La Moneta: I Parte

Proseguendo con la raccolta di saggi a cura di Piero Vernaglione, vi proponiamo, da adesso per otto settimane, un approfondimento sul bene che – tra tutti – risulta essere il più discusso e diffuso: la moneta. [NdR]

money 2La funzione fondamentale della moneta è di essere mezzo di scambio, o intermediario degli scambi. Infatti i limiti del baratto (costi di transazione) sono: 1) la difficoltà della cosiddetta “doppia coincidenza di desideri” (l’improbabile circostanza che due individui abbiano ciascuno il bene che l’altro desidera, nello stesso momento e nello stesso luogo[1]), 2) l’indivisibilità di molti beni coinvolti in scambi con beni di valore minore (ad esempio, il possessore di un cavallo dovrebbe dividerlo in vari pezzi) e 3) l’impossibilità del calcolo economico a causa dell’incommensurabilità di beni diversi.

La merce che ha più mercato, cioè quella più facile da scambiare a causa di alcune caratteristiche (infra), diventa il mezzo di scambio: nasce la moneta. La moneta consente di spezzare lo scambio in due momenti: scambio di bene contro moneta, e scambio di moneta contro bene in un momento successivo. Sembra una complicazione, ma è invece la meravigliosa semplificazione che ha consentito la civilizzazione. Lo scambio indiretto infatti evita le suddette difficoltà di commerciabilità. Colui che al momento non può acquistare ciò che desidera, può scambiare il bene di cui è in possesso – di cui vuole disfarsi – con il bene divenuto moneta, che verrà in futuro scambiato con i beni desiderati[2]. Il mezzo di scambio è accettato contro beni e servizi perché il ricevente sa che può utilizzarlo per ottenere altri beni e servizi; dunque caratteristica essenziale è l’accettabilità. La definizione quindi è: la moneta è il mezzo di scambio generalmente accettato.[3]

Mezzo di scambio è il bene che non si acquisisce per il consumo o per l’impiego in attività produttive, ma con l’intenzione di scambiarlo successivamente contro i beni che si desiderano sia per il consumo sia per la produzione. La funzione di mezzo di scambio è quella fondamentale, quella che determina l’introduzione della moneta. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta – unità di misura e riserva di valore – vengono di conseguenza, sono aspetti particolari, corollari di tale funzione primaria.

Unità di misura: l’introduzione della moneta risolve anche il terzo problema del baratto, l’impossibilità del calcolo economico. I beni infatti sono eterogenei, e per sommarli e sottrarli, al fine di capire se si è conseguito un profitto o una perdita, è necessario un denominatore comune, una unità di misura [4].

In termini più tecnici, la moneta abbassa i costi di informazione sul valore di scambio dei vari beni, consentendo di ridurre drasticamente il numero dei rapporti di scambio. Infatti, in un’economia in cui esistano n beni e manchi una unità di conto, il numero dei valori di scambio è pari alle combinazioni di n beni presi a due a due, cioè a  n (n – 1)/2; il ricorso ad una unità di conto consente di ridurre il numero dei rapporti di scambio a  n – 1. Ad esempio, se il numero di beni è pari a 100, il numero dei valori di scambio è pari a 9900/2 = 4950, perché ogni bene deve essere comparato con tutti gli altri; con l’unità di conto scende a 99, perché tutti i beni possono essere comparati con uno solo di essi.

Appena un bene viene scelto come mezzo di scambio, cioè come moneta, automaticamente e necessariamente svolge anche la funzione di unità di misura. Esso infatti è l’unico che entra in tutti gli scambi, e dunque è logico che il valore di scambio di tutti i beni sia espresso in termini di unità del bene-moneta.

Quando vige una moneta-merce, l’unità di misura è espressa in termini di peso (es. un’oncia o un grammo d’oro). La misurazione di ciascun bene è il suo prezzo: il prezzo monetario di un bene dunque è il numero di unità del mezzo di pagamento cedute in cambio di una unità di quel bene.

La moneta è unità di misura, non “misura del valore”; infatti il valore è soggettivo, e un bene scambiato al prezzo di 10 € non significa che ha un valore “oggettivo” di 10 €, ma che per il compratore esso vale più di 10 € e per il venditore vale meno di 10 €.

La funzione di unità di misura consente di chiarire il concetto di valore della moneta. In termini nominali, il valore dell’unità monetaria è per definizione uguale a 1, essendo la moneta stessa l’unità di misura. In termini reali, il prezzo della moneta (valore di scambio, o potere d’acquisto) è dato dagli infiniti tassi di cambio della moneta con ciascun bene, cioè dalla quantità di ogni bene che una unità monetaria può comprare. Ad esempio, se il prezzo di un televisore è pari a €500, di un etto di pane €2 e di un giornale €1, allora il “prezzo della moneta” sarà ciò che è acquistabile con 1 unità della moneta, dunque 1/500 di televisore, 1/2 etto di pane, 1 giornale; cioè sarà la serie di rapporti di scambio fra l’unità monetaria e ciascun bene. Ecco perché il prezzo della moneta coincide con il potere d’acquisto dell’unità monetaria. Considerando i prezzi di tutti i beni, i neoclassici in maniera sintetica hanno indicato il valore reale della moneta attraverso il reciproco del livello dei prezzi  1/P; esso indicherebbe la quantità di beni e servizi che può essere acquistata con una unità di moneta. Ma i beni sono eterogenei e non è corretto sintetizzarli in un unico indicatore P; se alcuni prezzi salgono e altri scendono in dimensioni tali da mantenere inalterato P, non si può dire che il potere d’acquisto della moneta è rimasto inalterato, perché i consumatori non sono “consumatori medi”.

Un aumento del valore di scambio della moneta significa che aumenta la quantità degli altri beni offerti in cambio di una pari quantità di essa (esempio: prima con 1 euro si acquista un panino, successivamente con 1 euro si acquistano due panini; o, si può dire in maniera equivalente, si riduce il numero di unità monetarie da dare in cambio di un’unità di un bene: il prezzo di un panino è passato da 1 euro a mezzo euro); il prezzo della moneta sale mentre quello di tutti gli altri beni scende. Il contrario se il potere d’acquisto della moneta scende: aumenta il numero di unità monetarie da dare in cambio di un’unità di un bene.

Riserva di valore: è la capacità di conservare il valore nel tempo. La moneta entra a far parte della ricchezza di un operatore per i servizi che svolge come bene durevole, al pari dei titoli e dei beni [5]. Dunque questa terza funzione, a differenza delle prime due, non è esclusiva della moneta. La capacità di mantenere il valore dipende dalle variazioni del livello dei prezzi, ma anche dal fatto che la moneta annulla il rischio di perdite in conto capitale a cui sono soggetti i titoli ed altre attività (beni immobili), che fungono anch’essi da riserva di valore. Dunque, mentre la moneta è posseduta, il suo valore può aumentare o diminuire, non è detto che si mantenga costante nel tempo.

Caratteristiche

Affinché un bene venga scelto come moneta sono essenziali alcune caratteristiche:

che sia altamente domandato (dunque utile), perché l’ampia diffusione ne attesta e garantisce l’accettabilità;

la frazionabilità, che consente lo scambio con i beni che hanno un valore di scambio molto piccolo, ad esempio una caramella; il frazionamento non deve comportare perdite di valore;

la facilità di trasporto [6];

la non deperibilità, che consente di trasportarla nel tempo; ad esempio l’inalterabilità fisica e chimica dell’oro e dell’argento, di contro alla deperibilità del pesce o del burro;

l’omogeneità, per la quale ogni unità è di qualità identica a ogni altra; es. 1 oncia d’oro puro è uguale a qualsiasi altra oncia d’oro puro nel mondo;

la rarità relativa, che assicura che il bene-moneta non sia facilmente producibile e quindi inflazionabile, evitando che il valore di scambio, per quanto variabile, si possa azzerare; tale caratteristica dunque garantisce la continuità di valore nel tempo;

la duttilità, che consente la lavorabilità.

Le forme della moneta nell’evoluzione storica

Moneta-merce – Il primo passo verso un’economia monetaria fu costituito dall’individuazione di una merce che facesse da intermediaria negli scambi. La necessità di individuare un bene che avesse le caratteristiche ora viste rese intermediari degli scambi beni come il sale, lo zucchero, il rame (nell’antico Egitto), il tabacco, il bestiame (nell’antica Grecia), le conchiglie, le pellicce, le piume degli uccelli Quetzai presso i Maya (fino al XV secolo), le foglie di tè compresse in mattoncini in Asia Orientale nell’800, le collane d’osso presso gli indiani d’America, i chiodi in Scozia. Ma soprattutto i metalli preziosi. In particolare, il bene che nella storia ha mostrato di possedere meglio di altri queste caratteristiche è stato l’oro (grazie a particolari qualità fisico-chimiche: non si ossida[7] [e dunque non si corrode], non arrugginisce, è inalterabile, ha un’alta resistenza alle reazioni chimiche, splende, è buon conduttore di calore ed elettricità, è duttile senza essere fragile), e la selezione naturale operata dal mercato ha fatto sì che si affermasse come moneta di riferimento. Più precisamente, l’oro per le transazioni dal valore più elevato e l’argento, più abbondante, per coniare le monete di piccolo taglio. Anche il rame ebbe un ruolo non trascurabile. Le forme che l’oro ha assunto come mezzo di pagamento sono state diverse: pepite, polvere in sacchetti, barre, lingotti; ma la forma più diffusa è stata la riduzione in monete. Le monete metalliche comparvero in Grecia e in Asia minore nel VII secolo a.C. La prerogativa di coniare monete da parte del governante fu stabilmente costituita sotto gli imperatori di Roma. La società che ha mantenuto per più lungo tempo un sistema aureo è quella bizantina dell’Impero Romano d’Oriente, dal IV all’XI secolo d.C. Nel Medioevo il monopolio del conio da parte di principi e re (imprimendo la propria immagine sulle monete) rappresentava la loro principale fonte di guadagno[8].

Moneta-segno – L’oro, come qualsiasi moneta-merce, sottoponeva al rischio di essere derubati; risultava scomodo (eccessivo peso) in caso di transazioni dal valore elevato[9]; e, proprio grazie al suo alto valore, poteva creare qualche difficoltà nel dividerlo in caso di acquisto di beni dal valore di scambio minimo. Per superare tali limiti furono introdotti i certificati monetari. Nel ‘300 in Europa gli orafi custodivano le monete d’oro in cambio di un compenso. Le persone potevano depositare il proprio oro e in cambio ricevevano una ricevuta, una “nota del banco”, che certificava il possesso di quell’oro presso la banca. Il depositante poteva ritirare il suo oro in qualunque momento; ma dopo qualche tempo ci si rese conto che risultava più comodo utilizzare direttamente la ricevuta di deposito come mezzo di scambio, cioè come moneta, anziché ritirare in continuazione l’oro per effettuare ogni pagamento. Il ricevente sapeva che la ricevuta di carta emessa da una società di deposito con buona reputazione rappresentava una quantità di oro effettivamente esistente. Nascono le banconote[10], sostituti della moneta, che, risolvendo i tre problemi sopra elencati, diventarono ben presto molto diffuse come mezzo di pagamento. Dunque i sostituti della moneta sono i titoli che possono essere trasformati in ogni momento e senza costi in moneta (banconote, assegni). È fondamentale che il debitore, che ha emesso il titolo, sia solvibile e disposto a pagare. I certificati monetari quindi sono i titoli interamente coperti da un pari ammontare di moneta vera (proper money, es. oro). Il guadagno della banca è la commissione per il servizio di deposito. Quando gli orafi, e in generale gli esercenti l’attività di deposito, cominciano anche ad effettuare prestiti, nasce la banca [11]. Gli orafi furono i primi banchieri.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla II Parte 


 

[1] Secondo l’esempio proposto da Rothbard, «se un venditore di uova voleva comprare un paio di scarpe, doveva trovare un produttore di scarpe che desiderava, proprio in quel momento, acquistare uova». M.N. Rothbard, The Mistery of Banking, Richardson and Snyder, New York, 1983, p. 3.

[2] Nell’esempio precedente, il venditore di uova non ha più bisogno di cercare un produttore di scarpe che desideri le sue uova. Vende le uova a chi desidera acquistarle, riceve in cambio il bene che funge da moneta, e con questo acquista le scarpe dal produttore preferito. Anche il problema dell’indivisibilità viene superato. Il proprietario del cavallo può venderlo, senza perdite di valore, in cambio di moneta, e con essa può acquistare da venditori diversi i beni che desidera.

[3] Storicamente dunque la moneta nasce nel mercato, non per opera dello Stato: è la merce più commerciabile.

[4] Il calcolo monetario è la stella polare dell’azione nell’ambito del sistema basato sulla divisione del lavoro, sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e con un mezzo di scambio unico, la moneta. Attraverso il calcolo il produttore distingue fra le produzioni remunerative e quelle che non lo sono, quelle che i consumatori sovrani approvano da quelle che disapprovano. Il calcolo monetario rende accertabili i profitti e le perdite. Scambio di mercato e calcolo monetario sono inseparabilmente connessi. Il fatto che il potere d’acquisto cambia, e che i calcoli vengono fatti con l’unità di misura monetaria, fa dire che il calcolo economico non è perfetto. È vero, ma non vi è un metodo migliore, che riesca a “depurare” i valori nominali dalle variazioni del potere d’acquisto (rapporto di scambio).

 

[5] L’espressione “fondo di valore” a volte viene utilizzata anche per descrivere il fatto che in un’economia monetaria lo scambio si svolge in due momenti diversi e, nell’intervallo di tempo, la moneta rappresenta un serbatoio di potere d’acquisto, consentendo di conservare tale potere d’acquisto per poterlo destinare ad un uso futuro. Tuttavia in questa accezione la funzione in esame va considerata come un’estensione della funzione di intermediario degli scambi.

[6] La possibilità di portare con sé un peso non eccessivo dipende dal valore di ciascuna unità di peso. L’oro, ad esempio, rispetto agli altri beni, e in particolare agli altri metalli, ha un rapporto valore/peso fra i più alti; dunque l’acquisto di beni dal valore consistente comporta la detenzione di un peso minore. Ad esempio, se la moneta fosse il ferro, come fu per lungo tempo in Africa, l’acquisto di un tosaerba da 350 euro richiederebbe in cambio 1 tonnellata di ferro, e soltanto 20 grammi di oro. Possiamo inserire in questa caratteristica anche la comodità di detenzione, che coincide con la possibilità di conservarla senza fastidi (qualità, ad esempio, non garantita dalle pecore, che sporcano).

[7] Cioè non subisce una sottrazione di elettroni quando entra in contatto con altre sostanze. I metalli che, come l’oro, possiedono questa caratteristica – platino, palladio, iridio, osmio, rutenio, rodio – sono definiti “nobili”.

[8] I governanti reclamavano il monopolio con l’argomento secondo cui era necessario garantire pesi e misure uniformi nelle monete, in quanto le persone comuni non potevano avere la capacità e gli strumenti per verificare l’autenticità delle monete metalliche. Quando la zecca del sovrano, in cambio della moneta prodotta, richiedeva un prezzo superiore al costo sostenuto, si aveva il signoraggio. Se il prezzo copriva esattamente i costi, si aveva il brassage. Tuttavia furono proprio i sovrani a realizzare lo svilimento delle monete: esso consisteva nella riduzione del contenuto aureo di una moneta, rimanendo immutato il valore iscritto su di essa (in termini di sterline, franchi ecc.); in sostanza, la moneta vecchia e la moneta nuova venivano chiamate con lo stesso nome (es. 1 sterlina), ma il peso della seconda era inferiore al peso della prima. In un regime di libero mercato della moneta il brassage, cioè la riscossione di una commissione approssimativamente equivalente al costo sostenuto per la coniazione, sarebbe assolutamente legittimo.

In età medievale esistevano molte monete auree: nel 1252 Genova cominciò a battere una moneta d’oro a 24 carati e di 3,5 grammi di peso, chiamata Genovino, e solo qualche mese dopo i fiorentini emisero il proprio fiorino d’oro (il fiorino d’argento inizialmente aveva un valore pari a circa 1/20 del fiorino d’oro, il fiorino di rame 1/240 del fiorino d’oro). Lucca si adeguò nel 1273. Nel 1284 comparve il ducato veneziano, che servì come standard di valore in tutta l’Europa e conservò il suo contenuto d’oro fino alla caduta della Repubblica di Venezia nelle mani di Napoleone nel 1797.

[9] Come abbiamo visto, questo problema del peso non è specifico dell’oro, ma di qualsiasi moneta-merce. Anzi, l’oro, avendo un alto rapporto valore/unità di peso, minimizza questo problema.

[10] Molte delle monete cartacee contemporanee – sterlina, dollaro, prima il franco e la lira – hanno origine storicamente come semplici nomi di un’equivalente unità di peso d’oro o d’argento. Nel caso della sterlina il collegamento è immediato, perché la denominazione pound deriva dal fatto che originariamente costituiva una libbra (453 grammi) d’argento. Il dollaro nasce come denominazione di un’oncia d’argento, coniata nel ‘500 dal conte Schlick di Joachimsthal, in Boemia. Le monete da lui prodotte, di grande reputazione, vennero chiamate “Joachimsthalers”, abbreviate in “thalers” (talleri), da cui “dollari”. Il nome ‘lira’ deriva da libbra.

[11] La banca è un’impresa la cui attività principale è l’intermediazione finanziaria, cioè raccogliere fondi, prevalentemente in forma di depositi, ed erogarli, soprattutto mediante prestiti. Questa forma di intermediazione ha inizio a Venezia nel tardo Medio Evo; in precedenza, coloro che effettuavano questa attività creditizia prestavano la propria moneta, precedentemente risparmiata, e non moneta depositata da altri. Il termine banca a rigore dovrebbe essere utilizzato solo per definire l’attività di prestito. Nel corso della storia però il termine ha coperto anche coloro che svolgevano l’attività di deposito, sviluppatasi per garantire una conservazione sicura dell’oro e dell’argento.

I debiti bancari (depositi in conto corrente) sono accettati come mezzo di pagamento, dunque come moneta. È questo che distingue la banca da altri intermediari finanziari, come le compagnie di assicurazione sulla vita o i fondi di investimento: infatti le polizze di assicurazione sulla vita o le quote di fondi di investimento non sono accettati come mezzo di pagamento (tuttavia l’espressione ‘intermediari finanziari’ sarebbe corretta solo per questi ultimi, perché le banche, v. infra, non trasferiscono solo risparmio esistente, ma lo creano ex nihilo). Dunque l’attività bancaria oggi è costituita da due momenti essenziali: funzione monetaria e funzione creditizia.