La Moneta: II Parte

money 2L’uso di sostituti di per sé non cambia l’ammontare di moneta in circolazione, ma solo la forma di essa: infatti, per ogni nota emessa vi è un ammontare equivalente di moneta vera. Se alcuni individui detengono come contanti i sostituti anziché l’oro, la quantità di moneta complessiva non cambia, cambia solo la composizione di essa nei saldi monetari degli individui (es. metà oro e metà certificati). Ai fini della misurazione della quantità di moneta, non bisogna contare due volte (duplicazione), cioè l’oro nei depositi e i certificati che lo rappresentano, bensì l’uno o l’altro.

Il deposito è il contratto in cui il depositante trasferisce un bene mobile al depositario affinché questi lo custodisca (protezione e sorveglianza). Il deposito di beni fungibili (quelli tali per cui ogni unità è identica ad ogni altra: petrolio, grano, moneta; un bene non fungibile invece è un quadro) si chiama “irregolare”, e si differenzia dal deposito ordinario perché il depositario deve restituire altrettanti beni della stessa specie (tantundem), non esattamente le unità originariamente depositate. Nel deposito ordinario non vi è trasferimento nella disponibilità del bene, che resta sempre di proprietà del depositante. Secondo la dottrina dominante, nel deposito irregolare il depositario ha la disponibilità (proprietà), ma ciò è discutibile perché, se il depositante ha il diritto di rientrare in possesso dei beni in qualunque momento egli desideri, allora il depositario ha il dovere di tenere a disposizione i beni nella stessa quantità e qualità, e dunque la disponibilità per lui è di fatto nulla. Ciò implica una riserva del 100%. Se il depositario spendesse quei soldi o li prestasse, dovrebbe essere colpevole di appropriazione indebita. Dunque la soluzione più corretta sarebbe che il depositante restasse il proprietario non dei beni specifici che ha depositato, ma di un’astratta quantità della stessa specie.

Il trasferimento nella disponibilità del bene c’è nel mutuo, che è il prestito di un bene fungibile (se invece il prestito riguarda un bene specifico, ad es. un’automobile, si parla di comodato). Il mutuo è uno scambio di beni presenti con beni futuri, aumentati dell’interesse (che nel deposito è assente); il tempo (di durata del prestito) è quindi un elemento essenziale. Il mutuatario può fare l’uso che vuole dei beni presi in prestito. Dunque, a differenza del deposito, il creditore non può pretendere la restituzione del bene in qualsiasi momento. Il mutuo rappresenta una forma di credito; non così il deposito, perché manca l’elemento essenziale, che è lo scambio di beni presenti con beni futuri (manca il tempo). D’altra parte, la “causa” dei due tipi di contratto è nettamente differente e non può essere confusa: la custodia per il deposito, il trasferimento per impieghi per il mutuo.

Tutta la tradizione del diritto romano è in accordo con questa interpretazione.

Sovraemissione – A un certo punto (XIV secolo) però, le banche cominciano a violare i principi del deposito: notano che non avviene mai che tutti i depositanti ritirino contemporaneamente tutto l’oro depositato; inoltre, se vi sono dei prelievi si verificano però anche dei conferimenti (legge dei grandi numeri). Constatato ciò, le banche, per conseguire un profitto, decidono di prestare parte della moneta depositata, guadagnando così l’interesse sul prestito. Mescolano dunque l’attività di deposito con l’attività di credito – che prima invece, anche in una stessa banca, rappresentavano due sezioni rigorosamente separate – facendo con i depositi a vista (demand deposit) ciò che si poteva fare solo con i depositi vincolati (time deposit) o con le proprie risorse: li prestano. La quantità di moneta aumenta artificialmente perché ora circolano sia l’oro prestato sia i certificati che lo rappresentano. Ma quei certificati non sono coperti da oro, che non è più totalmente nei forzieri delle banche. La riserva è frazionaria, non totale, cioè l’oro che funge da riserva dei certificati (banconote) che circolano copre meno del 100% delle banconote.[1]

