La Moneta: VII Parte

money 2Altri sistemi monetari

1) Riserva del 100% cartacea con banca centrale. È il sistema sostenuto dalla scuola di Chicago di Fisher, Night, Simons, Hart e il primo Friedman.[1] Le banconote sono la moneta “vera”, dunque le riserve.

Risolverebbe il problema della moltiplicazione dei depositi ex nihilo, ma resterebbe la discrezionalità nella creazione (stampa) di moneta e la mancanza di valore in quanto merce non domandata sul mercato.

2) Free banking. Banche private in concorrenza emettono proprie banconote. Può essere di due tipi, a riserva integrale o frazionaria.

 a) Riserva del 100% cartacea senza banca centrale: è la proposta di Hayek ne La denazionalizzazione della moneta. La moneta nazionale può continuare ad essere emessa dall’amministrazione centrale, ma dovrebbe essere consentita la libertà di emissione di monete cartacee da parte di privati. Tali monete non convertibili in altri beni di riferimento “superiori”, ma disciplinate dall’obiettivo di mantenere costanti i prezzi di un paniere di beni. La riserva potrebbe essere costituita anche da altre monete di buona reputazione. Concretamente i biglietti verrebbero immessi in circolazione attraverso la normale attività di prestito, o attraverso i prelievi da parte dei clienti (che di fatto hanno già scambiato altre valute nella nuova moneta quando hanno aperto il conto), o attraverso la conversione delle altre monete in nuova moneta a chiunque si presentasse agli sportelli. La banca dichiarerebbe di convertire la propria moneta con le altre (dollari, sterline ecc.) ad un dato tasso di cambio.

Un aspetto cruciale è quello della credibilità ed affidabilità della moneta privata emessa. La sostanza dell’argomento di Hayek, attorno alla quale ruota la plausibilità dell’intera proposta, è rappresentata dagli incentivi forniti dal mercato. I privati, per battere la concorrenza ed affermare la propria valuta (con i profitti che ne derivano), sarebbero spinti ad offrire una valuta solida, che mantenga stabile il proprio potere d’acquisto. Il potere d’acquisto di qualsiasi moneta è strettamente legato alla quantità di essa immessa in circolazione – ed è proprio la mancanza di disciplina relativamente a tale aspetto a condannare il sistema monopolistico pubblico. Gli emittenti privati, per realizzare tale obiettivo, dovrebbero individuare un paniere di beni, rispetto al quale mantenere approssimativamente costante il valore di scambio della moneta emessa. Il paniere dovrebbe essere costituito dai beni di consumo più diffusi, ma anche da materie prime, prodotti agricoli e semilavorati industriali, che hanno il vantaggio di essere ampiamente commerciati e trattati su mercati regolari.

L’emittente regolerebbe l’offerta di moneta adeguandola alla domanda (sia in aumento sia in diminuzione). La quantità di moneta non dovrebbe essere accresciuta oltre il livello che il pubblico è disposto a trattenere; altrimenti esso spenderebbe la moneta in eccesso, e i prezzi dei beni del paniere di riferimento crescerebbero, con la conseguente perdita del potere d’acquisto della valuta. Dunque l’ammontare di moneta da immettere è monitorabile attraverso il “segnalatore” rappresentato dai prezzi del paniere.

Ciascun emittente ha due metodi per modificare la quantità della sua moneta in circolazione: 1) vendere o acquistare la propria valuta contro altre valute (o titoli o beni); 2) espandere o contrarre l’attività di credito. In questo secondo caso, l’attività di credito dovrebbe essere complessivamente limitata ai contratti a breve termine, in modo che, bloccando temporaneamente nuovi prestiti, la restituzione dei prestiti precedenti porterebbe ad una contrazione del volume totale della moneta circolante. [2]

b) Riserva frazionaria (White, Selgin[3], V.C. Smith[4], Dowd, Horwitz, Sechrest, Garrison, Glasner, Yeager, Greenfield, Timberlake).

Per quanto riguarda il mezzo di riserva, questi autori propongono soluzioni diverse (spesso vaghe e poco rigorose). Esso può essere costituito da metalli, panieri di beni[5] o banconote “congelate” della banca più prestigiosa, dunque moneta “superiore” riconosciuta come accettabile da tutte le altre banche. Si realizzerebbero anche, come è avvenuto nella storia prima della nascita delle banche centrali, degli istituti di compensazione interbancaria (inter-bank clearing house), in cui le varie banche regolano i rapporti di credito e debito: es. la banca A, in possesso di banconote della banca B, chiede alla banca B di convertirle in moneta di riserva.

