La Moneta: VIII ed Ultima Parte

Eccoci giunti, dopo le promesse otto settimane, al termine di questo capillare approfondimento su di un tema che, tuttavia, risulta difficile da esaurire in così poco tempo e spazio. La speranza è che abbia appassionato voi lettori quanto noi, e che vi abbia spinti verso una ricerca più approfondita, o almeno vi abbia risvegliato aree della vostra mente poco inclini ad essere consultate ai giorni nostri, come quella del Dubbio e dell’Io in quanto tale. [NdR]

money 2Inflazione

Secondo la definizione prevalente, l’i. è la crescita nel tempo del livello dei prezzi (dei prezzi assoluti). Ma la definizione più corretta è: un rapido incremento nell’offerta di moneta[1] .

Misurazione in base alla statistica contemporanea: tasso di inflazione: rapporto fra la differenza tra la media ponderata dei prezzi del periodo t+1 e la media ponderata dei prezzi del periodo t e la media ponderata dei prezzi del periodo t:

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[Generalmente in percentuale]

In Italia l’Istat rileva 320.000 prezzi di 960 prodotti.[2]

I. strisciante o moderata: a una cifra; i. galoppante: a due o tre cifre; iperinflazione: dalle quattro cifre in su[3]  –  I. bilanciata: lascia immutati i prezzi relativi.

Cause

Nel dibattito sulle cause ultime dell’inflazione si tende a distinguere tra inflazione da domanda e inflazione da costi. L’inflazione “Austriaca” è da domanda, innescata da un incremento di moneta in circolazione.

Da (eccesso di) domanda (austriaci, monetaristi): la spiegazione principale è l’eccesso di circolazione monetaria. Ciò che avviene è che i soggetti hanno una capacità di spesa in eccesso rispetto all’offerta di beni e servizi. Se tutti i prezzi aumentano (o diminuiscono) contemporaneamente, allora il cambiamento deve essere intervenuto necessariamente nella sfera monetaria. Soltanto un aumento dell’offerta di moneta (o una diminuzione della domanda di moneta) possono determinare un aumento del livello generale dei prezzi[4]. Se invece alcuni prezzi aumentano e altri diminuiscono la causa non è monetaria, ma reale, cioè uno spostamento di domanda da un settore a un altro.

Aumenti della domanda causati da fattori non monetari, ad esempio un aumento delle esportazioni, possono provocare un aumento dei prezzi, ma il fenomeno è transitorio (scalino), mentre l’inflazione è un aumento dei prezzi prolungato nel tempo.

da costi (Keynes 1940, Kalecki 1941, Lerner 1951, Kaldor 1959, Weintraub 1959): da salari, da profitti, settoriale, importata, fiscale, inerziale [grafico].  Alla base di tale teoria sta la constatazione che, in un’economia contraddistinta da concorrenza imperfetta, le imprese fissano i prezzi secondo un meccanismo di mark-up sui costi diretti, in particolare sul costo del lavoro.

Nel caso di inflazione da costi anche la terapia suggerita è diversa, e consiste in genere nell’adozione di politiche dei redditi.[5]

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A differenza dei secoli precedenti, in cui si verificavano anche notevoli riduzioni del livello dei prezzi[6], a partire dagli anni Trenta del Novecento, i tassi di inflazione sono stati, indipendentemente dall’entità, quasi sempre positivi. Ciò è causato dal fatto che i salari e alcuni prezzi sono diventati rigidi verso il basso e soprattutto dal fatto che le autorità monetarie hanno sempre incrementato l’offerta di moneta. Dal 2004 al 2007, ad esempio, nell’Eurozona l’aggregato M2 è cresciuto ogni anno a cifre vicine o superiori all’8%.[7]

Effetti dell’inflazione

Austriaci: Redistribuzione del reddito a vantaggio di coloro che temporalmente ricevono prima la nuova moneta, perché riescono ad aumentare i propri prezzi di vendita; i prezzi non possono mai crescere uniformemente, e dunque vi saranno sempre alcuni che guadagnano e alcuni che perdono; dunque il potere d’acquisto della moneta si riduce, ma non equiproporzionalmente. Di conseguenza l’effetto non è solo l’aumento dei prezzi, ma anche la distorsione del processo produttivo (v. teoria del ciclo). A conferma del fatto che per gli Austriaci l’inflazione è l’aumento della quantità di moneta (fiduciaria) e non l’aumento dei prezzi, l’effetto dell’inflazione non è solo l’aumento dei prezzi, ma anche la riduzione del tasso di interesse, la crescita nell’immediato dei prezzi dei beni di più alto ordine come gli edifici, un boom delle azioni in quanto legate ai beni capitali (di più alto ordine).

Sempre in relazione alla distribuzione del reddito e della ricchezza, altri due effetti dell’inflazione sono: la redistribuzione del reddito a danno dei redditi fissi; e il vantaggio per i debitori a danno dei creditori (se non vi sono indicizzazioni).

– Disturbo o venir meno dei segnali di prezzo: viene travolta la funzione di unità di misura; i prezzi crescono rapidamente, e in maniera non uniforme, per cui si perde la percezione dei prezzi relativi; non è facile distinguere i cambiamenti transitori da quelli di lungo periodo, e i confronti fra i prezzi non sono più possibili. Allora le decisioni di consumo o di investimento vengono distorte, quindi si determina una inefficiente allocazione delle risorse. Esempi: gli acquirenti, non riuscendo a confrontare i prezzi dei beni, acquistano beni diversi da quelli che altrimenti avrebbero acquistato, e che rappresentavano l’“ottimo” per loro. Oppure, alcuni possessori di azioni credono di aver ottenuto guadagni in conto capitale che in termini reali non ci sono stati, allora spendono parte del guadagno presunto, ma in questo modo hanno consumato capitale, cosa che non avrebbero fatto se non ci fosse stata l’inflazione.[8]

– Venir meno della funzione di riserva di valore: il risparmio non è più tenuto in forma monetaria (si riduce la domanda reale di moneta), vengono acquistati beni-rifugio (case, terra, preziosi, quadri ecc.).

– Disavanzo della bilancia dei pagamenti (dati cambi fissi).

– Drenaggio fiscale.

– Se l’inflazione è molto alta l’effetto può essere il collasso della moneta e il suo ripudio, che comporta o il ritorno al baratto o l’uso di un’altra moneta. Il tentativo di interrompere l’iperinflazione in genere si accompagna alla sostituzione della vecchia moneta con una moneta nuova.

Relazione fra disoccupazione e inflazione: la curva di Phillips. Si asserisce un trade off fra disoccupazione e inflazione. L’espansione economica, che riduce la disoccupazione, crea eccessi di domanda e dunque pressioni sui prezzi. In realtà la storia del Novecento ha dimostrato l’esistenza di stagflazione, cioè recessione o stagnazione più inflazione. Ciò è determinato dall’eccesso di credito di pseudo-moneta, che determina i cicli economici, dunque anche le fasi recessive, insieme ad inflazione. La storia economica ha smentito la teoria di Phillips: nel 1973, e fino al 1975, gli Stati Uniti sperimentarono una recessione inflazionistica (anche definita stagflazione). Successivamente nel 1980-1982.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. von Mises, The Theory of Money and Credit (1912), L. von Mises Institute, Auburn, 1990.

M.N. Rothbard, Man, Economy and State (1962), L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

                         – Lo Stato falsario, Facco, Treviglio (Bg), 2005. Ed. or. What has Government Done to Our Money?, Pine Tree Press, Larkspur, 1963, circolato come manoscritto privato nel 1962 con il titolo Money, Free and Unfree.

                      – The Mistery of Banking, Richardson and Snyder, New York, 1983.

                     – The Austrian Theory of Money, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 160-184; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 297-320.

                   – The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 364-383.

                  – Riprendiamoci la moneta, La banca a riserva frazionaria, La soluzione, in «Enclave» nn. 22, 23, 24, dicembre 2003, marzo 2004, giugno 2004. Ed. or. Taking Money Back, Fractional Reserve Banking, The Solution [To Save Our Economy From Destruction], articolo in tre parti apparso in «The Freeman» 45, nn. 9, 10, 11, settembre, ottobre, novembre 1995.

J. Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, L. von Mises Institute, Auburn, 2006.


[1] Per tale motivo è invalsa l’espressione “inflazione dei prezzi”, distinta da “inflazione monetaria”. Secondo gli Austriaci, da quando è stata ammessa la sovraemissione, la facilità e la discrezionalità con cui possono essere prodotti gli pseudo-certificati e la moneta fiduciaria trasformano la vecchia definizione di inflazione in “un aumento di moneta in eccesso rispetto alle quantità di moneta vera (oro o beni con valore intrinseco)”. In un sistema monetario basato su un metallo come l’oro, l’effetto inflazionistico derivante da un possibile aumento delle quantità di oro disponibile sarebbe minimo, o nullo, perché gli individui, se non desiderano oro come moneta, possono utilizzare l’oro in eccesso per la produzione di oggetti (gioielli ecc.).

[2] Gli indici dei prezzi, volti a misurare i cambiamenti nel potere d’acquisto della moneta, soffrono di numerosi limiti logici ed esplicativi, dunque vanno presi con molta cautela e considerati delle approssimazioni rozze:

1) per i prezzi si fa ricorso ad indici basati su panieri di beni; ma i tipi e le qualità dei beni cambiano nel tempo, e dunque non è possibile il confronto.

2) Il paniere di beni rappresenta un “consumatore medio” che non esiste; ciascuno ha una composizione di beni personale, e dunque l’indice non può rappresentare la propria perdita (o guadagno) di potere d’acquisto. In altre parole, un P che resta immutato può dipendere dal fatto che un prezzo è sceso e un altro prezzo è salito; un individuo che consuma solo il primo bene e non il secondo ha aumentato il proprio potere d’acquisto, un altro individuo che consuma il secondo e non il primo lo ha peggiorato.

3) Le medie nascondono i cambiamenti dei singoli prezzi; se i rapporti di scambio fra moneta e beni mutano, e rispetto ad alcuni beni il valore di scambio sale mentre rispetto ad altri scende, allora non possiamo dire se complessivamente il potere d’acquisto della moneta è salito o è sceso;

4) I costi di trasporto, le barriere istituzionali, le differenze di qualità rendono differenti i prezzi di beni simili, e ciò rende discutibile l’attività degli statistici.

[3] Un esempio celebre di iperinflazione è quello della Germania negli anni 1922 e 1923: in quel periodo il tasso medio mensile era pari al 322%. L’Argentina nel 1990 aveva un tasso di inflazione annuo del 2370%; quell’anno adottò il currency board, che è un tasso di cambio fisso con il dollaro, con conversione dei pesos in dollari ogni qual volta il pubblico ne facesse  richiesta; nel 1994 il tasso di inflazione era sceso al 5%, dal 1998 al 2001 addirittura negativo. L’Ecuador nel 2000 e El Salvador nel 2002 ricorsero direttamente alla dollarizzazione, sostituendo la valuta domestica con il dollaro.

[4] I sostenitori di questa teoria fanno notare che in un’economia di baratto non può esistere l’inflazione, cioè la crescita di tutti i prezzi, perché se si riduce il valore di scambio di un bene, necessariamente aumenta il valore di scambio dell’altro bene con cui avviene il baratto. Ciò conferma che l’inflazione è un fenomeno esclusivamente monetario.