A partire dal XVI secolo in Italia, e dal XVII nelle altre piazze europee, con il sostegno delle leggi statali le banche emettono direttamente una quantità di banconote superiore all’ammontare di oro[2]. La medesima unità di oro nei forzieri è coperta da due o più certificati. È un altro modo di realizzare la riserva frazionaria, ma l’effetto economico è lo stesso. Sul piano giuridico invece la prima modalità realizza l’appropriazione indebita, mentre la seconda la frode e contraffazione di documenti.[3]

Sul piano teorico, la giustificazione della riserva frazionaria ha seguito due linee interpretative. La prima uguaglia il deposito irregolare al mutuo grazie all’argomento della fungibilità del bene moneta (v. sopra; Molina, Cantillon, il common law a partire dalla fine del ‘700). La seconda suggerisce un diverso concetto giuridico di “disponibilità”, meno stringente, dunque intesa non come riserva totale, ma, grazie alla legge dei grandi numeri (rapporto fra versamenti e prelievi), come solvibilità complessiva, ottenibile con la prudenza negli investimenti e con l’assoggettamento alle leggi bancarie (soprattutto per soddisfare il volume di scambi del sistema economico, altrimenti compresso: Scuola bancaria contro Scuola monetaria [o metallica: currency school] nella prima metà dell’800). Ma in tal caso si tratterebbe di un contratto aleatorio, i cui termini si verificano o no a seconda delle circostanze esterne.

Per tutto l’800 e fino alla Prima Guerra Mondiale in tutto il mondo sviluppato si afferma il sistema aureo (gold standard), che rappresenta un ritorno alla parità con l’oro. Le banconote mantengono un rigido legame con l’oro, non sono altro che la denominazione di una data unità di peso d’oro[4], e possono essere convertite in oro. In una prima fase le riserve auree detenute dallo Stato dovevano coprire l’intero ammontare di banconote; in una seconda fase le riserve potevano rappresentare solo una frazione delle banconote emesse[5].

Le crisi bancarie determinate dall’abbandono della riserva totale provocano l’intervento degli Stati: anziché far fallire le banche insolventi, le leggi consentono la sospensione della conversione delle banconote in monete metalliche (oro); di fatto, un’autorizzazione al furto. Successivamente, viene creata una banca centrale [6], prestatrice di ultima istanza in grado di garantire liquidità alle banche in difficoltà. La nascita della banca centrale coincide con l’attribuzione ad essa del monopolio dell’emissione di banconote. Le banche private non possono più emettere banconote. L’oro viene trasferito dalle banche private alla banca centrale. In Inghilterra la banca centrale era stata fondata già nel 1694, in Francia viene istituita nel 1800 (ma solo per Parigi), in Germania nel 1875, in Italia nel 1893, negli Stati Uniti nel 1913.

In Europa, con il divieto definitivo della convertibilità, l’oro cessa di essere moneta nel 1914. Le spese della prima Guerra mondiale inducono gli Stati a inflazionare l’offerta di moneta cartacea.

Nel successivo sistema a cambio aureo (gold exchange standard), in vigore dal 1926 al 1944, solo i dollari possono essere convertiti in oro, mentre le altre valute possono essere convertite in dollari. Dunque le banconote sono parzialmente coperte da oro; gli stati cominciano a stampare moneta in eccesso rispetto allo stock di oro[7]. Tra l’altro, l’oro non è costituto più da monete, ma da lingotti, di grandi dimensioni ed elevato valore, il che limita le conversioni a un ristretto gruppo di specialisti nelle transazioni internazionali.

Il fiat standard a riserva frazionaria e l’offerta di moneta

Successivamente viene reciso qualunque legame con l’oro: dopo gli accordi di Bretton Woods (1944), in cui il dollaro diventa la valuta di riserva internazionale, solo gli Stati (governi e banche centrali), e non i privati, possono chiedere la conversione delle monete in oro[8]. Nel 1971 ufficialmente, con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, ciò non viene più consentito neanche a governi e banche centrali; l’oro non è più il riferimento dei sistemi monetari. La carta moneta, priva di valore intrinseco[9], diventa la moneta standard a corso forzoso. Essa circola in virtù di una norma inderogabile: lo Stato obbliga ogni soggetto ad accettare in pagamento carta-moneta (e ad eseguire pagamenti in carta-moneta), senza che si possa pretendere il controvalore in oro. La carta è moneta perché lo Stato ha dichiarato che lo è: moneta legale (biglietti e monete metalliche di metalli vili). È l’attuale sistema cartaceo, denominato fiat standard, sistema a corso forzoso [10].

Moneta bancaria – Il fiat standard consente che, oltre alla circolazione esclusiva di moneta cartacea, circoli anche una misteriosa e invisibile “moneta in assegni” o moneta bancaria. Ciò è possibile grazie al sistema a “riserva frazionaria”. Il meccanismo di creazione di questa fiat money può essere illustrato attraverso il seguente esempio numerico: l’individuo A deposita presso una banca X  €1000 in banconote[11]. La legge consente alla banca di tenere presso di sé non tutta la somma, ma solo una frazione[12], in base alla constatazione empirica che i depositanti non ritirano il proprio denaro integralmente e contemporaneamente. Se la frazione è pari a 1/10 (riserva frazionale del 10%) la banca X potrà prestare al cliente B €900 [13]. Ora: i €1000 del deposito di A esistono perché A può spenderli in qualsiasi momento, ad esempio utilizzando gli assegni[14] della banca X (che dunque sono l’elemento “visivo” del suo deposito) per le transazioni; quindi i €1000 sono in circolazione. Il deposito diventa un mezzo di scambio, moneta. Tuttavia esso non ha corso forzoso, la sua circolazione dipende dalla fiducia che ha in esso il soggetto che dovrebbe riceverlo in pagamento. Anche i €900 in banconote di B sono in circolazione. Dunque ora, a fronte di €1000 di moneta “vera”(banconote), sono in circolazione €1900, anche se in forme diverse (alcune delle quali sono mere scritture contabili bancarie). La banca X ha creato €900 “dal nulla”. La moneta non coperta da banconote (e, in passato, dall’oro), nel nostro esempio i 900 euro, viene definita mezzi fiduciari. È fiat money, moneta creata ex nihilo. [15]

Il processo continua quando i €900 vengono depositati presso un’altra banca, la quale trattiene 1/10 come riserva (€90) e presta il rimanente (€810); e così via (729, 656, 590, …). Questo meccanismo consente il moltiplicarsi della quantità di moneta. Se nessun soggetto trattiene contante, la quantità di moneta complessiva è quindi data da: M = 1/β  · B, dove β è la quota di riserva, 1/β il moltiplicatore e B la base monetaria, cioè monete metalliche e biglietti [16]. Ad esempio, se la riserva è del 10%, il moltiplicatore monetario sarà pari a 10; se è del 20%, sarà pari a 5. Dunque nel nostro esempio la quantità di moneta finale M è pari a:

money equation

Questa creazione di moneta “dal nulla” è accentuata quando la Banca centrale acquista asset dalle banche in cambio di assegni. [17]

La quantità di moneta finale si modifica in seguito agli eventuali cambiamenti di due variabili: la percentuale di riserva e la quantità di moneta che i soggetti trattengono presso di sé e non depositano in banca. Ad esempio, all’aumentare di queste due variabili si riduce la quantità di moneta finale. Le banche in genere mantengono riserve volontarie eccedenti la quota di riserva obbligatoria stabilita per legge, in quanto non vogliono rischiare di trovarsi nella situazione di non poter far fronte, per assenza di mezzi liquidi, alle loro obbligazioni nella regolazione dei pagamenti. Dunque l’offerta di moneta è una variabile prevalentemente esogena, perché controllabile dalla Banca centrale, ma parzialmente endogena, in quanto condizionata anche dal comportamento delle banche commerciali e dei privati.

