Il socialismo distrugge la civiltà: II parte

jesus-huerta-del-sotoL’analisi misesiana è stata invariabilmente confermata, non solo in molte contingenze storiche specifiche (si possono ricordare processi di declino e di involuzione della civilizzazione avvenuti, ad esempio, nel nord Africa ed in altre parti di quel continente; la crisi in Portogallo in seguito alla “Rivoluzione dei garofani”; la malattia sociale cronica che sembra affliggere l’Argentina, che divenne uno dei Paesi più ricchi del mondo prima della Seconda Guerra Mondiale, ma che oggi, anziché terra d’immigrazione, sconta una continua perdita di popolazione; i processi assimilabili che stanno devastando il Venezuela e altri regimi populisti dell’America Latina, etc.), ma anche, e soprattutto, dall’esperimento del socialismo reale, il quale, sino alla caduta del muro di Berlino, gettò centinaia di milioni di persone nella sofferenza più cupa e nella disperazione più nera.

Inoltre, ai giorni nostri, in un mercato mondiale pienamente globalizzato, le forze de-civilizzanti dello stato sociale, del sindacalismo rivoluzionario, della manipolazione finanziaria e monetaria, ad opera delle banche centrali, dell’interventismo economico, della crescente pressione fiscale e regolamentatoria, e dei conti pubblici fuori controllo minacciano anche quelle economie che, sino ad ora, venivano considerate le più prospere (Stati Uniti ed Europa). Ora, di fronte a un bivio storico, queste economie stanno lottando per liberarsi delle forze de-civilizzanti della demagogia politica e del potere sindacale, nel tentativo di riprendere la via del rigore monetario, del bilancio sotto controllo, della riduzione delle imposte, perseguendo lo smantellamento della intricata ragnatela dei sussidi, degli interventi e delle regolamentazioni che soffocano lo spirito imprenditoriale e, al contempo, infantilizzano e demoralizzano le masse. Il successo o il fallimento in questo sforzo determinerà il  destino futuro di queste aree e, in particolare, si sancirà anche se queste potranno continuare ad essere leader nel guidare il processo di sviluppo della civiltà, così come è stato sinora, ovvero se, in caso di fallimento, esse dovranno lasciare lo scettro di economie trainanti ad altre società che, come la sino- asiatica, stanno cercando di imporsi, con ardore e senza complessi di inferiorità, per diventare i protagonisti nel nuovo mercato globalizzato mondiale.

È del tutto ovvio che la civiltà romana non cadde a causa delle invasioni barbariche: semmai, i barbari trassero vantaggio da un processo sociale che stava già, per ragioni puramente endogene, involvendo e che era in procinto di collassare.

Mises si espresse in questo modo:

Gli aggressori stranieri si avvantaggiarono semplicemente di una opportunità che la debolezza interna dell’impero offriva loro. Dal punto di vista militare, le tribù che invasero l’impero nel quarto e nel quinto secolo non erano certo più formidabili delle armate che le legioni avevano facilmente sconfitto nei tempi andati. Ma l’impero era nel frattempo cambiato. La sua struttura economica e sociale era già proiettata nel medioevo.  (op. cit., pp. 767–768)

Inoltre, il grado di regolamentazione dell’impero, il suo statalismo omnipervasivo, e la pressione fiscale crebbero a tal punto che gli stessi cittadini romani consideravano la sottomissione ai barbari invasori come un male minore, quando addirittura non li ricevettero a braccia aperte. Lattanzio, nel suo trattato, Sulla morte dei persecutori, scritto negli anni 314-315 dC, afferma testualmente:

Cominciavano ad esservi sempre meno uomini che pagavano le tasse, rispetto a quanti invece ricevevano i salari; di fatto, poiché le risorse degli agricoltori venivano svilite e consumate da enormi imposizioni, le aziende agricole furono abbandonate ed i terreni coltivati ​​ben presto si imboschirono … Molti governatori delle province e una moltitudine di funzionari di rango inferiore imposero balzelli gravosi in ogni territorio, e quasi in ogni città. Vi erano anche molti soprintendenti di differente grado, nonché i rappresentanti dei governatori. Al loro cospetto si registrarono pochissime cause civili: al contrario, proliferavano le condanne quotidiane, così come si faceva frequentemente ricorso alle confische; venivano esatte le tasse più svariate su un numero sterminato di beni, caratterizzandosi non solo per essere ricorsive, bensì per la loro natura perpetua; ovviamente il processo impositivo dava luogo a torti intollerabili. (Citato da Antonio Aparicio Pérez , La Fiscalidad en la Historia de España: Época Antigua, años 753 a.C. a 476 d.C., Madrid: Instituto de Estudios Fiscales, 2008, p. 313).

Chiaramente, questa situazione è strettamente assimilabile, e per molte ragioni, alla nostra realtà coeva, tanto che una legione di commentatori ha già dimostrato che il presente livello e la presente combinazione di sussidi e regolamentazione pongono un  onere tanto deprimente quanto insostenibile per il settore produttivo della società, sempre più vessato e tormentato. Di fatto, alcuni autori, come Alberto Recarte, hanno avuto il coraggio di invocare una riduzione <<del numero di dipendenti pubblici, ed in particolare di coloro il cui compito è quello di regolamentare, sovrintendere ed ispezionare tutte le attività economiche, imponendo dei requisiti di conformità legale oltremodo costosi ed estremamente intrusivi>>. (El Desmoronamiento de España, Madrid: La Esfera de los Libros, 2010, p. 126).  Non dobbiamo mai scordarci, di fatto, che tutti noi dipendiamo dalla ricchezza generata dal settore economico privato.

In De Gubernatione Dei ( IV , VI , 30), Salviano di Marsiglia scrive:

Nel frattempo, i poveri sono stati derubati, le vedove gemono, gli orfani vengono calpestati, tanto che molti, anche le persone di buona famiglia, che hanno goduto di una educazione liberale, cercano rifugio presso il nemico per sfuggire alla morte, subendo un processo di persecuzione generale. Essi cercano tra i barbari la misericordia romana, poiché non possono sopportare la crudeltà barbara che ormai riscontrano presso i Romani. Anche se questi uomini si differenziano per costumi e lingua rispetto a quelli praticati dalle genti presso cui hanno trovato rifugio, e non sono nemmeno troppo avvezzi, se mi è consentito dire, all’afrore nauseabondo dei corpi e dell’abbigliamento dei barbari, eppure essi preferiscono la strana esistenza che là vi possono trovare, all’ingiustizia ormai così invalsa tra i Romani. Quindi, troverete uomini che fuggono ovunque, ora tra i Goti, ora tra i Bagaudi, o tra qualsiasi altro popolo barbaro che si era insediato ovunque, e non si pentiranno per essersene andati, giacché preferirebbero vivere come uomini liberi, ancorché in una condizione di  cattività apparente, piuttosto che come schiavi in un contesto di presunta libertà. (cit. ibid . , pp 314-315)

Infine, nei suoi Seven Books against the Pagans (Madrid: Gredos, VII, 41-7), lo storico Orosio conclude:

I barbari sono arrivati a detestare le proprie spade, si sono convertiti all’aratro, e stanno affettuosamente trattando il resto dei Romani come compagni e amici, così che ora tra essi vi si possono trovare dei Romani che, vivendo con loro, preferiscono condurre una vita libera, ancorché povera, piuttosto che vivere da schiavi fiscali, non in pace con se stessi, tra la propria gente. (sottolineatura aggiunta)

Non possiamo sapere se in futuro la civiltà occidentale, che ha prosperato fino ad oggi, sarà rimpiazzata da quella di altri popoli che, in base ai nostri canoni attuali,  potremmo considerare  “barbari”. Tuttavia, dobbiamo essere certi di due cose: in primo luogo, nel bel mezzo della recessione più grave dalla Grande Depressione del 1929, che sta sconquassando il mondo occidentale, se falliamo nell’applicare le misure essenziali – vale a dire, deregolamentazioni, soprattutto in seno al mercato del lavoro, una consistente riduzione del carico fiscale e dell’interventismo economico, un serrato controllo della spesa pubblica e l’eliminazione dei sussidi – la posta in gioco sarà molto più alta, per esempio, della mera salvaguardia dell’euro (o per gli americani, del dollaro quale valuta di riserva internazionale) [1];  in secondo luogo, qualora si perdesse definitivamente la battaglia della competitività nel mercato mondiale globalizzato, e ci si infilasse nel tunnel di un marcato e cronico declino, ciò non potrà essere imputato, senza alcun ombra di dubbio, a dei fattori esogeni, bensì esclusivamente ai nostri errori, alle nostre mancanze e alle nostre deficienze morali.

Nonostante tutto ciò che si è andato sostenendo, vorrei concludere con una nota di ottimismo. Le recessioni sono dolorose, e sono spesso brandite come un pretesto per criticare il sistema di libero mercato e legittimare un crescente grado di regolamentazione e di interventismo, il che contribuisce ad acuire un situazione già di per sé pessima. Tuttavia, le recessioni costituiscono anche una fase che consente alla società di recuperare la solidità delle proprie basi, in cui gli errori commessi vengono rivelati, ed in cui le cose sono ricollocate nella loro giusta dimensione. Esse costituiscono altresì uno stadio in cui possono essere gettate le basi per una ripresa e per una ineludibile riscoperta di quei principi essenziali che consentono alla società di progredire.

È senz’altro vero che ci troviamo di fronte a molte sfide, che potremmo lasciarci prendere facilmente dallo sconforto, e che i nemici della libertà si annidano ovunque. Ma non è men vero che, in contrasto con la cultura dei sussidi, dell’irresponsabilità, dell’amoralità, e della dipendenza integrale dallo Stato, tra tanti giovani (e anche tra alcuni di noi che non sono più così giovani ) sta facendo capolino, risorgendo dalle ceneri, la cultura della libertà imprenditoriale, della creatività e dell’assunzione del rischio, nonché di comportamenti basati su sani principi morali: in breve, la cultura della maturità e della responsabilità (in netta contrapposizione all’infantilismo, in forza del quale le nostre autorità e i nostri politici limiterebbero oltremodo la nostra sfera di azione, al fine di renderci vieppiù servili e dipendenti). A mio modo di vedere, è evidente chi disponga delle migliori armi intellettuali e morali e, di conseguenza, è padrone del proprio futuro. Ecco spiegato il motivo che mi induce ad essere ottimista.

 Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

 

Note

[1] Il processo sociale non può sopravvivere o svilupparsi in assenza di un quadro istituzionale che disciplini e limiti le forze politiche, i sindacati ed i gruppi di pressione privilegiati. Anche se certamente le nostre autorità non potevano essere a conoscenza degli effetti che sarebbero poi sortiti quando avanzarono la proposta di creare l’euro, nelle attuali circostanze la moneta unica sta fortunatamente giocando il ruolo di “ordinatore”, almeno nei paesi periferici d’Europa, i quali, per la prima volta nella loro storia, sono ora costretti ad assumere misure strutturali di liberalizzazione economica, in un ambiente in cui l’inattuabilità e l’inganno che stanno alla base dell’odierno welfare state sono ormai sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti la situazione è alquanto più dubbia. Nonostante gli sporadici sforzi effettuati per limitare il deficit pubblico da movimenti come il Tea Party e da altri gruppi, la natura del dollaro come valuta di riserva internazionale lascia un sacco di spazio per le follie spenderecce dei politici e per le spese sfrenate.