Non lasciate che sia il Governo a definire il Matrimonio

anelliIl 7 giugno 2006, il Senato degli Stati Uniti votò per abrogare un emendamento della Costituzione che avrebbe definito, in parte, il matrimonio come un’unione legale fra uomo e donna.

A prescindere dagli sviluppi a cui ha dato luogo, questa iniziativa è tutt’altro che conclusa. Vi sono valide ragioni per respingere un emendamento del genere e analizzarne gli errati presupposti.

In primo luogo, dobbiamo misurarci con la convinzione popolare secondo cui un matrimonio certificato dallo Stato sia un “diritto”. Quest’ultimo, non è altro che un “benefit” elargito dal governo, che accorda un trattamento di favore dalla legge e impone alle industrie private l’adozione di particolari misure, oltre ad autorizzare la pratica di matrimoni legali a una minoranza scelta, finendo così per privare tutti gli altri della possibilità di intraprendere liberamente un percorso legale per celebrare le nozze. Questa semplice constatazione ci permette di ravvisare una violazione della libertà individuale già sufficiente a giustificare un’opposizione ai matrimoni regolati dallo Stato.

George e Martha Washington non disposero mai di un certificato di matrimonio, come del resto la grande maggioranza degli americani fino alla metà dell’Ottocento. È anzi probabile che essi rimarrebbero assai sconcertati nel constatare la misura in cui oggi il governo è coinvolto in una cerimonia religiosa sacra.

A dispetto di tutto questo, gli omosessuali rivendicano dallo Stato il “diritto” di celebrare matrimoni alla stesso modo delle coppie eterosessuali, e questo diritto viene loro riconosciuto da alcune giurisdizioni americane. Dal momento che la full faith and credit clause della Costituzione americana stabilisce che qualsiasi contratto legalmente vincolante in uno Stato sia automaticamente riconosciuto come giuridicamente vincolante in tutti gli altri, i sostenitori del matrimonio tradizionale temono che detto certificato, rilasciato agli omosessuali in altri Stati, li obblighi a riconoscerlo valido anche nel loro territorio.

Per questa ragione, sollecitano l’approvazione di leggi o emendamenti costituzionali che li tutelino da questa eventualità, il che sarà probabilmente un dispendio di energie inutili, dal momento che i promulgatori dei matrimoni omosessuali tenteranno di sopravanzare ogni legge o emendamento statale appellandosi al ”trattamento equo” assicurato dalla Costituzione, come codificato nel Quattordicesimo Emendamento; considerare il matrimonio come un “diritto” elargito dallo Stato implica che, a prescindere da qualsiasi definizione tradizionale di “matrimonio”, ognuno debba essere trattato in maniera equa. Tuttavia, il Quattordicesimo Emendamento si sofferma, per la maggiore, sul fatto che la legge garantisca ai cittadini “uguale protezione” , non sui “diritti sociali” i quali vertono invece sull’“uguale trattamento”, anche se è del tutto probabile che il testo del Quattordicesimo Emendamento verrà misconosciuto dalla Corte Suprema e soppiantato dalla contemporanea interpretazione che predilige la “parità di trattamento” di fronte alla legge, cosicché il matrimonio tradizionale sarà definitivamente spodestato.

Di qui, il fervore dei sostenitori del matrimonio tradizionale nel voler modificare la Costituzione americana per assentire esplicitamente che solo i matrimoni eterosessuali vengano riconosciuti negli Stati Uniti. La questione è abbastanza semplice. Ma, oltre a quelle legali, vi sono anche altre dinamiche da analizzare: quelle politico-economiche.

I promotori del matrimonio eterosessuale codificato dalla legge o dalla Costituzione, attestano che il motivo principale per il quale agiscono è la protezione dei bambini. Essi affermano che il matrimonio è un contratto per mezzo del quale deputiamo allo Stato la responsabilità di proteggere le prossime generazioni e citano spesso studi, tutt’oggi discussi, volti a sostenere come il miglior contesto per la crescita sana di un bambino sia in un ambiente domestico circondato da due genitori di sesso opposto, preferibilmente i genitori biologici. Legalizzando esclusivamente i matrimoni fra uomo e donna, rivendicano così di promuovere lo standard ottimale per la crescita di un bambino.

Tuttavia, potrebbe sorgere una domanda: legalizzando solamente lo standard di crescita ottimale, sarebbero altresì disposti a rendere illegale qualsiasi standard inferiore ad esso? Se le condizioni in cui viene allevato un bambino variano qualitativamente lungo una scala, dalle peggiori (per esempio allevato dai coyote nella foresta) alle migliori possibili (cresciuto in una famiglia di persone amorevoli, intelligenti e benestanti) potrebbero, coloro che al governo avrebbero l’autorità di decidere, stabilire che qualsiasi contesto familiare qualitativamente inferiore allo standard ottimale (famiglia di persone intelligenti e benestanti) sia “inadeguato” e, pertanto, illegale? Chi intende sposarsi dovrebbe prima sottoporsi a un esame che ne attesti l’”intelligenza” e l’”agiatezza” economica, in quanto il matrimonio porterebbe alla nascita di figli che potrebbero essere allevati in un contesto “sub-ottimale”? Questo criterio di giudizio è arbitrario, oltre che pericoloso per una società libera.

Ma è proprio ciò che viene specificato nelle motivazioni per il passaggio dell’”Emendamento sul Matrimonio” al Senato, favorito anche da molti conservatori, il che può apparire strano, dal momento che gli stessi hanno spesso assecondato governi di piccole dimensioni o comunque poco invasivi. Questo, poiché riconoscono che il governo in sé non è che un simulacro artificioso che offusca le relazioni interpersonali fra gli individui. Non vogliono, in sostanza, che il governo si sostituisca a Dio.

Eppure, agendo in questa maniera, permettono che la celebrazione del rito nuziale sia perpetrata da burocrati patentati qualsiasi, forti del loro “potere conferitomi dallo Stato…”. È difficile credere che qualsiasi persona religiosa si senta tranquilla all’idea che rappresentanti del governo si insinuino in una cerimonia sacra, o che addirittura venga delegata al governo la definizione stessa della parola “matrimonio”, a maggior ragione considerando il canonico scetticismo dei conservatori nei confronti del governo.

Molti fra coloro che sostengono l’emendamento, non hanno considerato le implicazioni morali dell’affidare allo Stato la definizione di ciò che dovrebbe costituire il nucleo familiare “ottimale” per la crescita di un bambino. Essi sembrano candidamente inconsapevoli del fatto che una volta che il potere di stabilire il significato delle parole viene conferito allo Stato, la tendenza implicita in ogni “definizione” sarà semplicemente quella più congeniale a chi rappresenterà lo Stato in quel dato momento, quando invece gli stessi fautori dell’emendamento sembrano addirittura disposti ad impugnare la Costituzione per assicurarsi che lo Stato sia svincolato da tutto ciò.

Se i conservatori, come afferma George W. Bush, sono convinti del fatto che dovrebbero “contare più sugli elettori che sulla Corte” per definire il matrimonio, perché, dunque, non lasciare le persone libere di decidere, esautorando il governo del potere di definire il matrimonio? È ammissibile che una maggioranza o una super-maggioranza imponga la propria volontà in virtù del volere di un collegio di giudici? Certamente no, come non è ammissibile che la democrazia diventi una scusa per giustificare la tirannia.

Purtuttavia, talvolta, essa è una maschera che consente ai tiranni di mostrare un volto gentile.

Quando arriverà il giorno delle elezioni, tutte queste questioni verranno spazzate via; ma dovranno essere conservate e rammentate a ogni buona occasione a coloro che si dicono favorevoli a “meno governo” nelle nostre vite.

I sostenitori dell’“Emendamento sul Matrimonio” dichiarano di voler salvaguardare i valori della famiglia. L’ipocrisia non è uno di questi.

Articolo di Gardner Goldsmith su Mises.org

Traduzione di Pasquale Salcina