Le fondamenta politiche della pace

liberalism_misesSi potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali siano così soddisfatti delle condizioni di vita al punto di non sentirsi spinti a fare ricorso al disperato espediente della guerra. Il liberale non si aspetta l’abolizione della guerra tramite prediche e moralismi, bensì cerca di creare le condizioni sociali in grado di eliminarne le cause.

 Il primo requisito in tal senso è la proprietà privata. Se anche in tempi di guerra la proprietà privata dovesse essere rispettata obbligatoriamente e, quindi, se il vincitore non fosse autorizzato ad appropriarsi dei beni altrui, in un contesto nel quale la proprietà pubblica hanno un’importanza marginale rispetto ai mezzi di produzione privati, un’importante ragione per intraprendere una guerra sarebbe già stato escluso. Comunque, ciò non basterebbe per garantire la pace. Affinché l’esercizio del diritto all’autodeterminazione possa non essere ridotto ad una farsa, le istituzioni politiche devono essere tali da rappresentare il trasferimento di sovranità su un territorio da un governo ad un altro una questione facilmente risolvibile, non implicando alcun vantaggio o svantaggio per nessuno. Le persone non hanno una giusta concezione di cosa richieda tale concetto e, pertanto, è necessario renderlo più chiaro tramite alcuni esempi.

 Esaminiamo una mappa dei gruppi linguistici e nazionali nel Centro o nell’Est Europa e notiamo come spesso, ad esempio, i confini fra la Boemia settentrionale e quella occidentale sono attraversati da binari ferroviari. Qui, sotto condizioni di interventismo e statalismo, non c’è modo di rendere i confini dello Stato corrispondenti alla frontiera linguistica. Una ferrovia dello Stato ceco non verrà fatta operare sul suolo dello Stato tedesco e, men che meno, funzionerà un binario che è sotto una gestione diversa ogni poche miglia. Sarebbe semplicemente impensabile aver a che fare con una tariffa doganale – con tutte le sue formalità – ogni manciata di minuti o ogni quarto d’ora. È perciò facile da capire perché gli statalisti e gli interventisti arrivino alla conclusione che l’unità “geografica” o “economica” di queste aree non debba essere “frantumata” e che il territorio in questione debba, pertanto, essere posto sotto la sovranità di un singolo “governante” (ovviamente, ogni nazione cerca di provare che solo essa ha il diritto e la capacità di svolgere il ruolo del governante in tali circostanze). Per il liberalismo, invece, qui non c’è alcun problema.

Ferrovie private, se del tutto libere dall’interferenza governativa, possono attraversare i territori di ogni Stato senza alcun problema. Se non ci sono dazi doganali e limiti sulla circolazione di persone, animali e beni, allora non ci sarà alcuna conseguenza se una corsa in treno attraverserà in poche ore, più o meno spesso, i confini di uno Stato.

 La mappa linguistica rivela anche l’esistenza di enclave nazionali. Senza alcuna connessione territoriale della stessa nazionalità con il nucleo principale del loro popolo, dei compatrioti risiedono assieme in insediamenti chiusi o in vere e proprie isole linguistiche. Sotto le attuali condizioni politiche, essi non possono essere incorporati nella madrepatria. Il fatto che l’area compresa in uno Stato sia oggi protetta da muri doganali rende l’immutabilità territoriale una necessità politica. Un piccolo “possedimento straniero”, nell’essere isolato tramite dazi ed altre misure protezionistiche dal territorio immediatamente adiacente, sarebbe esposto allo strangolamento economico. Ma una volta che viene stabilito il libero mercato e lo Stato limita sé stesso alla protezione della proprietà privata, nulla è più semplice della soluzione a questi problemi. Nessuna isola linguistica dovrà sopportare la violazione dei propri diritti come nazione soltanto perché non è connessa al nucleo principale del suo popolo tramite un ponte abitato dai propri compatrioti.

 Il noto “problema del corridoio” d’altronde sorge soltanto in un sistema imperialista, statalista ed interventista. Un paese dell’entroterra crede che necessiti di un “corridoio” sul mare per mantenere il proprio commercio straniero libero dall’influenza delle politiche interventiste e stataliste di quei paesi i cui territori lo separano dal mare. Ma se il libero commercio fosse la regola, sarebbe difficile capire quali vantaggi un paese interno possa aspettarsi dal possedere un tale “corridoio”.

 Spostarsi da una “zona economica” (in senso statalista) ad un’altra comporta delle serie conseguenze economiche. Si pensi soltanto, ad esempio, all’industria di cotone dell’Alsazia settentrionale, che ha dovuto subire quest’esperienza due volte, o l’industria tessile polacca nel nord della Slesia, ecc. ecc. Se un cambiamento nell’affiliazione politica di un territorio comporta vantaggi o svantaggi per i suoi abitanti, allora la loro libertà di votare per lo Stato di cui davvero vogliono far parte è essenzialmente limitata. Si può parlare genuinamente di autodeterminazione solo laddove la scelta di ogni individuo derivi dalla sua libera volontà e non dalla paura di una perdita o dalla speranza di un profitto. Un mondo capitalista organizzato su principi liberali non conosce zone “economiche” separate. In tale mondo, l’intera superficie terrestre forma un territorio economico.

