Due tipi di individualismo

Questa selezione è tratta da Individualismo ed Ordine Economico di F.A. Hayek, ora disponibile come e-book nel Mises Store. In questo brano, Hayek mette a confronto due tipi di individualismo: uno che conduce alla libertà e ad un ordine spontaneo, ed un altro che conduce al collettivismo e alle economie controllate.

individualismoPrima che spieghi cosa intendo per vero individualismo, potrebbe essere utile fornire alcune indicazioni riguardo alla tradizione intellettuale a cui appartiene. Il vero individualismo che cercherò di difendere cominciò il suo sviluppo moderno con John Locke, ed in particolare con Bernard Mandeville e David Hume. Raggiunse, poi, il suo stadio completo per la prima volta nei lavori di Josiah Tucker, Adam Ferguson, Adam Smith e nel lavoro del loro grande contemporaneo, Edmund Burke, l’uomo che Smith descrisse come l’unica persona che avesse mai incontrato che la pensava esattamente come lui riguardo ai temi economici, senza che alcuna precedente comunicazione fosse intercorsa tra di loro.

Ritengo che nel diciannovesimo secolo il concetto di vero individualismo sia stato espresso in modo ancor più pregevole nei lavori di due dei suoi più grandi storici e filosofi politici: Alexis de Tocqueville e Lord Acton. Mi sembra che questi due uomini abbiano sviluppato, con più successo di qualsiasi altro autore a me noto, quella che era la parte migliore della filosofia politica dei pensatori scozzesi, di Burke e dei Whigs inglesi; mentre gli economisti classici del diciannovesimo secolo, o almeno i seguaci della filosofia di Bentham o i filosofi radicali tra loro, si trovarono sempre più sotto l’influenza di un altro tipo di individualismo, di diversa origine.

Questo secondo (e completamente diverso) filone di pensiero, anch’esso noto sotto il nome di individualismo, è rappresentato principalmente dagli scrittori francesi e, più generalmente, dell’Europa continentale – un fatto che credo sia dovuto al ruolo dominante che il razionalismo di Cartesio gioca nella sua formazione. I più rilevanti rappresentanti di questa tradizione sono gli Enciclopedisti, Rousseau e i fisiocratici; e, per ragioni che fra poco menzionerò, questo individualismo razionalistico tende sempre a svilupparsi nell’opposto dell’individualismo, ovvero nel socialismo o collettivismo. Siccome solo il primo tipo di individualismo è consistente, io reclamo per esso il nome di vero individualismo, mentre il secondo tipo deve probabilmente essere trattato come una causa del moderno socialismo, tanto importante quanto le teorie collettiviste propriamente dette.

Non posso illustrare in miglior modo la dominante confusione che regna attualmente riguardo al significato di individualismo se non ricordando che l’uomo che mi sembra essere il miglior rappresentante del vero individualismo, Edmund Burke, viene comunemente (e giustamente) raffigurato come il principale oppositore del cosiddetto “individualismo” di Rousseau, del quale temeva le teorie, convinto che avrebbero rapidamente dissolto la società “nella cenere e polvere dell’individualismo”, e facendo presente, inoltre, che il termine stesso “individualismo” fu originariamente introdotto nella lingua inglese dalla traduzione di uno dei lavori di un altro dei grandi rappresentanti del vero individualismo, de Tocqueville, che adotta tale termine nel suo Democrazia in America per descrivere un’attitudine che lui condanna e rifiuta. Tuttavia, non c’è alcun dubbio riguardo al fatto che sia Burke sia de Tocqueville si trovino su tutti i punti fondamentali vicini ad Adam Smith, a cui nessuno negherà il titolo di individualista, e che l’“individualismo” a cui sono contrapposti è qualcosa di completamente diverso da quello di Smith…

Ad ogni modo, il passo successivo nell’analisi individualistica della società è diretto contro lo pseudo-individualismo razionalistico che conduce pure al collettivismo concreto.  La disputa nasce dal fatto che, seguendo gli effetti combinati delle azioni individuali, scopriamo come molte delle istituzioni su cui poggiano le conquiste dell’umanità, compaiono e funzionano senza che una mente le abbia pianificate o abbia dato loro istruzioni; ovvero, come espresso da Adam Ferguson, “le nazioni si imbattono nelle imprese, che sono, a dire il vero, il risultato dell’azione umana ma non della progettazione umana”; in aggiunta, la collaborazione spontanea tra uomini liberi spesso crea cose che sono superiori rispetto a ciò che le loro menti individualmente possano mai completamente comprendere. Questo è il grande argomento di Josiah Tucker e Adam Smith, di Adam Ferguson e Edmund Burke…

La differenza tra questo punto di vista, che spiega gran parte dell’ordine che troviamo negli affari umani come un risultato imprevisto delle azioni individuali, e il secondo, che riconduce tutto l’ordine scopribile ad un disegno ponderato, rappresenta il primo grande contrasto tra il vero individualismo dei pensatori britannici del diciottesimo secolo e il cosiddetto “individualismo” della scuola Cartesiana. Ma è solamente un aspetto di una ben più grande differenza tra un punto di vista che in genere considera di poco conto il ruolo che la ragione gioca nelle questioni umane, e che sostiene fermamente che l’uomo ha raggiunto ciò che ha nonostante il fatto che sia solo in parte guidato dalla ragione, e che la sua ragione individuale sia molto limitata ed imperfetta; ed un punto di vista che assume che la Ragione, con la R maiuscola, sia sempre completamente e ugualmente disponibile a tutti gli essere umani e che qualsiasi cosa che l’uomo abbia raggiunto sia soggetta al controllo della ragione individuale, essendone il risultato diretto.

L’approccio anti-razionalistico, che considera l’uomo non come un essere estremamente razionale ed intelligente, ma come un essere molto irrazionale e fallibile, i cui errori individuali sono corretti solo nel corso di un processo sociale, e che punta a tirare fuori il meglio da un materiale alquanto imperfetto, è probabilmente la caratteristica più peculiare dell’individualismo inglese…

Dunque, fatemi tornare, in conclusione, a ciò che ho detto all’inizio: l’atteggiamento fondamentale del vero individualismo è quello di umiltà verso i processi con cui l’umanità ha raggiunto cose che non sono state progettate o comprese da alcuna persona e che sono, in realtà, più grandi delle menti individuali. La domanda importante da farsi a questo punto è se sarà concesso alla mente dell’uomo di continuare a crescere come parte di questo processo o se la ragione umana si autoimporrà le catene del suo stesso operato. Ciò che l’individualismo ci insegna è che la società è più potente dell’individuo solo fintanto che è libera. Qualora dovesse essere controllata o diretta, sarà limitata dal potere delle menti individuali che la controllano o dirigono. Se l’arroganza della mente moderna, che non rispetterà nulla che non sia stato consapevolmente controllato dalla ragione individuale, non imparerà in tempo dove fermarsi, potremmo, come Edmund Burke ammonì, “essere ben certi che qualsiasi cosa che ci riguarda scemerà per gradi, fino a che, alla lunga, i nostri interessi saranno ristretti alle dimensioni delle nostre menti”.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone