La Chiesa e il Mercato: capitolo 1, parte II

Seconda parte del capitolo 1 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri.

* * *

I cattolici e l’economia austriaca

Inutile dire che in tutto ciò si ravvisano molti elementi che i cattolici dovrebbero trovare congeniali. L’approccio austriaco all’economia rifiuta lo scientismo che si è insinuato in tante discipline e, a dire il vero, praticamente in tutta l’economia; invece, gli esponenti di questa Scuola insistono su una metodologia che rispetti l’unicità dell’uomo come creatura dotata di libero arbitrio. Inoltre essi postulano l’esistenza di un universo ordinato che la ragione, correttamente esercitata, è in grado di comprendere. E rifiutano l’argomentazione secondo cui l’unico tipo di conoscenza significativa è quella derivata dall’induzione e dalla ricerca empirica proprie del metodo scientifico.

Purtroppo capita spesso che quanti proclamano a gran voce la loro opposizione all’Economia austriaca e sostengono con più insistenza la sua incompatibilità con il Cattolicesimo sono proprio coloro che ne sanno di meno. Non molto tempo fa, ad esempio, John Sharpe, direttore di una casa editrice specializzata in libri sulla dottrina sociale cattolica, ha descritto «questa infatuazione per l’Economia austriaca» come «uno strano fenomeno fra i cattolici». È quasi certo che quando fece tale affermazione non aveva letto praticamente niente di Mises o di Rothbard. Tuttavia, si è sentito qualificato a concludere:

T.E. Woods, La Chiesa e il Mercato - Ed. LiberiLibriMolti critici del distributismo citano ripetutamente le parole di Murray Rothbard, di Ludwig von Mises e di altri esponenti della Scuola austriaca a difesa della loro posizione […] Gli economisti austriaci non erano altro che dei liberali che seguivano da vicino i Fisiocrati francesi e gli Economisti politici liberali inglesi. Si opponevano al socialismo non perché esso viola la legge naturale come viene insegnata dalla vera filosofia e confermata dalla Rivelazione, ma perché è meno efficace nel produrre la ricchezza materiale di quanto non sia il libero mercato.22

Nessuno che avesse mai letto qualcosa di Mises, o specialmente di Rothbard, avrebbe potuto fare un commento del genere. Non troviamo nell’autore la minima conoscenza delle idee basilari della Scuola austriaca di economia, per non parlare della distinzione fra questa Scuola e quella di Chicago (quest’ultima pone effettivamente grande enfasi sull’“efficienza” economica). San Tommaso d’Aquino si prendeva il disturbo di comprendere le argomentazioni dei suoi oppositori per poterli confutare meglio. Egli diede prova di altrettanta benevolenza anche quando ebbe a che fare con le argomentazioni di eretici dichiarati. Sicuramente abbiamo il diritto di aspettarci che i nostri amici cattolici, prima di lanciare simili attacchi, si rendano parimenti edotti sull’argomento del contendere.

Mises, naturalmente, indicò quali erano le inefficienze del socialismo, ma il motivo per cui questo dovrebbe renderlo sospetto è tutt’altro che chiaro: persino Aristotele accennò implicitamente all’inefficienza del socialismo quando parlò della maggiore cura che dedichiamo a un bene che ci appartiene. L’accento posto dagli economisti sull’“efficienza economica” viene citato abitualmente come prova del loro scarso senso etico – non sanno che nella vita esiste qualcosa di più importante dell’efficienza pura e semplice? Eppure indubbiamente l’efficienza rappresenta un valore. Significa semplicemente evitare lo spreco. Ogni ipotesi di gestione delle cose della terra da parte dell’uomo deve inevitabilmente includere la preoccupazione di evitare lo spreco. Come lo storico Ralph Raico ha fatto osservare, è positivo che i capitalisti del XVIII secolo fossero tanto impegnati in materia di taglio dei costi e di efficienza come sostengono i loro recensori dei nostri giorni, dal momento che in una società povera come la loro ogni spreco si verificava a spese del benessere della grande massa della popolazione.

Inoltre, l’argomentazione economica di Mises contro il socialismo andava ben oltre la pura questione dell’efficienza nell’accezione in cui quel termine è comunemente inteso. La sua demolizione intellettuale del socialismo rappresenta un lavoro di tale genialità che è difficile immaginare come un cattolico intelligente possa liquidarlo semplicemente come un prodotto del “liberalismo” che non è degno della sua attenzione.

Il problema del calcolo socialista

L’argomentazione di Mises si potrebbe spiegare come segue. L’esistenza di un prezzo nominale per i mezzi di produzione – le materie prime, i macchinari, lo stabilimento vero e proprio e simili – permette agli imprenditori di calcolare profitti e perdite. Un’azienda ottiene un profitto se vendendo il suo prodotto ricava più di quanto spende per gli input che entrano a far parte del suo ciclo di produzione. Il profitto è la spia che dice all’azienda se ha impiegato risorse in conformità con i desiderî dei consumatori, prendendo materie prime valutate meno e trasformandole in prodotti finiti cui i consumatori danno maggior valore – e che apprezzano più dell’uso di quelle materie prime in processi di produzione alternativi.23 Questi dati aiutano gli imprenditori nel loro compito di valutare le situazioni a venire e di portare avanti piani di produzione che si conformino a quello che sarà il livello dei prezzi futuri da loro previsto.

In un’economia naturale, inoltre, abbiamo a che fare con input e output intrinsecamente non misurabili – per esempio, non esiste un modo non arbitrario di paragonare legno e gomma. I prezzi nominali permettono di quantificare beni non misurabili nei termini di un’unità comune, ossia di un’unità monetaria (che, idealmente, rappresenta un certo peso in oro), rendendo così possibile il calcolo economico. Inoltre, quasi ogni bene è passibile di una miriade di impieghi, e potrebbe essere usato in molte diverse linee di produzione e in combinazione con molti potenziali fattori di produzione complementari. I prezzi nominali tendono a indirizzare questi fattori di produzione verso quegli impieghi nei quali si avverte più urgentemente il loro bisogno.

Immaginiamo, ad esempio, il caso di un produttore di apparecchi stereofonici. Per l’involucro di uno stereo potrebbe essere usata una vasta gamma di materiali, dalla plastica al platino. Dal momento che è relativamente raro, il platino ha un prezzo elevato – il che dice agli imprenditori che, se stessero progettando di usare il platino, farebbero meglio a utilizzarlo per qualcosa di molto importante per non correre il rischio di sottrarlo a qualche altra industria per la quale esso rappresenta uno dei pochi materiali in grado di rendere redditizio il processo di produzione.24 L’alto prezzo del platino, un prezzo che il produttore di stereo quasi certamente non può permettersi di pagare, è una conseguenza del fatto che il platino è richiesto con maggiore urgenza in altri settori dell’economia, e la sua redditività in questi ultimi consente a chi lo usa di far salire il prezzo a un punto tale per cui non è più praticabile per un fabbricante di stereo entrare in competizione per approvvigionarsi di questa materia prima difficile da reperire.

Il produttore di stereo con tutta probabilità non sa esattamente perché il prezzo del platino è così alto, o quale altro uso importante questo materiale possa avere nell’economia tanto da farne salire il prezzo al punto da sottrarlo a lui. Tutto quello che sa è che il platino è costoso – e perciò adatta il suo piano di produzione di conseguenza. Deciderà di usare altri materiali, come la plastica, il cui uso è reso più praticabile e conveniente dalla maggiore abbondanza e/o dalla minore esigenza avvertita in altri settori. Ogni giorno vengono prese moltissime decisioni di questo tipo nel campo della produzione con l’aiuto del sistema dei prezzi e senza che i produttori coinvolti sappiano qualcosa delle condizioni economiche generali che determinano i prezzi stessi.

Ora, i prezzi sono il risultato della continua interazione fra acquirenti e venditori che si scambiano la rispettiva proprietà privata. Ma se è lo Stato a possedere tutti i mezzi di produzione tale scambio non avviene, e quindi il processo che in un sistema capitalistico dà origine ai prezzi in questo caso semplicemente non esiste. Così, senza proprietà privata dei mezzi di produzione non vi possono essere prezzi per i beni capitale, e senza questi prezzi un comitato di pianificazione socialista si trova a brancolare letteralmente nel buio quando deve allocare le risorse.25 I pianificatori centrali debbono confrontarsi con l’«impossibilità di […] eseguire il calcolo del computo di profitti e perdite nel socialismo puro, che, a sua volta, rende loro impossibile effettuare le valutazioni imprenditoriali necessarie per dare significato ai profitti e alle perdite, e quindi per allocare razionalmente i fattori di produzione».26 Come ha osservato Murray Rothbard: «È precisamente questo ruolo centrale e vitale dell’imprenditore che fa le sue valutazioni, spinto dal desiderio di ricavare profitti ed evitare perdite, che non può essere svolto dal comitato di pianificazione socialista, per mancanza di un mercato dei mezzi di produzione. Senza tale mercato non esistono prezzi nominali autentici, e quindi l’imprenditore non ha elementi per calcolare e valutare in termini monetari cardinali.»27

In assenza di prezzi, il comitato di pianificazione socialista non dispone di uno strumento razionale per scegliere fra i modi praticamente illimitati in cui impiegare i vari fattori di produzione a sua disposizione. Di fronte a una scelta fra due semplici processi di produzione, uno che impiega dieci unità di acciaio e nove unità di gomma e l’altro che impiega nove unità di acciaio e dieci unità di gomma, i pianificatori socialisti non hanno modo di sapere qual è più efficace – cioè quale comporta un utilizzo più economico delle risorse rispetto agli usi alternativi al cui servizio quelle stesse risorse avrebbero potuto essere allocate. Per questa industria è meno dispendioso in termini economici globali usare il processo che richiede l’unità supplementare di acciaio o quello che richiede l’unità supplementare di gomma? Senza poter esprimere il valore di queste risorse attraverso un’unità comune (dollari, per esempio), non c’è modo in cui si possano fare razionalmente dei paragoni nel processo di valutazione imprenditoriale. Senza un sistema di prezzi non esiste modo di sapere se c’è urgentemente bisogno di una particolare risorsa in un settore o in un altro, o se l’impiego di questa risorsa nell’industria A rappresenta una netta perdita per l’economia, dal momento che potrebbe essere usata più efficacemente e razionalmente nell’industria B. L’industria B non ha modo di stornare risorse da settori in cui di queste si ha meno urgentemente bisogno, come invece le aziende che usavano il platino nell’esempio precedente erano in grado di stornare quella materia prima sottraendola ai produttori di apparecchi stereo.

Se questo problema esiste anche nel caso di processi di produzione relativamente semplici, possiamo immaginare cosa ne sarebbe di un’intera economia gestita in questo modo. Invece di dover decidere fra due processi, uno dei quali usa più acciaio e l’altro più gomma, immaginiamo la pianificazione di un’intera economia in cui occorre decidere tra una combinazione praticamente infinita di fattori di produzione, con centinaia di migliaia di variabili per ogni singola industria. In questo caso è inevitabile che l’intera economia venga gestita senza prendere minimamente in considerazione l’allocazione razionale delle risorse, dal momento che non esiste un meccanismo per eseguire questa allocazione. Ogni singola industria sarà quindi gestita in maniera inefficace e dispendiosa.

La grande intuizione di Mises andò ben oltre le tradizionali argomentazioni contro il socialismo. Erano in molti ad aver capito che si sarebbe verificato un problema di incentivi in un regime socialista, sistema organizzato secondo lo slogan marxista: «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità». In questo sistema un lavoratore particolarmente abile non ottiene speciali vantaggi dalla sua maggiore produttività; sarà semplicemente gravato di una quota di produzione maggiore per il futuro. È invece molto incentivata l’opzione di [auto]emarginarsi dall’economia ed enfatizzare le proprie “necessità”. Mises ha dimostrato che, anche se questo problema si potesse risolvere e se fosse possibile modificare in qualche modo la natura umana, il socialismo rimarrebbe sempre una catastrofe.

Un altro studioso ha riassunto bene il problema:

Dato, pertanto, l’infinito numero di rapporti di complementarietà e sostituibilità che esiste contemporaneamente fra i vari tipi di risorse produttive, una singola mente umana – anche se fosse miracolosamente dotata di completa e accurata conoscenza delle quantità e qualità dei fattori di produzione disponibili, delle tecniche più progredite per combinare e trasformare questi fattori in beni di consumo, e della scala di valori attribuita da ciascun individuo ai beni di consumo – sarebbe assolutamente incapace di determinare lo schema ottimale di allocazione delle risorse, o persino di stabilire se un determinato progetto si rivelerà assurdamente e distruttivamente antieconomico.28

Quindi, anche se si potesse disporre di tutte le informazioni di base, il calcolo economico sarebbe ancora impossibile per la mancanza di un metodo che consentisse agli imprenditori che guardano al futuro di paragonare il valore e il costo delle possibili linee d’azione.

Ovviamente non si tratta qui della classica argomentazione secondo cui il capitalismo è più efficiente del socialismo. La posizione di Mises è ben più significativa e profonda. Consideriamo, ad esempio, come questo autore descrive la scelta che la società deve effettuare tra l’adottare il socialismo o il capitalismo:

Il socialismo non può essere realizzato perché è al di sopra della capacità umana stabilirlo come sistema sociale. La scelta è tra il capitalismo e il caos. Colui che sceglie tra un bicchiere di latte e un bicchiere di soluzione di cianuro di potassio, non sceglie tra due bevande; sceglie tra la vita e la morte. Una società che sceglie tra capitalismo e socialismo non sceglie tra due sistemi sociali; sceglie tra la cooperazione sociale e la sua disintegrazione. Il socialismo non è un’alternativa al capitalismo; è l’alternativa a ogni sistema in cui gli uomini possono vivere come esseri umani. Sottolineare questo punto è compito dell’economia come è compito della biologia e della chimica insegnare che il cianuro di potassio non è un nutrimento ma un veleno mortale.29

Sicuramente c’è abbastanza spazio nella visione cattolica del mondo perché la genialità di Mises trovi posto fra le ragioni per cui un cattolico dovrebbe opporsi al socialismo. In passato, un certo numero di filosofi cattolici ha criticato alcuni sistemi filosofici che considerava sbagliati, affermando che la loro logica conseguenza era uno scetticismo evidentemente assurdo e che si contraddiceva da solo.30 In egual maniera, dal momento che il socialismo conduce allo sfascio della società, e dal momento che il benessere della società è ovviamente necessario per la prosperità dell’umanità, si potrebbe concludere che va anche rifiutato, o almeno considerato con profondo sospetto, qualsiasi sistema economico che tenda verso il socialismo.

Tuttavia, le critiche mosse da Mises al socialismo andavano ben oltre i suoi limiti economici; egli dimostrò anche come questo sistema minacciasse i fondamenti sociali e morali della società. In Socialismo (1922) l’economista austriaco avverte che i «progetti per trasformare i rapporti tra i due sessi hanno proceduto di pari passo con i piani per la socializzazione dei mezzi di produzione […] Assieme alla proprietà privata deve anche scomparire il matrimonio».31 I socialisti, prosegue Mises, hanno sfruttato la lotta sostenuta da alcuni uomini per tenere a bada l’istinto sessuale per prospettare una società in cui una simile lotta non sarebbe più necessaria. «C’era tanto più da aspettarselo in quanto molti riformatori sono stati dei nevrotici, vittime di un infelice sviluppo dell’istinto sessuale.»32

Dopo una difesa vigorosa del matrimonio, Mises muove una critica al femminismo. «“Abolendo” il matrimonio, non si renderebbe la donna né più libera né più felice; le si toglierebbe solo il contenuto essenziale della sua vita, e in cambio non le si offrirebbe niente.»33 Il femminismo, quando «attacca le istituzioni della vita sociale con la speranza di essere così in grado di rimuovere le barriere naturali», dimostra di essere «un figlio spirituale del socialismo. È infatti caratteristica del socialismo scoprire nelle istituzioni sociali l’origine di fatti di natura inalterabili, e pretendere, riformando queste istituzioni, di riformare la natura».34 Un’altra ragione ancora per opporsi al socialismo è, secondo Mises, che esso trascina con sé la rivoluzione sociale. Non occorre sottolineare che questa è una posizione molto diversa da quella che gli viene attribuita dal critico sunnominato, stando alla quale il grande economista austriaco si opponeva al socialismo semplicemente perché era economicamente meno efficiente.

