La Moneta: V Parte

money 2Interazione fra domanda e offerta di moneta

Offerta e domanda di moneta determinano il suo valore di scambio, o potere d’acquisto, o  prezzo, cioè la quantità di beni che una unità monetaria (1 grammo d’oro, 1 euro, 1 dollaro ecc.) può comprare [1].

Grafico di determinazione del valore di scambio della moneta: sull’asse delle ascisse la quantità di moneta, sull’asse delle ordinate il potere d’acquisto dell’unità monetaria (valore di scambio), indicato con il reciproco del livello dei prezzi[2]. D è la curva della domanda totale di moneta; la retta verticale S rappresenta lo stock totale di moneta nel sistema economico, che si trova al livello OS. L’andamento verticale rispecchia l’ipotesi di sostanziale controllo della quantità di moneta da parte delle autorità (esogeneità). Il punto di incontro determina il valore di scambio, OB.

Screen Shot 2014-02-21 at 20.42.16Come per tutti gli altri beni, esiste una connessione fra le variazioni dell’offerta e della domanda di moneta e le variazioni del suo potere d’acquisto: dal grafico si possono dedurre tali effetti.

Un aumento dell’offerta di moneta (estrazione di metallo, stampa), determina una trasposizione verso destra della retta dell’offerta; il nuovo punto di incontro si trova ora più a destra e più in basso, dunque si riduce il potere d’acquisto. In pratica avviene che si determina un eccesso di offerta, i soggetti si trovano con scorte monetarie superiori a quelle desiderate, spendono questo surplus nell’acquisto di beni, servizi e attività finanziarie, i prezzi crescono, il valore di scambio della moneta si riduce e i soggetti, volendo mantenere un’uguale quantità di scorte reali, aumentano la domanda di scorte in termini nominali, uguagliando la domanda all’iniziale aumento dell’offerta. Il contrario in caso di riduzione della quantità di moneta.

Un aumento della domanda di moneta provoca una trasposizione verso destra della curva di domanda; il punto di incontro con la retta dell’offerta è spostato più in alto, dunque aumenta il potere d’acquisto della moneta. È questo aumento che consente di soddisfare coloro che domandano più moneta. Infatti, ci si potrebbe chiedere: se l’offerta rimane costante e per un qualsiasi motivo aumenta la domanda di moneta complessiva perché molti individui vogliono aumentare le loro scorte monetarie, come possono costoro essere soddisfatti, visto che la quantità di moneta è sempre la stessa? Il loro desiderio viene soddisfatto attraverso il cambiamento del prezzo della moneta, del suo valore di scambio. In questo caso aumenta il valore di scambio, cioè la stessa quantità di moneta compra una maggiore quantità di beni, perché le persone, non comprando (trattenendo moneta, dunque riducendo la quantità di moneta in circolazione) fanno ridurre i prezzi dei beni. Quindi ora la stessa quantità di contanti in termini nominali rappresenta invece in termini reali un potere d’acquisto maggiore, e così le preferenze dei soggetti che volevano maggiori scorte di moneta (volevano una maggiore proporzione di moneta trattenuta presso di sé rispetto a quella ceduta in cambio di beni e servizi) sono state soddisfatte.

Il contrario avviene nel caso di una diminuzione di domanda di moneta: le persone si liberano di parte delle proprie scorte monetarie e l’effetto è una riduzione del potere d’acquisto perché, aumentando gli acquisti di beni, aumentano i loro prezzi.

Dunque i prezzi possono variare, oltre che per le decisioni dei governi, anche per le scelte di tesoreggiamento o detesoreggiamento degli individui. Tuttavia, la forza dominante nei fenomeni di mutamento del livello generale dei prezzi è l’offerta di moneta; la domanda in genere non mostra variazioni autonome consistenti nel breve periodo; essa reagisce a variazioni di lungo periodo (ad esempio innovazioni tecniche, come l’introduzione della carta di credito), oppure reagisce a variazioni dell’offerta, che dunque resta la variabile fondamentale.

