La Moneta: VI Parte

money 2Economia internazionale monetaria – Tassi di cambio fra monete

 Il tasso di cambio fra due (o più) monete è il numero di unità monetarie di una moneta date in cambio di 1 unità dell’altra (incerto per certo)[1].

Esso tendenzialmente è determinato dal rapporto fra i poteri d’acquisto (in termini di tutti gli altri beni) di ciascuna moneta. La versione più nota di tale teoria è quella di G. Cassel, che però considera il rapporto fra gli indici dei prezzi P, con i limiti connessi a tali indici già visti sopra:

 e = P1/P2 ,

dove e  è il tasso di cambio, P1 il livello dei prezzi nel paese 1 e P2 i livello dei prezzi nel paese 2.

Il tasso di cambio di equilibrio si chiama parità dei poteri d’acquisto. Ad esempio, se un bene o, meglio, un paniere di beni, costa 2000 dollari negli Usa e 1000 euro in Italia , tendenzialmente il rapporto di scambio fra dollaro e euro sarà di 2:1, cioè 2 dollari in cambio di 1 euro.

Lo stesso vale per i rapporti di scambio fra due monete coesistenti in uno stesso sistema economico: se un’oncia d’oro acquista un etto di burro e un’oncia d’argento acquista mezzo etto di burro, allora un’oncia d’oro si scambia con due once d’argento: il tasso di cambio fra oro e argento è pari a  1:2.

Se vi sono divergenze fra il tasso di cambio e i poteri d’acquisto delle due monete, il tasso di cambio di equilibrio viene ripristinato dal solito meccanismo di domanda e offerta, in particolare attraverso l’arbitraggio. Se, ad esempio, il livello dei prezzi negli Stati Uniti salisse a 4000 dollari, mentre nell’immediato il tasso di cambio rimanesse di 2:1, molte persone venderebbero dollari in cambio di euro perchè per loro sarebbe conveniente acquistare beni in Italia (con 2000 dollari in Italia possono acquistare l’intero paniere, mentre negli Usa solo mezzo paniere); ma nel fare ciò – legge della domanda e dell’offerta – inducono un deprezzamento del dollaro e un simultaneo apprezzamento dell’euro, fino al rapporto di cambio di 4:1.

Un esempio simile si può fare relativamente alla situazione suesposta di circolazione parallela di oro e argento: se il tasso di cambio fra oro e argento fosse di 1:4, cioè se l’oro fosse sopravvalutato e l’argento sottovalutato, gli individui più intraprendenti venderebbero oro in cambio di argento, perché con 4 once di argento possono acquistare due etti di burro, mentre con 1 oncia d’oro ne possono acquistare solo un etto; ma nel fare ciò riducono il valore di scambio dell’oro rispetto all’argento, fino a ripristinare il tasso di cambio di 1:2.

Dunque, se in uno stesso sistema economico circolassero liberamente due (o più) monete non vi sarebbero problemi insormontabili. È molto probabile che il mercato, lasciato libero, alla fine imporrebbe un unico metallo come moneta, ma se anche convivessero monete diverse, in un mercato libero il tasso di cambio fra tali monete sarebbe determinato dalle domande e dalle offerte relative, e tenderebbe ad eguagliare il rapporto fra i rispettivi poteri d’acquisto. Questo tasso di cambio, come ogni prezzo, fluttuerebbe in continuazione in risposta ai mutamenti delle domande e delle offerte.

Non è vero che opererebbe la legge di Gresham (la moneta cattiva scaccia quella buona, che viene fusa e dunque via via scompare dalla circolazione), perché tale legge opera se si impone un tasso di cambio fisso, dunque divergente rispetto a quello di mercato. Es.: lo Stato impone un tasso di cambio fra una moneta da un’oncia d’oro e una moneta da un’oncia d’argento di 1:1, mentre sul mercato il tasso di cambio è pari a 1:2. Allora i possessori di monete d’oro le fondono, con l’oro ottenuto acquistano argento al rapporto di cambio 1 a 2, quindi coniano monete d’argento e le scambiano con monete d’oro al cambio ufficiale di 1 a 1. Dunque un individuo che ha 1 moneta d’oro la fonde, con quell’oncia d’oro acquista sul mercato 2 once d’argento, conia 2 monete d’argento e le scambia al tasso ufficiale con 2 monete d’oro; dunque ha iniziato con 1 moneta d’oro e alla fine del processo si trova con 2 monete d’oro. La corretta formulazione della legge di Gresham è: la moneta artificialmente sopravvalutata scaccia la moneta artificialmente sottovalutata. È lo stato che provoca la distorsione ora vista, imponendo coercitivamente un determinato valore di scambio. In un libero mercato monetario, cioè in una situazione di libera circolazione parallela di oro e argento, il tasso di cambio si adeguerebbe al potere d’acquisto delle due monete. Supponiamo infatti che 1 oncia d’oro acquisti un etto di burro e 1 oncia d’argento acquisti mezzo etto di burro (e tale rapporto si estenda anche agli altri beni), allora il tasso di cambio effettivo fra oro e argento è di 1:2. Se provvisoriamente si determinasse un rapporto di cambio 1:1, cioè se l’oro fosse sottovalutato e l’argento sopravvalutato, gli individui più intraprendenti venderebbero argento in cambio di oro, perché con 1 oncia di argento possono ottenere 1 oncia d’oro, e con l’oncia d’oro possono acquistare un etto di burro, mentre con 1 oncia d’argento ne possono acquistare solo mezzo etto; ma nel vendere argento e domandare oro riducono il valore di scambio dell’argento rispetto all’oro, fino a ripristinare il tasso di cambio di 1:2.

Nel breve periodo si possono rilevare scostamenti del tasso di cambio dalla parità dei poteri d’acquisto a causa di fattori quali: i differenziali di tasso di interesse, le aspettative sul futuro (in particolare, i timori di inflazione), le differenti politiche fiscali.[2]

Mercato dei cambi, grafico: la curva di domanda rappresenta la domanda di moneta estera (es. dollari) effettuata in Italia; è quella necessaria per acquistare beni, servizi e strumenti finanziari americani. È decrescente perché, al ridursi del tasso di cambio euro/dollaro, gli italiani domandano maggiori quantità di dollari dal momento che, essendosi ridotti i prezzi in euro delle merci americane, queste sono più convenienti per gli italiani. Offerta: è l’offerta di dollari da parte degli americani in Italia quando acquistano merci italiane. È crescente perché, all’aumentare del tasso di cambio euro/dollaro, gli americani vorranno comprare più merci italiane e quindi offriranno una maggiore quantità di dollari sul mercato dei cambi.

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Tassi di cambio fissi e flessibili: i favorevoli alla prima ipotesi evidenziano la certezza negli scambi internazionali: i prezzi dei beni non varierebbero nella componente costituita dai continui mutamenti dei rapporti di scambio fra monete. Inoltre si imporrebbe una disciplina monetaria ai governi, che sarebbero meno propensi a inflazionare liberamente. I sostenitori della seconda soluzione sostengono che le autorità pubbliche, come in qualsiasi controllo di prezzo, fissano inevitabilmente il tasso di cambio al di sopra o al di sotto di quello di mercato, provocando le risapute conseguenze: surplus o penurie di valuta.

Determinazione dei prezzi con la moneta

A questo punto si può tornare sulla determinazione dei prezzi integrandola con la presenza della moneta. Superando per semplicità le difficoltà di tale concetto, si consideri un indice dei prezzi che rappresenta il prezzo di “tutti i beni”. Lo stock di moneta per domandare beni è un fattore di incremento dei prezzi (all’aumentare di esso aumentano i prezzi), la domanda di moneta per riserva è invece un fattore di riduzione dei prezzi (gli individui non domandano beni), così come lo stock di beni (all’aumentare dell’offerta si riducono i prezzi). Dunque dalle interazioni fra queste grandezze si determina il livello dei prezzi. La domanda dei beni è sempre domanda espressa in forma monetaria.

A sua volta, anche il potere d’acquisto (valore di scambio) della moneta è determinato da tutte le variabili sopra indicate. Infatti abbiamo visto che il potere d’acquisto della moneta è determinato dalla domanda e dall’offerta di moneta. Ma la domanda di moneta da scambi a sua volta è condizionata dallo stock di beni esistenti. Quindi: l’offerta di beni e la domanda di moneta per riserva sono fattori di incremento del potere d’acquisto (meno unità di moneta in cambio dei beni), mentre l’offerta di moneta e la domanda di beni fatta per riserva sono fattori di riduzione del potere d’acquisto.

Come si vede, l’analisi dei prezzi compiuta dal lato monetario e dal lato dei beni è completamente armonica. Non è necessaria l’arbitraria scissione fra un’analisi dei prezzi relativi svolta ipotizzando una condizione di baratto, e un’analisi separata per determinare il valore di scambio della moneta.

In tutta questa analisi si dà per scontato che la determinante ultima sia dei prezzi che del potere d’acquisto della moneta sono le utilità soggettive degli individui, che determinano le domande dei beni e di moneta.

Moneta e Stato – La moneta è il sistema nervoso dell’economia. Chiunque controlli l’offerta di moneta – la qualità, la quantità o il suo uso – ha compiuto un passo decisivo nel controllo dell’intero sistema economico. Un libero mercato non può sussistere se lo Stato si è riservato il controllo della moneta. Di converso, un completo controllo dell’economia non è possibile se non si ha il dominio sull’offerta di moneta.

Il controllo sulla moneta consente di rompere il nesso produzione-incassi che è tipico del libero mercato. Sul mercato infatti un individuo può ottenere moneta solo producendo e poi vendendo i propri beni o servizi. Ma se un soggetto può creare la moneta, non ha bisogno di produrre beni o servizi; anzi, li può ottenere senza fatica in cambio della moneta creata. Lo Stato è l’unico responsabile dell’inflazione, ed è indotto ad alimentarla perché così può appropriarsi di beni e servizi.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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[1] Il tasso di cambio reale tiene conto dei prezzi, oltre che del cambio nominale: er = p/(pw . e), dove p sono i prezzi interni, pw i prezzi esteri, r il cambio nominale.

[2] Milton Friedman e i monetaristi auspicano tassi di cambio fra le monete completamente flessibili, dunque libera fluttuazione. In tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Rothbard ha obiettato che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto le monete sono prodotte ed emesse dagli stati, e inoltre l’allentamento della disciplina imposta da tassi di cambio fissi accentua il potere statale di manipolazione e inflazione della propria moneta. Inoltre, perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico. M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.