trasposizioni nel modo seguente: trasposizioni della curva di domanda sono determinate da variazioni di: reddito, gusti, prezzi di altri beni correlati, aspettative, variazioni nelle dimensioni del mercato (dovute a fattori demografici).

Trasposizioni della curva di offerta sono determinate da variazioni nei costi (le variazioni di produttività rappresentano variazioni del costo medio), fenomeni atmosferici o climatici, aspettative dei produttori.

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Le trasposizioni delle curve determinano nuovi punti di equilibrio. Una trasposizione verso destra della curva di domanda, a parità di offerta, determina un punto di equilibrio spostato più in alto e più a destra. Infatti, l’aumento di domanda determina una penuria del bene; il prezzo sale; e l’offerta aumenta fino a raggiungere un nuovo equilibrio. L’esito finale è rappresentato da un prezzo più alto e quantità vendute maggiori.

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Al contrario, trasposizioni della curva di domanda verso sinistra determinano punti di equilibrio collocati più in basso e più a sinistra.

Trasposizioni della curva di offerta verso destra determinano un punto di equilibrio caratterizzato da prezzo più basso è quantità vendute maggiori.

Viceversa, trasposizioni della curva di offerta verso sinistra determinano un punto di equilibrio caratterizzato da prezzo più alto è quantità vendute minori.

 Elasticità della domanda rispetto al prezzo –  Dd%/Dp%; e al reddito: Dd%/DY%. La speculazione rende più elastiche le curve. L’elasticità della domanda al prezzo può fornire alcune informazioni sul bene: ad esempio, un bene necessario o indispensabile avrà una bassa elasticità, in quanto anche se il prezzo del bene aumenta, la domanda non si riduce, o si riduce in una proporzione notevolmente inferiore rispetto all’aumento del prezzo.

Più beni

Interrelazioni fra beni di consumo

Considerando più beni, la scelta dei tipi di beni e delle quantità consumate di ciascun bene è determinata nel seguente modo: ogni individuo spenderà la propria moneta su ogni singolo bene fino a che l’utilità marginale derivante da un’unità in più del bene è maggiore dell’utilità marginale che gli procura il prezzo monetario (le unità monetarie che costituiscono il prezzo del bene).

p1 /p2  = U’1 /U’2

Il consumatore non uguaglia l’utilità marginale di ogni bene al prezzo di quel bene, come afferma la teoria neoclassica.

Beni sostituti o succedanei – Sono quelli che si trovano in concorrenza nel soddisfacimento di un bisogno, dunque la cui domanda si sviluppa in direzioni contrarie; es. treno e aereo, burro e margarina, caffè e tè, penne stilografiche e penne a sfera, auto a benzina e auto a metano.

La variazione nel prezzo di un bene spesso influenza la domanda, e quindi il prezzo, di altri beni. Se l’elasticità della domanda al prezzo è alta, è possibile che il bene in questione abbia uno o più buoni sostituti.

In realtà tutti i beni sono sostituti di tutti gli altri. Non è vero che solo i beni tecnologicamente simili sono “sostituti”; beni tecnologicamente simili sono ad esempio il burro e la margarina o la carne di maiale e la carne di manzo. Ma anche il viaggiare e i libri sono sostituti: infatti quanto più denaro spendo in viaggi tanto meno ne potrò spendere in libri. Dunque si può dire che alcuni beni sono sostituti più “stretti” di altri, e le loro interrelazioni sono più forti, ma non che alcuni beni sono reciprocamente sostituti ed altri no.

Se la domanda di carne di maiale è elastica, un aumento del prezzo della carne di maiale spingerà molti consumatori a ridurre la moneta spesa per essa e ad aumentare le unità monetarie spese per la carne di manzo; la domanda di carne di manzo aumenta e il suo prezzo tende a salire.

Ma se la scheda di domanda della carne di maiale è inelastica, nonostante l’aumento di prezzo i consumatori non ridurranno le quantità domandate; allora vuol dire che dovranno ridurre le quantità domandate di un altro bene. Se questo bene è il manzo, si ridurrà il suo prezzo.

Se ha elasticità unitaria non vi sarà alcun effetto sugli altri beni.

Beni complementari: il consumo è collegato; l’aumento di domanda di uno provoca un aumento di domanda anche dell’altro: es. automobile e benzina, computer e mouse.

Effetto reddito ed effetto sostituzione

Critica delle curve di indifferenza: le persone scelgono fra due alternative, non sono indifferenti, altrimenti la scelta non sarebbe possibile.

[Continua con la terza ed ultima parte venerdì prossimo]


Link alla Parte I

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana


[1] Gli economisti classici, frustrati dalle difficoltà di tale paradosso, crearono erroneamente due categorie di valore: il “valore d’uso”, dato dall’utilità del bene, e il “valore di scambio”, costituito dal suo prezzo. Sarà tale distinzione a generare successivamente l’accusa verso l’economia di mercato di indirizzare le risorse verso la “produzione per il profitto” anziché verso la più benefica “produzione per l’uso”.

[2] Le valutazioni sono quantità intensive, non estensive; dunque non sono suscettibili di misurazione attraverso i numeri cardinali. I “piaceri” provati da un individuo non possono essere trasmessi ad altri al fine di realizzare un confronto e una misurazione intersoggettiva; non è possibile costruire un’unità di misura del valore.

Inoltre, anche il valore attribuito da uno stesso individuo ad una unità di un bene cambia: se questa unità è la prima il valore attribuitole è maggiore che non se la unità consumata è la n-esima (utilità marginale decrescente).

[3] Secondo Marshall il prezzo di un bene nel breve periodo è determinato dall’utilità e dal costo (le due lame della forbice), nel lungo periodo solo dal costo. Ma il lungo periodo non esiste (v. sopra): è un escamotage utile per identificare una tendenza del sistema economico, ma questa tendenza viene continuamente disturbata dai cambiamenti delle variabili, che sono continui.

[4] L’idea dei ‘prezzi di costo’ è irrealizzabile. Essa significa l’abolizione del profitto, e dunque la scomparsa dell’offerta: il mercato non potrebbe più determinare ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere prodotto né a chi i beni e i servizi dovrebbero andare.