 Il diritto all’autodeterminazione lavora soltanto a vantaggio di coloro compresi nella maggioranza. Per proteggere anche le minoranze, sono richieste misure interne, delle quali considereremo prima quelle che fanno riferimento all’educazione.

 Oggi, nella maggior parte dei paesi, la frequenza scolastica o quantomeno l’istruzione privata, è obbligatoria. I genitori sono obbligati o a mandare i propri figli a scuola per un certo numero di anni o, invece del’istruzione pubblica a scuola, a dar loro un’equivalente istruzione a casa. È inutile indagare sulle ragioni che vennero avanzate a favore o contro l’educazione obbligatoria quando la questione era ancora viva: non hanno la minima rilevanza rispetto al problema che esiste oggi. C’è soltanto un argomento che ha una grande importanza su tale questione, ovvero che la continua aderenza ad una politica di educazione obbligatoria è interamente incompatibile con gli sforzi per stabilire una pace duratura.

Gli abitanti di Londra, Parigi e Berlino troveranno quest’affermazione senz’altro incredibile. Cos’ha a che fare l’istruzione obbligatoria con la guerra e la pace? Non si dovrebbe, comunque, giudicare tale questione – come si fa con tante altre – esclusivamente dal punto di vista dei popoli dell’Europa Occidentale. A Londra, Parigi e Berlino la questione dell’istruzione obbligatoria è, per fugare ogni dubbio, facilmente risolta. In queste città non sorge alcun dubbio su quale lingua usare nel fornire istruzione. La popolazione che vive in queste città e manda i propri bambini a scuola può essere considerata, in linea di massima, di nazionalità omogenea. Ma anche gli abitanti di Londra che non parlino inglese trovano ovvio, nell’interesse dei loro figli, che l’educazione sia data in inglese e non in un’altra lingua, e le cose non sono diverse a Parigi e Berlino.

 Comunque, il problema dell’educazione obbligatoria ha un significato interamente diverso in quelle estese aree in cui persone che parlano lingue diverse vivono assieme le une accanto alle altre, mescolate in una confusione poliglotta. Qui, la questione relativa a quale lingua debba essere la base dell’istruzione assume importanza cruciale. Una decisione, in un senso o nell’altro, può determinare nel corso degli anni la nazionalità di un’intera area. La scuola può alienare i bambini dalla nazionalità di cui fanno parte i loro genitori e può essere usata come mezzo di oppressione di intere nazionalità. Chiunque controlli le scuole ha il potere di ledere le altre nazionalità a beneficio della propria.

 Non è una soluzione al problema quella di suggerire che ogni bambino debba essere mandato in una scuola in cui venga parlata la lingua dei suoi genitori. Innanzitutto, anche al di là del problema posto dai bambini di origine linguistica mista, non è sempre facile decidere qual è la lingua dei genitori. In aree poliglotte, a molte persone viene richiesto per motivi di lavoro di sapersi esprimere in tutte le lingue parlate nel paese. Inoltre, spesso, non è possibile per un individuo – sempre tenendo in considerazione i suoi mezzi di sostentamento – dichiararsi apertamente a favore di una o di un’altra nazionalità. Sotto un sistema di interventismo, gli costerebbe la clientela avente altre nazionalità o il lavoro con un imprenditore di una diversa origine. Poi, ancora, ci sono molti genitori che addirittura preferirebbero mandare i propri figli in scuole di una diversa nazionalità rispetto alla propria perché valutano in misura maggiore i vantaggi del bilinguismo o l’assimilazione dell’altra nazionalità rispetto alla fedeltà al proprio popolo. Se si lascia ai genitori la scelta della scuola in cui desiderano mandare i propri bambini, allora li si espone ad ogni forma immaginabile di coercizione politica. In tutte le aree di nazionalità mista, la scuola è un premio politico dalla più alta importanza. Non può essere privato del suo carattere politico finché rimane un’istituzione pubblica ed obbligatoria. C’è, di fatto, solo una soluzione: lo Stato, il governo e le leggi non devono in alcun modo interessarsi alla scuola o all’educazione. I fondi pubblici non devono essere usati per tali scopi. Lo sviluppo e l’istruzione dei giovani devono essere lasciati interamente ai genitori e ad associazioni ed istituzioni private.

 È meglio che un numero di ragazzi cresca senza un’educazione formale rispetto al fornirgli i benefici scolastici soltanto per correre il rischio, una volta che essi siano cresciuti, di essere uccisi o menomati. Un analfabeta sano è sempre meglio di un mutilato istruito.

 Ma anche se eliminassimo la coercizione spirituale esercitata dall’educazione obbligatoria, saremmo ancora lontani dall’aver fatto tutto il necessario affinché siano rimosse tutte le fonti di frizione fra le diverse nazionalità presenti in territori poliglotti. La scuola è uno dei mezzi di oppressione delle nazionalità – nella nostra opinione, forse il più pericoloso – ma certamente non è l’unico. Ogni interferenza da parte del governo nella vita economica può diventare uno strumento di persecuzione dei membri di quelle nazionalità che parlano lingue diverse da quella della classe dirigente. Per tale ragione, nell’interesse di preservare la pace, l’attività del governo deve essere limitata alla sfera in cui sia, nel senso più stretto del termine, indispensabile.

 Senza l’apparato del governo non possiamo proteggere e preservare la vita, la libertà, la proprietà e la salute dell’individuo.

Ma anche le attività giudiziarie e di polizia svolte al servizio di questi fini possono diventare pericolose in aree dove qualunque criterio può essere discriminante fra un gruppo e l’altro nella condotta di affari ufficiali. Soltanto in paesi dove non c’è un particolare incentivo alla parzialità, non ci sarà generalmente motivo di temere che un magistrato – che si suppone applichi le leggi stabilite per la protezione di vita, libertà, proprietà e salute – si comporti in maniera faziosa. In ogni caso, dove differenze di religione, nazionalità e simili hanno diviso la popolazione in gruppi separati da un abisso così profondo da escludere ogni impulso di imparzialità o umanità, lasciando spazio soltanto all’odio, la situazione è completamente diversa. Il giudice che agisce intenzionalmente, o ancor più spesso inconsciamente, in maniera faziosa pensa che stia adempiendo ad un dovere più alto quando sfrutta le prerogative e i poteri del proprio ufficio al servizio del suo gruppo d’appartenenza.

 Nella misura in cui l’apparato del governo non ha altra funzione se non quella di proteggere vita, libertà, proprietà e salute è possibile – in ogni grado – delineare le norme che circoscrivono strettamente la sfera in cui le autorità amministrative e le corti di giustizia sono libere di lasciare poca o nessuna libertà d’azione nell’esercizio del loro discernimento o del proprio giudizio arbitrario. Ma, una volta che parte della gestione della produzione viene condivisa con lo Stato, una volta che l’apparato governativo viene chiamato a stabilire la disposizione dei beni di più alto ordine, è impossibile mantenere gli ufficiali amministrativi in una serie di regole vincolanti che garantirebbero determinati diritti ad ogni cittadino. Una legge penale designata per punire gli assassini può, quantomeno in qualche misura, disegnare una linea divisoria fra cosa è e cosa non è considerato assassinio e, dunque, stabilire determinati limiti all’area in cui il magistrato è libero di usare il proprio giudizio. Certamente, ogni avvocato sa fin troppo bene che anche la legge migliore può essere distorta, nel concreto, attraverso gli stadi diinterpretazione, applicazione ed amministrazione.

Ma nel caso di un ente governativo a cui viene affidata la gestione dei mezzi di trasporto, delle miniere o dei terreni pubblici, fin tanto che si possa restringere la sua libertà d’azione su un altro campo (ne abbiamo già discusso nella sezione 2), il massimo che si possa fare per mantenerlo imparziale riguardo le controverse questioni di politica interna è dargli direttive espresse con generalità vuote. Si deve concedere una grande libertà di manovra da molti punti di vista, perché non è possibile conoscere in anticipo sotto quali circostanze ci si troverà a dover agire. Inoltre, la porta è lasciata del tutto aperta ad arbitrarietà, faziosità e all’abuso di potere.

 Anche in aree abitate da persone di varie nazionalità, c’è il bisogno di un’amministrazione unificata. Non si possono piazzare ad ogni angolo della strada un poliziotto tedesco ed uno ceco, ognuno dei quali con il compito di proteggere soltanto i cittadini con la propria nazionalità. E anche se si verificasse ciò, rimarrebbe il problema di chi dovrebbe intervenire qualora dei membri di entrambe le nazionalità risultassero coinvolti in situazioni che necessitano intervento. Gli svantaggi risultanti dalla necessità di un’amministrazione unificata in questi territori sono inevitabili. Ma se esistono già delle difficoltà nello svolgimento di quelle funzioni indispensabili del governo quali la protezione della vita, della libertà, della proprietà e della salute, non si dovrebbe aumentarle sino a far raggiungere loro mostruose proporzioni, estendendo il raggio dell’attività statale in altri campi in cui, per loro stessa natura, deve essere concessa una maggior libertà d’azione al giudizio arbitrario.

 Larghe aree del mondo sono state composte non dai membri di una sola nazionalità, razza o religione, ma da una variegata mescolanza di molte persone. Come risultato dei movimenti migratori che necessariamente sono seguiti ai cambiamenti dell’ubicazione della produzione, nuovi territori si confrontano sempre più con il problema di una popolazione mista. Se non si desidera aggravare artificialmente le frizioni che generano da questa convivenza di diversi gruppi, bisogna restringere lo Stato soltanto a quegli ambiti nei quali non c’è altra alternativa ad esso.

Articolo di Ludwig von Mises su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone