Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

 Un interessante articolo di Marcello De Cecco – La moneta unica che sale fa paura all’Europa del sud ma non alla Germania, pag. 3 con richiamo in prima – attira l’attenzione sia sui fattori di politica monetaria che favoriscono il rafforzamento dell’euro, sia sulle sue conseguenze per la bilancia commerciale. IItalian regions mapn teoria, i Paesi esportatori dovrebbero risentire del cambio elevato; in pratica, “si è venuta a creare una contraddizione pericolosa all’interno dell’Unione, che si dovrebbe ripercuotere ancor di più di quel che già non sia avvenuto, tra gli interessi dell’economia tedesca e quelli delle economie periferiche della Uem.”: la Germania ha da tempo delocalizzato la produzione della componentistica nel centro Europa, quindi il prezzo all’esportazione dei prodotti finiti può essere facilmente abbassato per compensare la rivalutazione, perché il medesimo movimento del cambio fa calare, nello stesso tempo, i costi di produzione. E anche quelli di finanziamento, dato che l’afflusso di capitali finanziari riduce i tassi di interesse. “Infine, l’euro alto vuol dire prezzi contenuti delle materie prime e dei prodotti agricoli importati e questo tiene bassi prezzi e salari”. Diverso il discorso per i Paesi del Sud, che non hanno delocalizzato nello stesso modo, “un po’ per mancanza di respiro industriale, un po’ perché [le loro industrie] producono [anch’esse] parti per le industrie tedesche”. Dal canto suo, la Francia, “pur soffrendo per l’euro alto, esporta beni ad alto contenuto di tecnologia e non è in concorrenza con la Mitteleuropa che fornisce la Germania”; inoltre, punta “a salvaguardare il proprio merito di credito allineandolo a quello tedesco, che vuol dire che le banche francesi e lo stato francese possono finanziarsi vantaggiosamente sui mercati internazionali.”, quindi la sua posizione, nel corso delle discussioni in ambito UE/BCE, è sempre allineata con quella tedesca.

Spiace che l’articolista finisca per appiattire quest’analisi sulla solita contrappoizione “noi/Germania”, mentre le sue considerazioni sul peso dei capitali cinesi sulla finanza internazionali, pur degne di attenzione, non sono attinenti al nostro tema. E’ un vero peccato, perchè disponeva di tutti i pezzi del puzzle. Se solo li avesse saputi mettere insieme…

Cominciamo dall’inizio. In generale, le industrie francesi e tedesche si concentrano su processi produttivi ad alta intensità di capitale. Processi che, per definizione, richiedono tempi di completamento più lunghi e, pertanto, vanno finanziati con prestiti a medio-lungo termine: questo accentua, per un verso, l’importanza relativa del tasso di interesse per le scelte imprenditoriale e, per altro, il potenziale distorsivo della manipolazione del tasso stesso. Inoltre, i processi in discorso, articolati su una pluralità di stadi, richiedono sia materie prime sia beni intermedi, il che rende praticabile la delocalizzazione per questi ultimi, anche in previsione di un trend valutario di lungo periodo come quello descritto. Sotto questo profilo, quindi, la convergenza franco-tedesca è dettata da fattori concreti, diversi dalla mera convenienza di Stato e banche.

Nondimeno, quest’ultima va pur sempre additata come il primum movens delle politiche nazionali, europee ed internazionali. Non per nulla, è il vero pilastro dell’Unione monetaria (diversamente da quanto sembra assumere il pur esimio articolista): le banche francesi e tedesche hanno macinato profitti con il carry trade sui prestiti nei Paesi del Sud, il cui sistema bancario, a sua volta, ha tratto beneficio da afflussi di capitali che non si sarebbero verificati affatto, senza l’apparente venir meno del rischio sovrano legato alla garanzia politica implicita nell’euro. Per quanto riguarda gli Stati, la riduzione degli interessi sul debito pubblico ha prolungato l’agonia di bilanci insostenibili e, soprattutto, le carriere di un’intera classe politica; è vero che i tassi sui Bund sono saliti con l’ingresso nell’euro, ma gli esportatori tedeschi hanno ottenuto una valuta più debole del marco, l’eliminazione del rischio di cambio e, soprattutto, la fine delle svalutazioni competitive. E le banche sono sempre contente quando i loro clienti prosperano, perché così possono spingerli a indebitarsi di più.

Manca completamente, nell’articolo in commento, il tema dei prezzi relativi e delle distorsioni conseguenti alla politica monetaria, o ai movimenti di capitali finanziari. Non per caso: l’Autore non conosce, o non condivide, la teoria Austriaca del ciclo. La quale ammonisce che la prosperità di oggi, in Germania, con ogni probabilità getta i semi della crisi di domani, mentre la crisi nel Sud Europa, se non fosse contrastata con tanto impegno, porrebbe termine a situazioni insostenibili, ricreando le condizioni per la prosperità duratura.

Manca, inoltre, un’analisi meno indulgente con i Paesi del Sud: il loro problema non è una semplice “mancanza di respiro industriale”, ma, semmai, una storica concentrazione in settori a bassa intensità di capitale, con un export sussidiato dalle svalutazioni competitive, a spese del resto della nazione. E su tale struttura produttiva hanno influito, nel corso dei decenni se non dei secoli, sia il peso di un Fisco rapace, sia una lunga tradizione di indebitamento pubblico, che ha drenato risparmi verso un settore statale decisamente sovradimensionato (il caso estremo è la Grecia; ma il Portogallo segue a ruota; e dell’Italia taccio). In simili condizioni, l’afflusso di capitali indotto dall’euro ha fatto gonfiare la “bolla” soprattutto in termini di eccesso di consumi, deficit commerciale e cattivi investimenti in settori tradizionali come l’immobiliare o le autovetture.

Peraltro, l’”effetto Ricardo” ha colpito sia nell’Europa del Sud sia in Germania: la diffusione endemica della c.d. “precarietà”, con un mercato del lavoro molto segmentato tra ipergarantiti e non tutelati, vede anche molti tedeschi cercar di sbarcare il lunario con i mini-job, che non offrono un salario sufficiente. Non disponendo di informazioni sufficienti in proposito, posso soltanto supporre che, anche in Germania, gli effetti distorsivi dell’inflazione concentrino gli investimenti nei settori ad alta intensità di capitale, dove appaiono più convenienti, mentre per gli altri (che comprendono, ad esempio, tutte o quasi tutte le imprese al dettaglio) la minor convenienza relativa ad investire in macchinari e innovazione ha portato ad un progressivo calo della produttività – e quindi dei costi massimi sostenibili – connesso ad un ricorso eccessivo alla forza-lavoro; inoltre, l’instabilità crescente del sistema economico rende sempre più difficile programmare un’attività imprenditoriale con carattere di stabilità. L’insieme di questi fattori fa sì che le imprese scarichino sui lavoratori, o almeno su alcune fasce, buona parte del rischio imprenditoriale e anche dell’incertezza, tramite contratti “mordi e fuggi”. Questo non è un bene: l’impresa, in condizioni fisiologiche, è una forma di cooperazione sociale, al pari del mercato. Ma la colpa non è dell’avido capitalista speculatore: l’avidità c’era anche prima! Si assumeva a tempo indeterminato, e si investiva in capitale reale, perché conveniva. Oggi, la distorsione del sistema produttivo è arrivata al punto di rendere non più conveniente quella che dovrebbe essere la normalità.

(Parentesi. Tempo indeterminato non dovrebbe comunque significare impossibilità di licenziare, o comunque di modificare i contratti se le cose vanno meno bene del previsto; lo strumento dei contratti di solidarietà non è nato per caso e consentirebbe una gestione non coercitiva delle crisi d’impresa, se non fosse che la politica monetaria, impedendo la deflazione, impedisce altresì che un taglio al salario nominale possa lasciar invariato, o quasi, quello reale).

All’interno di ogni Paese ci sono “i sommersi e i salvati” dall’inflazione, dall’euro, dalla crisi. Qualcuno vince, qualcuno perde. A volte si tratta di gruppi individuabili e anche dotati di una certa coscienza di classe: politici, banchieri, esportatori (ma già la categoria degli industriali, sotto questo profilo, non è omogenea). Ma il più delle volte non è così, perchè l’impatto della redistribuzione monetaria è percepito in misura diversa da ciascuno, secondo la propria valutazione soggettiva del potere d’acquisto.

Si badi che questo è vero per qualsiasi cartamoneta a corso forzoso, sia essa statale o sovranazionale.

Ma allora non basta dire – sebbene sia indubbiamente vero – che l’Eurozona non è adatta ad un’unione valutaria perchè le economie dei Paesi aderenti non sono omogenee: queste disomogeneità esistono e persistono anche all’interno dei singoli Stati; solo, su scala più vasta esse risultano più evidenti e meno gestibili. Perché ogni Stato, tradizionalmente, avvantaggia certi gruppi a scapito di altri, che però, ormai, vi si sono assuefatti: così, l’”interesse nazionale” dell’Italia è generalmente inteso come interesse di tutti (sic!) a incentivare gli esportatori tramite svalutazioni competitive, pagate dal resto della nazione. Che, tuttavia, non se ne lamenterebbe affatto.

Se così stanno le cose, allora il giudizio corrente sulla Uem dev’essere ribaltato. Laddove l’Europa si muove davvero unita – cioè nello sfruttamento del monopolio sulla cartamoneta e negli sforzi per costruire un sistema bancario su scala continentale, che possa, quindi, emettere ancor più mezi fiduciari – è inevitabile e, oserei dire, salutare una condanna senza appello. Ma la disunione da tutti lamentata, la contrapposizione di interessi tra Stati, o meglio, tra i gruppi che ciascuno Stato vorrebbe favorire, forse non è affatto un male. Forse è un bene. Dopotutto, rende espliciti giochi che prima passavano inosservati… e, soprattutto, attira l’attenzione sugli effetti Cantillon. La crisi sta facendo saltare l’illusione di un “interesse nazionale” unitario: potrebbe davvero emergere, nella percezione comune, la consapevolezza che tra Uem e monopolio statale sulla cartamoneta vi è solo una differenza di grado. A quel punto, forse i più si batteranno per prendere il controllo della macchina e decidere verso chi indirizzarne i benefici (è il caso dei “signoraggisti”); e almeno la lotta di classe del nostro tempo diverrebbe esplicita. Inoltre, qualcuno dovrà pur arrivare al passo successivo: se il popolo è una “comunità di interessi”, allora lo Stato nazionale non può rappresentarlo; posto pure che i diversi interessi non debbano condurre all’individuazione di popoli diversi, sarà possibile comporli in armonia solo se ciascun gruppo – omogeneo – può scegliere la moneta più adatta alle proprie esigenze. E la libertà monetaria farebbe il suo ingresso nell’agone politico.

Insomma, viva la Uem, perché è votata al suicidio! E perché il corso forzoso potrebbe essere una vittima collaterale.

Guido Ferro Canale