Il socialismo distrugge la civiltà: I parte

huertaiasAlle pagine 33-35 del mio libro Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship*, esamino il processo mediante il quale la divisione della conoscenza imprenditoriale si approfondisce in senso “verticale” e si espande in senso “orizzontale“, consentendo (e richiedendo al tempo stesso) un aumento della popolazione, favorendo la prosperità e il benessere generale, e determinando il progresso della civiltà. Come ho avuto modo di esporre, questo processo fa leva:

 1. sulla specializzazione della creatività imprenditoriale in settori sempre più limitati e specifici, caratterizzati da un dettaglio sempre maggiore e da una più marcata profondità di analisi;

 2. sul riconoscimento dei diritti di proprietà privata dell’imprenditore creativo sui frutti della propria attività di creazione, in ciascuno di questi ambiti;

 3. sul libero e volontario scambio dei frutti della specializzazione di ogni agente economico; scambio che, per definizione, risulta essere sempre reciprocamente vantaggioso per tutti i partecipanti al processo di mercato; e

 4. sulla crescita costante della popolazione umana, che rende possibile “occupare” imprenditorialmente e coltivare un numero crescente di nuovi ambiti di conoscenza imprenditoriale creativa, recando valore nella vita di tutti.

Sulla scorta di questa analisi, tutto ciò (i) che garantisce la proprietà privata dei frutti generati da ogni individuo, in virtù del suo contributo al processo produttivo; (ii) che presidia il pacifico possesso di quanto ogni individuo inventa o scopre; (iii) e che facilita (o quantomeno non ostacola) gli scambi volontari (i quali, come detto, sono sempre apportatori di reciproci benefici, nel senso che implicano un miglioramento per ciascuna parte partecipante allo scambio) genera prosperità, aumenta la popolazione, nonché promuove lo sviluppo in termini quantitativi e qualitativi della civiltà.

Parimenti, qualsiasi attacco al possesso pacifico delle risorse e ai diritti di proprietà che ad esse afferiscono, come qualsiasi manipolazione coercitiva del libero processo di scambio volontario, ed, in breve, qualsiasi intervento dello Stato in un’economia di libero mercato, arreca invariabilmente degli effetti indesiderati, soffoca l’iniziativa individuale, corrompe la morale e le abitudini comportamentali responsabili, rende le masse infantili e dipendenti, accelera il declino del tessuto sociale, consuma la ricchezza accumulata, e blocca la crescita demografica e il progresso della civiltà, assistendosi ovunque ad un impoverimento generalizzato.

A titolo di esempio, si consideri il processo di declino e di scomparsa della civiltà romana classica. Ancorché gli elementi essenziali di tale fenomeno siano facilmente estrapolabili e riconducibili a molte circostanze del nostro mondo contemporaneo, purtroppo, la maggior parte delle persone è ormai dimentica, quando non completamente all’oscuro, di quella importante lezione di storia; e di conseguenza non riesce ad  intravvedere i gravi rischi che si stanno materializzando all’orizzonte anche per la nostra civiltà. In realtà , come spiego in dettaglio nelle mie lezioni (e come cerco di riassumere in un video di una di esse, concernente la caduta dell’Impero Romano [La Caída del Imperio Romano], che, con mia grande sorpresa, ha già raggiunto quasi 400.00 visualizzazioni su internet in poco più di un anno), e sulla base degli studi precedenti di autori come Rostovzev (The Social and Economic History of the Roman Empire)  e Mises (Human Action), <<ciò che condusse al declino dell’Impero [Romano] e al decadimento della sua civiltà fu la disintegrazione di questa interconnessione economica, più che le invasioni barbariche>>. (op. cit., p. 767)

Per essere precisi, Roma fu vittima di una involuzione nella specializzazione e nella divisione delle transazioni commerciali, in quanto le autorità sistematicamente ostacolavano o impedivano il libero scambio a prezzi di mercato, proprio nel bel mezzo di una crescita dilagante dei sussidi, della spesa pubblica per consumi (“panem et circenses” ), e del controllo statale dei prezzi. È facile intuire la logica sottesa a questi eventi. Soprattutto a partire dal III secolo, crebbe in maniera esponenziale la compravendita di voti e la popolarità diffusa delle sovvenzioni alimentari (“panem”), finanziate dall’erario attraverso l’ “annona”, così come l’abitudine di organizzare in via perpetua i più sontuosi giochi pubblici (“circenses”). Come risultato di tutto ciò, da ultimo, non solo un gran numero di proprietari terrieri della provincia italiana finì in rovina, ma la popolazione dell’Urbe non smise mai di crescere, sino a che non arrivò a sfiorare il numero di quasi un milione di abitanti. (Perché, del resto, prodigarsi in mille sforzi per lavorare la propria terra quando i suoi prodotti non avrebbero comunque potuto essere venduti a prezzi vantaggiosi, atteso che lo stato li redistribuiva quasi gratis a Roma?).

Il naturale corso degli eventi fu lo spopolamento della campagna italiana e la migrazione in città, per vivere alle spalle dello stato assistenziale romano, i cui costi, non potendo essere sopportati dalle casse pubbliche, furono coperti solo ricorrendo allo svilimento del contenuto di metallo prezioso presente nella moneta (vale a dire, inflazionando). Il risultato fu inevitabile: un calo incontrollato del potere d’acquisto del denaro, cioè, un’impennata dei prezzi dei beni, a cui le autorità risposero decretando che quest’ultimi dovessero rimanere fissi ai loro livelli precedenti ed imponendo pene estremamente severe ai trasgressori. L’istituzione di questi calmieri di prezzo portò a carenze diffuse (posto che ai  bassi prezzi fissati non era più redditizio né produrre, né ingegnare soluzioni creative per far fronte al problema della scarsità, mentre al contempo la propensione al consumo e allo spreco veniva ancora artificialmente incoraggiata).

Le città a poco a poco cominciarono a soffrire di una grave carenza di derrate alimentari, e la popolazione iniziò ad abbandonarle e a tornare in campagna, per riuscire a sopravvivere in condizioni di estrema povertà, in regime di autarchia ed ad un mero livello di sussistenza, gettando così le basi per quello che, in futuro, avrebbe poi dato luogo al feudalesimo.

Questo processo di de-civilizzazione, che scaturì dalla demagogica ideologia socialista, tipica di ogni welfare state e di qualsivoglia misura interventista nell’economia, può essere delucidata sinteticamente, in maniera grafica, dal retro dell’illustrazione presente a pagina 34 del suaccennato libro, Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship, in cui viene descritto il processo in virtù del quale la divisione del lavoro ( o meglio , la specializzazione della conoscenza) si fa sempre più profonda e la civiltà progredisce.

Cominciamo dalla fase rappresentata dalla linea superiore del grafico (T1), che riflette l’avanzato livello di sviluppo spontaneamente raggiunto dal processo di integrazione del mercato dell’antica Roma già nel I secolo, il quale, come Peter Temin ha dimostrato (“The Economy of the Early Roman Empire,” Journal of Economic Perspectives, vol. 20, no. 1, winter 2006, pp. 133–151), era caratterizzato da un notevole grado di rispetto giuridico istituzionale per la proprietà privata (diritto romano), nonché dalla specializzazione e dalla omnipervasività degli scambi in tutti i settori di mercato e per tutti i fattori produttivi (in particolare il mercato del lavoro, giacché, come ha mostrato Temin, gli effetti della schiavitù si rivelavano assai più modesti di quanto si credesse fino ad oggi). Come risultato, l’economia romana del periodo raggiunse un livello di prosperità, di sviluppo economico, di urbanizzazione e di cultura come non si sarebbe più visto, in tutto il mondo, sino a buona parte del XVIII secolo.

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Le lettere maiuscole collocate sotto ogni persona, come rappresentate in figura 1, indicano le finalità in vista delle quali ogni attore economico si è specializzato e al cui perseguimento è vocato. In seguito, questi scambia i frutti del suo sforzo imprenditoriale e della sua creatività (rappresentati dalla lampadina che si “illumina”) con quelli degli altri agenti presenti nel mercato, e tutti beneficiano da questi scambi liberi e volontari. Tuttavia, al crescere dell’interventismo dello Stato nell’economia (ad esempio, attraverso il controllo dei prezzi ), gli scambi sono ostacolati e si rarefanno, e le persone si ritroveranno nello stato rappresentato dalla linea centrale del grafico. Esse saranno costrette a contrarre la sfera della loro specializzazione, abbandonando, per esempio, il perseguimento del set di fini G ed M,  e concentrandosi esclusivamente per conseguire AB, CD, ed EF: tutto ciò determina una minor divisione del lavoro, una netta contrazione del numero degli scambi, e quindi un inferiore grado di specializzazione; il che, a sua volta, implicherà un maggior impegno a riprodurre le stesse identiche cose con un inevitabile spreco di risorse. L’ovvio risultato si sostanzierà in un degrado nella produzione finale dell’intero processo sociale, e quindi in un conseguente aumento della povertà.

Il punto massimo di declino economico e la recessione si verificano nella stato rappresentato dall’ultima linea del grafico (T3), in cui, di fronte alle crescenti pressioni interventiste da parte dello Stato, all’inarrestabile aumento della pressione fiscale, e ad un livello di regolamentazione soffocante ed insostenibile, le persone saranno costrette, proprio per sopravvivere (ed anche se si trovassero ad un livello di povertà prima inconcepibile), ad abbandonare quasi completamente il precedente livello di divisione del lavoro ed il processo di scambio che innerva il mercato, a lasciare la città e ritornare in campagna per prendersi cura del bestiame e coltivare il proprio cibo, nonché per conciare le proprie pelli e costruire le proprie baracche: ogni individuo duplicherà inutilmente gli sforzi per il perseguimento delle finalità minimali, oltre che le attività necessarie per riuscire almeno a sopravvivere (che abbiamo indicato come ABCD nel grafico). Come è logico, la produttività declinerà bruscamente, e si risconterà ogni sorta di penuria, passibile di ridurre la popolazione a causa della mancanza di risorse: in tal modo il processo di desertificazione e di de- civilizzazione giungerà al suo stadio finale.

Mutuando le parole di Mises,

Col sistema dei prezzi calmierati, la pratica della svalutazione monetaria paralizzò completamente sia la produzione che il commercio dei generi alimentari di prima necessità, disintegrando l’organizzazione economica della società… Per sfuggire alla fame, la gente abbandonò le città, andò a riparare in campagna e tentò di coltivare grano, olio, vino e altri generi necessari…. La funzione economica delle città, dei commerci, degli scambi e dell’artigianato urbano si contrasse. L’Italia e le Province dell’impero ritornarono ad uno stadio meno avanzato di divisione sociale del lavoro. La struttura economica altamente sviluppata dell’antica civiltà si trasformò ben presto, attraverso un processo di involuzione, in ciò che è conosciuta come organizzazione curtense medievale... La controazione [degli imperatori] fu futile e non andò certo ad aggredire la radice del male. La coercizione e le costrizioni cui essi ricorsero non riuscirono ad invertire il trend che stava conducendo alla disintegrazione sociale, la quale, al contrario, era causata precisamente da eccessive politiche di coercizione e di costrizione [da parte dello stato].

Nessun Romano era consapevole del fatto che il processo era generato dalla interferenza governativa nella manipolazione dei prezzi e dallo svilimento della moneta. (op. cit., pp. 768–769)

 

Poi Mises conclude:

Un ordine sociale è condannato a fallire se le azioni necessarie al suo normale funzionamento sono ripudiate dai principii morali, dichiarate illegali dalle leggi del paese e perseguite come criminali dai tribunali e dalle forze di polizia.

L’Impero Romano si frantumò irrimediabilmente perché questi difettò sia  dello spirito del liberalismo, che della libera intrapresa. L’interventismo statale e il suo corollario politico, la dittatura, decomposero il potente impero, così come necessariamente disintegreranno e distruggeranno sempre qualsivoglia entità sociale. (op. cit., p. 769, sottolineatura aggiunta)

Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Note

* Esiste anche una edizione italiana del libro in questione, edita da Solfanelli (2012) e curata da Carmelo Ferlito, titolata Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità.