Ciclo economico

stemma misesIl ciclo economico è un’oscillazione del prodotto di un dato sistema economico nel tempo[1]. Sul piano empirico si possono constatare due fasi: l’espansione (il Pil aumenta) fino a un periodo di boom, in cui i prezzi e l’attività economica (soprattutto il settore dei beni capitali) aumentano; e la recessione e/o la depressione (il Pil reale diminuisce per almeno due trimestri), la fase su cui è più focalizzata l’attenzione per le conseguenze dannose. Gli alti e bassi sono più intensi nel settore dei beni capitali.

Sul piano grafico si ha un andamento sinusoidale. I punti di svolta superiore e inferiore. Frequenza e ampiezza.

 ciclo

Aumento e riduzione dei tassi di crescita. Oscillazione congiunta di altre grandezze: occupazione, consumi, investimenti, prezzi.

La teoria economica ha individuato cicli di diversa durata: il più lungo, il “Kondratieff”, avrebbe una durata di circa 54 anni (l’“onda” di Kondratieff è la rappresentazione grafica che illustra i primi circa 27 anni di crescita e poi gli altri circa 27 di recessione/depressione[2]). Inserito in esso un ciclo “Juglar”, di 11 anni, caratterizzato da fluttuazioni irregolari e inserite in un trend di crescita. Infine cicli brevi o “Kitchin” o delle scorte, di circa 2 anni. In realtà questa periodicità non esiste, nell’azione umana non sono possibili costanti quantitative, quindi questa standardizzazione temporale dei cicli è discutibile.

Fino alla fine del ‘700, cioè fino all’inizio della rivoluzione industriale, i cicli economici di fatto non sono esistiti. Vi erano secoli in cui l’attività economica cresceva e secoli – ‘300 e ‘400 – di lungo declino; ma, all’interno di questi periodi secolari o plurisecolari, l’andamento era stabile; cioè, in termini grafici, la linea che rappresenta l’attività economica era retta (crescente, decrescente o orizzontale), non oscillante, perché non c’erano alti e bassi ricorrenti e regolari. Poiché questi cicli sono apparsi in contemporanea con l’industria moderna, Marx li attribuì al capitalismo. Invece, suggerisce la teoria Austriaca, in coincidenza con la rivoluzione industriale si sviluppa il settore bancario, che, legittimato a espandere il credito oltre le riserve, è il vero responsabile dei cicli[3].

 Le teorie del ciclo in genere vengono suddivise in teorie esogene ed endogene, a seconda che il fattore ritenuto responsabile sia esterno o interno al sistema economico. La teoria austriaca è tipicamente esogena, in quanto individua l’origine dei cicli negli interventi della politica economica, in particolare monetaria.

Esogene

Teoria austriaca o dei “sovrainvestimenti monetari” (Mises, Hayek, Rothbard) – [Per il processo ‘sano’, basato su un aumento dei risparmi, v. Preferenza temporale] Nelle fasi di depressione ciò che avviene è un simultaneo e repentino accumularsi di errori economici da parte di quasi tutti gli imprenditori. In precedenza, infatti, l’attività economica procedeva normalmente, con la maggior parte delle imprese che chiudeva con i bilanci in profitto o in pareggio, e poche in rosso. Improvvisamente quasi tutti gli imprenditori si trovano a subire perdite. Non è possibile che operatori abili commettano contemporaneamente un elevato numero di errori. E non può essere il cambio di alcuni dati economici (gusti dei consumatori, nuove tecnologie) a determinare la crisi, perché questi sono continui nei sistemi economici e normalmente non mettono in difficoltà tutti gli imprenditori. E allora la causa non può che essere un’interferenza esterna al mercato: la manipolazione della quantità di moneta, sotto forma dell’espansione del credito bancario alle imprese. Il governo e la banca centrale espandono il credito bancario alle imprese[4], immettendo nel sistema economico pseudo-moneta[5]. Tale espansione abbassa in modo artificiale (e provvisorio) il tasso di interesse al di sotto del livello dato dalla preferenza temporale degli individui. Gli imprenditori, ingannati da questo segnale, si comportano come se fossero disponibili più risparmi da investire, dunque prendono in prestito questo maggior credito[6] al fine di aumentare la domanda di beni capitali per progetti produttivi ora ritenuti redditizi (ma che, senza la riduzione dell’interesse, non lo sarebbero stati). In particolare, aumentano le fasi (stages) del processo produttivo più lontane dalla produzione dei beni di consumo, cioè aumentano gli investimenti a più alta intensità di capitale; la struttura del capitale si allunga, cioè gli imprenditori investono in processi produttivi più lunghi, cioè che hanno bisogno di più tappe per arrivare alla produzione di beni di consumo; e diventa più “larga” anche ciascuna fase (sovrainvestimento).

Intanto i consumatori, la cui preferenza temporale in realtà non è cambiata, continuano a mantenere la stessa proporzione fra consumo e risparmio (investimento), cioè continuano a consumare come prima, non avendo aumentato la quota di risparmio rispetto al consumo. L’effetto combinato di tali comportamenti determina la fase di boom. Aumentano i prezzi dei beni capitali, i prezzi dei fattori produttivi impiegati nella produzione di questi beni capitali (salari, interessi, rendite) e i prezzi dei beni di consumo (i prezzi dei beni di consumo aumentano per due motivi: 1) gli agenti del sistema economico non volevano ridurre il consumo, ma parte dei fattori sono sottratti alla produzione di beni di consumo e trasferiti alla produzione di beni capitali, dunque c’è una piccola riduzione nella disponibilità di beni di consumo; 2) è aumentato il reddito monetario dei proprietari dei fattori originari, dunque aumenta la domanda. L’aumento dei prezzi dei beni di consumo è in proporzione superiore all’aumento dei prezzi dei fattori originari; dunque i proprietari di questi fattori, fra cui i lavoratori, subiscono una riduzione del reddito reale).

I proprietari dei fattori della produzione (lavoro, terra, risorse naturali) percettori di questi più alti redditi li spenderanno nella precedente proporzione fra consumo e risparmio (investimento).

Tuttavia le preferenze temporali degli individui non si sono in realtà abbassate, la gente non vuole risparmiare di più. Come detto, viene mantenuto il vecchio rapporto fra consumo e risparmio. La quantità di risparmio reale non è aumentata. Dunque non vi sono risorse sufficienti per domandare i beni capitali (di più alto ordine) prodotti. Gli imprenditori che utilizzano nei propri processi produttivi i beni capitali di ordine superiore riducono drasticamente la domanda di tali beni, e le imprese produttrici di tali beni capitali a questo punto si accorgono che i loro investimenti sono sbagliati, che hanno giudicato profittevole ciò che non è tale, che quelle attività invece sono in perdita. Si è investito in beni strumentali eccessivi e sbagliati (l’errore riguarda sia la quantità, sia la qualità, cioè il tipo, sia la distribuzione geografica dei beni capitali)[7]. Quegli investimenti non possono essere completati, e devono essere liquidati. Non c’è abbastanza risparmio per completarli, e d’altra parte gli agenti del sistema economico non avevano mai manifestato il desiderio di ridurre il consumo ed aumentare il risparmio, non avevano messo a disposizione risorse “reali” per gli investimenti; sono state le autorità monetarie ad ingannare gli operatori. La crisi si verifica quando i consumatori ristabiliscono le proporzioni desiderate fra consumo e investimento; la crisi è la punizione inflitta dai consumatori. Risorse scarse sono state indirizzate vero impieghi inutili. È un caso di “scoordinamento intertemporale”[8].

Tra l’altro, se vi fosse stato risparmio volontario reale in più, non si sarebbero manifestati tutti gli aumenti di prezzo visti nella fase di boom; ad esempio, la riduzione dei consumi avrebbe reso disponibili fattori produttivi da trasferire nella produzione dei beni capitali più “lontani”, e non vi sarebbero state pressioni sui prezzi di tali fattori; e la riduzione dei consumi non avrebbe fatto aumentare i prezzi dei beni di consumo.

