La Chiesa e il Mercato: capitolo 1, parte III

Terza parte del capitolo 1 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri.

* * *

Legge economica

Lo stesso individuo che purtroppo liquida Mises e Rothbard prosegue condannando la posizione austriaca sulla legge economica. La «crociata originale austriaca», scrive Sharpe, «doveva difendere la validità della “legge” economica contro la Scuola storica tedesca di economia, la quale sosteneva che tali leggi erano un parto della fantasia. Ma le “leggi” di cui parlava la Scuola austriaca non hanno assolutamente niente a che vedere con la Legge naturale del realismo filosofico e con la Fede cattolica».47

È difficile comprendere cosa Sharpe intende dire quando afferma che le leggi economiche degli Austriaci non hanno «niente a che vedere con la Legge naturale del realismo filosofico e con la Fede cattolica». Forse vuole banalmente dire che la legge sull’utilità marginale decrescente, per esempio, non ha niente a che fare direttamente con la fede cattolica. È certamente vero, ma lo stesso può dirsi di molte cose di valore temporale. Inoltre, le leggi economiche derivano da un assioma che si può facilmente far risalire a san Tommaso. In ogni caso non c’è sicuramente niente di sbagliato nello studiare una varietà di argomenti, sia che abbiano o no direttamente a che fare con la fede.

Forse, d’altra parte, Sharpe intende che le leggi economiche della Scuola austriaca, e il metodo filosofico dal quale esse derivano, sono in effetti in qualche modo antagonistiche rispetto alla fede cattolica o incompatibili con essa. L’aspetto più paradossale di tale attacco è che le più diffuse critiche mosse a Mises vengono proprio da pensatori “moderni” che lo considerano troppo scolastico. Come spiega David Gordon: «Si deve largamente all’influenza della logica positivista sulla filosofia americana se la maggior parte degli economisti americani rifiuta la prasseologia. Essi considerano il metodo di Mises come antiquato e scolastico, e quindi presumibilmente non in linea con i dettami della filosofia scientifica.»48 Allo stesso modo Sam Bostaph afferma che il Methodenstreit è stato soprattutto una battaglia fra il nominalismo humiano e il neoscolasticismo e l’aristotelismo del XIX secolo.49 Dal punto di vista filosofico, quindi, le leggi dell’economia in quanto derivate dalla prasseologia hanno in effetti molto a che fare con il realismo filosofico e la fede cattolica.50

T.E. Woods, La Chiesa e il Mercato - Ed. LiberiLibriÈ molto significativo che Richard Weaver, uno dei grandi pensatori del rinascimento intellettuale conservatore del secondo dopoguerra, considerasse la prasseologia un approccio sostanzialmente conservatore al pensiero economico. Il conservatore, dice Weaver, accetta la realtà com’è. Resiste all’invito a riorganizzare la natura umana o la struttura della realtà intorno a lui. Riconosce l’esistenza dei limiti umani che pongono confini a ciò che è possibile realizzare in questo mondo. La prasseologia, egli scrive, non è che un prolungamento di queste intuizioni. Essa ci insegna «come funzionano le cose, data la loro natura essenziale». È, pertanto, non solo presunzione ma follia cercare di interferire con i meccanismi della prasseologia. Se ne fa uso, questo sì, allo stesso modo che un seguace di Bacone fa uso della natura obbedendole. La grande differenza è che si individua l’obiettivo; si riconoscono le leggi che regolano le questioni umane. Dal momento che il conservatore e il libertario sono convinti che queste leggi non possano essere eliminate dalla creazione di un’Utopia, essi sono entrambi conservatori del mondo reale.51

Per questo motivo, i veri economisti spesso non sono stati amati dai capi di Stato. Mises una volta ha scritto che l’economista «non può mai essere il favorito di autocrati e demagoghi. Per essi egli è soltanto il menagramo e quanto più sono intimamente convinti della fondatezza delle loro obiezioni tanto più lo odiano».

I principi e le maggioranze democratiche sono ebbri di potere. Essi ammettono con riluttanza di essere soggetti alle leggi della natura. Ma rigettano ogni nozione di legge economica. Non sono essi i legislatori supremi? Non hanno essi il potere di schiacciare qualsiasi oppositore? Nessun capo militare è disposto a riconoscere altri limiti all’infuori di quelli impostigli da una forza armata superiore. Scribi servili sono sempre disposti ad assecondare tale compiacenza, esponendone appropriate dottrine. Essi chiamano “storia economica” le loro infondate presunzioni. Infatti, la storia economica è un lungo elenco di politiche governative fallite perché tracciate con pacchiana trascuranza delle leggi economiche.52

Abbiamo già visto esempi di leggi economiche, dalle curve della domanda e dell’offerta alla legge sull’utilità marginale decrescente. Se ne potrebbero citare molte altre, alcune delle quali sono immediatamente evidenti persino a quanti non hanno alcuna preparazione economica (per esempio, che la produzione sarà maggiore quando due persone si specializzano e traggono vantaggio dalla divisione del lavoro, anziché rimanere isolate in una produzione autarchica). Un aumento nella domanda di un bene tenderà a far lievitare il suo prezzo a un livello più alto di quello che avrebbe raggiunto altrimenti. Una maggiore disponibilità di un bene tenderà a far scendere il suo prezzo a un livello più basso di quello che avrebbe raggiunto altrimenti. Un incremento della quantità di moneta tenderà a far salire i prezzi a un livello più alto di quanto sarebbe avvenuto in assenza di questa ulteriore moneta.53 Nessuna di queste affermazioni sembra incompatibile con la fede cattolica o addirittura ad essa ostile. E se il nostro critico intendeva semplicemente dire che queste leggi non hanno niente a che fare direttamente con la fede, non è affatto chiaro per quale motivo un cattolico o chiunque altro non debba desiderare di imparare da esse o prendere decisioni economiche informate sulla base della conoscenza che esse forniscono.

Va benissimo dire che la legge economica è «fondamentalmente subordinata alla legge morale», e che l’uomo non dovrebbe essere «schiacciato da una legge economica astratta e razionalistica, allo stesso modo in cui è schiacciato dalla legge di gravità quando si trova sotto un masso che precipita!»54 Ma se la legge economica esiste, allora non ha senso dire che essa deve essere subordinata alla legge morale più di quanto ne avrebbe sostenere che debbono esserle subordinate le leggi fisiche. Se esistono, esistono. La legge economica non può in alcun modo essere contraddetta dalla legge morale. La legge morale ci dice quello che dovremmo fare. La legge economica, invece, è puramente descrittiva e necessariamente amorale, non avendo niente a che fare con la moralità.

Ogni ragionevole applicazione della legge morale alle circostanze concrete deve tenere in considerazione tutti gli elementi di quelle circostanze. La legge economica è uno di questi elementi, piaccia o non piaccia ai suoi oppositori. Se la legge economica ci dice che la conseguenza dell’equo canone sarà la contrazione dell’offerta di edilizia abitativa per l’affitto (in paragone all’offerta di edilizia abitativa per l’affitto che avremmo avuto in assenza di equo canone), è assolutamente senza senso affermare che questa legge economica deve essere subordinata alla legge morale. È un dato di realtà. Chi prende le decisioni politiche e pensa di subordinare la legge economica alla legge morale quando impone l’equo canone senza tener conto del consiglio degli economisti, andrà incontro a una grandissima delusione.

Quello che probabilmente accade nel caso in questione è che il nostro critico, conoscendo poco gli autori di cui parla, semplicemente presume di sapere cosa intende la Scuola austriaca per legge economica quando in realtà non lo sa. Non ha ovviamente senso dire che la legge sull’utilità marginale decrescente dovrebbe essere subordinata alla legge morale, o affermare che la legge economica secondo cui un’economia di divisione del lavoro produrrà più ricchezza materiale di una in cui manca la specializzazione dei compiti dovrebbe essere subordinata alla legge morale. L’unico caso in cui i commenti del nostro critico potrebbero avere senso è se credesse che il concetto di “legge economica” comporti dichiarazioni normative (cioè dotate di valore), anziché dichiarazioni esclusivamente positive (cioè fattuali). Ma non esiste assolutamente nulla nel corpo delle leggi economiche derivate dalla prasseologia che comporti affermazioni normative. Per esempio, se un uomo vuole vivere in relativo isolamento dai suoi simili, rifiutando i vantaggi materiali della divisione internazionale del lavoro per ricercare quella che considera una forma più appagante e umana di esistenza vivendo in campagna in maniera autosufficiente, né Mises personalmente né gli economisti austriaci in generale hanno niente da ridire sulla sua decisione. Tutto quello che gli economisti possono fare è descrivergli le conseguenze economiche di quella decisione. Possono dirgli che se non accetta la divisione del lavoro possiederà meno ricchezza materiale di quanta ne possiederebbe nel caso opposto. Ma se quell’individuo è consapevole di questo, ed è disposto a sacrificare la ricchezza materiale per perseguire quella che è la sua visione di una vita soddisfacente, non c’è niente altro che gli economisti in quanto tali possono dirgli.

L’economia: una scienza libera da giudizi di valore?

Questo punto ci conduce ad un altro dibattuto argomento riguardante l’economia: la sua natura di scienza libera da giudizi di valore. Si possono citare molte fonti a favore dell’idea che l’economia dovrebbe essere subordinata all’etica, o che il concetto dell’economia come di una scienza completamente autonoma è un’innovazione materialistica e liberale, che un cattolico non può accettare.55 Anche in questo caso, tuttavia, questa obiezione distorce la reale natura dell’economia come scienza.

L’economia è una disciplina che fa i conti con la realtà dell’insufficienza delle risorse nel mondo e che dimostra all’uomo, una volta stabiliti i suoi obiettivi, come questi ultimi possono o non possono essere realizzati. Così, se il nostro obiettivo è migliorare le condizioni dei meno abbienti, l’economia può dirci se un salario minimo di 25 dollari l’ora realizzerà o non realizzerà questo obiettivo. L’economia, quindi, non presume di dirci quali dovrebbero essere i nostri obiettivi. Né tenta di affermare, essendo “libera da giudizi di valore”, che tutti i valori si equivalgono, o che la morale non è importante, o che l’unica cosa che conta è il denaro. Si limita a delineare semplicemente i confini del suo oggetto: è una scienza il cui scopo è quello di servirsi della ragione umana per scoprire come l’individuo può raggiungere i suoi obiettivi. Quali dovrebbero essere questi obiettivi è materia su cui debbono pronunciarsi la teologia e la filosofia morale. Padre James Sadowsky, gesuita e professore emerito di filosofia all’Università di Fordham, lo ha ben spiegato quando ha affermato che l’etica è prescrittiva mentre l’economia è descrittiva. «L’economia», ha detto, «indica gli effetti probabili di certe [scelte] politiche, mentre l’etica stabilisce ciò che si dovrebbe fare.»56 Si tratta di due cose ben distinte.

Ogni disciplina accademica, pur fornendo il suo contributo alla conoscenza, necessariamente detiene una quantità limitata di verità con la quale illuminarci. I cattolici hanno giustamente lamentato che da troppo tempo gli studiosi delle scienze naturali hanno trascurato questo principio sostenendo che, poiché studiano fenomeni osservabili, i fenomeni osservabili sono tutto ciò che esiste. Inoltre, mentre gli scienziati possono dirci cosa è scientificamente possibile o come si potrebbe realizzare un certo obiettivo scientifico, non possono proprio dirci niente, in quanto scienziati, circa la moralità di questi stessi obiettivi (per esempio, dovremmo sottoporre ad analisi la clonazione umana?).

Quindi, come dovrebbe fare ogni vera scienza, l’economia giustamente riconosce i suoi limiti. Dice ancora Rothbard:

[Gli] economisti sono da tempo impegnati in ciò che George Stigler, in un altro contesto, ha chiamato “imperialismo intellettuale”. Noi economisti dovremmo abituarci all’idea che non tutti gli aspetti della vita possono essere inclusi nella nostra disciplina. Una lezione dolorosa, senza dubbio, ma compensata dal sapere che può far bene alle nostre anime renderci conto dei nostri limiti – nonché, forse, imparare qualcosa sull’etica e sulla giustizia.57

In quanto uomini, è ovvio, gli economisti possono e dovrebbero prendere posizioni morali a favore di questa o quella proposta. Mises certamente lo ha fatto. Rothbard, suo grande discepolo, ha scritto di lui: «La scienza economica può essere libera da giudizi di valore, ma gli uomini non possono mai esserlo, e Ludwig von Mises non si sottrasse mai alle sue responsabilità di uomo.»58

Inevitabilmente, i valori dell’economista influenzeranno gli argomenti ai quali egli dedica la sua attenzione. Così è improbabile che un cristiano ben informato trascorra il suo tempo a cercare di escogitare il modo più efficace per svalutare l’unità monetaria. Al contrario, sarebbe suo interesse scoprire come dare vita a un’economia in cui non fosse possibile alcuna inflazione prodotta dal governo.59 Ma, come spiega Rothbard, «il fatto indiscusso che i valori e l’etica sono importanti nel veicolare l’interesse degli scienziati verso problemi specifici non incide sul fatto che le leggi e le discipline di una scienza siano libere da giudizi di valore».60

I critici di questo approccio abitualmente sostengono che separare l’etica dall’economia è in qualche modo anticristiano, e che tale “compartimentalizzazione”, che si presume artificiale, sia un tipico errore dei tempi moderni.61 Questa critica fa acqua. Da un punto di vista retorico è di grande effetto chiedere l’inclusione di una dimensione morale nella scienza economica; ma quale parte esattamente avrebbe questa “dimensione morale” nel metodo economico viene raramente spiegato. È l’analisi delle curve della domanda e dell’offerta che ha bisogno di un correttivo morale? O il modo in cui gli economisti intendono la complementarietà della struttura del capitale? È la loro analisi degli effetti economici dell’inflazione che ha bisogno di una dimensione morale? In quest’ultimo caso, le conseguenze dell’inflazione in realtà hanno importanti implicazioni morali in relazione alla scelta della politica da adottare, come mostrerò nel capitolo III; ma come potrebbe necessitare di una dimensione morale l’analisi tecnica di queste conseguenze?

Entriamo nei dettagli: cosa esattamente si sostituirebbe a una scienza dell’economia libera da giudizi di valore? Gli economisti dovrebbero dire: «dal momento che un’aliquota d’imposta del 90% sarebbe immorale, non studieremo neanche quali sarebbero le sue conseguenze»? Se quanti si oppongono a un’analisi economica libera da giudizi di valore vengono così inchiodati, la loro posizione si disintegra nell’incoerenza.

Shawn Ritenour, difendendo la Wertfreiheit (avalutatività) contro i suoi critici, correttamente osserva: «Non è chiaro se la scelta del metodo corretto dipenda dal giudizio di valore. Più probabilmente dipende dalle opinioni degli economisti circa la natura della realtà. La convinzione che gli esseri umani agiscono non è un giudizio di valore, ma un’opinione riguardante la natura dell’uomo. Il fatto che, ceteris paribus, se la domanda di un bene aumenta, il suo prezzo farà lo stesso, non dipende dai valori dell’economista. È una deduzione che discende dall’assioma che gli esseri umani agiscono con uno scopo.»62 L’analisi di un economista, come il professor Ritenour giustamente afferma, è corretta o errata, e non morale o immorale.

L’economista, pertanto, può descriverci le conseguenze inevitabili dell’aumento di una tariffa, ma non può dirci se dovremmo preoccuparci di più di proteggere i posti di lavoro nelle industrie nazionali, o dell’abbassamento del livello di vita e del conseguente aumento dei prezzi a carico dei consumatori. Descrivere le conseguenze della caduta di una cassaforte da un edificio di dieci piani è un compito qualitativamente diverso da quello di dire se dovremmo far cadere una cassaforte sulla testa di qualcuno oppure no; proprio come descrivere gli effetti di elevate aliquote marginali d’imposta sul reddito è qualitativamente diverso dall’essere favorevoli o contrari alla loro applicazione. Allo stesso modo, la fisica nucleare può dirci come costruire un missile nucleare, ma non può dirci nulla sulle circostanze, seppure ce ne sono, in cui sarebbe moralmente lecito usarne uno. Tale questione è, a dir poco, almeno altrettanto importante da un punto di vista etico di qualsiasi decisione economica che chiunque di noi prenderà mai; eppure, chi è pronto a criticare un’economia libera da giudizi di valore si astiene dal giudicare negativamente gli scienziati nucleari perché non sono anche dei moralisti. Se ci aspettiamo che gli esponenti di qualunque disciplina siano dei filosofi morali dilettanti, oltre ad essere dei professionisti nel loro campo, ci ritroveremo con un sacco di consigli morali perfettamente inutili elargiti da persone prive della preparazione necessaria per esprimere tali pareri.

Se l’economia è una scienza, allora come scienza le deve essere riconosciuta la sua autonomia. Ecco perché Benjamin Rogge una volta ha chiesto:

Cosa possiamo trovare nella Bibbia circa la correttezza etica dell’affermazione che due più due è uguale a quattro? Cosa ci dicono le encicliche papali sull’esattezza della legge di Boyle secondo cui, a parità di altri fattori, il volume di un gas ideale varia inversamente alla sua pressione? Secondo la dottrina cristiana è giusto che un atomo di idrogeno contenga tre isotopi mentre un atomo di fluoro ne contiene solo due? Oppure, per parlare dell’argomento di questo libro, è cristiano o non cristiano per una curva dell’offerta essere negativamente decrescente verso destra?

Parliamo ora in generale: cosa ha a che fare il cristianesimo con gli interrogativi di una qualsiasi scienza pura? Affinché non si crei nessuna suspense, risponderò immediatamente. La risposta è: “Niente, assolutamente niente.” Non può esistere una scienza economica cristiana più di quanto possa esistere una scienza matematica cristiana.63

Questo non equivale, naturalmente, a sostenere che è inaccettabile esprimere giudizi morali sull’uso che qualcuno fa della sua ricchezza. Possiamo giustamente esprimere disapprovazione morale nei confronti di colui che spreca la sua ricchezza quando i suoi dipendenti fanno assegnamento su di lui. Possiamo criticare qualcuno per la mancanza di generosità che dimostra, nonostante la ricchezza che ha accumulato. Quando diciamo che l’economia deve essere libera da giudizi di valore, stiamo parlando solo di analisi economica; non stiamo dicendo che nessuno può mai esprimere un giudizio di valore sull’uso che qualcun altro fa delle sue risorse economiche.

La critica della Wertfreiheit nella scienza economica evidenzia anche una insufficiente conoscenza del sistema universitario medievale, e in particolare del modo in cui gli studiosi medievali si dedicavano alla filosofia naturale. All’università di Parigi, per esempio, nel XIII secolo venne fatta una chiara distinzione tra filosofia naturale (essenzialmente le scienze fisiche) da una parte e teologia dall’altra; e i maestri delle arti di Parigi riuscirono con successo a conquistare autonomia per la loro disciplina.64 Secondo Edward Grant, uno dei grandi storici della scienza medievale, «anche se i maestri di teologia che scrissero trattati sulla filosofia naturale avrebbero potuto introdurre la teologia nella loro filosofia naturale, raramente lo fecero, scegliendo invece di confinare le questioni teologiche ai trattati teologici».65 «Ci si aspettava [dai filosofi naturali nelle facoltà delle arti] che si astenessero dall’introdurre la teologia e questioni di fede nella filosofia naturale.»66 Erano considerate discipline separate, e ci si attendeva che i professionisti delle due branche del sapere rispettassero tale separazione. Questo modo di procedere non veniva generalmente condannato come “compartimentalizzazione”.

Consideriamo il caso di Alberto Magno, grande maestro di san Tommaso, a cui venne insistentemente chiesto dai suoi confratelli domenicani di «scrivere per loro un libro sulla fisica, che contenesse un’esposizione completa della scienza e della natura e li mettesse in grado di comprendere con cognizione di causa i libri di Aristotele».67 Affinché non si aspettassero di trovare nel suo libro una mescolanza di concetti teologici e filosofia naturale, Alberto respinse esplicitamente l’eventualità, dal momento che tali questioni «non possono in alcun modo essere conosciute per mezzo di argomenti derivati dalla natura». Egli spiegò:

Perseguendo quello che abbiamo in mente, noi consideriamo ciò che si deve definire “fisica” più come qualcosa che concorda con l’opinione dei peripatetici che come qualcosa che potremmo voler derivare dalla nostra conoscenza […] perché, se per caso dovessimo avere un’opinione tutta nostra, questa sarebbe da noi enunciata (a Dio piacendo) in opere teologiche e non in testi di fisica.68

Quando gli fu chiesto, verso la fine della sua vita, perché non aveva inserito più spesso argomenti di fede nella sua opera espositiva della filosofia naturale, san Tommaso replicò: «Non vedo cosa l’interpretazione di un testo di Aristotele abbia a che fare con l’insegnamento della fede.» Secondo Vernon Bourke, san Tommaso non pensava che «gli fosse richiesto di far parlare Aristotele come un cristiano», e sicuramente «credeva che un commento accademico su Aristotele fosse un’opera a parte, che non doveva essere confusa con l’apologetica o la teologia».69

Sicuramente, anche l’economia è un’opera a parte. E proprio come i maestri delle università medievali erano capaci di distinguere tra la filosofia naturale da una parte e la teologia dall’altra, dovrebbe essere ugualmente possibile, se essa ha la dignità di una scienza a pieno titolo, concepire l’economia come un campo di studio parimenti distinto dalla teologia. Tale distinzione, fatta all’interno dell’università medievale con la separazione tra filosofia naturale e teologia, non è ovviamente la creazione nefanda di un liberalismo anticattolico. San Tommaso fece una famosa distinzione fra la conoscenza raggiungibile per mezzo della sola ragione, la conoscenza raggiungibile per mezzo della ragione e conosciuta anche dalla fede, e la conoscenza raggiungibile solo per mezzo della fede (per esempio, i misteri soprannaturali come la Trinità). L’economia e le sue leggi appartengono alla categoria della conoscenza che è raggiungibile per mezzo della sola ragione.

Avendo spiegato e difeso i fondamenti e la natura di scienza libera da giudizi di valore dell’economia, possiamo dedicarci alla discussione di specifici argomenti economici.

 

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NOTE:

47  J. Sharpe, «Liberal Economics vs Catholic Truth», cit. 
Corsivo nell’originale.

48  D. Gordon, Philosophical Origins, cit., pp.32-33. Corsivo 
mio.

49  La Scuola storica tedesca, scrive Bostaph, «era fondamen
talmente improntata al nominalismo di Hume, mentre si comprende meglio Carl Menger se lo si inquadra nel contesto aristotelico/neo-scolastico del XIX secolo». Samuel Bostaph, «The Methodenstreit», in The Elgar Companion to Austrian Economics, Peter J. Boettke (a cura di), Edward Elgar, Cheltenham 1994, p.460.

50  Come conclude David Gordon, «l’Economia austriaca e una filosofia realistica sembrano fatte l’una per l’altra». D. Gordon, Philosophical Origins, cit., p.41.

51  Richard M. Weaver, «Conservatism and Libertarianism: The Common Ground», in In Defense of Tradition: The Shorter Essays of Richard M. Weaver, Ted J. Smith III (a cura di), Liberty Fund, Indianapolis 2000, p.480.

52  L. von Mises, L’azione umana, cit., pp.64-65.

53  J. Hülsmann, «Facts and Counterfactuals in Economic Law», cit., pp.72-73, 76-78. In questi ultimi casi parliamo di tendenze (o, per usare un termine misesiano adattato da Hülsmann, di leggi “della probabilità”) anziché di leggi esatte. Ad esempio, se la maggiore disponibilità di un bene porterà a un abbassamento del prezzo del bene stesso maggiore di quanto non sarebbe stato altrimenti, ciò dipende dalla scala di valori degli individui. Tuttavia, poiché la maggiore offerta è destinata a scopi considerati meno urgenti, si verifica una forte tendenza alla diminuzione dei prezzi dal momento che le persone saranno portate a soddisfare i loro bisogni di minor valore soltanto a prezzi più bassi.

54  J. Sharpe, «Liberal Economics vs Catholic Truth», cit.

55  Per esempio, T. J. Flaherty, «Economics without Ethics», 
in America, 14 gennaio 1922, p.300; e J. Sharpe, «Liberal 
Economics vs Catholic Truth», cit.

56  Lucia Santa Cruz,«Etica y Capitalismo: Entrevista a James 
Sadowsky, S.J.», in El Mercurio, 22 novembre 1987.

57  M.N. Rothbard, «The Myth of Efficiency», cit., p.273.

58  Murray N. Rothbard, «Mises and the Role of the Eco
nomist in Public Policy», in The Meaning of Ludwig von Mises: Contributions in Economics, Sociology, Epistemology, and Political Philosophy, J. M. Herbener (a cura di), Kluwer, Boston 1993, p.207.

59  Gary North, An Introduction to Christian Economics, Craig Press, Nutley 1976, pp.xi-xii.

60  M.N. Rothbard, The Logic of Action One, cit., p.80.

61  Questa pretesa fu sostenuta, ad esempio, nella corrispondenza personale intercorsa con D.E. Rockett, autore del voluminoso opuscolo Modern Capitalism: A ChristianAgrarian Critique (2000), e da John Sharpe in un articolo 
comparso su <SeattleCatholic.com>.

62  Shawn Ritenour, «Praxeology as Christian Economics», 
relazione presentata alla conferenza Christianity and Economics presso la Baylor University, 7-9 novembre, 2002.

63  Benjamin Rogge, Can Capitalism Survive?, Liberty Fund, Indianapolis 1979. Padre J. Sadowsky sottolinea che non esiste «nulla negli articoli di fede, nulla nel contenuto della rivelazione» che spieghi in quale modo si potrebbe affrontare meglio la povertà. «Non esiste soluzione rivelata al problema della povertà, proprio come non esiste una terapia rivelata per il cancro. Esattamente come non esiste un farmaco rivelato, così non esiste un’economia rivelata.» Padre J. Sadowsky, The Christian Response to Poverty, 
The Social Affairs Unit, Londra 1985, p.3.

64  Edward Grant, Le origini medievali della scienza moderna. Il contesto religioso, istituzionale e intellettuale, trad. it. di 
A. Serafini, Einaudi, Torino 2001.

65  Edward Grant, God and Reason in the Middle Ages, Cambridge University Press, Cambridge 2001, p.186.

66  Ibid., p.184.

67  E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna. Il contesto religioso, istituzione e intellettuale, cit. p.260.

68  E. Grant, God and Reason in the Middle Ages, cit., p.192. Corsivo nell’originale. Il punto di vista di Alberto secondo cui la teologia dovrebbe interferire il meno possibile nella filosofia naturale è enunciato in moltissime sue dichiarazioni. Parlando a proposito della ingenerabilità e incorruttibilità del cielo, afferma: «Esiste un’altra opinione, quella di Platone, secondo cui il cielo è derivato dalla causa prima attraverso la creazione dal nulla, e questa opinione è condivisa da tre fedi, quella ebraica, quella cristiana e quella saracena. Tutte affermano che il cielo è stato generato, ma non da qualcosa. Tuttavia non è importante che noi si discuta in questo contesto di tale opinione.» Ibid., 
p.192. Corsivo mio.

69  Ibid., pp.196-197. Corsivo mio.