Il padre fondatore del capitalismo clientelare

hamiltonNon appena il governo federale annunciò il suo (iniziale) salvataggio dei plutocrati di Wall Street, immettendo un trilione di dollari “nel sistema”, i difensori dell’iniezione di liquidità tirarono fuori ciò che apparentemente credevano fosse la loro arma segreta: il mito di Alexander Hamilton come presunto inventore del capitalismo americano. Costoro dichiararono che Hamilton avrebbe approvato detta modalità d’intervento. Caso chiuso. Come potrebbe una persona qualsiasi sindacare “l’architetto dell’economia americana”?

Forbes.com pubblicò immediatamente un articolo intitolato “Alexander Hamilton contro Ron Paul” per far passare il concetto che le critiche libertarie mosse all’iniezione di liquidità dovessero essere estromesse dal dibattito, dato che Hamilton fu un così grande statista, se confrontato con il parlamentare Paul e i suoi sostenitori. La versione on line del Wall Street Journal seguì di lì a poco con un pezzo a firma dello storico dell’economia John Steele Gordon in cui si affermava che il nostro vero problema era rappresentato da un settore bancario non abbastanza centralizzato; auspicava un supervisore/regolatore del mercato finanziario; supportava l’iniezione di liquidità; e, ancor più importante, accusava dell’attuale crisi economica… Thomas Jefferson! Jefferson si oppose alla prima banca centrale americana, la banca degli Stati Uniti voluta da Hamilton, ed era un difensore della moneta metallica. È questo tipo di libertarismo e pensiero affine al libero mercato, a detta di Gordon, ad essere la causa dell’attuale crisi.

Ciò che tutta questa convulsa idolatria dimostra è come il mito di Alexander Hamilton rappresenti, in realtà, la prima pietra del sistema americano del capitalismo clientelare finanziato da un enorme debito pubblico e dalla contraffazione legalizzata tramite il sistema bancario centrale. È questo sistema la vera causa dell’attuale crisi – contrariamente ai falsi proclami emessi da Forbes.com e dal Wall Street Journal.

Noi viviamo nella “repubblica di Hamilton”, come ha affermato orgogliosamente lo scrittore Michael Lind. Una volta, George Will scrisse che agli americani può piacere citare Jefferson, ma viviamo nel paese di Hamilton. Tutto vero, ma “non è tutto oro quel che luccica”, come invece  personaggi del calibro di Lind, Will ed altri vorrebbero farci credere. Anzi, semmai vale l’esatto contrario, come argomento nel mio nuovo libro “Hamilton’s Curse: How Jefferson’s Archenemy Betrayed the American Revolution — And What It Means for America Today.”.

Il vero Hamilton

Hamilton era il leader intellettuale del gruppo di uomini che, al tempo dei Padri Fondatori, miravano ad importare in America il sistema di governo mercantilista ed imperialista di stampo britannico. Fintanto che essi si trovarono dalla parte dei “pagatori” del mercantilismo e imperialismo britannici, essi si opposero e  combatterono persino una guerra contro di essi. Ma stare dal lato di chi “raccoglie” era tutta un’altra cosa. È una pacchia essere il re, come direbbe Mel Brooks.

Fu Hamilton a coniare la frase “il sistema americano” per descrivere la sua politica economica di welfare corporativo, tariffe protezioniste, banca centrale e grande debito pubblico, sebbene i suoi discendenti politici, il partito Whig di Henry Clay, resero celebre lo slogan. Hamilton non era ben istruito circa l’economia dei suoi tempi, come affermato da scrittori quali John Steele Gordon. A differenza di Jefferson ,che aveva letto, compreso e supportato le idee economiche di libero mercato di Adam Smith, David Ricardo, Jean-Baptiste Say (invitato da Jefferson all’università della Virginia), Richard Cantillon e Turgot (un busto che lo raffigura si trova ancora all’ingresso della residenza del Monticello), Hamilton  le ignorava o ne era completamente all’oscuro. Al contrario, egli incarnò i miti e le superstizioni mercantiliste inventati dagli apologeti dello Stato mercantilista britannico, quali Sir James Steuart.

Hamilton caldeggiò la causa di un grande debito pubblico – dallo stesso definito “una benedizione pubblica” – non per accreditare governo degli Stati Uniti né per finanziare qualsivoglia progetto particolare di opere pubbliche, bensì per l’idea machiavellica di legare gli interessi dei più facoltosi allo Stato: egli credeva che, essendo detentori di obbligazioni governative, si sarebbero supportati tutti i suoi grandiosi piani per una pesante tassazione ed un governo molto più invasivo di quello a cui si faceva riferimento nella Costituzione. Aveva ragione. Costoro, insieme alle banche di investimento di Wall Street che avevano immesso sul mercato le obbligazioni governative, hanno sempre fornito un supporto politico effettivo alla causa di un più grande governo e tasse più pesanti. Questo è il motivo per cui le banche di investimento di Wall Street si trovavano in prima linea a caldeggiare le immissioni di liquidità, amministrate da un compagno di merende delle loro banche di investimento, il Segretario del Tesoro Paulson.

Hamilton sostenne un grande esercito permanente non perché temesse un’invasione da parte della Francia o dell’Inghilterra, ma perché capì che i monarchi europei avevano usato tali eserciti per intimidire i loro stessi cittadini quando si doveva procedere alla riscossione delle tasse. A riprova di ciò, basti pensare che Hamilton  guidò personalmente qualcosa come 15000 coscritti in Pennsylvania dell’Ovest (con George Washington) allo scopo di reprimere la famosa rivolta del whiskey. Egli fu infine messo in carica dell’intera spedizione e radunò due dozzine di oppositori alla tassa, pretendendone l’impiccagione. Tuttavia, questi vennero tutti assolti da George Washington, provocando in Hamilton un sommo dispiacere.

In una pubblicazione intitolata “Una storia della banca centrale in America” (“A History of Central Banking in America”), la Fed etichetta orgogliosamente Hamilton quale suo padre fondatore, vantandosi delle abilità di quest’ultimo al punto da fargli ricoprire persino la carica di presidente della Fed. La First Bank degli Stati Uniti, a cui si opposero Jefferson e Madison, causò il 72 percento di inflazione nei suoi primi cinque anni di operatività, come scrisse Murray Rothbard in A History of Money and Banking in the United States. Nel 1811 non le fu rinnovato il mandato, venendo tuttavia “riesumata” dal Congresso nel 1817, creando il primo ciclo di boom-and-bust americano, che portò al Panico del 1819 – titolo di un altro dei grandi lavori di Rothbard sulla storia economica americana.

Dopo aver generato per anni corruzione politica ed instabilità economica, la banca di Hamilton vide la fine dei suoi giorni negli anni ’40 del XIX secolo, per merito del presidente Andrew Jackson, il quale diede vita al ventennio che va sotto il nome di era del “free banking”. Il sistema bancario centrale di stampo hamiltoniano fu riportato in auge una volta ancora negli anni ’60 dello stesso secolo con i National Currency Acts. Questo è un importante motivo per cui alcuni storici hanno etichettato i decenni del dopoguerra (NdT: guerra di secessione, o, meglio, guerra per l’indipendenza del Sud, come specificato nell’articolo “Il vero Lincoln e le bugie di Spielberg, I parte, di Damiano Mondini) come un periodo di “egemonia hamiltoniana”.

Quando Anna Shwartz, Micheal Bordo e Peter Rappaport esaminarono, in una pubblicazione accademica, questo precursore della Fed, conclusero che quella fu un’era caratterizzata da “instabilità monetarie e cicliche, quattro “corse agli sportelli” bancari, frequenti crisi della borsa ed altre anomalie finanziarie” (cfr. il paper in Claudia Goldin ed., Strategic Factors in Nineteenth-Century Economic Growth). Naturalmente, la risposta del governo a tutto questo panico economico ed instabilità causati dal sistema bancario centralizzato fu di creare un sistema bancario ancora più centralizzato con il Federal Reserve Act.

Hamilton è forse meglio conosciuto tra gli economisti per il suo Report on Manufactures. William Graham Sumner, nella sua biografia su Hamilton del 1905, affermò che il report di Hamilton sosteneva “il vecchio sistema del mercantilismo di scuola inglese, rigirato ed aggiustato alla situazione degli Stati Uniti”. Thomas Jeffesron scrisse inoltre che gli “schemi” di Hamilton per il protezionismo, il welfare corporativo ed il sistema bancario centrale erano “i mezzi con cui il corrotto sistema di governo britannico poteva essere introdotto negli Stati Uniti”: aveva ragione.

Sumner scrisse che la reputazione di Hamilton di grande esperto di economia e finanza è stata enormemente esagerata; aggiungendo, inoltre, che il pensiero economico di Hamilton era caratterizzato da “confusione e contraddizioni” e lo stesso era “offuscato dalle nebbie del mercantilismo”. Sfortunatamente per noi, notò Sumner, tutte le cattive idee di Hamilton “fornirono un arsenale ben accolto dai politici” che gli succedettero.

All’assemblea costituente Hamilton propose di istituire un presidente permanente che avrebbe potuto incaricare tutti i governatori degli Stati e dotato di potere di veto su tutte le legislazioni statali. I suoi oppositori, correttamente, interpretarono tale proposta come un’anticamera della monarchia e, peggio ancora, una monarchia basata sul mercantilismo. La ragione per consolidare tutto il potere politico prima nel governo centrale e poi nelle mani di un solo uomo – il presidente permanente – andava ricercata nell’idea di un impero mercantilista americano, pianificato centralmente e controllato senza troppi oppositori, come i manifestanti contro le tasse o i liberoscambisti che risiedevano nei vari Stati. Hamilton (e i suoi eredi politici) compresero che una uniformità nazionale forzata è l’unica strada percorribile in cui tale schema di pianificazione centrale avrebbe potuto funzionare. I socialisti del XX secolo lo compresero altrettanto bene.

Il mercantilismo di Hamilton è essenzialmente il sistema economico e politico sotto il quale gli americani hanno vissuto per diverse generazioni fino ad oggi: un presidente – come un re – che governa per mezzo di “ordini esecutivi” ed ignora qualsiasi vincolo costituzionale ai suoi poteri*; dei governi statali più simili a marionette nelle mani del governo centrale; un welfare corporativo fuori controllo, specialmente alla luce del più recente oltraggio, il plutocrate progetto di legge per il salvataggio di Wall Street; un debito nazionale di 10 mila miliardi di dollari (70 miliardi di dollari, se si considerano le passività del governo non finanziate); un perpetuo ciclo di boom-and-bust causato dagli pseudo maghi di Oz pianificatori centrali della Fed; una costante aggressione militare in giro per il mondo che sembra solo favorire appaltatori della difesa ed altri beneficiari dell’apparato militare; e più di metà della popolazione comprata con sussidi di ogni genere immaginabile per supportare la crescita senza fine dello Stato. Questa è la maledizione di Hamilton scagliata sugli Stati Uniti, una maledizione che deve essere esorcizzata se si vuole avere una qualsivoglia speranza di resuscitare la prosperità e la libertà americane.

Articolo di Thomas J. DiLorenzo su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Note

Si fa riferimento qui alla Costituzione degli Stati Uniti. Essa, infatti, è nata cercando di limitare il potere dello Stato (http://catallaxyinstitute.wordpress.com/2013/08/09/obama-le-disuguaglianze-e-lidea-stessa-dellamerica/). La costituzione italiana è invece intrisa di positivismo giuridico, come nota Giovanni Birindelli nei suoi articoli (p.e., http://catallaxyinstitute.wordpress.com/2013/07/11/la-cultura-del-privilegio-non-e-altro-che-la-cultura-della-legalita/)