Il mercato del lavoro

 Si ipotizzi inizialmente un mercato puro, in cui il lavoro, fattore di produzione scarso, è venduto e acquistato sul mercato sulla base di libere contrattazioni individuali. Il salario è il prezzo di tale merce.

L’offerta di lavoro –  È costituita dalle  prestazioni lavorative offerte dai lavoratori.mercatodellavoro

Il lavoratore confronta il tasso di salario[1] offertogli con le altre opportunità alternative e con la disutilità del lavoro. Il lavoro genera disutilità, ma al tempo stesso produce i guadagni che consentono di aumentare l’utilità. Dunque ciascuno lavorerà fino a che la soddisfazione mediata attesa è superiore o uguale alla disutilità che deriva dal lavoro. All’aumentare del salario aumenta l’offerta di lavoro (curva dell’offerta).

Domanda di lavoro – È la domanda di prestazioni lavorative effettuata dai datori di lavoro. Il datore di lavoro assumerà lavoratori finché il guadagno che ogni lavoratore in più gli assicura (produttività marginale) supera il salario che egli deve pagare. Al ridursi del salario aumenta la domanda di lavoro (curva della domanda): la riduzione dei costi consente di aumentare le quantità impiegate del fattore lavoro.first curve Vernaglione

Curve di offerta e di domanda di lavoro,

determinazione del salario reale e del

numero di lavoratori occupati.

In un mercato libero, il livello del salario deriva dall’incontro fra le preferenze del datore di lavoro e quelle del lavoratore. Grazie alla concorrenza fra datori di lavoro, in un mercato libero il salario di ciascuno tende a fissarsi al livello della sua produttività marginale in valore (scontata)[2].

Non esiste il “lavoro in generale”, ma lavori diversi che offrono servizi diversi. E dunque si può individuare la produttività di una singola unità di un fattore produttivo, non la produttività di un fattore produttivo considerato nella sua globalità. Cioè si può determinare la produttività di un singolo lavoratore (attraverso la produttività marginale), non la produttività del lavoro in generale. Questo perché i fattori produttivi operano insieme per realizzare la produzione. Dunque dire che nell’ultimo secolo la produttività del lavoro è cresciuta è un’affermazione indimostrabile: perché essa è avvenuta anche grazie all’incremento di beni capitali.

Tuttavia i mercati del lavoro contemporanei sono molto lontani dal mercato puro ora illustrato: i salari e gli stipendi fissati in base alla contrattazione collettiva[3], i salari minimi, i limiti all’accesso, le condizioni lavorative stabilite per legge, gli oneri sociali sono i principali esempi di intervento statale nel mercato del lavoro. Gli effetti di tale interferenza verranno esaminati più sotto, nell’ambito delle teorie sulla disoccupazione.

Alcuni indicatori relativi al mercato del lavoro utilizzati dalla statistica

Tasso di attività: rapporto fra forze  di lavoro e popolazione complessiva.

Disoccupazione – disoccupati in senso stretto (hanno perso la precedente occupazione), in cerca di prima occupazione, altre persone in cerca di lavoro (in condizione non professionale: casalinghe, pensionati, studenti ecc.).

Tasso di disoccupazione: numero delle persone in cerca di occupazione diviso il totale delle forze di lavoro.

La teoria economica leftist ha moltiplicato le categorie di lavoratori in base a valutazioni ideologiche, ad esempio: “sottoccupati”: lavoro non stabile, saltuario, a volte irregolare, al di fuori dei contratti e degli obblighi contributivi. Oppure il concetto di “disoccupazione nascosta”: impiego eccessivo di manodopera rispetto alle esigenze produttive (produttività bassa).

Teorie sulla disoccupazione

Classica e Austriaca: in un mercato non vincolato la disoccupazione involontaria è impossibile, perché, in caso di eccesso di offerta di lavoro, il salario si riduce in misura tale da indurre all’assunzione i disoccupati. O, al limite, un individuo si mette al lavoro per prodursi da solo i beni da lui ritenuti necessari. In un mercato libero la disoccupazione è volontaria, dipende dal fatto che coloro che non lavorano decidono di aspettare (ad esempio, perché non si vogliono spostare in un altro luogo). In un’economia completamente libera alla lunga non permangono risorse inutilizzate; dunque chi vuole lavorare trova un lavoro qualsiasi. Questo tipo di disoccupazione, volontaria, si chiama disoccupazione catallattica. Un secondo tipo di disoccupazione è la disoccupazione istituzionale, involontaria, che è quella provocata dall’interventismo statale.

Dunque la disoccupazione involontaria dipende dalle rigidità salariali e normative imposte o consentite dallo Stato.

a) Rigidità salariali: salari minimi[4], tariffe minime per gli ordini professionali, contrattazione collettiva, contratti pluriennali, accordi informali, oneri sociali che rendono elevato lo stipendio lordo, sussidi, inerzie.

Il salario minimo, o il salario fissato in maniera indiscriminata attraverso i contratti collettivi sindacali, impedisce che vengano assunti tutti coloro che hanno una produttività inferiore a quel salario, perché l’imprenditore, se li assumesse, subirebbe una perdita (dunque, per paradosso, il salario minimo danneggia i lavoratori più poveri rispetto ai più “ricchi”, quelli a maggiore produttività). Dunque i saggi salariali minimi o fissati arbitrariamente fuori delle condizioni del mercato producono disoccupazione involontaria (eccesso di offerta rispetto alla domanda: il mercato non è “sgombro”). Nella figura il numero di disoccupati generato dall’intervento (confrontando cioè la nuova situazione con l’equilibrio di libero mercato) è dato dal segmento L1 L0. La disoccupazione effettiva che si determina dopo l’intervento invece è data dal segmento compreso fra le due curve al livello del salario w1.[5]

Salary Work Vernaglione

Per molte categorie di persone – studenti disposti a piccoli lavori part time, persone che cominciano ad apprendere un lavoro ma non hanno ancora la professionalità richiesta, immigrati che ancora non parlano la lingua, attività che non necessitano di qualificazione, gruppi musicali non affermati disposti a suonare in locali – svolgere attività poco retribuite è utile.

Il lavoro non è un diritto ma uno scambio fra due beni che hanno valore per le due parti, e cioè lavoro in cambio di denaro.

La contrattazione collettiva e le leggi a protezione dei salari vengono difese con l’argomento che il lavoratore è il soggetto debole rispetto al datore di lavoro. Però non esiste monopolio di domanda. Se i datori di lavoro hanno bisogno di determinate qualifiche, ma queste esistono in quantità limitate, cioè se la domanda eccede l’offerta, i salari cresceranno e i lavoratori non saranno affatto il soggetto debole, tutt’altro[6]. Inoltre, se i salari sono “bassi” (più bassi che in altre zone), le imprese si trasferiscono in quelle zone, e questa concorrenza fra domandanti lavoro fa aumentare i salari.

Circa i bassi salari pagati da alcune multinazionali in paesi del terzo mondo, non si considera che essi sono pari a otto volte e mezzo quello che il lavoratore guadagnerebbe se impiegato in un’industria locale [E. Graham, Institute for International Economics]. Inoltre, in alcuni casi (Burma, Indonesia) sono gli Stati stessi che impongono coercitivamente salari e condizioni lavorative disagiate, proprio per attrarre le grandi imprese; ma questo non ha niente a che fare con il libero mercato.

I salari non si trovano al livello di sussistenza; la storia del capitalismo degli ultimi 200 anni testimonia un costante aumento del tenore di vita dei salariati. Inoltre il concetto di sussistenza è privo di oggettività.

b) rigidità normative: limiti all’accesso, non licenziabilità, imposizione di contratti solo a tempo indeterminato[7].

Limiti all’accesso: alcune professioni (notai, farmacisti) dispongono il numero chiuso, per altre vengono concesse licenze (tassisti), sono imposti esami di Stato per l’iscrizione agli Albi, in generale per le libere professioni le modalità di ingresso sono gestite dagli ordini. L’effetto è una minore concorrenza, dunque un reddito più alto per gli insider e minore occupazione.

 third curve Vernaglione

Altre teorie sulla disoccupazione

Keynesiana (ciclica): tutti i lavoratori sono disposti a lavorare al salario corrente; l’occupazione dipende dalla quantità prodotta (funzione di produzione), dunque dalla domanda globale; la bassa domanda di lavoro consegue ad una bassa domanda globale che ha origine nel mercato dei beni capitali in seguito al pessimismo degli imprenditori.

Strutturale: obsolescenza di beni; carenza del fattore imprenditoriale; imperfetta corrispondenza qualitativa tra l’offerta e la domanda di lavoro: mancanza della  professionalità richiesta, maggior selettività da parte degli offerenti, sussidi di disoccupazione, scarsa mobilità (indisponibilità a trasferirsi, difficoltà a trovare abitazioni[8]), collocamento inefficiente.

Tecnologica: sostituzione di capitale a lavoro. È solo un’illusione ottica di breve periodo, a lungo andare l’introduzione di macchine produce due effetti: 1) riduce i costi, dunque i prezzi e di conseguenza causa un aumento di domanda del prodotto, il che a sua volta determina un aumento derivato di domanda di manodopera; in sostanza l’aumento dell’occupazione derivante dall’allargamento della base produttiva compensa o più che compensa la diminuzione iniziale derivante dall’approfondimento della produzione via tecnologia;[9] 2) i lavoratori che escono dal settore a più alta intensità di capitale si indirizzano alla produzione di altri beni; il benessere complessivo aumenta. La storia ha dimostrato che le profezie catastrofiste sulla disoccupazione tecnologica di massa erano infondate: la meccanizzazione spinta dell’ultimo secolo non l’ha generata.

Frizionale: dovuta al movimento fra regioni o fra posti di lavoro; comprende anche coloro che non possono lavorare a causa di handicap fisici o mentali.

Tasso naturale di disoccupazione: è quello che garantisce che l’inflazione non tenda né ad accelerare né a decelerare, e corrisponde alla produzione potenziale; incorpora la disoccupazione frizionale e parte di quella strutturale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

M.N. Rothbard, Man, Economy and State, cap. 9 par. 2, cap. 10 par. 4, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

–  Power and Market, cap. 3 par. 3 punti h e i, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

 


[1] Il tasso, o saggio, di salario è la quantità di salario per unità di tempo (ad esempio, un’ora di lavoro). Per conoscere il reddito salariale, cioè il salario complessivamente guadagnato, basta moltiplicare il tasso salariale per il periodo di tempo relativamente al quale interessa effettuare il calcolo (salario settimanale, o mensile, o annuale ecc.). Per conoscere il monte salari totale è sufficiente sommare i redditi salariali individuali. La distinzione fra tasso e reddito salariale implica che una riduzione del tasso salariale è compatibile con un aumento dei redditi salariali; ad esempio, potrebbe aumentare l’occupazione, oppure i lavoratori già occupati potrebbero lavorare un maggior numero di ore. Spesso la letteratura economica, usando in maniera vaga il termine “salari”, ha confuso i due concetti, ritenendo erroneamente che una riduzione dei tassi di salario comporti automaticamente una riduzione dei redditi salariali totali (e in conseguenza una riduzione della domanda di beni, con effetti depressivi sul sistema economico).

[2] Si può illustrare tale conclusione con il seguente esempio: supponiamo che la produttività marginale del lavoratore equivalga a € 1 l’ora. Se egli fosse assunto a 5 centesimi l’ora, il datore di lavoro avrebbe un guadagno di 95 centesimi l’ora. Allora altri datori di lavoro farebbero offerte per avere quel lavoratore. Il salario dunque crescerebbe, ma si arresterebbe a € 1 l’ora, perché oltre quella misura supererebbe la produttività marginale e il datore di lavoro incorrerebbe in una perdita. In un sistema di mercato puro, dunque, grazie alla concorrenza lo “sfruttamento” e i salari “ingiusti” a lungo andare non sono possibili.

[3] M.N. Rothbard, Restrictionist Pricing of Labor, in «Freeman», maggio 1963, pp. 11–16; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 36-42.

Secondo una vulgata molto diffusa, gli aumenti di reddito reale e degli standard di vita dei lavoratori a partire dalla fine dell’Ottocento sarebbero dovuti alla diffusione dei sindacati e alle legislazioni sociali. Il rapporto causale va completamente capovolto: fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli aumenti salariali furono possibili proprio perché la produttività era cresciuta tantissimo grazie all’introduzione e diffusione delle macchine nei processi lavorativi. Un luogo comune gemello riguarda lo “sfruttamento” e addirittura l’impoverimento degli operai durante la rivoluzione industriale. Le statistiche fanno piazza pulita di tali pregiudizi ideologici (W. Hutt, The Factory System of the Early Nineteenth Century, in “Economia”, 1926). I salari industriali rappresentavano redditi cinque volte superiori rispetto a quelli agricoli; le 12 ore quotidiane erano inferiori alle 18 nei campi. D’altra parte, la rapida urbanizzazione verso i centri industriali è la conferma demografica di tale dato; i lavoratori non venivano deportati, non erano costretti a spostarsi con la forza, sceglievano il lavoro industriale perché più remunerativo del durissimo e incerto lavoro dei campi (a dispetto dell’idilliaca immagine bucolica rappresentata nei romanzi). Lo stesso discorso vale per il deprecato lavoro dei fanciulli nelle fabbriche. I genitori erano tutt’altro che disperati quando i loro figli venivano assunti. L’alternativa non era la possibilità di frequentare la scuola o di trascorrere l’infanzia giocando, come nell’epoca contemporanea; l’alternativa era il duro lavoro agricolo anche per i ragazzi, secondo una tradizione plurisecolare. Il fatto è che l’indigenza del mondo agricolo non era visibile all’opinione pubblica in quanto dispersa e nascosta nelle campagne, mentre la concentrazione urbana che segue alla rivoluzione industriale rende visibili i disagi della vita lavorativa, abitudini come l’alcolismo o gli incrementi della criminalità dovuti alla concentrazione nelle città.

[4] In Italia non è fissato per legge ma nei contratti collettivi; in Europa in genere è compreso fra il 50% e il 60% del salario lordo medio, negli Stati Uniti inferiore al 40%.

[5] L’innalzamento artificiale del salario determina una riduzione strutturale della domanda di lavoro, cioè di lungo periodo, perché i datori di lavoro, in seguito alla misura, si indirizzeranno verso combinazioni produttive labour saving.

[6] Nel 2012 la Cgia di Mestre ha calcolato che vi è una domanda che eccede l’offerta per mestieri come i netturbini, i collaboratori domestici, i carpentieri, i sarti, gli agricoltori, gli autisti di mezzi pubblici.

[7] Di recente è invalso l’uso di definire “precariato” l’esistenza di contratti di lavoro a tempo determinato. Si ritiene che il divieto o la limitazione di questo tipo di contratti renda automaticamente quei posti di lavoro stabili e a tempo indeterminato. A monte di tale convinzione vi è l’errore concettuale di ritenere che il numero di posti di lavoro nell’economia sia fisso e che modifiche nei vincoli contrattuali non si riflettano sulla domanda di lavoro. Invece i datori di lavoro reagiscono all’imposizione di vincoli contrattuali non sopportabili dalle loro imprese riducendo le assunzioni; dunque si riducono i posti di lavoro, e i ‘precari’ si trasformano in disoccupati, condizione ben peggiore.

[8] Secondo uno studio del 2007, negli Stati Uniti gli stati e le regioni con il più alto tasso di case di proprietà sono anche quelli con il più alto tasso di disoccupazione: la casa di proprietà frena la disponibilità a trasferirsi in luoghi in cui vi sono maggiori opportunità lavorative.

[9] Ad esempio è ciò che avviene agli inizi del Novecento con le catene di montaggio nelle fabbriche Ford americane.