La pianificazione centrale e la degenerazione dell’istruzione

ingegneria_socialeIn Italia, come in altri paesi europei, il settore dell’istruzione ha sempre subito una notevole influenza da parte dello Stato. Sin dalla riforma Gentile del governo Mussolini, non si è smesso di assistere ad ondate di coercizione e politicizzazione del sistema educativo. L’Italia non è la sola, ma è in condizioni peggiori di tanti altri paesi in questo ambito; in ogni caso, la degradazione del concetto di“educazione” all’interno delle tradizionali istituzioni (scuola e università) continua a livello mondiale, con pochissime eccezioni. Quello che chiamiamo oggi Ministero dell’Istruzione, è un’esaltazione, una “deificazione” di un semplice e crudo organo politico, dove vi lavorano delle persone in carne e ossa. Per politicizzazione intendo la crescente influenza dello Stato in materia d’istruzione. La politicizzazione ha luogo tramite la centralizzazione di funzioni tradizionalmente tipiche della famiglia e delle istituzioni direttamente controllate da essa e tramite l’estensione delle regole, degli standard e dei controlli decisi dal Ministero. Chiaramente quest’azione ha delle conseguenze, sia a livello di istituzioni locali, sia nell’ambito della responsabilità individuale. La domanda che dovrebbe sorgere in modo spontaneo è la seguente: tali interventi regolatori, che diminuiscono la libertà e la responsabilità delle istituzioni locali, delle famiglie e degli stessi bambini/ studenti, sono giusti e apportano benefici? Per rispondere, analizzeremo le implicazioni della centralizzazione delle decisioni e delle regole di funzionamento e di organizzazione delle scuole nelle mani di un unico Organo Superiore – Il Ministero dell’Istruzione [1] – e gli effetti generali sul bambino.

Coercizione o libertà?

Le materie di studio a scuola, dove sono raggruppati 20-30 bambini per classe, sono decise in modo arbitrario, non tenendo conto, ovviamente, delle capacità e delle aspirazioni di ciascuno, e nemmeno delle esigenze famigliari. E’ ovviamente impossibile farlo a livello centrale, nel cosiddetto Ministero dell’Istruzione. Dirò di più, è impossibile prendere una decisione giusta per tutti anche se si rimane ad un livello ben più basso, a livello di scuola o di classe.  Anche le materie per gli esami di maturità sono selezionate in maniera del tutto arbitraria, a seconda della volontà dei burocrati del Ministero. Si decidono 3-4 materie, a cui tutti i bambini devono conformarsi e per cui devono “divorare” i libri relativi per passare gli esami. Conformarsi a criteri politici nell’ambito dell’istruzione, come anche in altri ambiti, per ottenere l’accreditamento dello Stato, è tipico dei regimi totalitari. Non può essere questo il fine dell’istruzione. Il fine deve essere la conoscenza [2], conoscenza con la quale l’individuo si distingue dai suoi simili, conoscenza che costui deve utilizzare a beneficio degli altri (imprese, scuole, organizzazioni, associazioni e individui), conoscenza che viene scambiata o impartita gratuitamente in modo volontario [3] a quelli che la apprezzano e ne hanno veramente bisogno, conoscenza per quale l’individuo stesso viene apprezzato nel corso della sua vita. Di certo il fine non deve essere l’accreditamento da parte dello Stato.

Un altro aspetto importante che attiene alla crescita è sicuramente la scoperta delle relazioni causali tra i mezzi a disposizione e le possibili azioni per il raggiungimento di determinati fini, per la soddisfazione dei bisogni e per il miglioramento della propria personalità. Se un bambino (ma anche un adulto, di solito un politico), non li comprende, non agisce in corrispondenza ad esse, perché non ha la capacità di avvalersi dei mezzi disponibili per il suo “bene” e quello degli altri. E’ inutile il ricorso alla violenza o alla coercizione per l’imposizione di un modello predeterminato (a cui l’individuo non abbia aderito volontariamente) di studio, scolarizzazione o sviluppo. Il bambino può e deve scoprirlo, può costruirlo da solo, se aiutato e non forzato in questo senso. Aiutare il bambino a capire o, meglio, insegnarli ad imparare autonomamente: questo deve essere uno degli obiettivi principali degli insegnanti e pedagogisti. Di certo non la memorizzazione meccanica dei concetti.

Studiare e capire quel che si studia, è estremamente importante, sia chiaro, ma nel percorso educativo, per lo sviluppo armonico del bambino, egli deve innamorarsi della scoperta, tanto a scuola, quanto al di fuori di essa. Sono veri eroi gli studenti che si diplomano, mandando giù concetti “senza masticarli”, perché, attualmente, molto spesso, questi sono imposti con la forza. Peccato che dopo 12 o 13 anni di scuola moltissimi giungono (senza capirlo) ad essere semplicemente vittime del sistema, senza passioni e senza obiettivi chiari nella vita. Il piacere per lo studio, per la conoscenza e per la propria crescita e prosperità NON si stimola e NON passa attraverso la coercizione. Ma è proprio questo quel che cerca di fare il Ministero dell’Istruzione.

E’ necessario che anche i burocrati si facciano un serio esame di coscienza e si domandino:

– i mezzi impiegati sono compatibili con la natura del bambino (dell’uomo) e l’obiettivo educativo a lungo termine?

– i metodi coercitivi sono corretti ed efficienti per lo sviluppo naturale e la realizzazione di un bambino?

–  le realtà istituzionali, le scuole, le norme e gli standard predisposti da un unico organismo statale sono adatti al raggiungimento di molteplici aspirazioni di studio individuali?

Le stesse domande se le possono porre anche i genitori, perché, essenzialmente, il ragionamento non è diverso. E se riescono ad intravedere le gravi lacune del sistema scolastico attuale, in relazione al fine dello sviluppo dell’individuo/ bambino a lungo termine, allora è il tempo di pensare ad alternative. Le alternative non mancano e sono più che valide, se paragonate con la scuola tradizionale. L’homeschooling può essere una di queste. Qui potete vedere di cosa si tratta. Allo stesso modo può esserlo l’e-learning, cioè scuole o istituzioni che fanno dei corsi online, in diretta, a distanza. Il Mises Istitute ne è un esempio eloquente. Cambia totalmente non solo l’approccio dell’insegnante, ma anche del diretto interessato. Si passa ad un apprendimento attivo, in cui è l’individuo (o la sua famiglia) che decide cosa e quando studiare. E’ chiaro che è complicato liberarsi dalle abitudini, dagli ostacoli mentali, che imprigionano il cervello umano, perché rappresentano l’habitat più conosciuto, la zona di conforto, e l’uomo ha paura di uscire da questa [4]. Finora sono pochi i coraggiosi (almeno in Italia) che hanno fatto eccezione alla regola, intesa come forma di apprendimento nella scuola tradizionale. Solo quelli che hanno anteposto le proprie passioni ed i propri valori gli insegnamenti che vengono impartiti in maniera arbitraria e coercitiva a scuola (pubblica o privata, poco importa, in quanto gestite entrambe con criteri non molto dissimili nel contenuto). Non menzionerò qui le vicende dei vari intellettuali e uomini di cultura, i quali, una volta abbandonata la scuola (anche se non hanno mai smesso di imparare) per seguire i propri interessi e le proprie passioni, sono diventati degli esperti o addirittura geni (anche se magari lo erano già) riconosciuti in tutto il mondo. La curiosità è essenziale. Stimolare la curiosità nel bambino, è una delle altre cose di cui dev’essere responsabile qualsiasi famiglia o istituzione che intenda “istruire”. Altrimenti ci si riduce alla scolarizzazione forzata. E la colpa non è dei bambini; loro sono curiosi di natura, ma la coercizione e l’imposizione di regole rigide del processo di crescita bloccano totalmente la curiosità che i bambini posseggono da piccoli, i bambini “PERCHÉ”, li chiamo io. Nel nome della standardizzazione e dell’egualitarismo, vengono sacrificate le caratteristiche e le inclinazioni naturali che sono molto diverse da individuo a individuo. Non è questa una grande ingiustizia? Aristotele scriveva: “La peggior forma di diseguaglianza è quando si cerca di rendere le cose ineguali uguali”. Grottesco, ma i sistemi centralizzati attuali di pianficazione dell’istruzione provano a fare proprio questo. Questo video rende molto bene l’idea.

Allora uniformità o diversità?