Il valore di una moneta-merce si determina nello stesso modo in cui si determina il valore di qualunque altro bene, cioè sulla base delle valutazioni soggettive dei partecipanti agli scambi. L’idea che il valore della moneta debba essere stabile è fallace: se essa è un bene economico, sarà sottoposta ai cambiamenti di valore che derivano dalle variazioni delle valutazioni soggettive degli individui. Si afferma che, essendo la moneta unità di misura, il suo valore deve essere mantenuto fisso e immutabile. Ma, in un sistema con una moneta-merce, è il suo peso che, come qualsiasi unità di misura, deve essere considerato fisso per sempre, non il suo valore; che, come tutti gli altri valori, dovrebbe essere lasciato al giudizio e alla valutazione ultima di ciascun consumatore.

Poiché la moneta esistente deve essere necessariamente proprietà di qualcuno, l’offerta di moneta totale in una collettività è sempre pari ai contanti detenuti dai soggetti.

Teorema della regressione

Alla teoria Austriaca della moneta è stata rivolta la seguente obiezione: i beni di consumo possiedono un’utilità, data dal consumo diretto che gli utilizzatori effettuano; tale utilità è logicamente anteriore al loro prezzo, spiega il loro prezzo. Ma la moneta non possiede un’utilità per il consumo diretto, essa è utile e quindi viene domandata per il suo potere d’acquisto (prezzo; per la sua capacità di essere scambiata con altri beni); ma il potere d’acquisto è determinato a sua volta dalla domanda di moneta: dunque si cade in un circolo vizioso. Mises risolse il problema introducendo la dimensione temporale: il potere d’acquisto del momento appena passato, t – 1, determina la domanda di moneta del momento presente, t (la cui causa è sempre l’utilità marginale). La domanda, a sua volta (insieme all’offerta), determina il potere d’acquisto al momento presente, t. Il potere d’acquisto al momento t a sua volta determinerà la domanda di moneta nel futuro immediato, t+1; e così via. La regressione all’indietro non è infinita: ci si ferma appena si arriva al momento storico in cui il bene in questione ha cominciato a svolgere la funzione di mezzo di scambio, cioè ci si ferma nell’ultimo momento in cui vigeva il baratto, e il bene che stava per essere scelto come moneta aveva una sua domanda in quanto bene di consumo e rapporti di scambio con gli altri beni (potere d’acquisto, prezzo). Esemplificando, il giorno 0, l’ultimo giorno di baratto, la merce che verrà scelta come moneta ha un determinato potere d’acquisto, dato dai suoi rapporti di scambio con gli altri beni; il giorno 1, il primo giorno di uso di quel bene come moneta, la domanda di (quel bene come) moneta è determinata dal suo potere d’acquisto al giorno 0.

Il bene ha cominciato a svolgere la sua funzione di mezzo di scambio non in base ad un contratto sociale stipulato a tavolino, ma come esito di un processo di mercato: era il bene che, durante il baratto, aveva le migliori caratteristiche. Questo teorema dunque delegittima la moneta fiat statale: essa non potrebbe mai essere adottata in origine come moneta, perché non può avere un potere d’acquisto preesistente, come avviene durante la fase del baratto per i beni che stanno per diventare moneta.

Qual è la quantità “giusta” di moneta in un sistema economico? Molti sono stati i criteri proposti: la quantità di moneta dovrebbe modificarsi in relazione alla popolazione, o al volume degli scambi, o all’ammontare dei beni prodotti, o in modo da mantenere stabile il livello dei prezzi. Nessuno ha suggerito di lasciare la decisione al mercato. Nessuno si domanda qual è la quantità “giusta” di scarpe, o di biscotti. La quantità di moneta “giusta” sarà condizionata dalla domanda degli individui; e, come si è visto, se si verifica un aumento dell’offerta non gradito, la riduzione del valore di scambio della moneta riporterà le quantità reali di essa al livello desiderato dagli individui. Dunque sono privi di significato i concetti di “troppa” o “troppo poca” moneta: qualunque sia l’ammontare di moneta, gli individui modificano i propri comportamenti per massimizzare i benefici ricavabili dalla quantità di moneta esistente. Se c’è “troppa” moneta, il suo potere d’acquisto si riduce, e dunque quelle quantità ritenute “eccessive” sono invece quelle giuste, visto che con un’unità monetaria ora si acquista meno. Questo non significa che le variazioni nella quantità di moneta siano irrilevanti (esse al contrario disturbano gli agenti economici e possono generare notevoli distorsioni nel processo economico); significa che qualsiasi quantità di moneta (es. due diverse quantità di moneta alternative in uno stesso sistema, o l’una o l’altra) viene assorbita e massimizzata.

La moneta, a differenza degli altri beni, non serve per il consumo diretto, ma solo per gli scambi. Dunque un aumento della quantità di moneta non significa che quella comunità è più ricca; una comunità è più ricca se aumenta la quantità di beni di consumo (a loro volta dipendenti dalla quantità di terra, lavoro e capitale e dallo spirito di impresa), non si può arricchire la gente stampando pezzi di carta (ma questo è vero anche per qualsiasi moneta-merce): noi potremmo sentirci più ricchi al momento, ma, appena uscissimo in strada a spendere la moneta in più, l’esito finale sarebbe solo la crescita dei prezzi. Dunque, come detto, si riduce solo il potere d’acquisto della moneta. Ciò avviene perché la moneta è richiesta solo in quanto mezzo che favorisce gli scambi, e non perché è utile per il consumo diretto, presente o futuro. La moneta è utile solo per il suo valore di scambio. L’aumento della quantità di moneta comporta solo che alcuni saranno beneficiati a spese di altri. Non è vero dunque, come sostengono molti, tra cui Keynes, che un’offerta di moneta sovrabbondante è (è stata) una condizione fondamentale per lo sviluppo e il benessere economico: questi dipendono dallo spirito di intrapresa e di innovazione e dalle capacità lavorative dei componenti di una data comunità.

La stessa cosa si può dire se si verifica una riduzione della quantità di moneta: quella comunità non è meno ricca; gli aggiustamenti di mercato conducono solo ad un aumento del potere di acquisto della moneta.

[Dunque una delle più importanti leggi economiche è:] Ogni quantità di moneta è sempre utilizzata al suo livello massimo, e non si può ottenere nessun beneficio sociale aumentando la quantità di moneta.[3]

Nel ‘700 e nell’800 la quantità di moneta rimase complessivamente costante (lieve incremento). Ecco perché l’aumento della disponibilità dei beni di consumo e di investimento che si ebbe in seguito alla rivoluzione industriale determinò una riduzione dei prezzi dei beni (a parte i periodi di guerra, in conseguenza della stampa di moneta da parte degli stati per sostenere la produzione bellica); situazione che, a partire dal 1941, non si è più verificata.

Trasmissione dal settore monetario al settore reale: neutralità o non neutralità della moneta

Il concetto di neutralità della moneta indica la circostanza per cui la presenza della moneta o, più specificamente, modifiche nella quantità di essa, non hanno effetti sull’economia reale, cioè sui prezzi relativi e sulla quantità e la composizione del prodotto, ma solo sul livello assoluto dei prezzi[4]. In un simile contesto esiste una assoluta dicotomia tra il settore reale, in cui sulla base dei prezzi relativi dei beni si determina l’allocazione delle risorse, e il settore monetario, in cui viene determinato esclusivamente il livello dei prezzi assoluti.

Una conseguenza di questa dottrina è stata la nozione secondo cui il livello dei prezzi varia proporzionalmente al variare della quantità di moneta in circolazione (teoria quantitativa della moneta). In base all’equazione degli scambi di Fisher (1911) MV = PT; dove M è lo stock di moneta, V la velocità di circolazione, cioè il numero di volte in cui in media in un dato periodo di tempo l’unità monetaria passa di mano, P il livello generale dei prezzi e T le transazioni, identificabili con la somma dei beni e servizi scambiati nel periodo di tempo dato[5].

Diverse scuole economiche hanno contestato la tesi della neutralità della moneta[6]. Secondo gli Austriaci i cambiamenti nella quantità di moneta non possono influenzare i prezzi di tutti i beni allo stesso tempo e nella stessa misura, li influenzano in modo diseguale, non è vero che tutti i prezzi aumentano o diminuiscono nella stessa proporzione. Ciò avviene per due motivi.

Il primo può essere illustrato attraverso ciò che Rothbard ha ironicamente definito il “modello Arcangelo Gabriele”. Si ipotizzi che durante la notte l’arcangelo Gabriele aumenti del 20% la disponibilità di contanti di ogni persona. Anche in questo caso i prezzi non crescerebbero tutti nella stessa misura del 20%. Infatti ogni individuo ha una scala di valori e una gerarchia delle utilità diverse. All’aumentare dello stock di moneta, gli acquisti di beni e servizi cambieranno in relazione alla nuova posizione che tali beni hanno nella scala di valori, dato che sono intervenute nuove quantità del bene moneta. La struttura della domanda, cioè la sua composizione, quindi cambierà, e con essa anche i prezzi relativi.

Rispetto al modello semplificato ora ipotizzato, nel mondo reale i prezzi relativi cambiano per un ulteriore motivo: l’introduzione della nuova moneta nel sistema economico non avviene con la modalità equiripartita suesposta. Conta dove viene iniettata la moneta addizionale. Vengono investite aree diverse dell’economia, in momenti diversi, e i rapporti di causa-effetto nella complessa rete del mercato conducono a movimenti di prezzi difformi. Supponiamo che venga scoperto nuovo oro, e che lo Stato lo utilizzi per acquistare alcuni beni (oppure acquisti tali beni emettendo una quantità addizionale di moneta cartacea; è una semplificazione: come si è visto, l’introduzione della moneta nel sistema economico avviene prevalentemente attraverso operazioni di mercato aperto nel sistema bancario). Ciò aumenterà solo i prezzi dei beni acquistati. A loro volta i proprietari dei beni richiesti dal governo hanno un aumento della disponibilità dei contanti, quindi un eccesso rispetto alla moneta che vogliono detenere, e accrescono gli acquisti. I prezzi dei beni che questi acquistano in quantità maggiori aumenteranno, e ne beneficeranno i proprietari di questi beni. Invece coloro che non dispongono dei beni il cui prezzo è aumentato, ma ne sono acquirenti e consumatori, avranno peggiorato la loro condizione, perché, con la stessa quantità di moneta iniziale, ora devono acquistare alcuni beni a prezzo più alto[7]. Alcuni prezzi saranno cresciuti più che proporzionalmente rispetto all’incremento iniziale di moneta, altri meno che proporzionalmente. L’aumento dei prezzi dei beni non è né sincrono né uniforme; e di conseguenza vi sono individui che migliorano la propria condizione – coloro che hanno ricevuto la moneta temporalmente prima, perché quando hanno proceduto agli acquisti i prezzi dei beni ancora non erano aumentati, dunque l’aumento di moneta ricevuta ha generato per loro un aumento del reddito reale; e altri che la peggiorano – coloro che l’hanno ricevuta dopo (perché il prezzo dei beni che comprano sale prima che essi possano godere dell’aumento di reddito) o che non l’hanno ricevuta affatto (ad es. i pensionati). Mutano i prezzi relativi e si altera la distribuzione del reddito e della ricchezza[8]. Inoltre, potrebbero essere avvantaggiati soggetti che favoriscono l’accumulazione di capitale o soggetti che si limitano ad incrementare i consumi (dunque con preferenze temporali differenti), e le conseguenze sul sistema produttivo sono diverse[9]. I monetaristi invece ritengono che nel lungo periodo siano influenzati solo i valori nominali, cioè i prezzi assoluti, e non i prezzi relativi, e non vi sono squilibri strutturali.

Una moneta neutrale e con potere d’acquisto immutabile non è possibile in un mondo, quale è quello umano, basato sull’azione e sul movimento incessante.

Il modello walrasiano non sa rendere conto della moneta. Infatti l’equilibrio generale è basato sulla conoscenza dei dati del mercato – preferenze, tecnologie, risorse – e da prezzi e quantità stabiliti una volta e per sempre. In un mondo siffatto, caratterizzato da certezza, nessuno sarebbe indotto a detenere contante, dal momento che conoscerebbe tutti gli acquisti e le vendite da effettuare nel futuro.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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[1] Secondo i keynesiani, che enfatizzano la funzione di fondo di valore della moneta, offerta e domanda di moneta determinano  il tasso di interesse. Questa conclusione è contestata dall’approccio neoclassico e dalla scuola Austriaca, per i quali offerta e domanda di moneta determinano il potere d’acquisto della moneta.

[2] Per scopo di sintesi nel grafico si usa il potere di acquisto come se fosse un’entità unitaria; ma, come si è già detto, la moneta non ha un prezzo singolo rappresentato da 1/P, come ritengono i neoclassici, bensì un elevatissimo numero di prezzi individuali dati dai rapporti di scambio con ciascuno dei beni e servizi del sistema economico; cioè il prezzo della moneta è dato dalle quantità dei singoli beni che vengono date in cambio di una unità monetaria. I beni sono eterogenei e non possono essere sintetizzati in un unico indicatore P, che maschera i mutamenti dei prezzi relativi. Infatti, supponiamo che alcuni prezzi salgano ed altri scendano in dimensioni tali da mantenere inalterato P; non si può dire che il potere d’acquisto della moneta è rimasto inalterato, perché i consumatori non sono “consumatori medi”.

[3] Per maggior precisione, va superata una soglia minima di quantità di moneta, altrimenti con poche unità monetarie gli scambi sarebbero molto difficoltosi: questa soglia è quella oltre la quale una unità in più del bene scelto come moneta apporta alla società una utilità marginale pari a zero. Dunque è al di sopra di questo minimo che ogni quantità di moneta è ottimale.

Tutti gli altri beni, a differenza della moneta, non hanno invece una quantità ottimale; quale che sia la quantità di beni di consumo o di investimento in un dato istante t, una quantità maggiore potrebbe accrescere il benessere di quella data società (riduzione della scarsità); dunque non si può asserire che la quantità all’istante t sia ottimale. Questa differenza riposa nella diversa funzione della moneta rispetto ai beni: mezzo di scambio e non uso diretto. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[4] Le teorie “neutraliste” prevalenti ritengono che la neutralità si consegua nel lungo periodo (superneutralità).

[5] La scuola Austriaca ha criticato l’equazione degli scambi sotto diversi profili. Essa non è un’equazione, ma un’ovvia identità che banalmente dice, secondo l’esempio proposto dallo stesso Fisher: Smith acquista 10 etti di zucchero da Jones in cambio di 70$; per Fisher da ciò si deduce che “oggettivamente” 10 etti di zucchero sono uguali a 70$, e questo fatto può essere espresso in questo modo: 70$ = 7$ (prezzo di un etto) moltiplicati per 10 etti. (L’equazione collettiva non è altro che la somma di tutte le transazioni individuali in un dato periodo di tempo). In pratica ci sta dicendo che 70$ = 70$! Cioè l’unica informazione economica che ci dà è che, in un dato periodo di tempo, il totale della moneta ricevuta in una transazione è uguale al totale della moneta spesa. È una tautologia, un truismo (evidenza lapalissiana) che non aggiunge alcuna conoscenza ai fatti economici, non illustra una relazione causale, non indica le determinanti dei prezzi (che sono le preferenze degli individui, che nell’equazione non compaiono). (Per tacere del fatto che non è vero che 10 etti di zucchero sono uguali a 70$. Uguali per chi? Ogni scambio nasce dal differente valore attribuito dai due scambianti ai beni scambiati).

Inoltre, nell’equazione di Fisher MV=PT la velocità di circolazione V agisce indipendentemente da T, ma è un errore, perché gli acquisti e gli scambi di beni influenzano direttamente V, in quanto i beni vengono dati in cambio di moneta. La circolazione della moneta aumenta con la circolazione dei beni. Infine, T è un aggregato eterogeneo, in quanto è composto dalle quantità dei beni e servizi scambiati, dunque la somma è impossibile.

L’equazione degli scambi è una costruzione olistica, che ignora le azioni individuali. Essa utilizza concetti generali, come ad esempio la velocità di circolazione, per spiegare le azioni degli individui; ma è un tipico caso di ragionamento in circolo, implica già la dottrina che vuole dimostrare. Invece sono le offerte e le domanda dei singoli individui ad alterare la struttura di prezzo.

[6] Secondo l’interpretazione della cosiddetta “Sintesi keynesiano-neoclassica” (Hicks, Modigliani, Samuelson), variazioni della quantità di moneta determinano variazioni del tasso di interesse e queste si ripercuotono sull’output (schema IS-LM). Nell’approccio di Tobin vi è alta sostituibilità fra moneta e titoli ma scarsa sostituibilità fra titoli e attività reali; dunque un aumento dell’offerta di moneta riduce i rendimenti dei titoli in conseguenza delle maggiori quantità acquistate, ma non è detto che questa riduzione dei tassi di interesse si trasmetta al settore reale aumentando gli investimenti. Inoltre opera anche un effetto ricchezza: se si abbassano i rendimenti dei titoli rappresentativi dei beni capitali, gli operatori ridurranno la domanda di tali titoli.

Secondo la scuola di Chicago (Friedman), variazioni della quantità di moneta hanno riflessi temporanei sul prodotto reale, attraverso variazioni della ricchezza (effetto scorte monetarie reali) e quindi della domanda aggregata, ma non nel lungo periodo. Invece per gli esponenti della Nuova Macroeconomia Classica, o scuola delle aspettative razionali (Lucas, Sargent), la moneta è neutrale anche nel breve periodo. Il modello BMW (Bofinger, Mayer, Wollmer, 2002), alternativo al modello IS-LM giudicato insoddisfacente, prevede che la banca centrale possa modificare l’output attraverso il tasso di interesse reale; in particolare, in seguito ad una caduta della domanda aggregata, l’output può essere ricondotto al livello iniziale attraverso una riduzione del tasso di interesse reale.

Diversi modelli econometrici (2002) relativi all’area dell’euro mostrano che un aumento (+1%) del tasso di interesse indotto dalla politica monetaria determina nel breve termine un decremento del prodotto (che risulta massimo due anni dopo),  che successivamente si riporta sul livello base; il tasso di crescita dei prezzi invece si riduce sia nel breve che nel lungo periodo. Si evidenzia dunque l’inefficacia della politica monetaria sul Pil reale nel lungo periodo.

[7] Nell’esempio proposto da Rothbard, se lo Stato stampa nuova moneta e con essa acquista graffette, si avrà prima un aumento del reddito dei produttori di graffette e del prezzo delle graffette, poi dei prezzi dei fornitori dell’industria delle graffette; e così via. Quando la nuova moneta si diffonde da un capo all’altro dell’economia, allora crescono tutti i prezzi, ma è improbabile che crescano equiproporzionalmente. Un esempio più schematico è il seguente: Jones trova dell’oro e lo trasforma in monete; poiché ha un eccesso di moneta rispetto a quella desiderata, la spende acquistando il bene prodotto da Smith. Il prezzo del bene prodotto da Smith aumenta. A questo punto, tutti gli altri sono penalizzati dal fatto che acquistano il bene di Smith a prezzo più alto, mentre i loro redditi (prezzi dei beni o dei servizi che vendono) non sono ancora aumentati, perché la moneta in più ancora non è arrivata, passando di mano in mano, ad essere domanda in più per i loro beni.

[8] Nei sistemi monetari contemporanei sono il governo e la banca centrale che o spendono direttamente o decidono a chi attribuire la nuova moneta: i beneficiari in genere sono le banche e i clienti da esse favoriti, in particolare quelli politicamente forti. Questi quindi sono coloro che ricevono la moneta per primi, dunque sono coloro che si avvantaggiano della redistribuzione della ricchezza. È questo un importante motivo che spiega l’introduzione e il mantenimento del monopolio sull’emissione di moneta e i continui incrementi della quantità di moneta.

[9] Nel breve o medio termine è possibile che un aumento della quantità di moneta fiat, dunque un’inflazione monetaria, non si traduca in un aumento generalizzato dei prezzi, dunque in un’inflazione dei prezzi. Questo può avvenire perché si verificano eventi che, per gli effetti sui prezzi, compensano l’aumento della quantità di moneta: ad esempio, un apprezzamento della moneta rispetto alle altre valute, con conseguente riduzione dei prezzi dei beni importati, o una riduzione del prezzo del petrolio. È ciò che è accaduto negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’80 del Novecento. Anche in tal caso, dunque anche in assenza di aumento dei prezzi, l’aumento della quantità di moneta determina una redistribuzione del reddito dai produttori, che hanno acquisito la moneta correttamente, a vantaggio di coloro che hanno ricevuto la nuova moneta, i quali acquistano beni e servizi che altrimenti non avrebbero acquistato. Dunque si determina una diversione delle risorse dai produttori ai “contraffattori”. M.N. Rothbard, Money Inflation and Price Inflation, in «The Free Market», settembre 1986, pp. 1, 3.