Scacco matto alla redistribuzione in 19 mosse | II parte

redistribuzione210. Visto che i cittadini rinunciano a lasciarsi coinvolgere in progetti finalizzati a promuovere assistenza e solidarietà, lasciando che lo Stato prenda il sopravvento, essi progressivamente diventano sempre meno autonomi e responsabili e si rassegnano ad accettare qualsiasi tipologia di attività intrapresa da chi li governa. In tal modo, quando qualcuno propone che lo Stato si prenda in carico funzioni precedentemente svolte esclusivamente nell’alveo della sfera privata, i cittadini non ne restano scioccati; del resto, non sono nemmeno poi così diffidenti circa le capacità dello Stato di svolgere efficientemente quella attività. Dopo tutto, il settore pubblico ai giorni nostri si occupa di ogni genere di cose: dalla socializzazione dei bambini in età prescolare, all’assistenza ai bisognosi, passando per l’assicurazione delle spese mediche degli anziani. Pertanto, che importa se lo Stato assume su di sé altre ed ulteriori responsabilità? Mentre un tempo si guardava con diffidenza  alla dilatazione ipertrofica dell’ingerenza pubblica, al giorno d’oggi si indulge alla rassegnazione, quando non addirittura alla accettazione, della sua irrefrenabile espansione in nuove aree.
Nel XIX secolo, coloro che si opponevano alla proposta di nuovi programmi governativi avrebbero fatto fronte comune, sollevando questo genere di obiezione: “lo Stato non può permettersi di farlo!”. Ai giorni nostri, è ben difficile sentire qualcuno che si opponga ad iniziative del genere, avvalendosi degli stessi argomenti. Il fatto che vi possa pur essere una sfera privata entro cui lo Stato non dovrebbe mai intromettersi costituisce una categoria di pensiero quasi del tutto estinta, giacché i governi hanno esteso a dismisura i loro programmi e le loro attività, per non discorrere della regolamentazione della vita “privata”, pressoché in ogni interstizio della vita sociale.

11. Quindi la gente non si mobilita prontamente per “erigere delle barricate”, quando vengono proposti nuovi programmi di intervento statale. Di fronte a delle resistenze sempre meno convinte, gli assertori dei nuovi programmi hanno buon gioco nel trionfare politicamente. I programmi in parola proliferano più velocemente, talvolta imbrigliati dai vincoli di bilancio,  ma non certamente da obiezioni ideologiche fondamentali. Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal/NBC, <<nel momento in cui agli americani è stato chiesto se  fosse giusto limitare i diritti quesiti per ridurre il deficit, il 61%  degli intervistati ha risposto affermativamente. Ma quando agli stessi soggetti è stato chiesto loro se i programmi previdenziali ed assistenziali, quali la Social Security, Medicare, Medicaid e i sussidi all’agricoltura dovessero essere tagliati, il 66 % ha fornito una riposta negativa>>. [6] Evidentemente la maggior parte delle persone è risentita per il fatto di dover  pagare per i programmi, ma non nutre alcuna obiezione nei confronti della bontà dei programmi medesimi.

12. La redistribuzione coinvolge più che altro C, il contribuente esatto, e D, il destinatario dei trasferimenti. Nel mezzo troviamo però anche B, la burocrazia, il soggetto che determina l’ammissibilità di tali misure, ne definisce i controlli, ne mantiene le evidenze contabili, e spesso fa molto di più, inframmettendosi  nella vita personale dei cittadini. Le burocrazie volte ad intermediare risorse “pubbliche” in realtà dissipano enormi quantità di fattori produttivi – dal lavoro al capitale –  assorbendo gran parte dei costi complessivi per il funzionamento della macchina redistributiva.  Lo Stato,  per trasferire un dollaro a D, non si accontenta di estorcere esattamente quel dollaro a C. No: di fatto, deve essere versato un pesante “pizzo” anche per sostenere B. Da un punto di vista sociale, si deve riconoscere che il lavoro e il capitale drenati dagli apparati burocratici non possono essere proficuamente utilizzati per la produzione di beni e servizi, capaci di generare valore per i consumatori. Anche in questo caso, pertanto,  la società ne esce impoverita.