La possibilità di sovraemettere viene ammessa in quanto garantirebbe una maggiore flessibilità e adattabilità del sistema monetario alle necessità degli operatori, in particolare ai mutamenti nella domanda di moneta[6], non compromettendo al tempo stesso l’equilibrio monetario. Inoltre un simile assetto garantirebbe la libertà di contratto fra banca e cliente, dunque non dovrebbe essere vietata. Ciascuna banca può liberamente scegliere la quota di riserva. Tale sistema incorpora in sé un vincolo che lo rende più sicuro del sistema a monopolio pubblico: il fatto che, data la libertà di ingresso e concorrenza, ciascuna banca avrà una clientela limitata, non l’intera clientela. Dunque, quando una persona riceve una banconota o un certificato di una banca di cui non è cliente, si recherà in tale banca per ottenere la conversione nella solida moneta di riserva, in quanto egli vuole mantenere il suo deposito presso la sua banca. In alternativa, egli deposita le banconote della banca di cui non è cliente presso la sua banca: durante le sedute di compensazione interbancaria, alla banca emittente sarà chiesto di cedere mezzi di riserva in cambio delle banconote (il saldo di questa banca nei confronti delle altre sarà in debito)[7]. La banca si rende conto della sovraemissione attraverso il drenaggio delle sue riserve (l’aumento del suo debito ad es. in moneta “superiore”). In tutti e due i casi dunque l’esito della sovraemissione è il medesimo: riduzione delle riserve. La banca è dunque costretta a correggere questo andamento perché, in caso contrario, rischia di fallire. Il mercato provvederebbe dunque a predisporre gli adeguati disincentivi alla sovraemissione, e la concorrenza premierebbe gli operatori più cauti, dunque le monete “migliori”, cioè quelle in grado di mantenere un adeguato potere d’acquisto[8].

Nel free banking, quindi, il vincolo rappresentato dalle conversioni opera continuamente, e non soltanto nelle rare situazioni di panico che danno vita alla corsa agli sportelli, come avviene nel sistema monopolistico.

In tale sistema, inoltre, i depositanti saranno incentivati ad una attenta valutazione relativamente alla scelta della banca.

Inoltre, come misura di ulteriore sicurezza, i banchieri potrebbero stipulare un’assicurazione sui depositi[9].

Il meccanismo descritto assicura l’adeguamento alla domanda di moneta meglio del sistema centralizzato. Infatti quest’ultimo ha bisogno dei dati statistici, mentre alla banca libera basta osservare i movimenti delle sue riserve per capire le preferenze degli agenti relativamente alla moneta da essa emessa.

La banca libera è migliore del sistema monetario pubblico perché riesce al tempo stesso a garantire quantità di moneta in linea con le necessità degli agenti ma non eccessive, e dunque una moneta non “cattiva” [10].

I “free bankers” ricorrono anche all’evidenza storica: il regime di free banking in Scozia nel ‘700 e ‘800 ha funzionato complessivamente bene, con pochi fallimenti bancari, nessuna tendenza al monopolio e nessuna instabilità rilevante. In disaccordo Rothbard: le banche scozzesi in quel periodo non erano affatto libere, e generarono cicli economici. I minori fallimenti bancari in Scozia rispetto all’Inghilterra non rappresentano una prova della superiore libertà o efficienza del sistema scozzese, e in generale di qualsiasi sistema: in Unione Sovietica le imprese non fallivano. Il test sulla superiorità di un sistema bancario/monetario è rappresentato dalla assenza (o da un basso livello) di inflazione e di cicli economici [11].

Critica – Per quanto riguarda la presunta efficienza economica, assecondare una maggior domanda di moneta con moneta “non vera”, provocherà solo inflazione o cicli economici. L’adeguamento ad una maggior domanda di moneta può avvenire attraverso un cambiamento del valore di scambio della moneta, non c’è bisogno di adeguare sempre l’offerta.

3) Moneta merce con riserva del 100%, preferibilmente gold standard (Mises, Rothbard, Block, Hoppe, de Soto, Hulsmann, J. Kimball, Skousen, North).

Le banche sono solo dei magazzini di deposito del metallo usato come moneta, in cambio del quale rilasciano dei certificati (banconote), esattamente pari alla quantità di metallo (riserva del 100%). Anche gli eventuali depositi, usati come mezzo di scambio, devono essere coperti da metallo.

La funzione di intermediazione da parte delle banche può essere ancora svolta, ma solo con il consenso esplicito del depositante: le banche possono prestare moneta (oro) solo se il depositante attraverso un contratto ha accettato di rinunciare, per il periodo pattuito, alla disponibilità di parte delle sue risorse (per una somma pari al prestito). Purché tale funzione creditizia sia chiaramente distinta (nelle strutture, nella contabilità, negli istituti giuridici di riferimento) da quella di deposito.

La Banca centrale verrebbe eliminata, perché non avrebbe più alcuna funzione utile; dunque rimarrebbero solo le banche private.

I vantaggi della moneta metallica, oltre ad avere le caratteristiche tipiche di un bene per fungere da moneta (frazionabilità ecc. v. supra), sono molteplici: 1) a differenza della moneta di carta, possiede valore reale in quanto domandata sul mercato per gli usi non-monetari, e dunque non necessita della finzione giuridica a cui è sottoposta la prima, il cui valore è imposto per decreto dallo Stato; 2) i metalli nobili sono rari nella misura giusta al fine del mantenimento della stabilità del loro valore nel tempo, dunque della stabilità dei prezzi e dei redditi nominali. Produrre merci costa, mentre la moneta cartacea è producibile illimitatamente e virtualmente senza costi, e dunque è soggetta ad emissione arbitraria. Gli incrementi della quantità di moneta coinciderebbero con gli incrementi nello stock di oro, che negli ultimi cento anni è cresciuto ad una media annua compresa fra l’1 e il 3% [12]. La stabilità va intesa anche come garanzia da contrazioni improvvise e consistenti della quantità di moneta, essendo infatti impossibile che parti dello stock di oro fino ad oggi accumulato vengano distrutte[13]; 3) non genera cicli economici (i prestiti proverrebbero da risparmio reale); 4) limita le crisi bancarie ai casi in cui vi sono errori imprenditoriali (come capita in tutti i settori economici), ma evita le crisi da sovraemissione (oggi le crisi sono evitate dalla banca centrale, ma a prezzo di inflazione, distorsioni allocative e ciclicità); 5) quanti più paesi aderiscono all’oro come moneta, tanto più facile sarà il calcolo economico, in quanto i valori nominali non variano in continuazione a causa delle variazioni fra i tassi di cambio e l’unità di misura non cambia con lo spostarsi nelle diverse aree geografiche (stati).

Per le obiezioni contro la sovraemissione garantita dalla riserva frazionaria v. supra. Le medesime obiezioni sono rivolte anche ai free bankers.

La preferenza per l’oro (gold standard) dipende dal fatto che, nel corso della storia, la selezione naturale effettuata dal mercato ha fatto prevalere tale metallo sulle altre merci (le cause sono diverse: sia le particolari caratteristiche chimiche – splende, è lucido, non si ossida, non si corrode, non si consuma – sia la rarità). La moneta aurea è il minore dei mali, se si considerano le catastrofiche inflazioni determinate dai governi con la carta moneta.

La transizione al sistema aureo – I nomi delle monete oggi esistenti – dollaro, euro, sterlina, yen – potrebbero rimanere, dal momento che i cittadini vi si sono abituati, ma rappresenterebbero solo la trasposizione in un’altra unità di misura del peso dell’oro; sarebbero unità di peso dell’oro; ad esempio 1 dollaro = 1 grammo. Una volta fissata la definizione della specifica moneta in peso d’oro, essa deve essere mantenuta per sempre. Nel reistituire un gold standard partendo dall’attuale fiat standard è necessario fissare una definizione realistica fra moneta di carta e oro; essa si ottiene dividendo la quantità di moneta (banconote e depositi) per la quantità di oro esistente nei forzieri della banca centrale (es.: 100 miliardi di dollari/100 milioni di once = 1000 dollari per 1 oncia; dunque 1 dollaro sarebbe pari a 0,03 grammi d’oro) [14]. Naturalmente tale sistema richiede la piena convertibilità dei biglietti di carta in oro, alla definizione fissata. In questo modo i privati e le banche potrebbero entrare in possesso dell’oro detenuto dalla Banca centrale, che dunque verrebbe denazionalizzato [15].

È molto probabile che il mercato, lasciato libero, alla fine imporrebbe un unico metallo come moneta, ma se anche coesistessero monete diverse nello stesso sistema economico (ad esempio, d’oro e d’argento: “sistemi paralleli”), non sorgerebbero problemi insormontabili. In un mercato libero infatti il tasso di cambio fra tali monete sarebbe determinato dalle domande e dalle offerte relative, e tenderebbe ad eguagliare il rapporto fra i rispettivi poteri d’acquisto. Tuttavia l’esistenza di una sola moneta-merce, non costringendo a calcoli per convertire l’una moneta nell’altra, sarebbe auspicabile perché più razionale. I fautori del free banking hanno obiettato che l’auspicio di un’unica moneta (oro) a livello mondiale rappresenterebbe un “internazionalismo monetario” con un carattere di uniformità contrastante con l’ispirazione di laissez faire dei proponenti. Rothbard ha ribattuto che 1) un sistema aureo a livello internazionale impedirebbe le interferenze dei governi volte a manipolare e controllare la moneta, e dunque rappresenterebbe proprio una trincea della libertà monetaria; 2) quanto più generale è una moneta, tanto maggiore sarà la divisione del lavoro, l’allocazione delle risorse e gli scambi derivanti dal funzionamento del libero mercato a livello internazionale, con i relativi positivi effetti in termini di efficienza.

Negli anni ’60 e ’70, essendo Rothbard praticamente l’unico “Austriaco” ad occuparsi di economia, il gold standard con riserva totale ha rappresentato la posizione ufficiale Austriaca. A partire dalla pubblicazione di Denazionalizzazione della moneta di Hayek nel 1976 e poi di Free Banking in Britain di L. White nel 1984, una componente della scuola austriaca accoglie anche il free banking a riserva frazionaria.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla VI Parte

Link alla VIII ed ultima parte


[1] Friedman sosteneva l’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato deve avere il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox). Per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica. Sulla controversia fra Monetaristi e Austriaci v. la scheda “Austriaci e Monetaristi” in http://www.rothbard.it/teoria/austriaci-vs-monetaristi.doc.

[2] Rothbard ha criticato lo scarso realismo della proposta hayekiana. È improbabile che le persone accettino le nuove valute cartacee. La moneta, infatti, a differenza degli altri beni, non viene acquisita in se stessa, bensì se possiede la qualità di essere accettata in cambio da tutti gli altri individui. Cioè la moneta è desiderata se già funziona da moneta (teorema della regressione). Perché gli operatori dovrebbero accogliere una moneta, cartacea per giunta, costruttivisticamente introdotta? Continuerebbero a usare la moneta nazionale. Per quanto riguarda poi il legame della moneta emessa ad un paniere di beni, il cui livello dei prezzi deve rimanere costante, il limite è il medesimo contenuto nel concetto di “livello dei prezzi”, che non esiste. Per le critiche al saggio di Hayek v. M.N. Rothbard, The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17.

[3] G. Selgin, The Theory of Free Banking, Money Supply under Competitive Note Issue, Rowman & Littlefield Publishers Inc., Savage, 1988.

[4] V.C. Smith, The Rationale of Central Banking and the Free Banking Alternative, Liberty Press, Indianapolis, 1990.

[5] R.H. Timberlake, Gold, Greenbacks, and the Constitution, The George Edward  Durrell Foundation, Berryville, Virginia, 1991; R. Greenfield, L. Yeager, “Competitive Payment Systems: Comment”, American Economic Review 76, settembre 1986, pp. 848-49. Per una critica di queste posizioni v. M.N. Rothbard, Aurophobia, or, Free Banking on What Standard?, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992, pp. 65-77.  

[6] I rothbardiani replicano che, per assecondare aumenti nella domanda di moneta, non è necessario che aumenti l’offerta di moneta: una legge di Ricardo afferma che ogni quantità di moneta è utilizzata sempre al suo livello ottimale, attraverso i cambiamenti del potere d’acquisto.

[7] La banca che detiene depositi in moneta di un’altra banca è spinta a chiedere la conversione perché in tal modo, con la moneta “sana”, può effettuare prestiti e guadagnare l’interesse. Si ricordi che in tale sistema le banche sono concorrenti, non alleate. Tale concorrenza potrebbe venire meno se le banche decidessero di formale un cartello, tale per cui ciascuna banca trattiene le banconote delle altre senza chiederne la conversione. In questo modo tutte le banche potrebbero inflazionare insieme, agendo di fatto come una banca sola. Tuttavia: 1) nella storia i cartelli non sono mai durati a lungo, e quando sono durati è dipeso sempre dal fatto che gli Stati li hanno sostenuti; 2) esisterebbero forti incentivi economici ad operare contro il cartello: la clientela non sarebbe contenta di un contesto inflazionistico, chiederebbe banche responsabili e sane, e quelle che si comportassero in questo modo sconfiggerebbero i concorrenti più irresponsabili.

[8] Il meccanismo di deterrenza è tanto più efficace quanto maggiore è il numero di banche, e quanto più i clienti sono frazionati fra un elevato numero di banche diverse. Se vi sono poche banche, e ciascuna ha un elevato numero di clienti, ha più possibilità di sovraemettere, perché vi è un basso numero di clienti di altre banche che chiede la conversione.

[9] Rothbard ha obiettato: tale assicurazione non sarebbe contro un rischio specifico, ma contro il rischio imprenditoriale in sé. Nessuna impresa di altri settori, ad esempio quello industriale, si assicura contro la bancarotta. Si può ipotizzare quanti incendi ci saranno a New York, e gli sfortunati potranno attingere alle risorse raccolte. Ma l’imprenditorialità non è eterogenea ed è completamente non-prevedibile, dunque il rischio imprenditoriale non è assicurabile. L’ imprenditore assume il rischio; se una compagnia di assicurazione assicura quel rischio, essa diventa l’imprenditore.

[10] Il meccanismo che garantisce l’equilibrio monetario è il seguente: se gli agenti desiderano ridurre la domanda di moneta fiduciaria, si sbarazzeranno di essa ritirando dalle banche moneta di riserva. Le banche si accorgono della riduzione delle riserve e, per non rischiare l’insolvenza, ridurranno il credito e l’emissione di banconote, adeguando l’offerta di moneta alla iniziale riduzione della domanda. Avverrebbe il contrario in caso di aumento della domanda di mezzi fiduciari. (I sostenitori della riserva totale obiettano che la domanda di mezzi fiduciari non è una variabile esogena, gli agenti non decidono a un certo punto di aumentarla, ma è una variabile endogena, cioè è determinata dal precedente aumento dell’offerta di mezzi fiduciari fatta dalle banche.)

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Free Banking in Scotland, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 229-245; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 311-330.

[12] La quantità d’oro estratto dall’inizio della storia dell’umanità ad oggi, e attualmente disponibile, è stimata in circa 121.000 tonnellate. Di queste 35.000 rappresentano le riserve degli Stati (quella dell’Italia è pari a 2452 tonnellate [luglio 2011], ai prezzi correnti 100 miliardi di euro). Ogni anno si aggiungono circa 3000 tonnellate di nuova estrazione. Le miniere d’oro si trovano in Sudafrica, negli Stati Uniti, in Australia, in Russia, in Canada, in Cina, in Brasile, nelle Filippine.

[13] Un argomento contro l’oro quale moneta è che la disponibilità di moneta sarebbe insufficiente per le necessità degli scambi, tra l’altro crescenti nel tempo. Al di là delle valutazioni sulle disponibilità fisiche di oro, questa tesi ignora la legge secondo cui la quantità di moneta sostanzialmente non conta, in quanto i cambiamenti del suo potere d’acquisto, effetto degli eventuali cambiamenti del rapporto fra offerta e domanda, le consentono di svolgere in maniera efficiente la sua funzione di mezzo di scambio (v. supra).

[14] I monetaristi hanno affermato che il prezzo in dollari dell’oro, cioè il tasso di cambio fra dollaro e oro, non dovrebbe essere fissato, ma lasciato al libero mercato. Tuttavia oro e dollaro non sono due merci diverse che si scambiano fra loro, bensì l’uno una unità di peso dell’altro. Chiedere un mercato libero nel prezzo in dollari dell’oro è ridicolo come chiedere un mercato libero degli etti rispetto ai chili, o dei centimetri rispetto ai metri. Questi rapporti sono fissati in eterno per definizione. La libera fluttuazione dei prezzi continuerà ad esistere fra l’oro (denominato in dollari) e tutti gli altri beni. D’altra parte, se i dollari vengono considerati entità distinte, bisognerebbe sostenere la produzione di essi nella maggiore quantità possibile, come si fa per il pane o gli altri beni utili al benessere umano; ma ciò non avviene, perché essi hanno una loro peculiarità, apportano utilità come mezzi di scambio, non per il consumo diretto.

[15] M.N. Rothbard, The Case For a 100 Percent Gold Dollar, in L. Yeager (a cura di), In Search of a Monetary Constitution, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1962, pp. 94-136; ultima edizione, in associazione con What Has Government Done to Our Money?, Ludwig von Mises Institute, Auburn, 2005; The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 364-383; First Step Back to Gold, in «The Free Market», novembre 1986, pp. 1–3; Gold Socialism or Dollar Socialism?, in «The Free Market», aprile 1987, pp. 1–2.