Lupacchiotti e Banche Centrali

Ho visto recentemente “The Wolf of Wall Street”leo, un film che suscita sentimenti contrastanti non solo tra i vari spettatori, ma anche dentro se stessi. Non so ancora dire se mi è piaciuto; ho persino provato a leggere qualche recensione, ma nessuna mi dà quella lettura chiara di cui sento il bisogno. Proverò allora, scrivendo qui, a riordinare le mie idee.

Innanzitutto trovo che il film che narra l’ascesa e il declino del broker di borsa Jordan Belfort, pur soffermandosi a lungo sullo stile di vita eccessivo e parossistico dell’uomo, tratti in modo superficiale l’incriminazione per frode da parte della Sec.

L’aspetto giuridico della vicenda, invece, è interessante. Tralasciando per un attimo sesso, polverine e pasticchette, cose che eccitano tanto, vorrei capire bene in cosa sarebbe consistita la frode che Belfort avrebbe perpetrato: gonfiava prezzi di azioni che non rendevano quanto promesso al fine di aumentare la propria commissione? Ma non è questo il comportamento legittimo di molti venditori?

Oppure ha proprio venduto azioni materialmente false; nel qual caso parleremmo di vera e propria frode? Non conosco i dettagli del processo, dovrei leggere il libro da cui è tratto il film o gli articoli di giornale dell’epoca, ma non toccherebbe al regista Martin Scorsese offrire maggiori spiegazioni? I film “gialli”, di solito, sono molto più precisi circa la dinamica del delitto, l’arma e l’identità del colpevole ma quando si tratta di soldi, invece, le prove interessano meno: potrebbe quasi sembrare che l’essere un milionario dissoluto sia già prova sufficiente di una colpa da punire senza tante sottigliezze. Poi qualche legge per rovinargli la festa si trova (pensiamo al fisco italiano che si accanisce contro Valentino Rossi, Dolce & Gabbana, Maradona, Berlusconi, etc…; pochi ormai si chiedono se la persecuzione sia “giusta”, essendo l’invidia – che porta a godere delle disgrazie altrui – ormai sdoganata e istituzionalizzata da intellettuali e magistrati).

Ad ogni modo non dico che Belfort fosse innocente, per carità: dico solo che il metodo pump and dump, come lo si vede nel film, non sembra una vera e propria frode.

Ma la grave falsità trasmessa nella narrazione è un’altra e consiste nel prevedibile quadro (è sempre così nel cinema di Hollywood) di una Wall Street in cui uomini mossi da una avidità senza limite si cannibalizzano l’uno con l’altro. Anche Belfort, in un certo senso, si auto-condanna descrivendo la compravendita di azioni come un’attività tra il sadico e il sodomitico; per fortuna, però, interviene l’agenzia statale, antipatica, ma necessaria, a porre limiti a quest’orgia fuori controllo. Qui il messaggio del film cade davvero nel ridicolo.

Chi non sa oggi che la Federal Reserve inietta nel mercato azionario masse di liquidità enormi create dal nulla? È il monopolio di creazione di moneta il vero demonio che vampirizza la società delle sue risorse per trasferirle a banche protette. Con operazioni che una volta si chiamavano open market operations, oggi quantitative easing, operation twist o altri eufemismi simili, la Banca Centrale riversa con frequenza centinaia e migliaia di miliardi di dollari (rileggete, non sono i milioncini di Belfort) a fronte di titoli del Tesoro che certe banche commerciali le consegnano (per non parlare poi dei trillions che la Fed crea off-balance sheet, in maniera cioè non ufficiale). L’inflazione, cioè l’incremento della quantità di moneta e sostituti monetari, creata in questo modo ha l’effetto di un’enorme e subdola tassa che sottrae potere d’acquisto a coloro che vivono con redditi fissi o tramite risparmi per trasferirlo a chi opera “vicino” alla Fed (oltre a innescare cicli e alterare tutti i segnali dei prezzi).

Come se non bastasse, le banche che ricevono questa nuova moneta la prestano ad altre banche, moltiplicandola in misura molto maggiore, poiché godono del privilegio legale della riserva frazionaria. E questa marea di dollari contraffatti, ripetiamolo, tutta creata dallo Stato sostanzialmente, finisce nel mercato azionario. Per questo gli investitori di borsa non sanno letteralmente dove mettere i soldi (da qui anche il fenomeno abnorme dei titoli derivati).

Quindi il rapporto un po’ malato che, evidentemente, Jordan Belfort ha col denaro non è il risultato di un mercato “troppo libero”, come lascia intendere il film ma è la reazione di un piccolo pesciolino che si trova a nuotare in un lago artificiale di droga sintetizzata dai laboratori di Stato. Che il pesciolino si lasci un po’ prendere dall’eccitazione è comprensibile.

In un’economia di autentico libero mercato, invece, senza una Banca Centrale che altera la massa monetaria e manipola i tassi di interesse, gli investimenti non potrebbero superare risparmi (o potrebbero farlo ma in misura incomparabilmente minore: questo è da discutere). In una situazione di moneta scelta dal mercato in quantità immodificabile arbitrariamente, come l’oro, collocare adeguatamente il risparmio costituirebbe un’attività prudente e attenta che richiederebbe la conoscenza della qualità del prodotto di un’azienda, la salute dei suoi bilanci, etc. e un’attività che, in media, non renderebbe tanto più degli altri settori dell’economia.

Inoltre, come s’è detto, questa “cascata del Niagara” di soldi falsi sgorga dalla sorgente di titoli del governo americano. Come mette in chiaro in modo definitivo Murray Rothbard, i titoli di Stato rappresentano l’apoteosi della frode, obbligazioni invalide: il Tesoro vende alle banche debiti fruttiferi che dovranno essere restituiti con le imposte e le tasse da contribuenti ignari (o peggio, dai loro figli non ancora nati). Cioè, se Belfort è colpevole perché vende penny stock a prezzi gonfiati, cosa sono i governi che distruggono il futuro di una nazione condannandola a pagare un debito che non ha mai sottoscritto? In quest’ottica Belfort più che un lupo sembra un tenero cucciolo.

Poi Scorsese descrive giustamente gli ispettori della Sec e dell’Fbi come burocrati carichi di revanscismo sociale quali talora si dimostrano. Lascia però passare il messaggio, ultra – politically-correct, della necessità del loro ruolo; così lo spettatore tentato a simpatizzare per Belfort, corrotto, ma vitale e trascinante, si trova moralmente costretto a riconoscere che le agenzie governative, per quanto antipatiche e mortifere, per fortuna esistono. Ciò che invece non appare affatto è il ruolo del cartello di banche creatrici della Fed (Chase Manhattan Bank, Goldman Sachs, Rothschild, etc.), nascoste nell’ombra ad accumulare miliardi in silenzio ascetico e pronte a sguinzagliare la Sec per tenere lontani i piccoli competitori che provano a deviarne un po’ il flusso. Questo è corporativismo selvaggio, cioè fascismo economico; non ha nulla a che fare con il libero mercato.

Così gli spettatori, dopo essersi divertiti pazzamente a vedere J. B. e i suoi amici spappolarsi il cervello con le droghe, usciranno dal cinema pensando: “qui ci vogliono più controlli!”. Quando la soluzione, invece, imporrebbe la separazione dello Stato dall’economia. Abolendo le Banche Centrali e tornando a una moneta sana, perfino a Wall Street tornerebbero la normalità, la moderazione e il risparmio della vecchia etica borghese. Per capovolgere il messaggio di Keynes, sono gli animal spirits dello statalismo a dover essere frenati.

Ma non c’è nulla da fare. La flebile voce secondo cui il mercato costituisce l’unica modalità di relazione umana moralmente accettabile, perché rispettosa della volontà altrui, non passerà certo a Hollywood, roccaforte del conformismo liberal. Negli attuali regimi democratici, infatti, rispetto alle dittature monocratiche, la maggior libertà di espressione di cui godono intellettuali e artisti viene spontaneamente usata per adulare il potere, anche fingendo di non farlo.

Dunque, per riassumere il discorso, trovo “The Wolf of Wall Street” un film ben fatto su una simpatica canaglia “vittima” di un gioco immensamente più grande di lui, del quale il regista non vuole accorgersi.

Novello Papafava