13. Una volta che una struttura burocratica è stata istituita, i suoi membri costituiranno un irriducibile gruppo di interesse, politicamente organizzato, strategicamente posizionato per difendere il proprio personale budget di spesa e per perorare l’espansione delle proprie attività. Dopo tutto, chi meglio può conoscere le pressanti necessità di aumentare il flusso di risorse da destinarsi ad un ufficio, per implementarne le dotazioni e l’organico,  più di coloro che in quell’ufficio svolgono le proprie attività? I burocrati sono detentori di un punto di vista e di dati rilevanti e mostrano una apparente competenza nel trattare qualsiasi problematica cui devono far fronte. Pertanto essi dispongono di enormi vantaggi nell’ambito del processo politico, nel momento in cui cercano di condizionare il livello delle risorse di cui possano beneficiare. Si troverà sempre qualche esperto dell’agenzia burocratica pronto a spergiurare che tutti coloro che se ne stanno al di fuori “semplicemente nemmeno possono immaginarsi quanto grave sia, in realtà, il problema”.
Spesso e volentieri, una struttura burocratica costituisce un solo lato del “triangolo di ferro politico”,  unitamente alle influenti clientele organizzate, rappresentative del secondo lato, e alle commissioni del Congresso, dotate di competenza legislativa o di responsabilità nella supervisione, che formano il terzo lato. Quando la struttura burocratica si incista politicamente nel sistema in tal modo, come spesso avviene, il declino della società può proseguire in maniera inarrestabile, senza una seria sfida politica.

14. I contribuenti non sborsano comunque inermi i denari per finanziare i trasferimenti redistributivi, senza cercare di difendersi in qualche modo. Molti di loro dedicano tempo, fatica e risorse per ridurre al minimo l’impatto della compliance fiscale o per evadere le imposte. All’uopo, acquistano libri o software. Arruolano consulenti finanziari, avvocati e commercialisti. Di tanto in tanto si organizzano movimenti politici per promuovere sgravi fiscali, sulla falsariga della Proposition 13 della California [trattasi di un emendamento alla costituzione dello Stato della California, promulgato nel 1978 a fronte dell’attivazione di un’iniziativa popolare, inteso a limitare e a contenere il livello di tassazione sulla proprietà privata, ndt].  Ad ogni buon conto, tutti gli sforzi profusi ed il capitale impiegato per approntare la resistenza fiscale non sono più disponibili produrre quei beni e quei servizi suscettibili di essere apprezzati maggiormente dai consumatori. La società è più povera, e resterà tale finché le persone saranno indotte a destinare delle risorse per difendersi dal Moloch fiscale. (Tuttavia, nella misura in cui la resistenza fiscale riuscirà a favorire un trend di riduzione delle aliquote, rispetto al livello che si sarebbe altrimenti registrato, ciò susciterà, almeno nel lungo periodo, una maggior creazione di ricchezza).

15. In buona sostanza, molti cittadini pagheranno le tasse per finanziare i trasferimenti. Anche se nessuno cercasse di resistere fiscalmente o di alterare la propria condotta nell’impiegare i fattori produttivi (lavoro e capitale), il costo per i singoli contribuenti sarà più di un dollaro per ogni dollaro estorto loro dal governo, posto che il processo è tanto più dispendioso quanto più si intende essere conformi alle leggi fiscali. I contribuenti devono tener traccia delle registrazioni contabili, individuare le norme fiscali, compilare moduli, per non parlare di tutti gli altri adempimenti. Queste attività richiedono tempo e fatica, che non possono così essere impiegati in utilizzi alternativi ben più profittevoli. Molte persone, quantunque non intendano far altro che essere pienamente aderenti alle disposizioni cogenti, si avvalgono dell’ assistenza di esperti contabili e di competenti fiscalisti – ma le norme in materia sono così complicate e astruse che i comuni mortali non vi possono far fronte. Ed impiegare le risorse per essere ligi ai doveri fiscali impoverisce oltremodo la società.
Sulla base di uno studio condotto da James L. Payne, la spesa sborsata dai contribuenti per assicurarsi la compliance fiscale, unitamente alla spesa di bilancio e di amministrazione dell’IRS [l’agenzia per l’esazione delle imposte del governo federale americano, ndt], ammonta a  270 milioni dollari, registrati,  per ogni miliardo di dollari di spesa da parte del governo federale. [7]

16. Proprio come i contribuenti cercano di non subire passivamente l’imposizione, così i destinatari e i potenziali destinatari dei trasferimenti redistributivi non se ne stanno con le mani in mano, aspettando che la fortuna possa arridere loro. Agiscano anche politicamente. Costituiscono organizzazioni, partecipano agli incontri, assoldano giornalisti e lobbisti, nonché forniscono supporto alla campagna dei candidati politici che si ripromettono di sostenere i loro obiettivi. Ma, di nuovo, il lavoro e le risorse investite in questa attività di “rent-seeking” vengono distratti alla produzione di beni e servizi suscettibili di generare valore per i consumatori. La società diviene più povera e resterà tale finché gli individui non smetteranno di destinare risorse alla ricerca di rendite parassitarie.

17. Proprio come i contribuenti devono impiegare risorse per conformarsi alle leggi fiscali, parimenti i destinatari dei trasferimenti devono impiegare risorse per comprovare e mantenere la propria idoneità ad essere portatori di un diritto al sussidio. Ad esempio, i destinatari delle indennità di disoccupazione devono presentarsi presso il dipartimento di sicurezza del lavoro e sostenere lunghe attese per certificare che sono ancora sprovvisti di un impiego. A volte, questi soggetti devono recarsi da un posto all’altro per rispondere ad una domanda di lavoro, che magari non hanno la benché minima intenzione di accettare, al solo fine di dimostrare che essi sono  ancora “inoccupati”.  I beneficiari delle prestazioni erogate dalle assicurazioni, a fronte di invalidità, hanno l’obbligo di presentarsi dai medici e da altri professionisti sanitari per acquisire la certificazione che attesti la loro effettiva situazione. In ogni caso, quante più risorse vengono dissipate, tanto più la società ne risulterà impoverita.

18. Con l’adozione di programmi volti alla redistribuzione di rilevanti quote di reddito, una nazione si assicura che il proprio governo diverrà sempre più potente ed invasivo in altri modi.  Proprio perché il governo stesso costituisce il gruppo di interesse più minaccioso che opera in seno alla società, non ci possiamo certo attendere nulla di buono da questa situazione, ed anzi non può che scaturirne un inevitabile maleficio. Come, più di due secoli fa, ebbe modo di osservare James Madison, <<un intervento legislativo non è che il primo anello di una lunga catena di reiterazioni, posto che ogni interferenza successiva viene inevitabilmente generata quale effetto della precedente>>. [8]
Quando il governo, nel 1965, istituì i programmi assistenziali di Medicare e Medicaid, per esempio, mise in moto una serie di eventi che condussero inesorabilmente alla successiva “crisi”innescata da costi sanitari crescenti,  e di lì  a poco alla costituzione del governo più invasivo di sempre, attualmente saldato dagli sforzi del Congresso, tesi ad affrontare questa inevitabile crisi artificiale.

19. La creazione di un governo sempre più potente e pervasivo postula che le libertà dei cittadini siano al contempo diminuite. I diritti di cui si godeva in precedenza verranno mortificati. Per lungo tempo, i cittadini americani hanno beneficiato di ampi diritti, da intendersi ovviamente in un’ottica di libertà negativa – vale a dire il diritto di essere lasciati in pace dallo Stato o da altre persone che intendessero ingerirsi nelle loro vite. Tutti gli individui possono godere di tali diritti allo stesso tempo. Con l’affermarsi delle logiche redistributive, i cittadini americani hanno gravitato sempre più lontano dalla sfera dei diritti negativi e  sono stati invece sempre più attratti dall’influenza di quelli positivi, i cosiddetti “diritti sociali”: i quali non sono altro che rivendicazioni sulle risorse detenute dagli altri.  Il diritto sociale di Tizio imporrebbe cioè un corrispondente dovere degli altri di corrispondere i mezzi necessari a soddisfare la sua richiesta. Pertanto, nella misura in cui tali attribuzioni sono cresciute, le libertà come negativamente intese sono andate necessariamente eclissandosi.

L’apice

Ironia della sorte, nelle odierne “società  di redistribuzione”, in cui i governi hanno il loro bel da fare ad intermediare per via politica le risorse, ricorrendo a svariate centinaia di programmi distinti, è ben difficile che qualcuno ne possa trovare giovamento. Coloro che, in qualche modo, riescono ad ottenere qualcosa di apprezzabile in virtù del funzionamento di queste logiche redistributive, devono regolarmente rassegnarsi a cedere molto di più, quale contropartita, in conseguenza del gravame fiscale cui sono soggetti.  In aggiunta, poiché molte delle conseguenze innescate dall’intermediazione politicizzata dei redditi scontano la tara condivisa dell’impoverimento generalizzato della società, anche coloro che, prima facie, sembrano uscir vincitori dalla riffa redistributiva, per il fatto di essersi accaparrati una fetta di torta senz’altro interessante, si ritroveranno, loro malgrado, a mangiarne una fetta più piccola di quanto, in assenza di interventi distorsivi, sarebbe stato invece possibile ottenere. In buona sostanza, solo la classe politico-burocratica – ovvero coloro i quali costituiscono lo Stato – possono attendersi, senza tema di smentite, di guadagnarci da tutto ciò, posto che ogni nuovo programma di intervento amplia il numero degli ufficiali pubblici collocabili, insieme al budget rivendicato dall’organizzazione burocratica per assolvere i nuovi incarichi.

Nella società  redistributiva, la gente non solo è più povera, ma risulta anche meno soddisfatta, meno responsabile, più rancorosa e politicizzata. Gli individui partecipano con molta meno frequenza alle attività di volontario promosse a livello della comunità, ma sono senz’altro più attivi nel partecipare ad aspre contese politiche. Le comunità autentiche non possono respirare l’atmosfera ammorbata e mefitica tipica dei contesti redistributivi. Ma ancor più importante, la società che concede al suo governo di porre in essere dei processi redistributivi sempre più vasti sacrifica ineluttabilmente gran parte della propria libertà.

Da ultimo, si deve riconoscere che, nonostante qualcuno la consideri come  una sorta di istituzionalizzazione della solidarietà, la società basata sulla redistribuzione annienta la virtù genuina. La redistribuzione dei redditi realizzata per via della coercizione statale è una forma di furto. I suoi fautori cercano di mascherare la sua reale natura, asserendo che le procedure democratiche le conferiscono la necessaria legittimità. Ma tale giustificazione è del tutto capziosa. Il furto resta tale sia se compiuto da un ladro solo, che da 100 milioni di ladri che agiscono di concerto. Ed è praticamente impossibile fondare una buona società sulla istituzionalizzazione del furto.

Articolo di Robert Higgs su The Independent Institute

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

Note:

[6] Thomas, “Bipartisan Panel.”

[7]  James L. Payne, “Inside the Federal Hurting Machine,“ The Freeman, March 1994, p. 127.

[8]  “The Federalist No. 44,“ in The Federalist (New York: Modem Library, n.d.), p. 291.