Il reverendo George Harris, in “Inequality and Progress” si esprimeva così:

La caratteristica principale dei selvaggi è l’uniformità. Le principali distinzioni sono di sesso, altezza, dimensioni e forza. I selvaggi… o pensano allo stesso modo o non pensano, e conversano quindi in monosillabi. Non vi è, in pratica, nessuna varietà, solo orde di uomini, donne, e bambini. Il passo successivo, dove vi sono i barbari, è caratterizzato da una più grande varietà di funzioni. C’è una qualche divisione del lavoro, qualche scambio di pensiero, migliori leader, più coltivazione dell’intelletto e dell’estetica. Lo stadio più elevato si raggiunge con la civilizzazione, che mostra la più grande forma di specializzazione. Distinte funzioni diventano numerose. Le attività meccaniche, commerciali, educative scientifiche, politiche e artistiche si moltiplicano. Le società primitive sono caratterizzate dall’eguaglianza; le società avanzate sono invece segnate dall’ineguaglianza e dalla varietà. Come si scende di stadio, monotonia; come andiamo su, varietà. Come si va giù, le persone sono maggiormente uguali; come andiamo su, le persone sono maggiormente diverse. Sembra che cercare l’eguaglianza porti al declino verso condizioni primitive, e che la varietà consista invece nell’avanzare verso stadi di civilizzazioni più alti…”

La conclusione dovrebbe essere evidente. Uno dei più grandi filosofi del XX secolo, Murray Rothbard, in “Education Free and Compulsory” [5], scriveva così:

“Lo studio è importante! Ma nella nostra epoca, con così tanti ambiti di studio disponibili, deve essere prerogativa del governo centrale o dei burocrati “COSA” deve essere studiato? La decentralizzazione è la risposta senza diritto di replica a qualsiasi autorità centrale.”

Chiesa come ambiente educativo

Se un individuo è sottoposto, a scuola, all’uniformizzazione del suo percorso educativo quasi come se fosse un prodotto in una fabbrica o in una catena di montaggio, potete immaginare le conseguenze in altri contesti educativi dell’imposizione delle stesse regole rigide, delle metodologie d’insegnamento e dei metodi d’apprendimento e di esaminazione?

Per esempio, facendo un esercizio di immaginazione, si può pensare al caso di un fedele, che va in chiesa per apprendere la legge di Dio e per avvicinarsi di più ad Esso. O qualcuno ribatterà che è diverso? Che questo non lo prepara per la vita? In ogni caso, si tratta sempre di assimilare dei concetti e di apprendere in maniera attiva gli insegnamenti del parroco; è questo il punto che verrà trattato. Si può assumere che l’individuo voglia imparare attivamente gli insegnamenti religiosi per un miglior sviluppo non solo psichico e spirituale, ma anche intellettuale. Ed è uguale nella scuola. Cambia solo il fine ultimo, ma il metodo d’azione – l’apprendere, imparare – non cambia. L’individuo (o la sua famiglia) crede e valuta nel tempo con la poca conoscenza datagli (da Dio o dalla natura) che, tra tutte le alternative possibili in quel momento, la via più breve per raggiungere Dio passi tramite la chiesa, mentre nel caso del percorso istruttivo [6] passi tramite la scuola.

Non fare del male agli altri è un insegnamento universale. Viene impartito sia a scuola, che in chiesa. Qualcuno potrebbe chiedersi quali siano le conseguenze di un’azione che danneggia gli altri, oppure se è vero che fare del male porti al deterioramento della qualità della vita e delle relazioni con gli altri. Nel tentare di rispondere a questa domanda, ecco che si avrebbe una crescita intellettuale (ma non solo) in entrambi i contesti, poiché si imparerebbero delle leggi e delle verità universali. Nel caso specifico, per esempio, con un ragionamento deduttivo, arriviamo alla seguente verità: il fare del male è incompatibile con lo sviluppo armonico della società e dell’individuo. Tutto questo per dire che cosa? Per dire che la chiesa può rappresentare benissimo un mezzo per l’individuo che intende sviluppare le sue capacità intellettuali, così come può esserlo anche la scuola. Tutto dipende da come sono ordinati i fini individuali e dalla scoperta dei mezzi adatti per raggiungerli. Se il primo fine è imparare, i mezzi sono pressoché infiniti e potrebbero benissimo esistere più mezzi per raggiungere lo stesso fine.

Ritorniamo alla questione iniziale. Cosa diventerebbe l’educazione in chiesa, se si pianificasse a livello centrale come devono comportarsi i fedeli, quanto devono stare in chiesa o quanto devono pregare, quali preghiere leggere e quali imparare a memoria (quelle per “accarezzare” l’anima o per “rafforzare” lo spirito), in che ordine, ed un’altra serie di regole tipiche della scuola? L’azione umana dev’essere libera e stimolata dal desiderio naturale di avvicinarsi a Dio? Oppure l’azione umana non dev’essere un’espressione della volontà umana che sceglie di aderire a credenze, regole e principi, quanto piuttosto un’azione coercitiva e violenta da parte dell’Autorità Centrale Ecclesiastica? Fede tramite la violenza? E per quanto riguarda l’educazione?

Cosa sarebbe la fede, se fosse controllato minuziosamente il rispetto da parte degli uomini e dei parroci dell’ordine pianificato dall’Autorità Centrale nel proseguimento del percorso verso Dio? E se in un tempo limitato l’individuo dovesse imparare alla perfezione il Vangelo secondo Luca dedicando per questo tutte le risorse ed il tempo a sua disposizione, tralasciando in questo modo lo studio necessario richiesto ai fini di un esame degli altri Vangeli, il risultato dell’esame pronunciato dall’Autorità Centrale dovrebbe decretare la sua “insufficienza”? Significherebbe che è un fallito, che quindi dev’essere obbligato a frequentare per un altro anno l’ambiente ecclesiastico per assimilare il Vangelo? L’uomo non impara finché vive, oppure lo studio assume solo il carattere di “qui e ora”? Cosa succederebbe se anche al secondo anno questo uomo dovesse seguire la voce interiore e preferisse approfondire un altro testo religioso, più utile nel suo cammino alla ricerca di Dio? L’uomo dovrebbe sacrificare il suo tempo e il suo sentimento di vicinanza a Dio, per seguire la strada pianificata dagli altri? Cosa deve valutare di più, l’’essere vicino a Dio o il compiacere alle regole scelte da altri per avvicinarsi a questo? La libertà di scelta è fondamentale per la sopravvivenza stessa della fede e della verità.

La libertà di scelta

La strada verso Dio attraverso la chiesa e la strada verso la vita adulta attraverso la scuola sono in realtà molto simili. Sono sempre dei mezzi che si impiegano per raggiungere determinati fini. Ed il miglior mezzo, o strada, per ciascuno in particolare non può conoscerlo l’Uomo o qualsiasi altra Autorità Centrale condotta da uomini, e di conseguenza non può essere deciso da questi. Anzi, può essere indicato da chiunque, ma è l’individuo colui che deve avere l’ultima parola nel decidere di aderire o crearsi la propria strada attraverso un azione deliberata. E più progetti ci sono, meglio è.

Perché se sbaglia l’Autorità Centrale nel tracciare il percorso, le conseguenze negative colpiscono tutti quelli che sono stati obbligati a seguirlo e ne patiscono in tanti. Pioniere (giovane iscritto all’organizzazione giovanile comunista, ndt), fascista e nazista non si nasce, ma lo si diventa tramite indottrinamento forzato da parte un Organo Centrale. Nulla è casuale. Ideologie e concezioni inumane non sopravvivono senza il ricorso alla violenza. Sì, anche l’istruzione può essere una forma di violenza, se l’individuo (o la sua famiglia, se è un bambino) è privato del diritto di scegliere il mezzo, cioè la forma di istruzione che preferisce. Nei regimi totalitari è certamente privato di questo. Esistono materie e libri proibiti e materie obbligatorie. Esistono uniformità e “verità” diffuse dal Partito tramite il Ministero dell’Istruzione. Come risultato, il bambino impara a cercare la verità nell’opinione della maggioranza o in quella del insegnante delegato dal Ministero, piuttosto che tramite la propria ricerca indipendente o l’intelligenza del migliore in quel campo. [7] Esiste la solidarietà forzata (dallo Stato), un ossimoro che, dopo decine d’anni d’indottrinamento, oggi viene considerato la normalità dalla maggior parte dei cittadini. Gli errori commessi dall’Autorità Centrale sono gravi ed inevitabili, soprattutto adesso, in un mondo in continua evoluzione, dove le condizioni tecnologiche, le risorse e le competenze richieste dal mercato del lavoro stanno cambiando e si diversificano praticamente ogni anno. E l’uniformità del sistema artificialmente concepito non si accorda con la diversità della realtà. Sono dei veri eroi i bambini che riescono a resistere al sistema e, nel frattempo, a proseguire e sviluppare le proprie passioni e competenze, che li rendono diversi dagli altri, valorizzando in tal modo la propria personalità e arricchendo il mondo con essa.

Se un progetto [8] tra tanti altri è sbagliato, grazie alla concorrenza tra idee e percorsi, ognuno ha almeno una possibilità di scegliere il meglio da queste, essendo limitato l’impatto negativo su tutti. Questo crea un incentivo assolutamente naturale alla scelta e ala combinazione di progetti che apportano le conseguenze maggiormente benefiche sia a livello individuale, che a livello collettivo. Ciò che di solito si propone di fare il cosiddetto Ministero della Pubblica Istruzione. Ma la diversificazione naturale dei percorsi sulla base della libera scelta individuale è irraggiungibile da un’autorità centrale. La centralizzazione implica standardizzazione ed uniformità. La centralizzazione comporta la limitazione delle capacità e dei talenti altamente diversificati e peculiari per ciascun individuo. La centralizzazione implica la tortura del bambino nel tentativo di adattarlo al letto di Procuste.

La soluzione

Per evitare la perpetuazione della degenerazione dell’educazione, è necessario salvare il nonconformismo, nello spirito della logica e del buon senso. Perché la violenza non è la via. Ma la violenza [9] è l’unico strumento del Ministero dell’Istruzione. Strumento che viene utilizzato indiscriminatamente, anche se, al fine del bene ai bambini e agli studenti, i funzionari ministeriali desiderano un futuro migliore per il proprio paese, o almeno così dicono. Pretendono che i bambini diano il meglio di loro nel periodo di tempo da loro deciso, come se fossero macchine, che possono essere aggiustate tramite ”riforme” per aumentare la loro efficienza ed efficacia. Questa è l’essenza delle riforme nel settore dell’istruzione. Si cambiano le modalità di tortura, magari anche il letto di Procuste, ma non si lascia la libertà di scelta.

Nei paesi dell’Est, la presunzione di saper pianificare non si limita all’istruzione strettamente scolastica o universitaria, ma si estende ad una sfera ben più vasta della vita umana, utilizzando a tal fine il nome di Ministero dell’Educazione. Ma il Ministero non ha idea di cosa significhi l’educazione per un bambino. Nessun essere umano è in grado di sapere cos’è l’educazione in tutte le sue forme, per cui il Ministero dell’Educazione, già solo nella sua denominazione, è eccessivo. Comunque sia, tutti i ministeri che intendono assumere un peso significativo nelle scelte di studio, educazione e crescita di un individuo, dovrebbero cambiare il loro nome con uno più appropriato, del tipo “Ministero della scolarizzazione standardizzata secondo criteri arbitrari.” Suona più vicino alla realtà, non è vero? Il significato della parola “educazione” è molto più ampio, ed è indescrivibile l’arroganza mostrata da quest’istituzione, che si occupa del “buon svolgimento”dell’educazione dei bambini. Suggerisco questo video per un’esemplificazione di entrambi i concetti.

Traduzione di Nicolai Suhaci

Adattamento a cura di Tommaso Segre

Tratto e rimaneggiato da http://elibertare.com/reforma-educatiei-sau-cum-se-deformeaza-o-generatie

Note

[1] Ministero dell’Educazione nei paesi dell’Est.

[2] Sarebbe interessante interrogarsi sulla natura filosofica e su altri aspetti della conoscenza in quanto tale, ma non è questo l’obiettivo del presente articolo.

[3] Accentuazione del carattere volontario e non impositivo dell’azione di proliferazione della conoscenza.

[4] L’analogia tra lavoratori dipendenti, che ricercano del cosidetto “posto fisso” e lavoratori autonomi o imprenditori, dovrebbe rendere molto il senso di questa rigidità al cambiamento, specialmente in Italia. Nel sondaggio della GEM per il 2012 si può osservare meglio questa condizione di immobilità caratteristica dell’Italia. Per una ricerca delle cause, diffidate delle conclusioni dei ricercatori empiristi, che nella maggior parte dei casi sono incapaci di arrivare alle cause ultime del fenomeno. In un articolo del “Sole 24Ore”, per esempio, si cercano di esporre le ragioni di tali ricercatori: Gli esperti consultati dalla ricerca indicano soprattutto la difficoltà di ottenere finanziamenti, ma anche la scarsità di politiche e programmi pubblici di supporto all’imprenditorialità”. Ma da cos’è poi data la difficoltà di ottenere i finanziamenti? Per non parlare degli incentivi politici all’imprenditorialità, che non sono altro che assurdità. Le opportunità così come gli incentivi devono derivare necessariamente dal mercato. E’ proprio la mancanza dell’intervento statale il vero incentivo delle persone a migliorare la propria vita, soddisfacendo i bisogni degli altri tramite l’attività d’impresa.

[5] Il libro (66 pag) “Education Free and Compulsory” si trova gratuitamente qui.

[6] Il fine ultimo potrebbe essere la ricerca della verità oppure, più semplicemente, acquisire delle conoscenze per un lavoro dignitoso, oppure compiacere alla famiglia ecc.

[7] Rothbard M., Education Free & Compulsory, pag 61.

[8] Dove per progetto s’intende l’organizzazione di un percorso di crescita, studio ed educazione.

[9] Per violenza s’intende l’imposizione di regole arbitrarie, da parte di un’autorità centrale, incompatibili lo sviluppo naturale di un bambino.