I depositi a vista che i clienti hanno presso le banche (“moneta in assegni”) costituiscono una promessa da parte della banca di restituire i depositi in contanti (in banconote) in qualsiasi momento il cliente ne faccia richiesta. Il sistema non reggerebbe se non ci fosse la Banca centrale. Infatti, basta che un numero consistente di coloro che hanno ricevuto l’assegno dal cliente chiedano alla banca di ricevere l’equivalente in contanti – oro o banconote – per determinarne la bancarotta. Ogni banca dunque è in ogni momento in una condizione di insolvenza, che si rivela solo quando i risparmiatori corrono agli sportelli. Tuttavia, se avvenisse tale massiccia richiesta di conversione in contanti, la banca si rivolgerebbe alla Banca centrale, presso la quale ha un conto, e si farebbe prestare l’equivalente. Sono i depositi a vista presso la banca centrale che rappresentano (per nove decimi) le riserve della banca, non i suoi contanti. Dunque, quando le banche prestano denaro, non ri-prestano denaro già esistente, ma danno in prestito nuovi depositi a vista che vengono creati mentre si effettua il prestito stesso. Il meccanismo regge perché i clienti ritengono che il loro denaro sia in banca, si fidano e non chiedono la restituzione del proprio denaro tutti contemporaneamente. (Se invece la corsa agli sportelli accadesse, vi sarebbero due soluzioni: 1) una tassazione gigantesca, ma altamente impopolare; 2) la Banca centrale stampa banconote per una cifra equivalente ai depositi da convertire; tuttavia il risultato sarebbe un’iperinflazione devastante, perché i clienti ridepositerebbero la somma, il meccanismo descritto si rimetterebbe in moto e si determinerebbe un effetto moltiplicativo dato dal reciproco della quota di riserva; nel nostro esempio pari a 10 volte. La corsa agli sportelli è l’evento che rende manifesto il fatto che la riserva frazionaria è un sistema fraudolento.[18])

Ecco perché le banche private furono favorevoli alla nascita delle banche centrali: potevano mantenere la riserva frazionaria, e dunque conseguire nel breve periodo maggiori profitti, avendo le spalle coperte nei momenti di difficoltà. La cartellizzazione del sistema bancario ha origine con la nascita delle banche centrali.[19] La creazione della Banca centrale e la moneta fiat hanno rappresentato per lo Stato, dunque per i governanti e l’élite burocratica, un modo per finanziarsi agevolmente, acquisire introiti per sé e per i gruppi da esso favoriti e acquisire con più facilità il consenso grazie alla possibilità di creare ed espandere moneta a piacimento e senza limiti. La moneta, essendo l’intermediario di tutti gli scambi, è la linfa vitale dell’economia. Se lo Stato comanda sulla moneta, controlla l’economia.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla III Parte [attivo dalla settimana prossima, NdR]

Link alla I Parte


[1] A Firenze tra il 1341 e il 1346 le banche con riserva frazionaria fallirono tutte, causando una profonda recessione in conseguenza della forte contrazione creditizia.

[2] In Cina i depositari iniziarono ad emettere certificati in eccesso nel X secolo. A Venezia questo tipo di comportamento si manifesta a partire dal ‘300; nel ‘500 è diffuso in gran parte dell’Italia. In Inghilterra gli orafi cominciano ad emettere certificati non coperti da oro verso la fine del ‘600, in particolare dopo la Guerra Civile (1688). Fino al 1811 nessuno ricorse a un tribunale per verificare se tale comportamento fosse corretto; in Carr v. Carr il giudice William Grant sentenziò che il contante in deposito doveva essere considerato “debito” del banchiere, non deposito, avallando così la riserva frazionaria.

[3] In Inghilterra con l’Atto di Peel (1844) si proibì l’emissione di certificati senza copertura (aurea), dunque la seconda modalità, ma si consentì per i depositi una riserva inferiore al 100%.

[4] Ad esempio, se 1 dollaro equivale a 1 grammo di oro (dunque “dollaro” non è altro che un nome per indicare un grammo di oro), allora in un gold standard puro, a fronte di 1 tonnellata d’oro (1000 kg, 1.000.000 g), devono circolare 1.000.000 di dollari. Anche i rapporti fra le valute sono dati dal contenuto d’oro che ciascuna rappresenta: ad esempio, negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, un dollaro era circa un ventesimo di oncia d’oro, mentre una sterlina poco meno di un quarto di oncia; il tasso di cambio fra dollaro e sterlina era pertanto automaticamente fissato nel rapporto di 4,85 a 1.

[5] Gli Stati Uniti introducono la parità del dollaro con l’oro nel 1834. Ma già nel 1862, per finanziare la guerra contro gli stati del Sud (1861-’65), Lincoln consente la stampa di banconote e l’abbandono della riserva totale. Dopo la guerra civile si torna alla parità con l’oro.