Austria vs Chicago

Asserire che Murray Rothbard era contrario al socialismo per la sua inefficienza non potrebbe essere più lontano dalla verità. Infatti Rothbard è autore di un ben noto articolo intitolato «The Myth of Efficiency», nel quale mette in dubbio l’utilità analitica del concetto stesso di efficienza così come era stato interpretato dalla corrente neoclassica.35 Molta parte della sua carriera è stata dedicata a smascherare l’ingiustizia del socialismo e a dimostrare la fondatezza morale della proprietà privata; egli infatti ha rifiutato esplicitamente la funzione utilitarista del libero mercato.36 Era così impegnato sulla questione della giustizia, che si trovò spesso in contrasto con la cosiddetta Scuola di economia di Chicago, una scuola di pensiero collegata all’Università di Chicago le cui credenziali in materia di libero mercato Rothbard mise seriamente in discussione.

L’esempio classico della posizione giuridica ed economica della Scuola di Chicago, secondo la famosa descrizione datane da Ronald Coase, è quello del treno dal quale scaturiscono scintille che incendiano il raccolto di un contadino. (L’esempio risale al periodo precedente l’introduzione dei motori diesel.) A sostenere le spese di questo danno dovranno essere o il contadino o il treno. Sulla base della responsabilità assoluta, naturalmente, il contadino ha diritto alla proprietà in questione e quindi alla facoltà di goderne i frutti indisturbato. Il treno dovrebbe risarcirlo del danno subìto, o dotarsi di un qualche meccanismo che blocchi le scintille. Ma la Scuola di Chicago giunge a una conclusione basata sulla pura efficienza economica: il giudice dovrebbe pronunciarsi in modo tale da massimizzare la ricchezza globale.37

La Scuola austriaca ha contestato l’approccio della Scuola di Chicago su basi sia positive che normative. In primo luogo, ha evidenziato le difficoltà inerenti ogni tentativo di misurare l’efficienza senza incappare in raffronti di utilità di tipo interpersonale. Nel caso di scambi puramente volontari, possiamo essere certi che, ex ante, l’utile ricavato da ognuna delle parti in causa aumenta, visto che altrimenti lo scambio non avverrebbe. L’unico modo in cui si potrebbe giudicare “efficiente” un risultato imposto, sarebbe se sotto il profilo filosofico (per non parlare di quello morale) fosse legittimo sostenere che le perdite causate a una delle parti sono più che compensate dai guadagni ricevuti dall’altra e/o dalla società nel suo insieme. Dal momento che l’utilità è intrinsecamente soggettiva e incommensurabile, tali affermazioni non sono ammissibili.38

Alcuni economisti austriaci si sono anche dimostrati scettici nei confronti dell’affermazione di Coase secondo cui sarebbe desiderabile che i tribunali «fossero consapevoli delle conseguenze economiche delle loro decisioni «fino a quando ciò è possibile senza creare troppa incertezza del diritto».39 Fatto sta che adottare la linea di condotta di decidere una controversia sulla base della massimizzazione della ricchezza sociale invece che sulla base molto più diretta (e giusta) della responsabilità assoluta per i danni causati alla proprietà privata non fa che indebolire la sicurezza e la prevedibilità che un regime fondato sulla proprietà privata dovrebbe fornire, e rende la programmazione individuale molto più precaria e incerta.40 In questo modo si creerà inevitabilmente “incertezza del diritto”.

La cosa più importante da dire, comunque, è che gli economisti che appartengono alla tradizione austriaca hanno mosso una profonda critica morale all’intero approccio di Coase, sostenendo che non si dovrebbero compromettere i diritti di proprietà in nome di un qualsivoglia calcolo di massimizzazione della ricchezza, e che si dovrebbe rispettare la regola della responsabilità assoluta.41 (Gli esponenti di questa Scuola muovono tali critiche in veste di filosofi morali e non di economisti, un punto, questo, su cui torneremo quando parleremo dell’economia come scienza libera da giudizi di valore). Walter Block ha detto che è «dannoso e perverso violare quei diritti di proprietà che ci sono sommamente cari e preziosi nel tentativo sconsiderato di massimizzare il valore monetario di produzione».42

Non debbono esserci equivoci: gli economisti di Chicago dicono proprio questo. Nell’articolo originale in cui delineava questo approccio, Coase ha formulato il problema come segue:

Il problema viene comunemente pensato nel modo seguente: A infligge un danno a B, e ciò che deve essere deciso è come si dovrebbe porre un freno ad A. Ma questo è sbagliato, perché si sta trattando un problema di natura simmetrica. Evitare il danno a B significherebbe infliggere un danno ad A. La vera domanda da porre è: si dovrebbe permettere ad A di danneggiare B, o si dovrebbe permettere a B di danneggiare A? La questione è quella di evitare il più grave tra i danni. 43

Per rendersi conto di quanto Coase afferma, immaginiamo che il treno del nostro precedente esempio sia A e il contadino sia B. Il modo tradizionale di guardare alla questione, dice Coase, è quello di considerare il treno interamente responsabile dei danni causati al raccolto del contadino. Ma la “vera domanda da porre”, egli insiste, è se si dovrebbe permettere al treno di danneggiare il contadino (appiccando il fuoco al suo raccolto) o se si dovrebbe permettere al contadino di danneggiare il treno (chiedendogli l’installazione di un meccanismo che blocchi le scintille o il risarcimento dei danni subìti dall’incendio del raccolto). Bisogna evitare il “più grave tra i danni”, incoraggiando in un caso come questo i giudici a pronunciarsi dopo aver valutato le conseguenze economiche per la società nel suo complesso. A difesa di Coase, l’economista di Chicago Harold Demsetz afferma che «l’efficienza sembra non essere soltanto uno dei tanti criteri alla base del modo in cui concepiamo definizioni eticamente corrette dei diritti di proprietà privata, ma essere invece un criterio estremamente importante. Risulta difficile persino definire in modo non ambiguo qualsiasi altro criterio atto a stabilire cosa è etico [e cosa non lo è]».44 Ecco un’analisi dell’efficienza veramente estrema.

Il concetto di responsabilità assoluta sostenuto dagli Austriaci non prevede che la parte che subisce il danno venga legittimata al risarcimento quali che siano le circostanze. Sarebbe sicuramente assurdo se un tizio costruisse una casa nei pressi di una pista d’atterraggio e pretendesse dall’aeroporto il rispetto del suo diritto a vivere senza un rumore eccessivo. In un caso come questo Rothbard propone l’uso del concetto di “servitù”, in base al quale l’aeroporto, essendo sorto in quell’area prima degli altri edifici, ha diritto a una servitù di rumore corrispondente al livello di quello prodotto dalle normali operazioni che caratterizzano la sua attività. Un’emissione di rumore fino a questo livello non sarebbe perseguibile legalmente da parte di chi è arrivato dopo in quella zona. In senso lockiano, all’aeroporto verrebbe concesso il diritto di emettere un certo livello di rumore, che potremmo chiamare un diritto di servitù all’emissione di rumore. Se l’aeroporto non dovesse rispettare il diritto acquisito con questa servitù e cominciasse ad emettere rumori più forti, allora si potrebbe ordinare all’aeroporto di sospendere e desistere, ovvero si potrebbe concedere un risarcimento ai nuovi arrivati. È chiaro che nessuna di queste analisi ha nulla a che vedere con l’“efficienza”.45 Esse hanno invece a che fare col mantenimento di un ordine legale basato sul principio e sulla giustizia.

Il punto su cui voglio insistere è che non sono gli economisti austriaci a indicare “l’efficienza economica” come valore supremo. Il modo “austriaco” di considerare la legge e l’economia di Rothbard non ha assolutamente niente a che vedere con l’efficienza e tutto a che vedere con la giustizia. Mai in tutta la sua carriera egli ha suggerito, sia pure lontanamente, che un modo alternativo di concepire la situazione potesse essere accettabile. Anche l’opposizione di Rothbard al socialismo poggia su presupposti morali. Purtroppo, un commentatore che ha la pretesa di dire ai cattolici quali economisti possono ammirare e quali no, informa i suoi lettori che Rothbard aveva a cuore soltanto l’efficienza. Questa affermazione non si avvicina alla posizione di Rothbard neanche quanto basta per essere definita una caricatura.

L’impegno coerente di Rothbard nei confronti della giustizia dovrebbe anche mettere a tacere una volta per tutte i fraintendimenti circa la visione austriaca dell’economia come scienza libera da giudizi di valore: il fatto che, secondo gli esponenti di questa Scuola, l’economia fosse una scienza libera da giudizi di valore non ha mai comportato che, in quanto uomini e non economisti, essi considerassero la politica economica come un argomento che li lasciava indifferenti. Come ha detto lo stesso Rothbard:

Concludo che non possiamo prendere decisioni in merito a una politica per la vita pubblica, [public policy], alla legge sugli illeciti civili, ai diritti o alle responsabilità sulla base dell’efficienza o della minimizzazione dei costi. Ma se escludiamo entrambi, allora su cosa ci baseremo? La risposta è che solo i principî etici possono servire come criteri per le nostre decisioni. L’efficienza non può mai servire come base per l’etica; al contrario, l’etica deve fungere da guida e da pietra di paragone per ogni valutazione dell’efficienza. L’etica è la cosa fondamentale. Nel campo della legge e della politica per la vita pubblica […] la considerazione etica fondamentale è quel concetto che “non osa pronunciare il proprio nome” – il concetto di giustizia.46

Torneremo in séguito sull’argomento dell’economia come scienza libera da giudizi di valore.

 

(Vai all’introduzione, parte I)
(Vai all’introduzione, parte II)
(Vai all’introduzione, parte III)
(Vai al capitolo I, parte I)

 

NOTE:

22  John Sharpe, Liberal Economics vs Catholic Truth, seattlecatholic.com, 3 novembre 2002, 4 novembre 2002.

23  Anche se non è fondamentale alla mia argomentazione, per amore di chiarezza andrebbe sottolineato che la definizione di profitto data dalla Scuola austriaca è diversa da quella del linguaggio corrente che ho usato nella mia discussione sul calcolo socialista. Secondo la Scuola austriaca, il profitto esiste soltanto quando i proventi di un’azienda superano quelli che questa avrebbe ottenuto dai correnti tassi d’interesse. Questi proventi sovrabbondanti sono soltanto effimeri, in quanto incoraggiano l’espansione nell’impresa redditizia di nuovi venuti, sino a quando il fenomeno del profitto si avvicina nuovamente allo zero.

24  Come sostiene Jeffrey Herbener «Questi prezzi fanno in modo che le diverse unità dei fattori [di produzione] diventino adeguate, e quindi permettono agli imprenditori di allocare in modo efficace questi fattori attraverso tutta la produzione dei beni di consumo.» Jeffrey M. Herbener, «Calculation and the Question of Arithmetic», in Review of Austrian Economics, 9, 1, 1996, p. 154.

25  Ludwig von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista, in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino 1946.

26  J.M. Herbener, «Calculation and the Question of Arithmetic», cit., p.153.

27  Murray N. Rothbard, «The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited», in Review of Austrian Economics, 5, 2, 1991, p. 66. Corsivo nell’originale.

28  Joseph T. Salerno, «Postscript», in L. von Mises, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth, Ludwig von Mises Institute, Auburn 1990, p. 53

29  L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 651. Corsivo nell’originale.

30  Vedere, per esempio, Celestine N. Bittle, Reality and the Mind: Epistemology, Bruce Publishing Co., New York 1936, p. 61.

31  Ludwig von Mises, Socialismo. Analisi economica e sociologica, a cura di Dario Antiseri, Rusconi, Milano 1990, p. 111.

32  Ibid., p. 112.

33  Ibid., p.131. Vedere anche J.A. Tucker e L.H. Rockwell, 
Jr., «The Cultural Thought of Ludwig von Mises», in 
Journal of Libertarian Studies, 10, autunno 1991, pp. 23-52.

34  Ibid., p. 126.

35  Vedere Murray N. Rothbard, «The Myth of Efficiency», 
in Time, Uncertainty, and Disequilibrium, Mario Rizzo (a cura di), Lexington Books, Lexington 1979, pp.90-95; ristampato in M.N. Rothbard, The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Gloucester 1997, pp.266-273. L’articolo è stato pubblicato anche in francese nel 1991. La numerazione delle pagine è tratta da The Logic of Action. Per approfondire Rothbard, il concetto di efficienza e la Scuola austriaca, vedere E.C. Pasour Jr., «Economic Efficiency and Public Policy», in Man, Economy, and Liberty: Essays in Honor of Murray N. Rothbard, W. Block e L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), Ludwig von Mises Institute, Auburn 1988, pp.110-124.

36  Murray N. Rothbard, L’etica della libertà, trad. it. di L.M. Bassani, Liberibri, Macerata 1996, pp. 201-213.

37  Il fondamentale articolo di Ronald Coase, «Il problema del costo sociale» è pubblicato in Impresa, mercato e diritto, trad. it. di M. Marchesi, Il Mulino, Bologna 1995. La questione è un po’ più complicata di così, ma non avrebbe senso dedicare ulteriore spazio a quello che è soltanto un punto secondario della mia argomentazione. Questa è in breve la posizione della Scuola di Chicago.

38  Rothbard aveva già chiarito questo punto anni prima che Coase pubblicasse il suo articolo. Vedere Murray N. Rothbard, «Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics», in On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Mary Sennholz (a cura di), D. Van Nostrand, Princeton 1956, pp.224-262; vedere anche Edward Stringham, «Kaldor-Hicks Efficiency and the Problem of Central Planning», in Quarterly Journal of Austrian Economics, 4, estate 2001, pp.41-50.

39  R. Coase, «Il problema del costo sociale», cit., p.223.

40  Gary North, «Undermining Property Rights: Coase and Becker», in Journal of Libertarian Studies, 16, autunno 2002, pp.75-100, in particolare pp.84-85; Walter Block, «Coase and Demsetz on Private Property Rights», in Journal of Libertarian Studies, 1, primavera 1977, p.114.

41  Murray N. Rothbard, «Law, Property Rights, and Air Pollution», in Cato Journal, 2, primavera 1982, pp.55-99; ristampato in idem, The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Gloucester 1997, pp. 121-170. Sulla distinzione tra la Scuola austriaca e quella di Chicago a questo proposito, è utile e interessante il dibattito tra H. Demsetz (della Scuola di Chicago) e W. Block (della Scuola austriaca): W. Block, «Coase and Demsetz on Private Property Rights», cit., pp.111-115; H. Demsetz, «Ethics and Efficiency in Property Rights Systems», in Rizzo (a cura di), Time, Uncertainty, and Disequilibrium, pp.97-125; W. Block, «Ethics, Efficiency, Coasian Property Rights, and Psychic Income: A Reply to Demsetz», in Review of Austrian Economics, 8, 2, 1995, pp.61-125; H. Demsetz, «Block’s Erroneous Interpretations», in Review of Austrian Economics, 10, 2, 1997, pp.101-109; W. Block, «Private-Property Rights, Erroneous Interpretations, Morality, and Economics: Reply to Demsetz», in Quarterly Journal of Austrian Economics, 3, primavera 2000, pp. 63-78.

42  W. Block, «Coase and Demsetz on Private Property Rights», cit., p.115.

43  R. Coase, «Il problema del costo sociale», cit., p.200.

44  H. Demsetz, «Ethics and Efficiency in Property Rights 
Systems», cit., p.109.

45  Vedere M. N. Rothbard, «Law, Property Rights, and Air 
Pollution», cit., p.145ss.

46  M.N. Rothbard, «The Myth of Efficiency», cit., p.273. 
Corsivo nell’originale.