[5] I critici della teoria dell’inflazione da costi sostengono che l’aumento di qualunque componente di costo non può essere la causa di inflazione, cioè di un aumento prolungato nel tempo di tutti i prezzi. Componenti di costo possono far salire i prezzi di tutti i beni solo se agli acquirenti viene fornita più moneta per acquistarli. Se non viene aumentata la quantità di moneta, l’aumento ad esempio dei salari, qualora venisse trasferito sui prezzi, determinerebbe una riduzione delle vendite, con conseguente riduzione del prezzo (l’ulteriore effetto sarebbe una disoccupazione parziale nei settori che hanno visto aumenti generalizzati dei salari). Oppure gli acquirenti comprerebbero le stesse quantità di prima (se i suddetti beni hanno una bassa o nulla elasticità rispetto al prezzo, es. sono necessari), ma necessariamente ridurrebbero gli acquisti di altri beni, i cui prezzi diminuirebbero. In entrambi i casi, non si manifesta alcun fenomeno inflazionistico, inteso come aumento del livello generale dei prezzi. L’inflazione italiana degli anni Settanta del Novecento (+19,1% nel 1974) viene presentata come un caso classico di inflazione da costi, in particolare del lavoro (aumento medio del 30% dei salari operai in seguito al cosiddetto “autunno caldo” del 1969) e del petrolio (triplicazione del prezzo in seguito alla guerra del Kippur arabo-israeliana nel 1973). Ma se le autorità monetarie non avessero creato moneta, finanziando in particolare con questa modalità gli aumenti di spesa pubblica, vera causa dell’inflazione, gli aumenti dei prezzi avrebbero rappresentato solo una fiammata, non avrebbero persistito nel tempo.

Keynes riteneva che l’ormai diffusa rigidità verso il basso dei salari dovesse essere accettata e mitigata con un pari aumento della quantità di moneta.

[6] Con le monete d’oro e d’argento, nella storia si è verificato un solo grave episodio inflazionistico, in Spagna nel ‘500. Esso fu determinato dalle importazioni dell’oro e dell’argento estratti nelle Americhe: la quantità dei due metalli triplicò, e quasi equivalente fu l’aumento dei prezzi, che si estese dalla Spagna agli altri paesi dell’Europa.

Il fenomeno opposto all’inflazione è la deflazione, che rappresenta una riduzione della quantità di moneta in circolazione. Nel linguaggio contemporaneo il termine è utilizzato per indicare una riduzione del livello dei prezzi, associato a recessione o depressione. Mentre la riduzione del prezzo di singoli beni o servizi viene lodata dagli economisti, la deflazione, cioè la riduzione dei prezzi di tutti i beni, viene demonizzata; e combattuta con politiche monetarie espansive. Tuttavia, se essa dipende dai liberi comportamenti degli attori economici, non vi è niente di male, e anzi rappresenta un beneficio individuale e sociale. In un’economia completamente libera, la deflazione può dipendere da tre cause: 1) aumenti della produttività, che riducono i prezzi (deflazione naturale); 2) aumento del “tesoreggiamento”, cioè della domanda di moneta; 3) contrazione del credito bancario durante le recessioni o a seguito della corsa allo sportello da parte dei risparmiatori. In un sistema con monopolio pubblico della moneta, la deflazione può essere provocata deliberatamente dalle autorità monetarie, attraverso la riduzione dell’offerta di moneta. Cfr. M.N. Rothbard, Deflation, Free or Compulsory, in «The Free Market», aprile 1991, pp. 1, 3–4.

[7] L’aumento dei prezzi segue più o meno in pari misura l’aumento della quantità di moneta solo a parità delle altre condizioni (ceteris paribus). Può dunque accadere che in coincidenza con un aumento della quantità di moneta non si abbia un aumento di prezzi perché operano altre variabili di segno contrario, ad esempio un aumento della produttività. È ciò che è avvenuto negli ultimi 15 anni nella maggior parte dei paesi occidentali, dove gli incrementi elevati di moneta hanno convissuto con aumenti della produttività reale riconducibili prevalentemente a internet e alla globalizzazione.

[8] Un esempio di tale distorsione è ciò che è accaduto nel settore immobiliare americano negli anni precedenti il 2008: il credito facile garantito dalle autorità monetarie si indirizzò in misura consistente in quel settore, verso cui si incanalarono anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Quando la bolla esplode e ci si rende conto che non esiste una domanda effettiva delle nuove abitazioni, si manifestano tutti gli effetti negativi della distorsione nell’allocazione delle risorse: distruzione dei posti di lavoro, mutui inesigibili, fallimenti.