Il gold standard classico rappresentava anche un elemento di disciplina per i paesi con economie aperte agli scambi con l’estero. Il “meccanismo Hume-Ricardo” funziona nel seguente modo: supponiamo che la Francia aumenti la quantità di moneta cartacea (franchi), violando l’equilibrio con le riserve in oro. Allora aumentano i prezzi dei beni francesi; i francesi accrescono gli acquisti di beni esteri, meno cari; dunque le banche commerciali degli altri paesi si trovano con maggiori quantità di franchi; allora chiedono alla Banca di Francia di convertire i franchi in oro; la Banca di Francia subisce l’emorragia di oro, vede ridotta ancora di più la quota di riserva, ed è costretta a ridurre crediti, depositi e dunque la quantità di moneta. In questa sequenza si innesta un altro fenomeno che accentua la fuoriuscita di oro: quando i francesi riducono gli acquisti di beni interni e aumentano gli acquisti di beni esteri, si determina un disavanzo della bilancia dei pagamenti; l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni deve essere saldato con l’oro.

[6] La Banca centrale in genere svolge le seguenti funzioni: emette e quindi determina la quantità di moneta nel sistema economico; funge da banca delle banche, cioè da prestatore di ultima istanza, dunque condiziona l’offerta di credito; sorveglia il sistema bancario; controlla il mercato dei cambi; gestisce le riserve in oro e valuta. Per i paesi aderenti all’euro, la prima e la quarta funzione è oggi svolta dalla Bce.

[7] Nel 1933 gli Stati Uniti abbandonano il gold standard; il possesso di oro è dichiarato illegale, le monete d’oro possedute dai cittadini vengono confiscate. Permane la convertibilità in monete d’argento (fino al 1963).

[8] La parità fra dollaro e oro viene fissata a 1/35 di oncia per 1 dollaro. I dollari potevano essere convertiti solo in lingotti. Le altre monete fissano un tasso di cambio con il dollaro. Il dollaro è la valuta di riserva, su cui i sistemi monetari dei vari Stati possono moltiplicare il credito interno. Nei due decenni successivi, i paesi che, a causa di avanzi nelle bilance dei pagamenti con gli Stati Uniti, incamerano dollari, non chiedono la conversione in oro, ma utilizzano le accresciute riserve in dollari per moltiplicare il credito. Gli Stati Uniti diventano esportatori di inflazione. Il sistema di Bretton Woods comincia a collassare nel 1968, con il prezzo dell’oro che nei mercati liberi di Londra e Zurigo schizza a livelli molto superiori rispetto al tasso ufficiale di 35 dollari l’oncia. Nel 1971 cominciano le richieste di conversione di dollari in oro da parte di Stati a moneta forte come la Germania, la Francia e la Svizzera, il che provocherà la definitiva inconvertibilità con i provvedimenti del 15 agosto 1971. Dal 1971 al 1973 si tenta di mantenere tassi di cambio fissi fra le monete anche senza una moneta che funga da valuta di riserva internazionale. Dalla primavera del 1973 i tassi di cambio fra le monete fluttuano liberamente.

A Bretton Woods Keynes propose l’istituzione di un’unità monetaria internazionale, il bancor, fissato in termini di trenta beni. Avrebbe dovuto rappresentare la riserva per le banche centrali dei vari paesi. Per una critica di tale riforma, in particolare le sue potenzialità inflazionistiche, v. M.N. Rothbard, The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4. In generale, i keynesiani hanno auspicato un’evoluzione in direzione di una moneta cartacea unica, generata e controllata da un’unica banca centrale mondiale.

[9] Più correttamente, il suo costo di produzione è trascurabile se comparato con il suo valore di scambio. Il costo di produzione della moneta cartacea è prossimo allo zero. Se lo Stato consentisse una concorrenza nella produzione di moneta, ma la limitasse solo a monete fiat, la quantità prodotta sarebbe quella che uguaglia ricavo marginale e costo marginale. Poiché il costo marginale è vicino a zero, la quantità prodotta sarebbe elevatissima; sarebbe quella che determina un ricavo marginale prossimo a zero, cioè un potere d’acquisto della moneta prossimo a zero. Il monopolio nella produzione della moneta è sembrato una soluzione: poterne restringere l’offerta evita iperinflazioni continue.

In passato i biglietti furono emessi dal Tesoro (i “Continental” e i “Greenback” americani, gli “assignats” francesi), successivamente dalla Banca centrale.

[10] I difensori dell’attuale sistema a moneta cartacea in monopolio ne lodano i seguenti vantaggi: 1) i costi di produzione della moneta cartacea sono pressoché nulli; dunque non vengono distratte risorse da altri impieghi produttivi; 2) il sistema attuale ha un’alta elasticità rispetto al livello di attività produttiva, cioè si può adeguare a piacere la quantità di moneta al livello delle transazioni; 3) il controllo da parte dell’autorità monopolistica evita gli shock erratici che si verificherebbero nel caso in cui venissero scoperti nuovi giacimenti di moneta-merce. I critici capovolgono quelli che sono considerati meriti in limiti: la facilità di produzione e la discrezionalità nell’emissione sono proprio i fattori che hanno causato le alte inflazioni dell’ultimo secolo. Per quanto riguarda la dipendenza dei metalli dall’estrazione, in un mondo dinamico una certa instabilità del potere d’acquisto è fisiologica e inevitabile, e comunque è meglio sottrarre il potere d’acquisto della moneta all’influenza dei governi.

 

[11] Il depositante effettua questa operazione per due principali motivi: 1) perché non vuole tenere grandi somme di denaro con sé (in casa, o in tasca) per timore di furti o smarrimenti; 2) per i servizi di pagamento svolti dalla banca (es. canoni di utenze – bollette – , che sotto il profilo formale assumono la forma del bonifico).

[12] La quota trattenuta per riserva in genere viene trasferita alla banca centrale.

[13] La banca è incentivata a fare ciò perché guadagna gli interessi sul prestito di € 900. L’esistenza della riserva frazionaria dunque consente alla banca l’acquisizione di un reddito (interesse) “dal nulla”.

[14] Oppure ricorrendo a metodi elettronici come il bancomat. La carta di credito invece non costituisce moneta, ma credito. Infatti, nel momento in cui io effettuo un acquisto, la società che emette la carta (es. Visa, Mastercard, American Express ecc.) mi presta la somma, che successivamente io restituisco con l’interesse. Dunque, quando viene usata una carta di credito, sorgono due transazioni. Una caratteristica cruciale della moneta, e dunque un modo rapido per capire ciò che è moneta e ciò che non lo è, è che il suo uso rappresenta un pagamento finale. Il pagamento con carta di credito non rappresenta il pagamento finale, che avviene solo quando il titolare della carta restituisce la somma alla società; e la restituzione viene fatta necessariamente con mezzi che sono moneta.

[15] I depositi bancari coperti da banconote, nel nostro esempio  €100, si chiamano depositi primari. Quelli non coperti, nel nostro esempio €900, depositi secondari o derivati.

[16] È la formula che sintetizza la somma dei termini di una progressione geometrica di ragione (1-β):  B + (1-β) B + (1-β)2 B + (1-β)3 B +…+ (1-β)n B con n tendente a infinito. Trasposta nel nostro esempio, la serie è costituita dalla sequenza: 1000 + 900 + 810 + 729 + 656 + 590 + …

[17] È questa l’origine dell’immagine della “piramide rovesciata” utilizzata da alcuni economisti: alla base vi sono le banconote stampate dalla banca centrale, una quota esigua della moneta complessiva; su di essa si espandono i crediti e i debiti creati dalle banche.

[18] In epoca recente, un episodio di corsa agli sportelli che determina il fallimento è avvenuto nel 2007 alla banca britannica Northern Rock. Nel Regno Unito un evento di tale portata non accadeva dal 1867.

[19] M.N. Rothbard, The Federal Reserve as a Cartelization Device: The Early Years, 1913–1930, in B. Siegel (a cura di), Money in Crisis, Pacific Institute for Public Policy Research, San Francisco, e Ballinger Publishing, Cambridge, 1984, pp. 89-136. Per un’analisi storica degli intrecci fra grandi banche ed élite politica negli Stati Uniti v. M.N. Rothbard, Wall Street, Banks, and American Foreign Policy, in «World Market Perspective», newsletter finanziaria a circolazione ristretta, agosto 1984. Di fatto, le banche centrali intervengono per salvare le grandi banche. Durante la Grande Depressione fallirono 6000 banche di piccole e medie dimensioni, nessuna di grandi dimensioni.