Ascesa e declino della società: capitolo II

Da Dio o dalla spada?

 

Lo Stato è previsto dalla natura delle cose? I teorici classici della scienza politica erano convinti di sì. Osservando come ogni agglomerato di uomini noti alla storia abbia visto la partecipazione in una istituzione politica di qualche tipo, e convinti che in tutte le cose umane la mano di Dio abbia svolto un ruolo, hanno concluso che l’organizzazione politica degli uomini abbia goduto dell’avallo divino. Avevano un sillogismo per sostenere la propria ipotesi: Dio ha fatto uomo; l’uomo ha realizzato lo Stato; quindi, Dio ha fatto lo Stato. Lo Stato ha acquisito così una sorta di alone di divinità. Il ragionamento è stato sostenuto da una analogia: è una certezza che l’organizzazione familiare, con il suo capo, sia nell’ordine naturale delle cose, e ne consegue che un gruppo di famiglie, con lo Stato in qualità di padre di tutte, sia un fenomeno altrettanto naturale. Se si verificano carenze nella famiglia, è a causa dell’ignoranza o della malvagità del padre; parimenti se l’ordine sociale soffre l’ansia o la disarmonia è perché lo Stato ha perso di vista le vie di Dio. In entrambi i casi, il pater familias ha bisogno di istruzioni per quanto riguarda i principi morali. Dunque lo Stato, che è inevitabile e necessario, può essere migliorato ma non abolito.

Ascesa e Declino della SocietàAccettando a priori la naturalezza dello Stato, hanno cercato di trovare la radice dell’istituzione nella natura dell’uomo. Sicuramente, lo Stato appare solo quando gli uomini si riuniscono, e questo fatto potrebbe indicare che la sua origine è insita nella complessità dell’essere umano; gli animali non hanno Stato. Questa linea di indagine ha portato a contraddizioni e incertezze, cosa del tutto comprensibile in quanto le prove della natura dell’uomo si trovano nel suo comportamento morale e questo è ben lungi dall’essere uniforme. Due uomini risponderanno in maniera diversa alla stessa esigenza e almeno uno non seguirà uno schema costante di comportamento in tutte le circostanze. L’ostacolo che gli scienziati politici con mentalità teologica si erano posti di fronte consisteva nell’essersi prefissi di scoprire se lo Stato traesse la propria origine dal fatto che l’uomo sia intrinsecamente “buono” o “cattivo”, e su questo punto non vi è alcuna prova evidente. Da qui le contraddizioni nelle loro conclusioni.

Lungo queste linee, i tre pensatori con cui abbiamo maggiore familiarità, nonostante abbiano avuto i rispettivi predecessori, sono Thomas Hobbes, John Locke e Jean Jacques Rousseau. Come punto di partenza per le loro speculazioni, i tre si sono avvalsi della stessa ipotesi secondo cui ci fu un tempo in cui gli uomini non erano politicamente organizzati e vivevano in una condizione chiamata “stato di natura.” Era una pura ipotesi, naturalmente, poiché se gli uomini si fossero aggirati sulla faccia della terra come isolazionisti ad oltranza, non stabilendo alcun contatto uno con l’altro se non attraverso le mazze, non avrebbero mai lasciato alcuna prova a riguardo. Ci deve essere stata quantomeno un’organizzazione familiare o non saremmo qui a parlare di “stato di natura”.

In ogni caso, Hobbes sosteneva che in questo stato pre-politico l’uomo fosse “brutale” e “cattivo,” sempre in bilico tra la proprietà e la persona accanto a lui. La sua inclinazione predatoria era motivata da una passione smodata verso l’abbondanza materiale. Ma, dice Hobbes, essendo l’uomo dotato fin da principio del dono della ragione, ad un certo punto nel suo stato “naturale” questa gli suggerì che avrebbe potuto fare di meglio per sé, cooperando con gli altri uomini “naturali”. A quel punto entrò in un “contratto sociale” con essi, nei cui termini ciascuno accettava di rispettare un’autorità che lo avrebbe trattunuto dal fare ciò che la propria “natura” lo spingeva a fare. Così apparve lo Stato.

Locke, d’altra parte, è piuttosto neutro nelle sue conclusioni morali: per lui la domanda se l’uomo sia “buono” o “cattivo” è secondaria rispetto al fatto che egli è una creatura di ragione e desiderio. In realtà, afferma Locke, anche quando viveva in uno stato “naturale,” la preoccupazione principale dell’uomo era la sua proprietà, il frutto del proprio lavoro. Fu la ragione a suggerirgli che sarebbe stato più al sicuro, nel possesso e godimento di quella, se egli stesso fosse stato sottoposto ad una agenzia di protezione. Quindi stipulò un “contratto sociale” ed organizzò lo Stato. Locke identifica la tutela della proprietà come la principale attività dello Stato e afferma che, qualora un determinato Stato trascuri tale dovere, sia moralmente giustificabile sostituirlo con un altro, anche con la forza.

Guardando allo “stato di natura”, Rousseau trova che sia un Eden idilliaco, in cui l’uomo era perfettamente libero e quindi moralmente perfetto. C’era solo un difetto in questa vita, altrimenti buona: guadagnarsi da vivere era difficile. Fu per superare le difficoltà dell’esistenza “naturale” che rinunciò ad un po’ della propria libertà ed accettò il “contratto sociale”. Per quanto riguarda il carattere del contratto, trattasi di una fusione della volontà di ogni individuo con quella di ogni altro firmatario in quella che Rousseau chiama la Volontà Generale.

Così, nonostante i tre pensatori restassero in un certo disaccordo sulla natura dell’uomo, dove il seme dello Stato andava ricercato, si trovarono invece d’accordo sul fatto che lo Stato nacque da essa. Va sottolineato come questo tentativo di trovare un’origine dello Stato non fosse il loro scopo primario, poiché ciascuno era interessato ad un sistema politico tutto proprio, e ciascuno riteneva necessario stabilire una genesi in sintonia col proprio sistema. Non servirebbe al nostro scopo attuale discutere le loro filosofie politiche, ma è interessante notare come siano state tutte modellate per adattarsi alle esigenze dei tempi, dando adito al sospetto che le loro teorie per quanto riguarda l’origine dello Stato abbiano risentito di analoghe influenze. Era loro preconcetto comune che lo Stato sia nell’ordine naturale delle cose, Stato a cui Hobbes dà avallo divino. A tal proposito non fecero altro se non seguire la tradizione: nelle riflessioni dei primi cristiani si faceva riferimento all’idea di Stato come alla “Città di Dio,” e Platone parlò del suo Stato come qualcosa “il cui modello risiede nei cieli”.

La moderna scienza politica passa sopra la questione dell’origine, accetta lo Stato come un’entità in funzionamento, formula raccomandazioni per il suo miglioramento operativo. I metafisici del passato attribuivano le carenze di un particolare Stato all’ignoranza o alla disobbedienza delle leggi di Dio. Anche i moderni hanno il loro ideale, o meglio ogni scienziato politico ha il proprio, e ciascuno ha una ricetta personale per realizzarlo: gli ingredienti sono una serie di leggi, più un macchinario di esecuzione. La funzione dello Stato, si presume in generale, è quella di realizzare la Società Buona — non vi è alcun dubbio sulla sua capacità di farlo — e la Società Buona è tutto ciò che lo scienziato politico ha in mente.

In tempi recenti alcuni ricercatori si sono rivolti alla storia per cercare le prove sull’origine dello Stato, sviluppando ciò che talvolta viene chiamata la teoria sociologica dello Stato.

I dati mostrano, essi osservano, come tutti i popoli primitivi si guadagnassero da vivere con uno di questi due modi: l’agricoltura o l’allevamento del bestiame, giacché la caccia e la pesca sembrano essere state marginali in entrambe le economie. I vincoli di queste due occupazioni svilupparono abitudini chiaramente definite e diverse competenze. L’attività di girovagare in cerca di pascoli ed acqua spronò un’affiatata organizzazione di uomini avventurosi, mentre la routine fissa dell’agricoltura non aveva bisogno di organizzazione e necessitava di una piccola attività. La docilità flemmatica dei lavoratori delle varie terre li rese facili prede dei pastori audaci delle colline. La cupidigia suggeriva l’attacco.

In principio, affermano gli storici, l’oggetto dei furti erano le donne, dal momento che l’incesto era tabù molto prima che gli scienziati trovassero un motivo per condannare tale pratica. Il furto delle donne venne seguito dal furto di beni mobili ed entrambi i processi vennero accompagnati dal massacro di maschi e di femmine indesiderate. Ad un certo punto nella mente dei predoni scintillò la verità economica che i morti non producono nulla, e da ciò nacque l’istituzione della schiavitù; i pastori perfezionarono il proprio business portando con sé prigionieri ed assegnando loro lavori umili. Questa economia fatta di padroni e schiavi, sostengono i teorici, è la prima manifestazione dello Stato. Così, la premessa dello Stato è lo sfruttamento dei produttori con l’uso della forza.

Infine, le incursioni di rapina vennero sostituite dal concetto di sicurezza — o l’esazione continua di tributi dalle persone tenute in schiavitù. A volte una tribù più intraprendente assumeva il controllo di un centro di scambi, per imporre dei dazi sui commerci; altre volte pattugliava strade e corsi d’acqua che portavano ai villaggi, riscuotendo pedaggi da carovane e mercanti. In ogni caso fu ben presto evidente che un bottino, in quanto parte di una produzione, sia abbondante tanto quando lo è stata la produzione. Per incoraggiare quest’ultima, quindi, si impegnarono a pattugliare ed a mantenere “la legge e l’ordine”. Non solo sorvegliavano i popoli conquistati, ma li proteggevano anche dalle altre tribù di predoni; infatti, non era insolito per una comunità molestata invitare una tribù guerriera affinché stesse di guardia, ad un certo prezzo. I conquistatori non arrivavano solo dalle colline, perché c’erano anche i “pastori del mare”, tribù la cui pericolosa occupazione le rendeva particolarmente audaci negli attacchi.

Il popolo conquistatore si teneva in disparte dai conquistati, godendo di ciò che più tardi divenne nota come extraterritorialità. Conservava legami culturali e politici con la patria, mantenendo la propria lingua, religione e costumi. Inoltre, nella maggior parte dei casi non disturbava i costumi dei sudditi fintanto che i tributi fluivano. Con il tempo, perché questo è l’esito della vicinanza, le barriere immateriali tra vinti e vincitori si sciolsero e si instaurò un processo di fusione accelerato a volte da una rottura dei legami con la patria, come quando il luogotenente si sentiva forte abbastanza nel nuovo ambiente da sfidare il proprio signore e cessare di dividere il bottino con lui, o quando un’insurrezione di successo in patria lo spodestava. Uno stretto contatto con i conquistati risultò in una miscela di lingue, di religioni e di costumi. Anche se i matrimoni misti non erano visti di buon occhio, per ragioni economiche e sociali, l’attrazione sessuale non poteva essere scoraggiata ed una nuova generazione colmava il divario tramite legami di sangue. Le imprese militari, in difesa della patria ormai comune, aiutarono la fusione.

La mescolanza delle due culture diede luogo ad una nuova, senza perdere quella caratteristica per cui un insieme di costumi e leggi regolamentavano le disposizioni della classe pagante i tributi nei confronti di quella dominante. Necessariamente, queste convenzioni vennero formulate da quest’ultima, con l’intento di congelare il proprio vantaggio economico tramite lascito alla rispettiva prole. Le persone dominate, in un primo momento oppostesi alle estorsioni, avevano da tempo abbandonato la lotta impari e si erano rassegnate ad un sistema di tasse, affitti, pedaggi ed altre forme di tributo. Questo adattamento venne facilitato dall’inclusione di alcune delle “classi inferiori” nel regime tramite incarichi che, spaziando dal portavoce all’ufficiale giudiziario e dall’umile servitore al soldato sotto il comando dei padroni, riuscivano a ingenerare reciproca ammirazione se non rispetto. Inoltre, la codifica delle esazioni portò alla rimozione dalla memoria dell’arbitrarietà con cui erano stati introdotti e li rivestì di un’aura di correttezza. Le leggi fissavano limiti alle estorsioni, rendevano gli eccessi irregolari e passibili di punizioni, stabilendo quindi dei “diritti” per la classe sfruttata.

Se da un lato gli sfruttatori custodivano sapientemente questi “diritti” contro lo sconfinamento da parte dei propri membri più avari, dall’altro gli sfruttati, dopo essersi adattati ad un sistema di estorsione da cui alcuni spesso beneficiavano, ricavarono un senso di sicurezza e di autostima da tale dottrina dei “diritti”. Così, fu attraverso questi processi psicologici e legali che si realizzò la stratificazione della Società. Lo Stato è quella classe che gode della preferenza economica attraverso il controllo dei meccanismi di coercizione. [1]

La teoria sociologica dello Stato non si basa solo sulla testimonianza della storia, ma anche sull’esistenza di due modi in cui gli uomini possono acquisire beni economici: produzione e predazione. La prima prevede l’applicazione del lavoro alle materie prime, l’altra l’uso della forza. Il saccheggio, la schiavitù e la conquista sono le forme primitive di predazione, ma l’effetto economico è lo stesso quando la coercizione politica viene usata per privare il produttore del suo prodotto, o anche quando acconsente al trasferimento della proprietà come prezzo del permesso di vivere. Né la predazione si trasforma in qualcos’altro quando viene compiuta in nome della carità — la formula Robin Hood. In ogni caso, qualcuno gode di ciò che altri han prodotto ed a causa della predazione i desideri del produttore finiscono insoddisfatti, il suo lavoro non corrisposto. Si vedrà come, nel suo aspetto morale, la teoria sociologica si appoggia alla dottrina della proprietà privata, il diritto inalienabile dell’individuo al prodotto del suo sforzo, e sostiene che qualsiasi tipo di coercizione, esercitato per qualsiasi scopo, non aliena tale diritto. Ma torneremo in seguito su questo punto.

Per inciso, a prima vista questa teoria sembra somigliare al detto di Karl Marx secondo cui lo Stato è il comitato direttivo della classe capitalista. La somiglianza è tuttavia solo nelle parole, non nelle idee. La teoria Marxista sostiene che lo Stato in altre mani — la “dittatura del proletariato” — potrebbe abolire lo sfruttamento, ma la teoria sociologica dello Stato (o la teoria della conquista) insiste sul fatto che lo Stato stesso, indipendentemente dalla propria composizione, sia un’istituzione di sfruttamento e non possa essere altro; che si impadronisca della proprietà del titolare dei salari o della proprietà del proprietario del capitale, il principio etico è lo stesso. Se lo Stato prende dal capitalista per dare al lavoratore, o dal meccanico per dare al contadino, o da tutti per migliorare se stesso, viene usata la forza per privare una persona della proprietà che gli spetta di diritto ed in questo senso sta portando avanti lo spirito, se non la modalità, della conquista originale.

Pertanto, anche in caso la cronologia di un dato Stato non inizi con un atto di conquista territoriale, resta il fatto che ne segua un identico modello in quanto le sue pratiche ed istituzioni continuano nella tradizione di quegli Stati che sono passati attraverso il processo storico. Lo Stato Americano non ha avuto inizio con la conquista; gli Indiani non avevano proprietà da cui potevano essere sollevati e, essendo cacciatori di professione, erano troppo intrattabili per essere ridotti in schiavitù. Ma i coloni erano essi stessi il prodotto di una economia di sfruttamento, essendo assuefatti ad essa nelle loro rispettive terre d’origine, che avevano importato ed incorporato nella nuova organizzazione. Molti di loro arrivarono nella nuova terra portando il giogo della schiavitù. Tutti arrivavano da ambienti istituzionali che erano emersi dalla conquista; non ne conoscevano altri, e quando svilupparono le proprie istituzioni trapiantarono semplicemente questi ambienti. Portarono lo Stato predatorio con loro.

Qualsiasi richiesta di informazioni sulla figura dello Stato Americano deve pertanto tener conto della distinzione tra guadagnarsi da vivere con la produzione e guadagnarsi da vivere con la predazione; cioè, tra economia e politica.

 

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NOTE
[1] Questa breve sintesi del contesto storico della teoria sociologica suggerisce le storie del Vecchio Testamento sulla conquista di Canaan da parte degli Israeliti, la storia dell’Inghilterra e dell’Impero Romano. Tuttavia, i fautori principali di questa teoria, Gumplowicz ed Oppenheimer, erano più interessati all’origine dello Stato che al suo sviluppo, e scavarono nelle informazioni sulle tribù primitive di tutto il mondo; ovunque guardarono, scoprirono che l’organizzazione politica iniziò con la conquista.