[parallelamente può accadere anche questo: a causa del fenomeno inflazionistico,  dopo poco torna a salire anche il tasso di interesse sui prestiti (a cui contribuisce anche la concorrenza fra imprenditori volta ad ottenere altri prestiti in modo da poter completare i propri progetti di investimento). Tutti questi aumenti fanno crescere i costi dei produttori che avevano dato inizio ai progetti di investimento nei beni capitali più lontani dal consumo. Quelli più vicini non soffrono tale situazione perché sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi dei beni di consumo.]

A questo punto scoppia la depressione: fallimenti, disoccupazione, impoverimento complessivo rispetto al periodo precedente. La fase della depressione è il periodo doloroso ma necessario in cui l’economia si scrolla di dosso gli investimenti poco convenienti (malinvestments). In questa fase si riducono i prezzi dei beni capitali che in precedenza erano aumentati e i prezzi dei fattori impiegati nella produzione di questi beni (tra cui i salari). E’ così anche spiegato perché il settore dei beni capitali è quello in cui le variazioni sono più intense[9]. La riduzione del prezzo dei beni capitali di più alto ordine significa che i differenziali di prezzo fra le diverse tappe del processo produttivo aumentano; il che significa che aumenta il tasso di interesse, tornando al suo livello naturale, corrispondente alla preferenza temporale.

La struttura produttiva, distorta dalla manomissione del credito bancario, non serve più i consumatori nel modo adeguato; la fase della depressione riadegua la struttura produttiva ai desideri dei consumatori. La fine della depressione annuncia il ristabilimento della normalità e dell’efficienza ottimale. La ripresa arriva quando il processo di aggiustamento sopra descritto è terminato.

Le turbolenze sui mercati finanziari, che in genere accompagnano la depressione, vengono definite dagli Austriaci depressione “secondaria”, che cattura l’attenzione, ma la causa vera è la distorsione nel settore dei beni capitali, definita depressione “primaria”.

Quanto maggiore sarà l’espansione del credito dal punto di vista temporale, cioè quanto più le banche verranno in soccorso delle imprese erogando ulteriore credito, tanto più lungo e doloroso sarà il riaggiustamento.

I cicli economici dunque sono generati dall’interferenza statale nel libero mercato.

La spiegazione austriaca salda in un unico processo inflazione e distorsione nell’allocazione degli investimenti[10].

Esempio in termini solo reali (per semplificare si trascurano i cambiamenti nei prezzi relativi dei beni): in una collettività, al tempo t1, il pil è pari a 1000. Poiché la preferenza temporale di questa collettività è altissima, la produzione è costituita interamente da beni di consumo. La Banca centrale, attraverso acquisti sul mercato aperto, aumenta la quantità di moneta a disposizione nel sistema bancario, e quindi riduce il tasso di interesse. La riduzione del tasso di interesse induce i produttori in errore: essi infatti deducono che la preferenza temporale degli individui si è ridotta, ma non è così. I produttori, a causa del più basso interesse, aumentano la domanda di fondi per investimenti. Al tempo t2 le risorse sono impiegate per produrre 800 in beni di consumo e 200 in beni di investimento. Gli acquirenti sono insoddisfatti perché volevano consumare 1000 e sono costretti a consumare solo 800. Poiché la preferenza temporale è rimasta la medesima, il risparmio è rimasto pari a zero. Dunque non vi sono risorse per domandare i 200 di investimenti, che restano invenduti. Ci si accorge a questo punto che la quantità di beni capitali è eccessiva. Inizia la recessione.

Evidenza empirica: i dati confermerebbero la tesi austriaca. 1) Quando nella Firenze di inizio ‘300 le banche cominciarono a erogare credito con riserva frazionaria, l’effetto fu prima un boom e poi una crisi con fallimenti bancari e carenza di credito; eventi simili avvennero dopo la grande espansione del credito della seconda metà del ‘500; 2) Il panico del 1819 negli Stati Uniti: la Bank of United States prestò alle banche credito ex nihilo; quando ne pretese la restituzione scoppiò la crisi; 3) La crisi del 1929: dal 1922 al 1928 il sistema bancario americano fa crescere i prestiti ex nihilo da 33 a 47 miliardi di dollari; il prezzo delle azioni, soprattutto delle aziende produttrici di beni capitali, quadruplicò; nell’ottobre del ’29 la vendita delle azioni dà inizio alla crisi; il crollo dei prezzi determina il fallimento di circa 5000 banche (sia perché detenevano esse stesse azioni sia perché i clienti in difficoltà ritiravano i depositi); 4) Nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile (USA anni ’70, Giappone fine ’80 e ’90, USA 1995-2003). I settori produttori di beni capitali e materie prime sono molto più volatili dei settori produttori di beni di consumo a bassa intensità di capitale; nelle fasi di boom e di recessione le variazioni in aumento e in diminuzione sono molto più accentuate (prezzi USA 1952-84, Skousen)[11].

Le bolle speculative vengono sempre associate all’avidità individuale, ma hanno quasi sempre a che fare con le cattive politiche dei governi.

Altre teorie esogene

– Ricardo e la Currency School: le iniezioni di credito bancario sostenute dalle istituzioni pubbliche creano un boom, successivamente seguito da una depressione, che rappresenta un aggiustamento dell’economia per correggere le interferenze iniziali. In questo meccanismo, l’importante ruolo del tasso di interesse verrà evidenziato successivamente da Knut Wicksell.

– Schumpeter: progresso scientifico e innovazioni tecnologiche. Le innovazioni si diffondono a grappolo in alcuni settori; si determina l’espansione; l’aumento di prodotto che si riversa sul mercato mette alle corde le imprese e i settori più vecchi; inoltre l’effetto degli elementi innovativi si esaurisce; a questo punto scoppia la depressione.

– Scuola di Chicago: espansione e contrazione della moneta: i cicli economici coincidono con gli aumenti (espansione) e le riduzioni (recessione) del livello dei prezzi indotti dai mutamenti della quantità di moneta. Se il livello dei prezzi è mantenuto costante il ciclo scomparirà.

– Teoria del ciclo di equilibrio: Lucas, Barro, Sargent: politiche economiche erratiche inducono percezioni errate delle variazioni dei prezzi e dei salari tali per cui i soggetti forniscono troppo o troppo poco lavoro.

– Scoperta di giacimenti, macchie solari (Jevons).

– Guerre, rivoluzioni, elezioni (e politiche economiche connesse: Nordhaus).

 Teorie endogene:

– Marx: nei momenti di espansione si determina un miglioramento delle condizioni salariali in seguito all’aumento della domanda di lavoro. Ciò causa una flessione dei profitti, a cui segue il disinvestimento.

– Keynes: le aspettative e l’influenza sulla domanda di investimenti; quando le aspettative diventano negative si contrae la domanda di beni capitali, che genera disoccupazione e ulteriore contrazione della domanda di beni di consumo.

– Samuelson-Hicks: interazione moltiplicatore-acceleratore. Principio dell’acceleratore: un aumento dei consumi determina un successivo incremento negli investimenti (perché è necessario realizzare i beni capitali necessari per produrre i beni di consumo), ma l’incremento dei beni capitali è più che proporzionale rispetto all’incremento nella produzione dei beni di consumo. È la fase di espansione. Basta che i consumatori mantengano successivamente lo stesso livello di consumi per generare la fase depressiva: infatti ora rispetto all’anno precedente, non viene acquistato (e quindi prodotto) nessun bene capitale in più; dunque, rispetto all’anno precedente, la domanda di beni capitali si riduce, generando la depressione in tale settore. Esempio: un’impresa produce 100 unità di un bene ogni anno, per le quali, ipotizzando un rapporto fisso fra capitale e prodotto, servono 10 macchinari; si supponga che nell’anno in corso vi sia un incremento del 20% della domanda del bene prodotto dall’impresa, dunque 120 unità; ora l’impresa ha bisogno di 12 macchinari, dunque ne acquisterà 2 in più; poiché l’anno scorso l’impresa non aveva acquistato nuovi macchinari (dunque 0) l’incremento percentuale è stato del 200% (da 0 a 2); quindi un incremento del 20% nei consumi ha determinato un incremento del 200% negli investimenti. Se l’anno successivo i consumi restano stabili, l’impresa non acquisterà nuovi macchinari, dunque, rispetto all’anno in corso, vi sarà una riduzione del 200% nell’acquisto di beni capitali (da 2 a 0).

Alla teoria si aggiunge l’effetto del moltiplicatore: a sua volta l’aumentata domanda di investimenti aumenta i consumi via moltiplicatore.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. von Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912), ESI, Napoli, 1999.

F. von Hayek, Prezzi e produzione (1931), ESI, Napoli, 1990.

M.N. Rothbard, La Grande Depressione (1963), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2006; ed. or. America’s Great Depression, Van Nostrand, Princeton, 1963.

–  Man, Economy and State, Van Nostrand, Princeton, 1962, ristampato da L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

Recensione di Business Cycles and Their Causes di Welsey Clair Mitchell e American Business Cycles, 1865–1897 di Rendigs Fels, in «Freeman», dicembre 1959, pp. 52–54.

–  Le depressioni economiche: cause e rimedi, in Governi distruttori di ricchezza, Armando, Roma, 1997, pp. 51-73; ed. or. Economic Depressions: Their Cause and Cure, Constitutional Alliance, Lansing, 1969.

–  The Kondratieff Cycle: Real Or Fabricated?, in «Investment Insights», suddiviso in due parti, Part I agosto 1984, pp. 5–7, Part II settembre 1984, pp. 2–7.


Note

[1] I cicli economici non vanno confusi con le fluttuazioni economiche, normali variazioni determinate dall’inevitabile e perenne mutamento causato dai cambiamenti nei gusti dei consumatori, nella tecnologia, nella qualità della forza lavoro, nella disponibilità di risorse naturali, nel clima per i raccolti agricoli. Queste fluttuazioni, settoriali e non dell’intera economia, non hanno bisogno di una teoria del ciclo per essere spiegate, sono semplicemente il risultato di cambiamenti nei dati economici. Se si verifica un declino, magari temporaneo, in un settore, accompagnato da aumenti di attività in un altro settore, non si può parlare di depressione, dunque non si può chiamare in causa il ciclo economico. Alcuni fattori che innescano fluttuazioni, apparentemente negativi, possono essere benefici nel lungo periodo: ad esempio, un aumento dei prezzi del petrolio può provocare una riduzione del reddito nel breve, ma contemporaneamente spinge il sistema economico a ricercare e investire in energie alternative.

[2] Le basi del ciclo di Kondratieff sono completamente fallaci perché egli utilizzò come indice statistico il livello dei prezzi (di Inghilterra, Francia e Stati Uniti) e non la produzione in termini reali; identificò la caduta dei prezzi come un indicatore della depressione, ma nell’800 non fu affatto così. Infatti considerò il 1814-1849 e il 1866-1896 come periodi di depressione, mentre furono periodi di grande espansione. M.N. Rothbard, Kondratieff Cycle: Real Or Fabricated? , in «Investment Insights», Part I agosto 1984, Part II  settembre 1984.

[3] Per un’analisi della crisi del 1929 v. M.N. Rothbard, La Grande Depressione (1963), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2006; Reliving the Crash of ’29, in «Inquiry», novembre 12, 1979, pp. 15–19.

[4] Solo il credito (artificiale) erogato alle imprese crea ciclo economico (v. infra).

[5] Non è necessaria l’assunzione dell’ipotesi di piena occupazione delle risorse; anzi, Mises precisò che, data la mutevolezza delle azioni dei soggetti economici, non è infrequente l’esistenza di risorse inutilizzate (ed è il motivo per cui i mercati devono essere sempre mantenuti flessibili, in modo da effettuare rapidamente i riaggiustamenti), ma ciò non invalida la teoria del ciclo. Può accadere che, dopo l’espansione creditizia, i prezzi dei fattori produttivi crescano meno, ma i mutamenti delle altre variabili (v. infra), che conducono ad un’allocazione distorta, continuano ad operare.

[6] L’effetto è il medesimo se si considera il credito al consumo, oggi molto sviluppato: in questo caso sono anche i consumatori, oltre agli imprenditori, che prendono in prestito il credito fiat generato dal sistema bancario.

[7] Esempi di tale fenomeno possono essere le abitazioni costruite e rimaste sfitte, o i centri commerciali semivuoti. L. von Mises ha illustrato la sua teoria del ciclo ricorrendo all’analogia con un capomastro che delinea i progetti per una nuova casa. Per realizzare la casa “ottimale” deve sapere quanti lavoratori, quanti chiodi, quanti mattoni ecc. ha a disposizione. Supponiamo che sia indotto in errore e sia convinto di poter disporre di più mattoni di quanti in realtà non ne abbia; allora elaborerà un progetto troppo ambizioso. Ad un certo punto, durante la realizzazione del progetto, dunque durante la costruzione della casa, egli si rende conto che mancano, ad esempio, mille mattoni. Appena si rende conto dell’errore interrompe la costruzione della casa. Tutte le risorse utilizzate sono state sprecate. Si noti che la situazione finale, post-depressione, è peggiore non solo rispetto alla fase del boom, ma anche della situazione che si sarebbe verificata se il boom non ci fosse stato. Infatti, nell’analogia utilizzata, se il capomastro non si fosse ingannato, avrebbe realizzato una casa più piccola, però completa, e dunque le risorse non sarebbero andate sprecate come nel caso di una casa lasciata a metà.

[8] Se il credito (anche artificialmente creato) è al consumo, non genera ciclo economico, in quanto sposta risorse dagli investimenti ai consumi, mentre la causa del ciclo è lo spostamento di risorse verso la produzione di beni capitali non richiesti. Similmente, non genera ciclo economico il credito bancario volto a finanziare lo Stato: esso rialloca le risorse dal settore privato al settore pubblico, e la domanda pubblica è solo consumo, dunque si ha un fenomeno simile a quello precedente; e non un sovrainvestimento in beni capitali. Naturalmente sono entrambi provvedimenti inflazionistici, ma gli ‘austriaci’ distinguono l’“inflazione semplice”, che non genera ciclo economico, dall’“inflazione ciclica”, che genera ciclo economico.

[9] Anche se gli imprenditori fossero consapevoli e convinti della veridicità dello schema teorico austriaco, non riuscirebbero ugualmente a sottrarsi al fenomeno distorsivo, perché non possono sapere se i fondi disponibili derivano da risparmio volontario o sono invece credito che la banca ha creato dal nulla.

[10] Viene confutata anche la legge di Say: non sempre l’offerta predisposta crea la propria domanda; se l’offerta di beni capitali è determinata da espansione del credito ex nihilo non trova una domanda corrispondente.

Inoltre la teoria austriaca risolve l’antica controversia sugli effetti di cambiamenti della quantità di moneta sul tasso di interesse: nel breve periodo un incremento dell’offerta di moneta abbassa il tasso di interesse (come afferma la teoria “moderna”), ma nel lungo periodo il tasso di interesse torna ad essere quello di libero mercato (come sostiene la teoria classica).

[11] Gli esponenti della scuola delle aspettative razionali hanno obiettato agli Austriaci: assumete che gli imprenditori non sono in grado di imparare; se invece essi si rendono conto che il tasso di interesse è falsato, aggiustano i loro calcoli considerando il tasso “vero”. Gli Austriaci hanno replicato che il tasso “vero” lo può comunicare solo il mercato, ma il mercato è stato manipolato dall’intervento governativo. Gli imprenditori non possono calcolare alla perfezione l’impatto delle iniezioni di nuova moneta.

Inoltre, la situazione di espansione di credito artificiale determina una situazione da “dilemma del prigioniero”, in cui gli imprenditori, anche se fossero consapevoli della futura bolla, hanno convenienza personale a prendere in prestito a tasso più basso, e dunque lo fanno.