Perché essere libertari?

[Questo saggio è il capitolo 15 del libro “Egualitarismo come rivolta contro la Natura.]

rothbardDunque, perché essere libertari? Con questa domanda intendo: qual è il punto dell’intera questione? Perché assumersi un profondo impegno, che dura per tutta la vita, verso il principio e l’obiettivo della libertà individuale? In un mondo largamente illiberale come il nostro, essere fedeli ad un tale impegno significa trovarsi inevitabilmente in radicale disaccordo con lo status quo, ed ugualmente ineluttabilmente in uno stato di alienazione da esso, che ci imporrà molti sacrifici, sia in termini economici sia di prestigio. Quando la vita è breve, e il momento della vittoria lontano nel futuro, perché passare attraverso tutto ciò?

Incredibilmente, abbiamo trovato, tra il crescente numero di libertari in questo paese, molte persone che, partendo da una visione estremamente ristretta o da un punto di vista estremamente personale, sono giunte ad un impegno libertario. Molti sono irresistibilmente attratti dalla libertà come sistema intellettuale o come obiettivo estetico, ma la libertà rimane per loro un gioco di parole puramente intellettuale, completamente scisso da ciò che considerano le “vere” attività delle loro vite quotidiane. Altri sono motivati a rimanere libertari solamente in previsione di ottenere il loro personale profitto economico. Comprendendo che un libero mercato fornirebbe opportunità di gran lunga migliori alle persone competenti e indipendenti di raccogliere i profitti imprenditoriali, costoro divengono e rimangono libertari esclusivamente per trovare maggiori opportunità per guadagni economici. È senza dubbio vero che le opportunità per guadagnare sarebbero molto superiori e più diffuse in un mercato ed una società liberi; tuttavia, riporre la propria primaria enfasi su questa motivazione come giustificazione per l’essere libertari può essere considerato solamente grottesco. Nel sentiero spesso tortuoso, difficile ed estenuante che deve essere battuto prima che si possa raggiungere la libertà, le opportunità di profitto personale per il libertario saranno, il più delle volte, scarse, piuttosto che abbondanti.

La conseguenza di questa veduta ristretta e miope, tipica sia del giocatore d’azzardo sia del desideroso di realizzare profitto, è che nessuno di loro ha il minimo interesse nel lavorare per costruire un movimento libertario. Eppure, è solo attraverso la costruzione di un tale movimento che la libertà potrà, in ultima istanza, essere raggiunta. Le idee, e specialmente le idee radicali, non si diffondono nel mondo da sole, come se si trovassero nel vuoto; esse possono essere portate avanti solo dalle persone, e, dunque, lo sviluppo e la crescita di tali persone (e di conseguenza di un “movimento”) diventa un obiettivo primario per il libertario che voglia realmente avvicinarsi ai suoi obiettivi.

Prendendo le distanze da questi uomini dalle mentalità ridotte, dobbiamo anche riconoscere che l’utilitarismo – il terreno comune degli economisti di libero mercato – è insoddisfacente se si vuole sviluppare un movimento libertario fiorente. Mentre è vero, e prezioso da sapere, che un libero mercato porterebbe di gran lunga maggiore abbondanza ed un’economia più salutare per tutti, indistintamente per il ricco e per il povero, un problema critico rimane: questa conoscenza è sufficiente per portare molte persone a dedicare il tempo delle loro vite alla libertà?

In breve, quante persone staranno sulle barricate e sopporteranno i molti sacrifici che una consistente devozione alla libertà comporta, solamente per dare la possibilità a molte più persone di potersi permettere delle migliori vasche da bagno? Essi, piuttosto, non eviteranno di mettersi nei guai in cambio di una vita facile, dimenticandosi la consistente percentuale di vasche da bagno? In ultima istanza, dunque, l’economia utilitarista, sebbene indispensabile nello sviluppo della struttura del pensiero e dell’azione libertari, è una base su cui lavorare per la costruzione del movimento pressoché tanto insoddisfacente quanto quella costituita da quegli opportunisti che semplicemente cercano un profitto a breve termine.

Noi crediamo che un movimento libertario fiorente ed una dedizione alla libertà che dura tutta la vita possano basarsi solo sulla passione per la giustizia. Questa deve essere la principale motivazione trascinante, l’armatura che ci riparerà in tutte le tempeste che attraverseremo; non la ricerca del soldo veloce, né la recita di giochi intellettuali o tantomeno il freddo calcolo del profitto economico generale. E, per avere passione per la giustizia, uno deve avere una teoria di cosa sia giusto ed ingiusto – in breve, una collezione di principi etici di giustizia e ingiustizia, che non possono essere forniti dall’utilitiarismo economico.

Poiché vediamo il mondo essere pervaso da ingiustizie, accatastate una sull’altra fino a toccare il cielo, sentiamo l’urgenza di fare tutto ciò che è in nostro potere per cercare un mondo in cui queste e altre ingiustizie siano sradicate. Altri obiettivi radicali – come l’“abolizione della povertà” – sono, in contrasto con questo, puramente utopistici, dato che un uomo, semplicemente esercitando la sua volontà, non può abolire la povertà. La povertà può essere abolita solo attraverso l’opera di certi fattori economici – in particolare l’investimento di risparmi in capitale – che possono operare solamente trasformando la natura in un lungo periodo di tempo. Nel breve, la volontà umana è severamente limitata dal lavoro della legge di natura (tanto per usare un termine fuori moda, ma ancora valido). Ma le ingiustizie sono opere che sono inflitte da un gruppo di uomini su un altro; esse sono precisamente le azioni di uomini, e, dunque, esse e la loro eliminazione sono soggette al volere istantaneo dell’uomo.

Prendiamo un esempio: la centenaria occupazione inglese e la brutale oppressione del popolo irlandese. Ora, se nel 1900 avessimo dato un’occhiata allo Stato d’Irlanda e avessimo considerato la povertà del popolo irlandese, avremmo dovuto dire: gli inglesi potrebbero risolvere il problema della povertà se si togliessero di mezzo e se rimuovessero i loro monopoli sulla terra; ma l’eliminazione completa della povertà in Irlanda, nella migliore delle ipotesi, richiederebbe tempo e sarebbe soggetta all’azione delle leggi economiche. Ma lo scopo di terminare l’oppressione inglese si sarebbe potuto raggiungere tramite l’azione istantanea della volontà degli uomini: tramite la semplice scelta degli inglesi di tirarsi fuori dal paese.

Ovviamente, il fatto che tali decisioni non vengano prese istantaneamente non è il punto; il punto è che la povertà in questione è un’ingiustizia che è stata decisa ed imposta da coloro che la perpetrano (in questo caso, il governo inglese). Nel campo della giustizia, la volontà dell’uomo è tutto. Una passione per la giustizia istantanea (in breve, una passione radicale) non è dunque utopistica, a differenza del desiderio dell’eliminazione istantanea della povertà o della trasformazione istantanea di chiunque in un pianista. La giustizia istantanea potrebbe essere raggiunta se un numero sufficiente di persone lo volesse.

Una passione sincera per la giustizia, dunque, deve essere radicale – in breve, deve almeno desiderare di raggiungere i suoi obiettivi in modo radicale ed istantaneo. Leonard E. Read, presidente fondatore della Fondazione per l’Educazione Economica, espresse questo spirito radicale in modo molto appropriato quando scrisse un pamphlet dal titolo Io premerei il bottone. La questione era la seguente: cosa fare riguardo alla rete di controllo dei prezzi e dei salari allora imposti all’economia dall’Ufficio dell’Amministrazione dei Prezzi? Molti economisti liberali invocarono timidamente o “realisticamente” una forma o un’altra di deregolamentazione graduale o scaglionata. A quel punto, il signor Read spezzò una lancia in favore di un principio inequivocabile e radicale: “se ci fosse un bottone su questo podio,” cominciò il suo discorso, “premendo il quale si abolirebbero tutti i controlli sui salari e sui prezzi istantaneamente, io metterei il mio dito su di esso e lo spingerei!” [1]

Dunque, il vero test dello spirito radicale è il test del premere-il-bottone: se noi potessimo spingere il bottone per l’abolizione istantanea delle ingiuste ingerenze ai danni della libertà, lo faremmo? Se la risposta è no, possiamo scarsamente definirci libertari, e molti di noi lo farebbero solo se guidati in prima istanza da una passione per la giustizia.

Il libertario genuino, dunque, è, in tutti i sensi della parola, un “abolizionista”; egli, se potesse, abolirebbe istantaneamente tutte le intrusioni esistenti a danno della libertà, sia che si tratti di schiavitù nel senso letterale del termine, sia che si tratti di qualsiasi altro esempio di oppressione statale. Egli, usando le parole di un altro libertario in un discorso simile, “si farebbe venire una vescica al pollice a forza di premere quel bottone!”

Il libertario deve necessariamente essere un “premitore del bottone” e un “abolizionista”. Alimentato dalla giustizia, egli non può essere mosso da cause amorali utilitaristiche, dato che non si ha giustizia fintanto che i criminali non sono “ricompensati” per ciò che hanno fatto. Così, quando nella prima parte del XIX secolo il grande movimento abolizionista si manifestò, voci di moderazione comparvero prontamente consigliando che sarebbe stato giusto abolire la schiavitù a patto che i padroni venissero ricompensati finanziariamente per la loro perdita. In breve, dopo secoli di oppressione e sfruttamento, si supponeva che i padroni dovessero essere ulteriormente ricompensati di una bella somma estorta con la forza alla massa di innocenti contribuenti! Il più appropriato commento a questa proposta fu fatto dal filosofo inglese radicale Benjamin Pearson, il quale osservò che “egli aveva pensato fossero gli schiavi che avrebbero dovuto essere ricompensati”. Chiaramente, tale ricompensa poteva giustamente venire solamente dai padroni stessi. [2]

Gli anti-libertari, e gli anti-radicali in genere, caratterialmente mettono in luce il punto che tale “abolizionismo” è “irrealistico”; facendo tale accusa essi stanno decisamente confondendo l’obiettivo desiderato con una valutazione strategica della possibile riuscita.

Per inquadrare il principio, è della massima importanza non mischiare le valutazioni strategiche con la contraffazione degli obiettivi desiderati. In prima istanza, gli obiettivi devono essere formulati; in questo caso, l’istantanea abolizione della schiavitù o qualsivoglia altra oppressione statale che stiamo considerando. E dobbiamo come prima cosa inquadrare questi obiettivi senza prendere in considerazione la probabilità di conseguirli. Gli obiettivi libertari sono “realistici” nel senso che essi potrebbero essere raggiunti se abbastanza persone fossero d’accordo sia sulla loro desiderabilità, sia sul fatto che, se realizzati, essi condurrebbero ad un mondo di gran lunga migliore. Il “realismo” di un obiettivo può essere messo in discussione solo ed esclusivamente criticando l’obiettivo stesso, e non entrando nel merito su come ottenerlo. Poi, dopo aver concordato gli obiettivi, affrontiamo la (completamente disgiunta) questione strategica di come raggiungere tali obiettivi il più rapidamente possibile, come dare vita ad un movimento per raggiungerli, etc.

Così, William Lloyd Garrison non fu “irrealistico” quando, negli anni 30 del XIX secolo, diede vita al glorioso principio di immediata emancipazione degli schiavi. Il suo obiettivo era quello giusto, ed il suo realismo strategico è testimoniato dal fatto che non si aspettava che il suo obiettivo venisse raggiunto velocemente. O, come Garrison stesso distinse:

Sebbene sollecitiamo l’immediata abolizione il più seriamente possibile, essa sarà infine, ahimé!, un’abolizione graduale. Noi non abbiamo mai detto che la schiavitù potesse essere rimossa con un semplice soffio; come si conviene, noi combatteremo sempre per essa. [3]

A dire il vero, nel regno della strategia, alzare il vessillo del principio puro e radicale è generalmente la via più veloce per raggiungere obiettivi radicali. Infatti, se l’obiettivo puro non dovesse mai essere reso di pubblico dominio e portato in piazza, non potrà mai crearsi alcuno slancio per muoversi verso di esso. La schiavitù non sarebbe mai stata abolita se gli abolizionisti non avessero gridato trent’anni prima; e, siccome le cose avvengono, l’abolizione fu virtualmente un singolo soffio piuttosto che graduale o retribuita. [4]

Ma al di sopra e al di là dei requisiti strategici giacciono i comandamenti della giustizia. Nel suo famoso editoriale che lanciò The Liberator all’inizio del 1831, William Lloyd Garrison si pentiva della sua precedente adesione alla dottrina dell’abolizione graduale:

Colgo questa opportunità per ritrattare completamente ed inequivocabilmente, e così chiedere pubblicamente scusa al mio Dio, al mio paese, e ai miei fratelli, i poveri schiavi, per aver espresso un’opinione così poco coraggiosa e piena di ingiustizia e assurdità.

Subito dopo essere stato rimproverato per l’usuale severità e calore del suo linguaggio, Garrison rispose per le rime: “Io sento la necessità di essere veemente, perché ho montagne di ghiaccio tutt’intorno a me da sciogliere.” È questo spirito che deve contraddistinguere l’uomo veramente dedicato alla causa della libertà. [5]

Articolo di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Leonard E. Read, I’d Push the Button (New York: Joseph D. McGuire, 1946), p. 3.

[2] William D. Grampp, The Manchester School of Economics (Stanford, Calif.: Stanford University Press, 1960), p. 59.

[3] Citato in William H. and Jane H. Pease, eds., The Antislavery Argument (Indianapolis: Robbs-Merrill, 1965), p. xxxv.

[4] In conclusione di una brillante critica filosofica all’accusa di “irrealismo” e alla sua confusione tra il bene e ciò che è al momento possibile, il Professor Philbrook dichiara:

Solo un tipo di difesa seria di una determinata abitudine è accessibile ad un economista o a chicchessia: egli deve affermare che tale abitudine è buona. Il vero “realismo” è la stessa cosa che gli uomini hanno sempre inteso per saggezza: decidere l’immediato alla luce di ciò che è sommo.

Clarence Philbrook, “‘Realism’ in Policy Espousal,” American Economic Review (December, 1953): 859. [5] Per le citazioni da Garrison, vedi Louis Ruchames, ed., The Abolitionists (New York: Capricorn Books, 1964), p. 31, and Fawn M. Brodie, “Who Defends the Abolitionist?” in Martin Duberman, ed., The Antislavery Vanguard (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1965), p. 67. Il lavoro di Duberman è un magazzino di materiale prezioso, che include confutazioni delle teorie di coloro, impegnati nello sforzo comune di mantenere lo status quo, che si prodigano in calunnie psicologiche nei confronti dei radicali in genere, e degli abolizionisti in particolare. Vedi in particolare Martin Duberman, “The Northern Response to Slavery,” in ibid., pp. 406–13.