Problema del voto e la soluzione del boicottaggio individuale

votoMurray Rothbard avrebbe cominciato così: “Io vengo a seppellire le elezioni, certo non a rendere loro omaggio”. Come un nano sulle spalle di un gigante, rivolgo la mia critica alla “scoperta” del millennio: il cosiddetto procedimento del “voto democratico” o, horribile dictu, “libere elezioni”.  Voglio mettere in chiaro fin dall’inizio che con questo voglio mettere in discussione il più grande dei più grandi idoli del presente: lo Stato. Infatti, non considero il “voto democratico ” un problema autonomo e non lo tratterò pragmaticamente, sperando di fornire soluzioni “puntuali”. Partendo dalla riflessione riguardante la natura delle elezioni, vorrei evidenziare che questo è solo l’inizio di una lunga serie di rivelazioni sul fatto che “il re è nudo” non solo in materia di voto, ma anche nelle questioni attinenti all’istruzione, alla produzione di moneta e al settore bancario , alla giustizia, all’integrazione europea,  allo “sviluppo” sostenibile, alla tassazione, ai  servizi di  interesse pubblico e a tutte le altre scuse per intervenire negli affari privati dei cittadini in base alle quali lo Stato (democratico o meno) ha ritenuto necessario intraprendere qualche tipo di attività.

Una piccola deviazione

Prima di iniziare ad esaminare il sopravvalutato meccanismo democratico del voto, è raccomandato un passo indietro per prendere le distanze – così come fanno i filosofi con le domande ritenute degne di considerazione – allo scopo di ottenere una migliore comprensione del contesto generale nel quale tutti noi (o tanti di noi, comunque troppi), come degli animali da circo ben addestrati, passiamo dalle urne.

Insomma, dove andiamo quando ci rechiamo a votare? Qual è il contesto? A cosa si partecipa? E che significato può avere la nostra azione?

Il contesto generale del voto è lo stato, l’apparato statale e l’ideologia statalista, ed il voto equivale ad un incursione attraverso i “corridoi” di questo. Vi chiederete a questo punto: perché uso un’espressione metaforica? A causa della stranezza della situazione. Perché votare non significa impegnarsi effettivamente nell’apparato statale, ma neanche partecipare veramente alla cooperazione sociale, alla società.

Ed ecco che abbiamo già toccato in questo articolo la prima problematica: la distinzione tra stato e società. E ‘impossibile comprendere i problemi socio-politici del mondo contemporaneo (e non solo), senza questa distinzione. Messa in questi termini da Albert J. Nock nella sua opera Our Enemy, the State, la distinzione chiamata in causa si basa su un’altra, almeno altrettanto importante, di Franz Oppenheimer [1]: quella tra mezzi economici e mezzi politici di acquisizione della ricchezza.

I mezzi economici comprendono l’appropriazione originaria[2], la produzione, lo scambio e i doni (eredità e donazioni comprese), essendo implicitamente riconosciuta come fatto primordiale anche la proprietà delle proprie risorse corporali. I mezzi politici sono limitati ad un solo mezzo: l’espropriazione con la forza di coloro che hanno accumulato ricchezza in modo economico. In altre parole la rapina, il saccheggio.

Come hanno ben compreso Spooner, Oppenheimer, Nock o Rothbard, lo stato è l’organizzazione dei mezzi politici, mentre la società è l’organizzazione dei mezzi economici. O, in altre parole, lo stato è l’agente della rapina; la società è l’organismo di cooperazione pacifica.

Se le cose fossero chiare in questi termini, la soluzione non sarebbe lontana. Invece un denso fumo intellettuale fa sfumare questa distinzione nella mente della maggior parte dei contemporanei. E al posto di condurre una battaglia aperta contro lo stato, la società non fa che portarlo sulla schiena come un membro che gli appartiene; ha smesso di combatterlo, e così ospita, senza rendersene conto, un parassita. Questo mantello ideologico dello stato si trasforma da semplice assalto in aggressione istituzionalizzata: cioè l’aggressività non è più percepita come tale, ma come una condizione necessaria, naturale, utile o auspicabile; o ancor peggio, legittima.

Il mantello intellettuale dello stato – l’ideologia pro-statalista – è un composto di errore intellettuale e di malizia ed è in questo modo che riesce a sostenersi.  L’esistenza di un mezzo coercitivo (in un certo senso più facile) per acquisire la prosperità o per aumentarla, non percepito come tale – come coercitivo –, conduce i sudditi a vivere una tragedia dei luoghi comuni. Coloro che si servono meno dell’apparato pubblico risultano perdenti; devono necessariamente mantenere il passo “nell’utilizzo” dello stato. Nasce di conseguenza, a questo proposito, una competizione controproducente [3]. Di qui la natura necessariamente dinamica dello stato e del suo rapporto con la società (quello che noi chiamiamo l’interventismo), visto che esiste l’apparato statale ed è ritenuto un bene utilizzarlo; anzi, in conformità al “mantello intellettuale”, perché non deve essere implementato ed esteso? E se abbiamo dei dubbi circa l’espansione dello stato ed i nuovi problemi che potrebbero sorgere in futuro, perché non dovremmo parimenti dubitare della dimensione attuale – risultato di espansioni precedenti [4]?

Il primo pilastro dello stato, che ne caratterizza inconfondibilmente la natura, è la tassazione. E la caratteristica principale, il carattere fondamentale della tassazione è il tratto non volontario, aggressivo; essa è uno dei mezzi politici, una rapina.

Il secondo pilastro è rappresentato dal monopolio sull’uso della violenza esercitata su un determinato territorio. Questo monopolio va a braccetto con il monopolio del sistema che è in grado di stabilire quando è legittimo l’uso della violenza – la magistratura – ed anche dell’apparato che attua le decisioni prese nei tribunali: la polizia.

Con questi due pilastri lo stato è formalmente “completo” [5]. Ma, riguardo al contenuto, c’è ancora molto da dire. Creando il diritto, lo stato annulla l’idea dell’esistenza di principi etici generali, necessari per valutare le sue prescrizioni legislative, cosicché la legge viene trasformata impercettibilmente in legislazione: di conseguenza la legge è ciò che emana lo stato, a prescindere da quanto sia buona o cattiva. Il passo successivo consiste nel servirsi della prerogativa della legislazione per svariati “progetti pubblici”.

Ad esempio, lo stato legifera che tutti i genitori sono incompetenti per quanto riguarda l’educazione dei loro figli, e quindi istituisce un sistema di istruzione pubblica. Si noti che questo sistema è finanziato attraverso le tasse ed è obbligatorio. Inoltre, potenziali imprenditori privati nel settore dell’istruzione ​​(università o scuole privati) devono soddisfare alcune condizioni (in termini di dotazione e programmi – cioè di idee da diffondere) imposti dallo Stato, attraverso il Ministero della Pubblica Istruzione.

Lo stato, inoltre, stabilisce che la produzione della moneta è, in fin dei conti, una sua prerogativa e di conseguenza monopolizza il settore. Dunque, dopo aver acquisito il monopolio, sostituisce la vecchia moneta-merce con carta prodotta, a sua discrezione, a costi irrisori. Egli aggiunge così una fonte di finanziamento più flessibile rispetto al sistema “tradizionale” di tassazione. Come titolare della stampa, lo stato può tassare la popolazione in “segreto” attraverso l’espansione monetaria (la creazione di denaro), cioè attraverso l’inflazione.

Manca solamente un passo per giungere allo stretto controllo sul settore bancario: il bene scambiato è fornito dallo stato, quindi esso detta anche le regole.  Naturalmente nasce un’alleanza tra stato e banche[6], poiché queste ultime accettano le regole poste dallo stato in cambio del privilegio di poter operare con riserva frazionaria e avere accesso al supporto necessario da parte della banca centrale, come prestatore di ultima istanza. Risulta chiaro perché la banca centrale a può permettersi questo ruolo: grazie al privilegio di essere produttore discrezionale di moneta.

Lo stato, inoltre, ha ”infantilizzato” parti della società, sottraendo ai consumatori e agli imprenditori privati attenti ai desideri di questi la possibilità di decidere gli investimenti , in tutta una serie di altri settori economici: il trasporto (aereo, trasporto urbano e ferroviario),  l’agricoltura (Politica Agricola Comune, per esempio; oppure anche i programmi americani di sussidio agli agricoltori), l’energia,  ecc.  Anche quando le decisioni di investimento non sono sottratte direttamente, nazionalizzando i settori, l’interventismo è attuato tramite l’imposizione di standard (come nel caso del Mercato Unico Europeo e il problema dell’armonizzazione; il problema ambientale) o regolamentazioni (vedi i casi – maiale, asino o vitigno, la concorrenza ecc.)

Per quanto riguarda la carità, nemmeno essa è riuscita a sfuggire alla nazionalizzazione. Un uomo non può più essere misericordioso per conto proprio, in base alle proprie virtù e alle capacità date da Dio, ma deve partecipare forzatamente al sistema socialista (che è necessariamente fallimentare): dal cosiddetto sistema di sicurezza sociale ai vari programmi di welfare (indennità di disoccupazione in vari paesi, cassa integrazione in Italia, sussidi, pasti “gratis” ecc). La prima istituzione attaccata da queste attività svolte parte dello Stato è la Chiesa. Tali attività divennero anche un dipartimento di stato; si tratta di “materia di bilancio”.

E c’è dell’altro ancora. Difficilmente si può trovare una sfera della vita sociale nella quale lo stato non sia già presente. Il nocciolo centrale di questa constatazione è quello di sottolineare “che cosa stiamo ottenendo” al momento del voto. Introduciamo la metafora dell’”abisso sotto”: una persona che cammina su di un filo ha il paesaggio completo delle possibili conseguenze delle sue azioni. In questo modo effettuiamo un tentativo di dotarci, in vista della discussione del problema elettorale, della coscienza “dell’abisso” dietro l’idea del voto.

Brevemente sul voto

Non è l’idea del voto in quanto tale, a prescindere dal contesto, quella considerata nel presente articolo, in quanto la votazione che si svolge in un ambiente privato è priva di problemi. Un club o una società in cui l’ingresso e l’uscita siano liberi possono proporre come mezzo di procedura decisionale interna la votazione (con diversi tipi di maggioranza). Coloro che aderiscono al club o diventano soci in azienda lo sanno fin dall’inizio. Inoltre, se ritengono, nel corso del tempo, che gli obiettivi iniziali di tale organizzazione siano stati “traditi”, possono lasciarla senza conseguenze drammatiche. Il voto in questi aggregati sociali volontari non ha conseguenze se non per quelli che volontariamente hanno aderito a questa procedura. Non c’è nulla di male fin qui.

Il voto nel sistema elettorale, invece, è diverso. L’aggregato stato-nazione non è volontario. Non c’è la possibilità di “uscita” (cioè la secessione individuale assieme alla proprietà personale da tutti gli altri attori del sistema elettorale) dal gioco se questo presuppone solo alternative fortemente problematiche (misure coercitive che comportano la violazione dei legittimi diritti di proprietà di una parte dei membri della società). Vi è una scelta (tra Berlusconi e Bersani, per esempio), ma non esiste la libertà (non essere costretti a scegliere o ad obbedire alle decisioni che la coalizione prescelta prenderà). E sarei sicuramente più felice se fosse possibile non tanto scegliere se morire impiccato o sparati in testa, quanto piuttosto scegliere di rimanere in vita.

Il voto non costituisce aggressione

Per quanto non si voglia dare un senso preciso alla questione del voto, bisogna dire senza mezzi termini che il voto non è, di per sé, un’aggressione. Non viene violata la proprietà di nessuno se si sta semplicemente partecipando ad uno scrutinio elettorale. Non potremmo quindi dire che chi sceglie la soluzione (corretta, a mio parere) di boicottare il voto, abbia diritto a più di questo – cioè, per esempio, all’utilizzo della forza per impedire gli altri a votare.  Tuttavia, occorre comprendere che la semplice esistenza del meccanismo elettorale come lo conosciamo oggi presuppone l’esistenza di una serie di atti di aggressione, di violazioni persistenti di libertà e proprietà: una legge elettorale di questo tipo è possibile solo in seguito ad un monopolio sulla giustizia; l’esistenza di strutture come l’Ufficio Elettorale Centrale e i seggi elettorali, il cui finanziamento tramite la tassazione è necessariamente coercitiva; oppure, fatto ancora peggiore, se sono in vigore leggi che impongono – sotto pena di multa – la partecipazione al voto.

Ragionare riguardo al sistema di voto, dunque, equivale al preoccuparsi delle attrezzature e delle dotazioni di una palestra, dove nel contempo si annida una rinomata banda di ladri.

Il voto non è un “obbligo”

Non poche persone associano all’idea di partecipazione al voto il carattere di dovere; un dovere visto in numerosi modi: civico, legale, etico o morale.

L’inconsistenza del concetto di voto come dovere civico risulta dall’inconsistenza del concetto di cittadinanza stessa. Infatti, che cosa significa essere un cittadino? Vuol dire essere suddito, oggetto di un apparato statale aggressivo – che trasgredisce il principio base di non aggressione contro la proprietà e le persone, necessario per la cooperazione sociale. Il “dovere civico di votare” sarebbe simile al “dovere” di una vittima di un ruberia di salutare rispettosamente il ladro.

Il voto come dovere giuridico non esiste, grazie a Dio, in Italia. Ma anche laddove ci sia un obbligo per legge di votare, una lettura corretta della situazione ci porterebbe a ritenere ingiusta quella legge. Essa pertanto deve essere immediatamente abolita, in quanto costringe le persone a fare un uso diverso delle scarse risorse possedute legittimamente: il tempo (se ci si reca alle urne per paura di ripercussioni) o denaro (se si sceglie di non partecipare e pagare l’ammenda corrispondente a ciò che viene fissato dalla legge).

È chiaro da quanto precede che il voto non può essere in alcun modo un dovere etico.  Affermare che un individuo non deve niente a nessuno significa che nessuno ha il diritto di usare la forza per ottenere qualsiasi restituzione (“debito”) da lui. E cosa deve l’uomo allo stato? Niente. Ma ai fratelli, “concittadini”? Forse denaro o altri beni e servizi, ma in alcun modo il voto.

Se qualcosa doveva risultare chiaro fin dall’inizio, sicuramente è il fatto che il voto non è assolutamente un dovere morale. Piuttosto, il dovere morale degli individui è quello non di effettuare la scelta, imbarazzante, di un furto futuro, ma di boicottare quest’ultimo privatamente: non aver nulla a che fare con colui che compie l’iniquità. Il semplice funzionamento di un governo eletto sarà basato sull’estensione e la continuazione della rapina ai danni di alcune persone per la ridistribuzione del gettito in base a criteri politici. I mezzi politici di appropriazione della ricchezza portano inevitabilmente a criteri politici di redistribuzione della stessa. Che cosa possono sperare di ottenere le persone perbene quando si sceglie “la squadra del saccheggio” (l’organizzazione dei mezzi politici), che è il governo e lo stato in generale?

Il voto è un diritto?

Sì, lo è. Ma prima di tutto non è un diritto dato a noi dallo stato, ma deriva dalla nostra natura di persone umane e la legittimità (cioè il diritto di esercitarlo) è data dalle nostre azioni, che non sono direttamente e in alcun modo dimostrabili dannose. E, fatto ancora più importante, esso non è altro che un diritto “all’imprudenza”, alla follia di commettere questo “crimine senza vittime” attraverso la partecipazione attiva alle elezioni; una decisione simile al quella di aiutare (inconsapevolmente) qualcuno come Stalin a decidere che tipo di corda usare per strangolare i prigionieri politici: di lino o di canapa.

Tenendo a mente questo e sottolineando l’idea che, quando parliamo di voto come di un diritto, di solito si tratta solamente di un diritto alla follia, dobbiamo comunque ammettere la possibilità – del tutto eccezionale – che esista un senso per andare a votare. Talvolta può presentarsi un candidato con un vero e proprio programma di riforme destinato ad avvicinarsi notevolmente ad un regime “repubblicano” autentico, basato sull’ordine della proprietà privata. In quel momento potrebbe essere opportuno il voto. Comunque, nessun problema sarebbe svanito. Per esempio, le promesse del candidato saranno credibili? Se credibili, egli sarà in grado di attuare il suo programma, una volta eletto? Se prevede la riforma integrale (l’istituzione dell’ordine della proprietà privata) ed è salito al potere tramite la promozione di questa, ciò rappresenterebbe una buona notizia. Se però fosse un gradualista (o peggio, solo un interventista moderato) e fosse arrivato ​​al potere senza un’esplicita strategia di lungo termine, si presenterebbero due pericoli, ugualmente gravi: se le cose vanno male, la direzione impressa alla riforma viene screditata; se vanno bene, ed il tenore di vita aumenta a seguito di riforme parziali, può radicarsi la visione secondo cui non c’è bisogno di riforme a tutto tondo ma solo di leader competenti e di misure sagge, come in questo caso.

Penso sia ovvio, comunque, il motivo per cui questa rappresenti una situazione del tutto eccezionale.

Il voto non è un contratto

Ci sono molti che discutono il problema elettorale in termini contrattuali. In altre parole tra elettori ed eletti si creerebbe un tipo di rapporto mandante-mandatario. Si stabilisce una sorta di “contratto sociale” che rende i vincitori della lotteria elettorale “rappresentanti” legittimi della popolazione.

L’avvocato americano Lysander Spooner ha spiegato una volta per tutte perché questa è una sciocchezza. Il requisito legale minimo richiede che un contratto abbia due parti chiaramente identificabili e un oggetto. Nel caso delle elezioni, non si conoscono entrambe le parti: gli elettori non sono registrati da nessuna parte. E non solo non sono registrati in un contratto, ma possono inoltre votare “in segreto”. Chi può dimostrare di aver votato per il candidato X e, in questo modo, dimostrare che lo ha incaricato di compiere una determinata attività?

Passiamo poi a considerare l’oggetto, gli obblighi ed i diritti delle parti. È tutto nebbia. A cosa si impegna l’elettore? E l’eletto? È chiaro che sono necessari numerosi e accurati allegati correlati all’“accordo elettorale”.

La distorsione del linguaggio giuridico nel descrivere il fenomeno elettorale, si manifesta in tutta la sua evidenza una volta considerata la relazione candidato X (vincitore) – elettori dei candidati Y, Z (perdenti). Solo attraverso un contorsionismo mentale potremmo definire il primo “rappresentante” degli ultimi. E, ancora, che dire di coloro che non hanno partecipato al voto o privi del diritto di voto?

Anche la società moderna, che afferma di porre la tolleranza e la non discriminazione al rango di valori supremi, è intollerante e discriminatoria proprio nel processo elettorale democratico, il quale viene imposto, in un modo o nell’altro, alle generazioni che arrivano dopo “l’età legale” definita dalla prima. La discriminazione avviene tra coloro che hanno creato il meccanismo di voto e hanno potuto prendere una decisione al riguardo, e coloro che successivamente lo applicano e non hanno più possibilità di scelta.

Murray Rothbard ha spiegato anche che la semplice promessa non rappresenta un contratto. Questo perché l’uomo non può separarsi temporaneamente dalla sua volontà, per prevenire la successiva riappropriazione durante “l’esecuzione del contratto” (ciò infatti equivarrebbe ad una schiavitù temporanea). Per superare questa difficoltà, si potrebbe imporre una clausola penale, in base alla quale non si avrebbe diritto ad elementi irrinunciabili come la volontà; tuttavia, si avrebbe diritto a parte del contratto e al pagamento di un certo indennizzo nel caso in cui la controparte non fornisse un determinato servizio o attività.

Mettiamo in discussione anche le promesse elettorali dei candidati; quale forma giuridica hanno? Ovviamente sono semplici promesse. E così la loro enunciazione non costituisce, in assenza di clausole penali e di un meccanismo di attuazione di queste, alcun obbligo nei confronti gli elettori. E sarebbe ridicolo considerare “la possibilità di votare ogni quattro anni” come una “clausola penale”. Sarebbe come considerare non problematico il rapporto con un compagno/partner che è diventato violento e ci pesta quotidianamente, in virtù del solo fatto che entro sei mesi saremo comunque in grado di chiudere i rapporti contrattuali con lui.

In conclusione, il voto è qualcosa di radicalmente diverso da un contratto.

Non era intenzione del presente articolo analizzare le promesse, chiamate in modo pomposo  “programmi”, dei vari partiti politici, almeno per due motivi: in primis, abbiamo a che fare solamente con delle versioni di interventismo (una sorta di “socialismo sbiadito”) o, più elegantemente, di”democrazia sociale”; in secondo luogo, qualsiasi governo futuro (più o meno invadente a seconda dei poteri esercitati) deve obbedire ai dettami dell’Unione Europea, per proseguire “l’integrazione”. Non è quindi ammissibile dire che vi sia una scelta.

Anche se le cose non stessero in questo modo, comunque, avremmo tutte le ragioni per rimanere a casa. L’unico modo efficiente ed onorevole per affrontare il problema del voto rimane il boicottaggio privato: l’astensione dal voto.  Si guadagna troppo poco dal partecipare, e allo stesso tempo si perde troppo. Già la tolleranza del problema della legittimità, che conferisce al voto una partecipazione di massa, è in sé una concessione eccessiva allo stato.

Alla fine, la soluzione del problema del voto nel contesto attuale l’ha fornita Steinhardt quando ha detto che l’atteggiamento cristiano verso Satana deve essere tale che, anche se la cosa che quest’ultimo chiede risulta apparentemente innocua o addirittura benefica (Steinhard si riferiva alla sottoscrizione di una dichiarazione comune che Dio esiste), non gli deve essere accordata. Nessun compromesso.

Articolo originale di Vlad Topan, tradotto e adattato da http://mises.ro/312/.

Traduzione di Nicolai Suhaci

Note

[1] Nel suo libro The State, disponibile online http://mises.org/books/the_state_oppenheimer.pdf

[2] L’appropriazione tramite l’utilizzo di risorse precedentemente di proprietà di nessuno; homesteading, secondo l’espressione di Locke.

[3] Vediamo per esempio che, uno dopo l’altro, avvengono scioperi nelle professioni tipicamente statali: gli insegnanti, i medici, gli impiegati, ecc. E ‘chiaro che questi movimenti non possono espandersi tutti insieme: un più 2%, 3% o 4% di spesa pubblica riservata all’istruzione lascia meno agli  altri settori (se non meno di prima, certamente meno di quanto sarebbe stato stanziato se gli insegnanti non avessero protestato) e viceversa. Ne consegue una vera e propria competizione per percentuali del PIL. La distribuzione è sempre arbitraria, dipendendo in ultima istanza della capacità di ciascun settore di arrecare disagi (blocco di strade, miniere, ecc.).

 [4] Ne consegue il fallimento di tutte le idee secondo cui lo stato possa essere limitato ad alcuni confini ben definiti e mantenuto in tali limiti; questo è, in sostanza, l’essenza del costituzionalismo. L’argomento è simile all’idea liberale classica dello stato minimo (magistratura, polizia, esercito).

[5] Dai rapporti dello stato con altri stati, nasce, secondo certe “ragioni di sicurezza”, un ulteriore elemento (pilastro) essenziale dell’apparato statale: l’esercito.

[6] Anche se formalmente, nel caso dell’Italia e altri paesi UE, il monopolio sulla produzione di moneta è nelle mani della BCE, la logica del legame tra Stati e banche non cambia, così come non cambiano neppure le conseguenze di questo dannoso legame.

Articolo originale di Vlad Topan, tradotto e adattato da http://mises.ro/312/.

Traduzione di Nicolai Suhaci