La Chiesa e il Mercato: capitolo 1, parte I

Prima parte del capitolo 1 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri.

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I. In difesa dell’economia

Uno degli aspetti caratteristici del pensiero cattolico che si è sviluppato nel corso dei secoli è rappresentato dall’enfasi posta sulla ragione. La mente umana, secondo questa tradizione, è capace di comprendere un mondo regolato da un ordine che esiste al di fuori di essa. L’uomo è in grado di astrarre “concetti universali” dagli innumerevoli oggetti e dati sensoriali che gli si manifestano, e portare così ordine nel caos dei soli dati, al di sopra del quale i semplici bruti non potranno mai elevarsi.

Nella Bibbia e nei testi dei Padri della Chiesa la regolarità con cui si verificano i fenomeni naturali viene indicata come un riflesso della bontà, della bellezza e dell’ordine di Dio. Infatti, se il Signore «ha ordinato le meraviglie della sua sapienza», questo è solo perché «egli è da sempre e per sempre» (Siracide 42,21). «Il mondo», scrive Stanley Jaky riassumendo la testimonianza del Vecchio Testamento, «essendo opera di una Persona sommamente raziocinante, è dotato di legittimità e di scopo.» Questa legittimità è visibile tutt’intorno a noi. «Il regolare avvicendarsi delle stagioni, l’infallibile corso delle stelle, la musica delle sfere, il movimento delle forze della natura secondo un ordine prestabilito, sono tutti opera di quell’Uno nel quale soltanto si può confidare incondizionatamente.» Lo stesso vale per i riferimenti di Geremia al costante ripetersi dei raccolti come dimostrazione della bontà di Dio, o il parallelo che egli traccia «fra l’infallibile amore di Yahweh e le regole eterne tramite le quali Egli ha fissato il corso delle stelle e l’avvicendarsi delle maree.» 1

T.E. Woods, La Chiesa e il Mercato - Ed. LiberiLibriDio e la Bibbia sono anche teleologici: le cose, cioè, hanno uno scopo. Non sta all’uomo definire, ad esempio, quali sono gli scopi del matrimonio e della sessualità secondo il suo arbitrio; Dio punisce gli uomini che sostituiscono il loro capriccio all’ordine e allo scopo che Egli ha infuso nella Sua Creazione. I cattolici in generale non hanno considerato la volontà di Dio come assolutamente insondabile, o le sue leggi morali fondamentalmente arbitrarie. Alcune azioni non erano buone soltanto perché Dio aveva detto così, ma Dio aveva detto così perché esse erano buone. Pertanto, sia nel mondo fisico che in quello della dottrina morale, Dio era la quintessenza dell’ordine e della razionalità.

Durante il XVIII secolo alcuni pensatori, colpiti dall’elegante regolarità dei fenomeni naturali e dall’ordine magnifico che Isaac Newton aveva descritto nel mondo fisico, rivolsero il loro sguardo al mondo sociale in cerca di leggi simili. E difatti, come ci dice Ludwig von Mises, i fondatori dell’economia politica percepirono «regolarità nel modo di operare del mercato». Gli esseri umani si resero conto «con sorpresa che le loro azioni potevano essere esaminate da punti di vista diversi da quello del giudizio morale. Furono costretti a riconoscervi una regolarità, che paragonarono a quella che era loro già familiare nel campo delle scienze naturali».2 Le analogie con le scienze naturali furono presto tracciate. Come ha spiegato Josiah Tucker, «si può pensare che la Circolazione del Commercio proceda dall’Impulso di due distinti Principî d’Azione nella Società, analoghi alle forze Centrifughe e Centripete del Sistema Planetario». Adam Smith si rifece a questo stesso modello quando descrisse i prezzi come se fossero «in continua gravitazione, se così si può dire, verso il prezzo naturale».3

Sebbene l’origine di ciò che si potrebbe chiamare pensiero economico vada collocata molto prima dell’Illuminismo, il tentativo di ridurre a sistema le osservazioni dell’attività economica dando vita a una disciplina coerente ha rispecchiato al meglio la vita intellettuale del XVIII e XIX secolo. I pensatori di quell’epoca videro che nell’economia di mercato agivano armonie naturali, e conclusero che i tentativi sconsiderati per incrementare il benessere economico di certi gruppi attraverso interventi governativi erano destinati ad avere conseguenze deleterie, spesso esattamente opposte ai desiderî di quanti li appoggiavano. Come rileva Mises, molti di questi studiosi riconoscevano la mano della divina provvidenza nella bellezza ordinata e nell’armonia create dal libero mercato e dalla divisione del lavoro – un supplemento dell’ordine che regnava nel mondo fisico che san Paolo e la teologia cattolica tutta avevano sempre indicato come prova dell’esistenza e della bontà di Dio. I pensatori del XVIII secolo considerarono la regolarità dei fenomeni naturali come una «emanazione dei decreti della Provvidenza». E quando scoprirono il prevalere di un’identica regolarità di fenomeni anche nell’azione umana e nella sfera economica, «furono ugualmente pronti a interpretarlo come evidenza della cura paterna del Creatore dell’universo». «Osservate il funzionamento del sistema di mercato», disse un liberale classico, «e scoprirete in esso la mano di Dio.»4

Un economista liberale del XIX secolo diventato un classico, Frédéric Bastiat, ha descritto le conseguenze di questa intuizione nel suo Armonie economiche, pubblicato postumo:

Perché, se ci sono leggi generali che agiscano indipendentemente dalle leggi scritte, e di cui queste non debbano se non regolare l’azione, bisogna studiare quelle leggi generali; esse possono essere l’oggetto di una scienza, e l’economia politica esiste. Se al contrario la società è un’invenzione umana, se gli uomini non sono che materia inerte, ai quali un gran genio, come dice Rousseau, debba dare il sentimento e la volontà, il movimento e la vita, allora non c’è l’economia politica; non c’è che un numero indefinito di ordinamenti possibili e contingenti, e la sòrte delle nazioni dipende dal fondatore, al quale il caso avrà affidato i loro destini.5

La metodologia dell’Economia austriaca aspira appunto a scoprire queste leggi e a fondarle su una base teoretica valida. Fu sufficiente la semplice affermazione che tali leggi esistono, perché la Scuola austriaca si trovasse, a cominciare dalla fine del XIX secolo, in forte contrasto filosofico con la Scuola storica tedesca. Quest’ultima Scuola, della quale facevano parte Adolf Wagner, Karl Knies, Gustav Schmoller e Werner Sombart, respingeva l’idea di una legge economica universalmente valida che non ammettesse eccezioni fra i diversi paesi e attraverso le epoche; e pertanto negava in effetti la possibile esistenza dell’economia come tale. I suoi rappresentanti rifiutavano persino concetti universalmente accettati come la domanda e l’offerta.6 Così il famoso Methodenstreit, o dibattito sul metodo, che sotto una forma o l’altra è arrivato fino ai giorni nostri, ebbe inizio alla fine del XIX secolo, quando Carl Menger sostenne, contrariamente a quanto affermato dalla Scuola storica tedesca, che la legge economica era qualcosa di universale e di accessibile alla ragione.7

Nel suo tentativo di individuare e stabilire queste leggi, per prima cosa Mises rifiutò il presupposto che l’economia dovesse essere modellata sulla fisica e sulle scienze dure. L’esistenza stessa della libertà di scelta e del libero arbitrio precludeva la possibilità di basare l’analisi sociale su tale modello, dal momento che gli esseri umani sono fondamentalmente diversi dagli oggetti inanimati. Non è possibile studiare l’interazione sociale allo stesso modo in cui studieremmo la traiettoria di un proiettile, dal momento che il comportamento di quest’ultimo, privo di ragione e di volontà, avviene in maniera tale da poter essere previsto con esattezza dallo studioso di scienze naturali. La stessa cosa non si applica al comportamento degli esseri umani. Diversamente dalla fisica, nell’azione umana non esistono costanti.8

Non sorprende, quindi, l’affermazione di Mises secondo cui il potere predittivo dell’economia era comparativo e non assoluto – in altre parole, mentre la teoria economica può dirci che un incremento del 10% dell’offerta di moneta tenderà a far lievitare i prezzi più di quanto sarebbe stato altrimenti, non può dirci però l’ammontare preciso di quest’aumento. Non può dire se i prezzi aumenteranno del 10%, o del 5%, o del 3% ogni volta che l’offerta di moneta aumenta del 10%. In questo senso gli esseri umani non si prestano all’esattezza matematica.9 Quindi la tendenza degli economisti a ricorrere al modello matematico, che è aumentata rapidamente nel corso del XX secolo e che ha reso le riviste specializzate quasi illeggibili, non sarebbe stata vista di buon occhio da Mises. Quasi a voler sottolineare il concetto, Mises non ha inserito una sola equazione, diagramma, o grafico in tutte le 900 pagine del suo straordinario trattato di economia, L’azione umana.

Prasseologia

L’economia, ha detto Mises, è il settore meglio sviluppato di una scienza più ampia che studia l’azione umana, conosciuta come prasseologia. La prasseologia parte da un assioma che è sicuramente incontestabile: gli esseri umani agiscono. Da questo punto di avvio basilare Mises, Murray N. Rothbard e altri seguaci della Scuola austriaca hanno preso le mosse per desumere un intero edificio di verità economica. Dovremo perciò esaminare come si pone questa affermazione originale, sulla quale poggia la verità delle conclusioni che ne derivano.

Molto è stato scritto sul modo in cui Mises e Rothbard hanno giustificato l’assioma dell’azione. Mises lo ha fatto basandosi su premesse kantiane, sostenendo che questa verità circa l’azione umana era un esempio dell’a priori sintetico di Kant: affermazione che, precedendo l’esperienza, è al tempo stesso sostanziale e vera. Rothbard, invece, ha adottato un approccio diverso. «La mia posizione epistemologica si basa su Aristotele e san Tommaso», ha spiegato; e pertanto essa era ampiamente empirica, in quanto fondata su una generalizzazione ragionata tratta dalla costante testimonianza dell’esperienza sensoriale.10 Entrambi gli autori sono d’accordo sul fatto che il tentativo di negare l’esistenza dell’azione umana si confuta da solo, dal momento che la stessa negazione costituisce un’azione.

Avendo stabilito la verità dell’assioma dell’azione umana, Mises procede oltre e, con l’aiuto di alcuni postulati supplementari derivati dall’esperienza (come la disutilità del lavoro – cioè che gli individui preferiscono il tempo libero al lavoro), deduce l’intero edificio del pensiero economico. È attraverso l’analisi dell’azione umana che si struttura la prasseologia. Per mostrare come opera il metodo prasseologico, descriveremo alcune delle implicazioni dell’azione umana.

L’azione umana, dice Mises, «è un tentativo di sostituire uno stato di cose più soddisfacente a uno meno soddisfacente».11 Per avvalorare l’analisi di Mises, possiamo rivolgerci a san Tommaso.12 San Tommaso osserva, nella sua Somma contro i Gentili, che «ogni agente tende nel suo agire verso un fine», che «tutto ciò che agisce lo fa per un fine». L’indifferenza fra più alternative, dice Tommaso, non dà origine all’azione: «Ma chi è indifferente a più cose non si volge a compiere più l’una che l’altra: ed ecco perché chi è indifferente verso due alternative non segue nessun effetto, se non viene determinato in un dato senso. Dunque sarebbe impossibile che agisse.»13

Dal momento che l’uomo agisce per un fine, come dice Tommaso, la sua azione comporta il passaggio da una situazione meno soddisfacente a una più soddisfacente. «La situazione meno soddisfacente», spiega Gabriel Zanotti, autore di uno studio sulle basi tomistiche della prasseologia, «è la situazione di privazione che determina l’azione dell’agente, e la situazione più soddisfacente è il raggiungimento del fine – che così implica un passaggio dalla potenzialità all’azione».14

L’azione umana, inoltre, comporta una scelta: il tempo a disposizione dell’uomo, le sue risorse, il suo stesso corpo sono inadeguati e così, agendo, egli deve scegliere di impiegare l’una o l’altra di queste cose. L’atto stesso di scegliere, inoltre, implica il concetto di costo, dal momento che, scegliendo di fare una cosa, l’uomo deve rinunciare alle possibili alternative. Ciò implica che egli possiede una scala ordinale di obiettivi che si manifesta nell’azione. Le scelte disponibili cui egli rinuncia sono collocate nella sua scala di valori a un livello più basso di quella che egli effettivamente opera. Com’è naturale, l’uomo persegue l’obiettivo che ha per lui maggior valore.15 Se questa sua mira dovesse per qualche motivo diventare impossibile, egli perseguirà il suo secondo obiettivo di maggior valore, e così via.

Da questa breve analisi possiamo già vedere come mai gli esponenti della Scuola austriaca hanno sempre insistito tanto sui concetti di valore soggettivo e natura soggettiva dei costi. Mentre possiamo constatare che un uomo preferisce a a b perché lo osserviamo manifestare questa sua preferenza attraverso l’azione – quando egli effettivamente sceglie a invece di b – non possiamo conoscere l’intensità di questa sua preferenza. È impossibile per gli esseri umani quantificare con esattezza l’intensità dei loro desiderî; al massimo possono parlare in termini di: molto di più, un po’ di più, e così via (e anche in questo caso, tali valutazioni non sono raffrontabili tra i vari individui). Le graduatorie di valore degli esseri umani non consistono di scale cardinali ma di scale ordinali – ad esempio primo, secondo, e terzo obiettivo di maggior valore.

Forse ci sorprenderà, ma in questo modo abbiamo già dedotto la legge dell’utilità marginale decrescente; tutto quello che dobbiamo fare ora è rendere esplicita questa deduzione. La legge può essere enunciata in modo semplice: l’utilità (marginale) di ogni unità aggiuntiva dell’offerta omogenea di un bene diminuisce proporzionalmente all’incremento dell’offerta dell’unità stessa.16 (Detto in maniera più semplice anche se meno precisa, più acqua ho, minore è l’urgenza con cui ne desidero dell’altra). Questa conclusione deriva direttamente da ciò che abbiamo detto fin qui dal momento che, secondo la sua scala ordinale di valori, l’uomo metterà al primo posto quell’unità di un bene che soddisfa il suo bisogno più urgente. La seconda unità, quindi, sarà meno desiderata in quanto soddisfa un bisogno non sentito con altrettanta urgenza di quello al cui soddisfacimento era diretta la prima unità. Altre unità, essendo destinate a scopi anche meno urgenti, saranno valutate proporzionalmente meno. (Notate che in nessun punto di questa dimostrazione Mises o qualsiasi altro prasseologo fa ricorso a spiegazioni basate sulla sazietà psicologica o fisiologica per corroborare la legge.17 L’intera dimostrazione è un’elaborazione rigorosamente logica delle implicazioni della scelta umana.)

Supponiamo, ad esempio, che nella mia scala di valori circa l’uso dell’acqua io utilizzi la mia prima unità di acqua per bere, la seconda unità per fare il bagno, la terza per annaffiare le piante, la quarta per lavare l’auto, e così via. Se ho a disposizione quattro unità d’acqua e per qualche motivo devo rinunciare ad una di esse, non faccio a meno di bere. Evito semplicemente di usare una delle tre unità di acqua rimanenti con cui avrei potuto soddisfare lo scopo meno urgente se avessi avuto a disposizione anche la quarta (o marginale) unità – cioè a dire, faccio a meno di lavare l’auto.

Tutte queste informazioni determinano, a loro volta, l’andamento delle curve della domanda e dell’offerta usate in tutta l’economia classica. La legge dell’utilità marginale stabilisce che la domanda di un particolare bene da parte di una persona diminuisce con ogni ulteriore unità (perché ogni ulteriore unità verrà applicata a un obiettivo di minor valore); ne consegue, pertanto, che è solo a prezzi sempre più bassi che una persona sarà disposta ad acquistare più unità di quel bene. E, in effetti, più denaro la persona spende per quel bene, maggiore sarà l’utilità marginale della minore riserva di contante che gli rimane, fattore questo che contribuisce a sua volta al decrescente desiderio da parte di un individuo di possedere altre unità di quel bene. La curva della domanda di un particolare bene sarà, quindi, discendente verso destra – cioè, quando la quantità di beni acquistati aumenta, il prezzo che si è disposti a pagare diminuisce. La curva che rappresenta la domanda totale di questo bene, in quanto sommatoria delle curve della domanda di tutti gli individui, avrà anch’essa un andamento decrescente verso destra. La curva verso l’alto, o ad andamento crescente dell’offerta, è la conseguenza di considerazioni ugualmente soggettive. Il venditore di un bene ha di fronte a sé tre opzioni: consumare il bene personalmente, venderlo sùbito, e venderlo in futuro. Più unità vende, maggiore sarà l’utilità delle unità rimanenti destinate ad usi diversi dalla vendita immediata, e pertanto più alto sarà il prezzo che egli domanderà per disfarsi di queste altre unità.18 (Dal momento che molto spesso i venditori non sanno cosa farsene dei beni che vendono e quindi questi beni, come direbbe Carl Menger, non hanno quasi nessun valore d’uso ma posseggono solo valore di scambio, la curva dell’offerta può facilmente essere rivolta verso l’alto). Data questa analisi, ne consegue necessariamente che un aumento legalmente imposto dei tassi salariali indipendentemente da un’aumentata domanda di manodopera (che a sua volta è collegata alla produttività della manodopera) condurrà alla disoccupazione, poiché il numero dei lavoratori aumenterà mentre i posti di lavoro disponibili saranno di meno. La curva decrescente della domanda che abbiamo sopra descritto ci dice che in presenza di un salario più elevato il numero di lavoratori richiesti sarà minore. (Per dirla più precisamente, un tasso salariale aumentato artificialmente condurrà ad una disoccupazione maggiore di quanta ce ne sarebbe stata in assenza dell’intervento governativo, dal momento che forze di compensazione, come gli aumenti della produttività, potrebbero in qualche misura controbilanciare, neutralizzare del tutto, o persino sconfiggere gli effetti dell’aumento salariale.)

Dal momento che questi principî (e molti altri che chi è interessato può scoprire nei grandi trattati di Mises e di Rothbard) vengono stabiliti sulla base di una deduzione logica che parte da un assioma inconfutabile, essi sono, per usare le parole di Mises, apoditticamente veri. Non si possono falsificare con l’esperienza. La legge economica non viene smentita se non si osserva alcun cambiamento nella disoccupazione dopo aver portato il salario minimo a 25 dollari l’ora. Possiamo soltanto dire che la disoccupazione è più alta di quanto sarebbe stata in assenza del salario minimo.

Mises sostiene che la prasseologia e la storia costituiscono le due branche principali della scienza dell’azione umana, e sono concettualmente distinte l’una dall’altra. La storia «non può insegnarci regole, principî o leggi generali».19 In realtà è solo grazie alla solida teoria che la prasseologia ci fornisce che possiamo dare un senso alla storia. Senza una qualche teoria coerente, osserva HansHermann Hoppe, è impossibile attribuire un senso ai dati empirici. Una società era prospera grazie alle leggi che regolamentavano la sua economia, o nonostante queste? Una società socialista ha fatto registrare un declino del livello di vita perché lo Stato possedeva i mezzi di produzione, o nonostante questo fatto? Non vi è nulla nei dati storici in sé che possa fornire risposte inconfutabili a queste domande, e quindi se non possediamo una qualche teoria con la quale interpretare gli eventi storici, in casi del genere dobbiamo rassegnarci a discussioni senza fine sul modo in cui andrebbero interpretati i dati.20 Mises riassunse la questione affermando che gli enunciati e i postulati della prasseologia «non sono derivati dall’esperienza. Sono degli a priori come quelli della logica e della matematica. Sia sul piano logico che su quello temporale essi sono antecedenti a qualsiasi comprensione dei fatti storici, e pertanto requisito necessario per afferrare concettualmente qualsiasi evento storico».21 Il sistema di Mises, quindi, equivale a un massiccio attacco sferrato contro il positivismo logico, secondo il quale solo le affermazioni comprovate dall’esperienza possono fornirci una conoscenza genuina.

Thomas E. Woods Jr.

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NOTE:

1  Stanley L. Jaki, Science and Creation: From Eternal Cycles to an Oscillating Universe, Scottish Academic Press, Edimburgo 1986, p.150. Jaki prosegue: «Va considerato l’abbinamento tra la ragionevolezza del Creatore e la costanza della natura, perché è proprio in esso che si possono rintracciare le origini del concetto dell’autonomia della natura e delle sue leggi.» Cfr. Salmi 8,4; 19,3-7; 104,9; 19; 148,3; 6; Ger. 5,24; 31,35.

2  Ludwig von Mises, «Social Science and Natural Science», in Money, Method, and the Market Process: Essays by Ludwig von Mises, R.M. Ebeling (a cura di), Kluwer, Boston 1990.

3  Roy Porter, The Creation of the Modern World: The Untold Story of the British Enlightenment, W. W. Norton, New York 2000, p. 387.

4  Ludwig von Mises, L’azione umana. Trattato di economia, trad. it. di T. Biagiotti, UTET, Torino 1956, p. 234. Il libro è stato originariamente pubblicato dalla Yale University Press nel 1949.

5  Frédéric Bastiat, Armonie economiche, trad. it. di Francesco Ferrara, UTET, Torino 1945. Corsivo nell’originale. Debbo questo rimando a Jeffrey Herbener.

6  David Gordon, The Philosophical Origins of Austrian Economics, Ludwig von Mises Institute, Auburn 1993, p. 8.

7  Ludwig von Mises, The Historical Setting of the Austrian School of Economics, in Autobiografia di un liberale, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996; vedere anche D. Gordon, The Philosophical Origins of Austrian Economics, cit.

8  Vedere Ludwig von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science: An Essay on Method, D. Van Nostrand, Princeton 1962; idem, Problemi epistemologici dell’economia, Armando, Roma 1988.

9  Jörg G. Hülsmann, «Facts and Counterfactuals in Economic Law», in Journal of Libertarian Studies, 17, inverno 2003, p. 86.

10  Murray N. Rothbard, «In Defense of Extreme Apriorism», in Southern Economic Journal, 3 gennaio 1957, pp. 314-320.

11  L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 93.

12  Dopo aver discusso l’azione umana, il professor Gabriel Canotti passa a sostenere che: «La metafisica e l’antropologia di san Tommaso rappresentano le basi filosofiche più adatte per fare da fondamento alla descrizione dell’azione umana così individuata.» G. J. Zanotti, «Fundamentos Filosóficos Epistemológicos de la Praxeología», in Libertas, 13, ottobre 1990.

13  Tommaso d’Aquino, Somma contro i Gentili, trad. it. di Sante Centi, ESD, Bologna 2001, vol.II, p.15. Vedere anche G.J. Zanotti, «Misesian Praxeology and Christian Philosophy», in Journal of Markets and Morality, 1 marzo 1998.

14  G. J. Zanotti, «Fundamentos Filosóficos y Epistemológicos de la Praxeología», cit.

15  Ci porterebbe troppo lontano approfondire quanto sostengono i critici della prasseologia, cioè che il punto fatto da Mises è una pura e semplice tautologia – ovvero che noi scegliamo di compiere l’azione che è in cima alla nostra lista, e l’azione che è in cima alla nostra lista è quella che scegliamo di compiere. Ci limitiamo ad osservare che persino nel caso in cui l’affermazione di Mises fosse tautologica (e io non credo lo sia), questo non sarebbe affatto un argomento decisivo contro di essa, dal momento che le tautologie possono a loro volta rivelarsi utili per chiarirci le idee. Analogamente, ad esempio, alcuni filosofi sostengono che l’intera matematica costituisca un’unica grande tautologia, dal momento che le risposte a tutti i problemi sono essenzialmente implicite una volta che siano stati compresi i concetti più elementari. Ma certo nessuno potrebbe affermare che la matematica non è utile, o che non contribuisce alla nostra conoscenza. Cfr. L. von Mises, L’azione umana, cit., p.38.

16  Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State: A Treatise on Economic Principles, Ludwig von Mises Institute, Auburn 1993 [1962], p. 270.

17  L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 119 ss.

18  Thomas C. Taylor, An Introduction to Austrian Economics, 
Ludwig von Mises Institute, Auburn 1980.

19  L. von Mises, L’azione umana, cit., p.40; citato in L.H. White, «The Methodology of the Austrian School Economists», disponibile su <www.mises.org/mofase.asp>, 4 luglio 2004. Questa affermazione sembrerebbe contraddire la giustificazione che Rothbard dà all’assioma dell’azione ritenendolo ampiamente empirico. Ma le due posizioni si possono conciliare. Rothbard si limita a dire che la verità prasseologica fondamentale dell’esistenza dell’azione umana può essere derivata dall’esperienza. Ma si allineerebbe con Mises nel respingere l’idea che l’esperienza possa in qualche modo contraddire o falsificare una legge prasseologica.

20  H.-H. Hoppe, Democrazia, il dio che ha fallito, trad. it. di A. Mingardi, Liberilibri, Macerata 2006, pp.13-17.

21  L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 31.